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Hassan Herzallah è un traduttore, scrittore e storyteller di Gaza. Collabora con diverse testate internazionali. Per la campagna “Acqua per Gaza”, ha scelto di condividere con Un Ponte Per la sua testimonianza diretta documentando la sua vita sotto assedio e sfollamento. Frequenta il terzo anno di studi in traduzione inglese presso l’Università Islamica di Gaza e prosegue la sua formazione online dopo che l’ateneo è stato bombardato.
“Quindi sei un rifugiato, non sei di qui”.
All'inizio ho pensato che stesse scherzando, ma quella frase ha continuato a risuonarmi nella mente per tutto il tragitto verso la tenda.
Negli ultimi giorni del semestre ci era stato assegnato un compito universitario: tradurre un testo in inglese sulle persone rifugiate nel mondo. Sembrava un incarico di routine, uno dei tanti obblighi accademici tra una lezione online e l'altra, e all'inizio non gli ho dato molta importanza.
Ho aperto il file sul telefono e iniziato a leggere. Parlava di persone costrette a lasciare le proprie case, della perdita della stabilità e della ricerca di sicurezza in luoghi sconosciuti. Ho cominciato a cercare le parole arabe più adatte, espressioni che trasmettessero il significato nel modo più preciso possibile.
La mia concentrazione è stata interrotta: fuori, ho sentito il rumore delle autobotti dell’acqua che arrivavano. Sono uscito di corsa con le taniche vuote e mi sono diretto verso il camion. Da quando siamo stati sfollati, questa è diventata una scena quotidiana nel campo.
Prima della guerra, l'acqua significava semplicemente aprire un rubinetto. Ora significa aspettare un'autobotte che potrebbe arrivare oppure no.
Mi sono messo in fila con decine di altre persone che stringevano le stesse taniche. Bambini, donne e uomini. Dopo una lunga attesa e diversi tentativi per riempirle, sono tornato alla tenda con abbastanza acqua per un solo giorno.
Poi, sono tornato al testo. Ma non sono riuscito a rimanere concentrato a lungo.
Mia madre è entrata nella tenda, dicendomi che si stava parlando della possibile chiusura dei valichi a causa della nuova escalation tra Israele e Iran. Questo di solito significa aumento dei prezzi, carenza di beni essenziali e restrizioni ancora più severe agli spostamenti imposte dall'occupazione israeliana. Questi aggiornamenti sono ormai diventati parte della vita quotidiana, non semplici notizie di passaggio.

Ho messo nuovamente da parte il telefono, e sono uscito in cerca di cibo.
Il cibo non è più percepito come un pasto, ma come una condizione fondamentale per sopravvivere a Gaza. Nei periodi di carestia, un sacco di farina può rappresentare una vittoria e diventare il sottile confine tra una giornata che si riesce a sopportare e una che non si riesce ad affrontare. Il cibo non è più quello che era prima della guerra; è diventato una lotta continua per procurarsi il minimo indispensabile per andare avanti.
Ho preso il primo mezzo di trasporto disponibile: un carro trainato da un asino. Durante il tragitto, il conducente si è voltato verso di me e mi ha chiesto:
“Da dove vieni? Mi sembra di averti già visto”
“Da Rafah”, ho risposto.
E’ rimasto in silenzio per un momento.
“Quindi sei un rifugiato... non sei di qui”, ha detto.
All'inizio ho pensato che intendesse semplicemente sottolineare che provenivo da un'altra zona, ma stava usando la parola “rifugiato” invece di “sfollato” non a caso. Ho riflettuto sul modo in cui i termini vengono utilizzati nella lingua quotidiana nello stesso posto.
Non ho risposto subito. Quella frase, però, mi ha accompagnato per tutto il viaggio.
Qualche ora dopo sono tornato al mio testo. Questa volta mi sono soffermato su una sola parola: rifugiato. Mi sono subito ricordato ciò che il conducente del carretto mi aveva detto poco prima.
Ho letto quella parola ancora e ancora. Come traduttore e scrittore, l'avevo incontrata innumerevoli volte in testi accademici e articoli. Ma in quel momento ha smesso di essere un semplice termine da tradurre. E’ diventata una domanda.
