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ASPETTANDO IL SOLE: LA VITA A GAZA

24 Nov 2025

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Hassan Herzallah è un traduttore, scrittore e storyteller di Gaza. Collabora con diverse testate internazionali. Per la campagna “Acqua per Gaza”, ha scelto di condividere con Un Ponte Per la sua testimonianza diretta documentando la sua vita sotto assedio e sfollamento. Frequenta il terzo anno di studi in traduzione inglese presso l’Università Islamica di Gaza e prosegue la sua formazione online dopo che l’ateneo è stato bombardato.

Gaza, 24 novembre 2025

Ero impaziente di tuffarmi in mare con i miei amici pescatori, le stesse persone che avevo conosciuto nei giorni più duri della fame. All’improvviso, abbiamo visto avvicinarsi rapidamente una grande imbarcazione e, prima ancora che potessi capire cosa stesse accadendo, sono stati esplosi colpi d’arma da fuoco. Navi militari israeliane. L’acqua mi circondava da ogni lato, e il mio cuore batteva all’impazzata, come se ogni secondo potesse essere l’ultimo. Non riuscivo a muovermi, e tutto ciò a cui riuscivo a pensare era restare vivo, intrappolato in quel pericolo imminente di morte o di cattura da un momento all’altro.

Dopo che il cessate il fuoco è stato dichiarato a Gaza, il 9 ottobre scorso, il genocidio si è fermato ufficialmente sulla carta, ma le difficoltà quotidiane continuano, e ottenere anche i beni più essenziali rimane una sfida costante.

Erano le sei del mattino, e il tempo era imprevedibile come sempre in questi giorni. Sono uscito dalla nostra tenda nel campo, e insieme al mio amico Abood sono andato a comprare una busta di pane. Mia madre era malata, e non volevo stancarla facendole impastare così presto al mattino. Volevo chiamare Abood per dirgli che lo stavo aspettando, ma il suo telefono era scarico e a quell’ora non c’era elettricità. Così sono andato direttamente alla sua tenda, e appena l’ho chiamato è uscito, sorridendo un po’ stanco: “È rimasto un po’ di sonno in questo campo? Sono sveglio dall’alba”, mi ha detto.

Abbiamo camminato insieme verso il luogo in cui vendono il pane e, una volta arrivati, siamo rimasti scioccati nel vedere una lunghissima fila di persone. Abood mi ha guardato e mi ha detto: “La guerra è finita, si. Ma quando finiranno queste code?”. Abbiamo atteso pazientemente fino alle 9. Quando mancavano solo 15 persone davanti a noi, il fornaio ha annunciato: “Il pane è finito, gente!”.

E’ stata una piccola sconfitta mattutina, ma molto amara. Siamo tornati alle nostre tende a mani vuote.

Mi sono messo ad impastare il pane con mia sorella Malak, e poi sono andato a cuocerlo. Erano circa le 10.30, l’ora in cui di solito passano le autobotti dell’acqua. Ho sentito il loro clacson in lontananza, ma non potevo raggiungerle: la distanza dal forno era troppa. Quando sono tornato alla tenda ho scoperto che fortunatamente mio fratello Mohammad aveva già riempito le taniche.

Dopo quella lunga mattinata, ho sentito il bisogno di prendere fiato e sono andato al mare - l’unico posto dove riesco davvero a respirare. Quel momento sulla riva mi ha ricordato il mio rapporto con il mare prima della guerra, quando ci andavo ogni giovedì con i miei amici, rimanendo fino al tramonto prima di tornare nelle nostre case calde. Non avrei mai immaginato che il luogo dei miei momenti più felici sarebbe diventato poi il mio ultimo rifugio.

Dopo essere stati sfollati da Rafah, con la mia famiglia ci siamo trovati a vivere sulla spiaggia in una tenda di stoffa sottile, che non proteggeva né dal freddo né dal vento. Da quel giorno, le nostre vite hanno assunto una forma nuova, diversa da tutto ciò che avevo conosciuto. Anche i compiti più semplici sono diventate battaglie quotidiane: caricare i telefoni in postazioni affollate, correre dietro alle autobotti ogni mattina, e accendere il fuoco dopo che il gas era finito: un lavoro che a volte richiedeva l’intera giornata anche solo per preparare il pasto più semplice… sempre ammesso che trovassimo del cibo.

