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Cooperazione allo sviluppo: La sfida del nostro tempo è "decolonizzare"

17 Lug 2026

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Quando fondammo, nel 1991, Un Ponte Per (allora si chiamava Un Ponte per Baghdad) inserimmo nel primo statuto una clausola insolita: dopo dieci anni l’associazione avrebbe dovuto sciogliersi, salvo una decisione esplicita dei soci di proseguirne l’attività. Non era un vezzo, ma una scelta politica. Ritenevamo che un’organizzazione di solidarietà non dovesse esistere per perpetuare sé stessa. Doveva essere uno strumento, non un fine. Se le ragioni che ne avevano giustificato la nascita fossero venute meno, sarebbe stato giusto chiuderla. Ogni dieci anni quell’appuntamento ci costringeva a interrogarci sul senso della nostra esistenza. Per ragioni pratiche e legali quella previsione è stata poi eliminata dallo statuto, ma quello spirito non è mai scomparso.

Oggi, a trentacinque anni dalla nascita di Un Ponte Per, quella domanda ritorna. Non perché siano diminuiti conflitti e disuguaglianze, ma perché il mondo è profondamente cambiato. Quando iniziammo a lavorare in Iraq e poi negli altri Paesi dell’Asia Sud-Occidentale, la società civile indipendente era spesso fragile o inesistente. Oggi, nonostante guerre e autoritarismi, esistono reti, associazioni, movimenti, organizzazioni femministe, sindacati e gruppi giovanili dotati di competenze, capacità progettuali e visione politica pienamente autonome.

La domanda diventa allora inevitabile: ha ancora senso che una ong europea continui a decidere al loro posto? Sarebbe considerato singolare se una ong libanese aprisse e gestisse un centro antiviolenza a Tor Bella Monaca. Perché dovrebbe essere normale che una ong italiana lo faccia a Beirut?

L’Assemblea nazionale di Un Ponte Per, riunita a Salerno il 27 e 28 giugno, ha risposto di no. Ha approvato all’unanimità una delibera che avvia un percorso di progressivo trasferimento del potere decisionale agli uffici locali, con l’obiettivo di costruirne nel tempo una piena autonomia politica, organizzativa ed economica. Un processo necessariamente graduale, costruito insieme alle realtà coinvolte e senza mettere a rischio né le attività in corso né il lavoro del personale locale.

La parola chiave è potere. Per anni il dibattito sulla localizzazione della cooperazione si è concentrato sul trasferimento di risorse e competenze. Noi pensiamo che la questione decisiva sia un’altra: chi definisce le priorità? Chi decide come utilizzare le risorse? Chi governa le organizzazioni?

La convinzione maturata in questi anni è semplice. Le organizzazioni locali non hanno più bisogno di essere guidate da ong europee. Hanno bisogno di alleanze, di relazioni internazionali, di scambi tra pari e di sostegno politico.

Questo significa ripensare anche il ruolo di Un Ponte Per: sempre meno organizzazione che gestisce direttamente servizi nel "Sud globale" e sempre più ponte tra società civili, capace di costruire connessioni, promuovere campagne comuni e favorire relazioni di alleanza per il cambiamento, più che partnership finalizzate all’esecuzione di progetti.

Questa scelta organizzativa nasce anche da una riflessione più ampia. L’assemblea ha infatti riconosciuto che l’attuale sistema della cooperazione e degli aiuti allo sviluppo, nel suo complesso è un dispositivo che perpetua rapporti di dipendenza e controllo neocoloniale e rischia di sostituirsi al necessario dibattito sulle riparazioni e sulle disuguaglianze che derivano dal sistema economico e dalla storia coloniale. 

Non si tratta di negare il valore del lavoro di migliaia di operatorə della cooperazione, compresi lə nostrə operatorə. Significa interrogarsi sulle strutture di potere entro cui anche le migliori intenzioni finiscono per operare. Ed implica l´imperativo di coinvolgersi nelle lotte per cambiare le relazioni internazionali di dominio e di interrogarsi sulla possibilità di utilizzare gli aiuti per percorsi di decolonizzazione invece che di controllo.

Cambieremo anche il linguaggio. Non più “donatori” e “beneficiarə”, ma finanziatori e riceventi. Le risorse destinate alla cooperazione non sono atti di generosità: sono una restituzione, ancora insufficiente, di ricchezze e opportunità sottratte attraverso secoli di colonialismo.

Non sappiamo ancora dove ci porterà questo percorso. Sappiamo però che vale la pena provarci. E vogliamo discuterne con chi, nel Nord e nel Sud del mondo, sta ponendosi le stesse domande, a partire dal seminario “Decolonizzare la cooperazione” che organizzeremo a Cotonou in Benin nell’ambito del prossimo Forum Sociale Mondiale.

Fabio Alberti - Presidente onorario di Un Ponte Per  

Articolo pubblicato su Vita.it


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