Che cosa significa davvero essere una persona rifugiata? E’soltanto chi attraversa un confine e lascia il proprio paese? Oppure lo sfollamento può assumere un'altra forma, anche senza aver mai lasciato la propria casa? Ho messo da parte la domanda e sono andato avanti con la mia giornata.
Ho notato che la batteria del telefono stava per scaricarsi, così sono andato a un punto di ricarica. Senza elettricità, i cellulari ormai sono diventati molto più che semplici mezzi di comunicazione. Io lo uso per studiare, seguire le notizie, rimanere in contatto con il mondo esterno. Perfino ricaricarlo richiede attese lunghissime.

Quando finalmente ci sono riuscito, sono tornato al mio testo. Ho cercato di concentrarmi risuonavano i rumori della vita nel campo: il continuo via vai delle persone, le conversazioni e le voci dei bambini, separati da noi soltanto da un telo di stoffa.
E’ stato in quel momento che ho iniziato a collegare il testo alla mia stessa giornata: l'acqua, la ricerca del cibo, l'attesa per ricaricare il telefono, il continuo spostarsi tra luoghi temporanei. Non stavo più traducendo un testo sui rifugiati; stavo vivendo la realtà che descriveva.
Prima della guerra mi svegliavo per andare alle lezioni universitarie. Oggi mi sveglio pensando all'acqua.
Prima della guerra portavo con me il computer portatile e il materiale di studio. Oggi il mio computer è stato distrutto e porto taniche d'acqua.
Prima della guerra pianificavo esami, progetti e il futuro. Oggi pianifico come procurarmi ciò che serve per superare una singola giornata.
Ho capito che lo sfollamento non riguarda soltanto la perdita di una casa. Riguarda anche la perdita delle persone, delle abitudini, dei punti di riferimento e dei volti familiari che un tempo davano significato a un luogo.
Nel campo, pochi volti mi sono familiari. Le persone arrivano da diverse parti di Gaza, ciascuna portando con sé i ricordi dei luoghi da cui proviene; eppure nessuno di noi appartiene davvero al luogo in cui vive adesso.
Non esiste più una vecchia strada in cui tornare o un quartiere i cui punti di riferimento io conosca istintivamente. I luoghi adesso vengono identificati da riferimenti temporanei: il nome di un campo, il numero di una tenda o persino il colore del telo che la ricopre.
Non mi definisco più soltanto attraverso la città da cui provengo, ma anche attraverso il campo in cui vivo e la tenda, che è diventata il mio indirizzo attuale.
Con il tempo ho capito che il senso di sfollamento va molto oltre la perdita di un luogo fisico. Riguarda la perdita della capacità di riconoscere il mondo che mi circonda. Il compito di traduzione, insieme alle realtà di quella giornata, mi è sembrato un viaggio attraverso i ricordi degli anni di genocidio e sfollamento continui. Mi ha costretto a ripensare al significato dell'essere rifugiato.
Mi sono trovato a vivere in un luogo che mi appare estraneo, pur non avendo mai lasciato la mia città. Qui lo sfollamento non riguarda soltanto la perdita di una casa; riguarda anche la perdita di quel senso di appartenenza che un tempo rendeva il mondo riconoscibile.
Quel giorno ho capito che essere un rifugiato non richiede necessariamente l'attraversamento di una frontiera. A volte inizia quando scompaiono i volti che davano significato a un luogo.
La mia casa si trova ancora a pochi chilometri di distanza. Conosco a memoria la strada che porta fin lì. Eppure, a causa delle continue restrizioni militari israeliane e degli ordini di sfollamento, resta irraggiungibile.
Oggi, oltre 117,8 milioni di persone nel mondo sono rifugiate o forzatamente sfollate, il numero più alto mai registrato. Ma lo sfollamento è più di una statistica. È l'esperienza di perdere una casa, ricostruire la propria vita nell'incertezza e imparare a orientarsi in un mondo che non appare più familiare.
A Gaza, almeno 1,9 milioni di persone, circa il 90% della popolazione, sono state sfollate con la forza, molte di loro più volte. Le famiglie sono fuggite dai bombardamenti e dagli ordini di evacuazione, ritrovandosi in tende, edifici danneggiati e rifugi improvvisati che assomigliano ben poco alle vite che conducevano un tempo.
Forse, alla fine, ciò che qui chiamiamo sogni sono spesso semplicemente diritti che altrove le persone danno per scontati.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza

