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Entrare in carcere con un carrello di libri è, ogni volta, un atto di fiducia reciproca: noi portiamo storie, le persone detenute ci restituiscono tempo, attenzione, domande. È da qui che nasce “Kutub Hurra – Un ponte di libri attraverso il Mediterraneo”: dall’idea semplice e radicale che poter leggere nella propria lingua sia l’inizio di un percorso verso il riconoscimento e la dignità.
Dal 2022 noi di Un Ponte Per lavoriamo con l’Associazione tunisina Lina Ben Mhenni, partner locali in Iraq e Libano e una rete di realtà italiane perché nelle biblioteche degli istituti penitenziari italiani ci siano finalmente libri in lingua araba, gruppi di lettura e spazi di confronto tra le persone detenute.
Se infatti la popolazione carceraria arabofona nel nostro paese rappresenta circa il 30% di quella totale, di contro negli istituti penitenziari si registra la pressoché totale assenza di libri in lingua araba, privando così migliaia di persone del diritto alla lettura, allo studio e alla cultura.
“Kutub Hurra” è quindi un’iniziativa che declina nella pratica una visione della cooperazione orizzontale e decoloniale: quelli che portiamo nelle carceri italiane, infatti, sono libri donati dalla società civile del Sud del Mediterraneo, che attraversano il mare per abbattere le frontiere.
Per me, che conosco bene quei luoghi, entrare in carcere è sempre un’esperienza intensa. Mi riporta ai ricordi delle visite che facevo spesso insieme ai genitori dei miei compagni di lotta, detenuti durante il nostro periodo di protesta in Marocco, tra il 2011 e il 2019, contro la più grande miniera di argento costruita in Nord Africa.
Portavo con me dei libri scolastici che consegnavo alle persone detenute durante le visite, affinché potessero continuare i loro studi. Questo mi ha aiutato a comprendere, almeno in parte, le persone con cui interagisco oggi nelle carceri italiane. Forse anche per questo, nonostante le sfide che affrontiamo per farlo, non mi arrendo mai. Per me essere presente in quei luoghi è il minimo che si possa fare.
Spesso lavorare con le persone detenute significa confrontarsi con la privazione dei più basilari diritti. Per questo ogni attività va organizzata con rispetto e attenzione alla loro rabbia, tristezza, disperazione, spesso causate dagli interventi violenti delle forze di sicurezza, o dopo la privazione delle loro stesse case. Ecco perché non mi arrendo quando trovo la sala di lettura trasformata in una cella, o quando trovo l’aula scolastica sporca e senza sedie, o persino quando le persone mi maledicono: il mio cuore comprende bene quello di chi vive lì ogni giorno, e il minimo che posso fare è condividere un po’ di tempo con queste persone, continuando ad impegnarmi perché le condizioni in cui si trovano vengano migliorate.
Ecco perché è per me così importante partecipare a questo progetto. Perché quando una persona detenuta ci scrive che sedersi a discutere di libri “ha sollecitato la partecipazione anche dellə più timidə”, ci sta dicendo che la lettura condivisa ricompone l’essere umano oltre il reato e la pena. Quando nel carcere di Sollicciano ci arriva un biglietto con scritto “grazie per averci pensato”, ci viene ricordato che riconoscere una lingua è riconoscere un’identità e una storia. Quando a Padova un gruppo misto di persone arabofone e italiane legge insieme un romanzo di Ghassan Kanafani, sta costruendo un vocabolario comune dentro luoghi spesso attraversati solo da silenzi, incomprensioni, rabbia.
“Kutub Hurra” nasce proprio per questo: rendere più inclusivo l’ambiente carcerario, usare i libri come strumento di emancipazione, collegare società civili sulle due sponde del Mediterraneo in cooperazione paritaria. Non “aiuti” che scendono dall’alto, ma scambi; non “progetti per”, ma “progetti con”.
Nel corso degli anni abbiamo esteso il lavoro a 13 istituti penitenziari, avviando collaborazioni anche con due biblioteche pubbliche, da Padova a Genova, da Viterbo a Roma, passando per Firenze, Pisa e Livorno. Abbiamo potuto consegnare 1.032 volumi in lingua araba che sono stati inviati da Tunisia, Iraq e Libano nel corso di 10 spedizioni, e raggiungere così 1.500 persone detenute, che sono state anche coinvolte in oltre 200 laboratori di lettura e scrittura collettiva.
Solo nei primi mesi del 2026 abbiamo potuto consegnare 100 libri in lingua araba alla Casa Circondariale di Padova, organizzando anche un incontro online tra persone detenute e l’associazione Lina Ben Mhenni, creando un ponte simbolico e concreto tra il carcere e il contesto esterno, e collegando idealmente le persone detenute con quel Mediterraneo che ci accomuna, e con le reti di solidarietà che in tutta Italia sostengono il progetto. Altri 80 libri sono arrivati nel carcere di Bologna, e 70 in quello di Prato.
Numeri che confermano come “Kutub Hurra” sia un intervento reso possibile dalla collaborazione tra organizzazioni, associazioni e persone impegnate sui territori - oltre 18 solo in Italia - che, costruendo relazioni di fiducia, animano le attività culturali che accompagnano la consegna dei libri. Questa infatti diventa un vero e proprio percorso di inclusione e scambio culturale: un momento in cui è possibile tornare a sentirsi umanə e godere dei propri diritti.
Lo avevamo scritto tempo fa nella nostra rivista semestrale, e continuiamo a ribadirlo oggi: “La dignità passa da un libro” non è uno slogan, è un modo di guardare alle persone e ai diritti dentro e fuori le mura di un cercere.
“Kutub Hurra” prosegue su questa strada, con la stessa ostinazione gentile di chi tende un libro oltre le sbarre e attende, paziente, che venga aperto.

Mohamed Ed-Daoudy - Project Assistant di Un Ponte Per

