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La guerra in questa regione non è più una notizia dell’ultima ora trasmessa sugli schermi: è diventata un ritmo quotidiano sottile che abita nei nostri dettagli, rimodella la nostra coscienza e distorce la nostra memoria collettiva.
Come iracheno, non vedo la guerra soltanto come un evento politico o militare, ma come una presenza pesante che da decenni ci pesa sul petto, lasciando la sua impronta nel linguaggio, nei volti dei/lle bambini/e, nel tono della voce delle madri, nel tremore delle porte quando la paura le chiude.
Oggi, mentre osservavo una scena di panico durante i bombardamenti sulle scuole a Mosul, non stavo semplicemente vedendo dei/lle bambini/e correre presi/e dal panico: stavo assistendo alla storia che si ripeteva con una sconcertante audacia. Le loro grida non erano nuove: le abbiamo già sentite nelle nostre scuole, nei nostri vicoli, nei nostri rifugi.
C’era qualcosa di dolorosamente familiare in quel caos, in quel rumore che somigliava al suono dell’anima quando viene colta di sorpresa dal pericolo. Ho visto persone fuggire dai loro luoghi non perché siano codarde, ma perché sono esauste di essere messe alla prova nel coraggio ogni singolo giorno.
Per noi, la guerra non è solo distruzione materiale: è un lento smantellamento del senso di sicurezza. Vivere senza fidarsi della calma, essere più turbati dal silenzio che dal rumore, interpretare ogni suono improvviso come l’inizio di un disastro: questo è il volto nascosto della guerra. Paura persistente, ansia e tensione non arrivano come ospiti di passaggio, si stabiliscono dentro di noi come parte della nostra struttura psicologica.
Ancora più pericoloso è il modo in cui le emozioni delle persone vengono rimodellate, manipolate e spinte verso il settarismo e l’odio. La guerra non annienta solo corpi, ma pianta semi di divisione nelle menti e addestra i cuori al sospetto. All’improvviso, l’altro diventa una minaccia, l’appartenenza diventa un’arma, l’identità si trasforma in una trincea.
Ciò che fa più male - forse ciò che spaventa di più – è ascoltare i/le bambini/e. Le loro conversazioni non riguardano più il gioco, i sogni o il futuro, ma gli aerei, i bombardamenti e la morte. Comprano armi di plastica, imitano scene di guerra e ricreano ciò che vedono con i loro piccoli occhi.
Quanto siamo caduti/e in basso? Come siamo arrivati/e a insegnare ai nostri figli gli strumenti della guerra invece del linguaggio della pace?
Non si tratta purtroppo di un fenomeno passeggero, ma di un profondo cambiamento delle coscienze. Quando un/a bambino/a cresce credendo che la guerra sia normale, non perdiamo soltanto la sua infanzia: perdiamo la possibilità di costruire futuro. Un/a bambino/a che impara la guerra crescerà portandola dentro di sé, anche se fuori dovesse finire.
Per quanto mi riguarda, la guerra non è un’idea: è una storia personale. Ho perso uno zio in guerra; un altro zio è stato prigioniero, e mio padre porta sul corpo cicatrici indelebili. Sono nato durante la guerra del 1990, come se fossi entrato in questo mondo attraverso una porta di fumo. Sono cresciuto un po’ solo per ritrovarmi nella guerra del 2003. Allora ero uno studente, ed è lì che ho iniziato a scrivere. Forse come mezzo di sopravvivenza, forse come tentativo di comprendere ciò che non può essere compreso.
Poi è arrivata la guerra civile a Mosul, e io sono stato tra coloro che hanno assaggiato l’amarezza della violenza e del terrorismo. Per me non erano notizie che scorrevano in tv, ma giorni vissuti tra paura e attesa. In seguito siamo entrati in un’altra guerra contro lo Stato Islamico, e la morte è diventata una possibilità quotidiana, la vita un progetto rimandato. Oggi viviamo un nuovo conflitto, come se questa terra fosse destinata a non riposare mai.
Nessuna di queste guerre è passata senza lasciare un segno. Quando finiscono non ci limitiamo a ricordarle: le viviamo anche nelle loro assenze.
Qui emerge la domanda che mi tormenta: quando vivremo anni consecutivi di pace? La pace è diventata un lusso? Come può una parola così bella essere così impotente di fronte alla macchina della guerra? Forse perché è più facile che costruire, pensare, sognare. Eppure, ci costa tutto.
Come iracheno, non cerco grandi risposte o slogan. Desidero solo un momento di calma che non venga interpretato come una pausa tra due guerre. Sogno un’infanzia che non sia misurata dal numero di esplosioni a cui si è sopravvissuti/e. Immagino un paese che scriva la sua storia non con il sangue, ma con le parole.
Le grandi potenze che si spartiscono sfere di influenza non vedono in noi altro che mappe e interessi, conducendo le loro guerre fredde sui nostri corpi in fiamme. Quanto alle Nazioni Unite, fin dalla loro fondazione sono apparse impotenti o complici, limitandosi a contare i morti invece di proteggerli. Questo silenzio internazionale non è neutralità: è un’altra forma di violenza.
Tra calcoli politici e interessi di potere, è l’essere umano a pagare il prezzo da solo, come se la sua vita valesse meno di un accordo.

Jameel Al-Jameel - Communication Coordinator di Un Ponte Per in Iraq