In mezzo a tutto questo dolore, il mare è rimasto l’unico luogo in cui sono sempre riuscito a respirare. Dopo ogni lunga giornata passata a rincorrere ciò che era essenziale per la sopravvivenza, portavo con me una tazza di tè alla menta caldo - che richiedeva un’ora per essere preparato - e mi sedevo sulla sabbia a guardare le onde. Come se rubassi un piccolo attimo di tregua al tempo.

A metà luglio 2025, il mio rapporto con il mare era ormai completamente cambiato. Non rappresentava più una semplice fuga temporanea: era diventato l’unico modo per procurare cibo alla mia famiglia ridotta alla fame. Cercavo farina nei mercati, trovandone a volte appena un chilo, e spesso tornando a mani vuote, rischiando la vita per raggiungere posti pericolosi.

Ricordo il giorno in cui sono andato in uno dei punti di distribuzione degli aiuti statunitensi – vere e proprie trappole - dove sono riuscito a mangiare soltanto una piccola ciotola di zuppa. Il sole batteva in modo feroce, i proiettili fischiavano sopra le nostre teste e all’improvviso non sono più riuscito a correre. Sono caduto, e tutto si è fatto nero. Quando ho riaperto gli occhi, le persone stavano tornando dal punto di distribuzione. Le mie gambe invece mi hanno portato dal sole verso il mare: l’unico rifugio che mi rimaneva per respirare.

Da quel giorno, ho iniziato ad aiutare i pescatori ogni mattina, riuscendo a portare una parte del pescato alla mia famiglia. Passavo con loro sempre più tempo, rischiando l’ingresso in mare nonostante il fuoco spietato degli israeliani. Uno dei pescatori era uno studente universitario, la cui famiglia era riuscita a fuggire in Egitto, e sognava di abbracciare suo padre dopo il cessate il fuoco. Gli altri due aspettavano che i valichi aprissero per portare i loro parenti malati a curarsi. Eravamo tutti lì per la stessa ragione: tenere in vita le nostre famiglie.

Con il passare dei giorni, la notizia del cessate il fuoco del 9 ottobre è finalmente arrivata. Per me non è stato solo un annuncio politico, ma una piccola finestra verso un sogno rimandato: proseguire i miei studi in un ambiente adeguato. Anche se avevo studiato online per un anno intero, la mia passione per la vita universitaria che sognavo fin dai tempi della scuola restava viva.

Diverse settimane dopo l’annuncio del cessate il fuoco, sono andato al mare per incontrare i miei amici pescatori dopo un periodo di distanza dovuto alla scarsità di cibo nei mercati. Ero impaziente di tuffarmi di nuovo con loro per la prima volta dopo il cessate il fuoco. All’improvviso, una grande imbarcazione si è avvicinata e, prima che potessimo capire cosa stesse succedendo, siamo stati colpiti dagli spari delle navi militari israeliane.

Circondati dall’acqua e con il cuore che batteva all’impazzata, abbiamo capito quanto stessimo rischiando. Ci siamo tuffati tutti sott’acqua, ognuno per conto proprio, cercando di sfuggire ai proiettili e al fuoco. Dopo lunghi minuti passati a nuotare sott’acqua, abbiamo miracolosamente raggiunto la riva sani e salvi. Esausti, ma vivi. In quel momento ho capito che le nostre vite quotidiane continuano a non essere certe. Anche dopo il cessate il fuoco, la nostra esistenza resta piena di pericoli.

A Gaza, la sofferenza quotidiana continua senza sosta. Ottenere i beni più basilari resta una lotta incessante: non c’è elettricità in modo stabile, l’acqua non è disponibile regolarmente e le nostre vite dipendono dal metterci in fila per le cose più semplici. I valichi restano chiusi sia per gli studenti che per le persone malate che necessitano cure, e con l’arrivo dell’inverno le nostre tende già logore sono diventate fredde e umide.

La vita a Gaza resta una lotta, e la sopravvivenza quotidiana - trovare pane, acqua ed elettricità - non è mai garantita. In mezzo a tutto questo dolore, ho ricevuto una buona notizia: sono stato ammesso da due Università, nel Regno Unito e in Finlandia, anche se il viaggio e il finanziamento restano incerti. Continuo a sperare di poter un giorno studiare all’Università di Trento in Italia, aggrappandomi alla possibilità che la mia educazione all’estero possa finalmente diventare realtà.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza


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