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ASPETTANDO IL SOLE. OGNI PALESTINESE PORTA CON SE' LA PROPRIA NAKBA

15 Mag 2026

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Quando ero più giovane, pensavo che la Nakba appartenesse alle generazioni più anziane. Mi sembrava qualcosa di lontano, legato a fotografie in bianco e nero o ai nomi dei villaggi che la gente ripeteva ogni volta che arrivava maggio.

Ne sentivo parlare nelle conversazioni familiari, nelle storie che iniziavano sempre con una vecchia casa o con una strada che non esisteva più. Come molte persone della mia generazione, pensavo che la Nakba fosse un evento accaduto 78 anni fa e terminato lì, anche se i suoi effetti erano rimasti.

Ma in una notte di maggio del 2026, dopo aver compiuto 22 anni e dopo che il mio stesso tetto era diventato di stoffa, ho iniziato a riflettere di nuovo sul significato di quella parola.

Che cosa significa davvero la Nakba per le persone palestinesi di oggi? È ancora soltanto una memoria storica, oppure è qualcosa che continuiamo a vivere in forme diverse senza nemmeno chiamarla con il suo nome?

Per questo ho deciso di parlare con diverse persone, ognuna con un rapporto diverso con il significato della Nakba. Volevo capire come una sola parola potesse racchiudere tutti questi significati e come i palestinesi, ovunque si trovino, possano ancora riconoscersi in essa, in un modo o nell’altro.

Ho iniziato da mia nonna.

Mia nonna non ha vissuto direttamente la prima Nakba. È nata alcuni anni dopo il 1948, ma è cresciuta circondata dai suoi racconti. Mi parlava spesso delle vecchie case e delle grandi chiavi che alcune famiglie conservavano per anni, come se il ritorno fosse ancora possibile da un momento all’altro. Raccontava anche di come sua madre avesse nascosto oro, vestiti e altri beni sottoterra prima di fuggire, convinta che la famiglia sarebbe tornata dopo pochi giorni.

Quando ho chiesto a mia nonna se considerasse la Nakba qualcosa di risalente al passato o ancora presente, non ha esitato a lungo.

Era seduta nella sua tenda ad al-Mawasi, a Khan Younis, quasi due anni dopo essere stata sfollata dalla sua casa a Rafah, circondata da campi profughi che descrivono più una lotta per la sopravvivenza che una vera vita, con infrastrutture quasi inesistenti e con i bombardamenti che continuavano nonostante quello che viene definito un cessate il fuoco.

Ha parlato solo per pochi secondi, ma in un modo che sembrava contenere non solo la sua sofferenza, ma quella di un’intera generazione di palestinesi.

“La Nakba continua ancora,” mi ha detto. “Quello che ci è successo nel 2023 è stato peggiore della Nakba del 1948.”

Poi ha aggiunto: “Abbiamo sempre sentito rraccontare dello sfollamento dai nostri genitori. Ora lo stiamo vedendo con i nostri stessi occhi”.

E questa esperienza è tutt’altro che isolata. Secondo le Nazioni Unite, circa il 90% della popolazione di Gaza è stata sfollata dall’inizio del genocidio, e molte persone lo sono state più volte.

In quel momento ho capito che, per mia nonna, la Nakba non era semplicemente una vecchia storia. Era un dolore trasmesso da una generazione all’altra fino ad arrivare a noi, in una forma ancora più dura.

Ma la Nakba non è vissuta allo stesso modo da ogni palestinese.

Ho poi parlato con un mio parente che vive nella Cisgiordania occupata, chiedendogli cosa significhi oggi per lui la Nakba. Mi ha detto che lì non si manifesta attraverso tende o sfollamenti come a Gaza, ma come una vita in cui tutto può cambiare o crollare in qualsiasi momento.

Ha detto che i checkpoint, le incursioni militari e la paura quotidiana creano una sensazione permanente di instabilità, come se la vita stessa fosse diventata temporanea.

“A volte senti di vivere nella tua stessa patria senza sentirti davvero libero o al sicuro,” mi ha detto.

Per lui, la Nakba non riguarda soltanto la perdita della casa. Riguarda anche il vivere senza la possibilità di sentirsi normali, stabili o certi del futuro. E parlando di Gaza, ha detto che i palestinesi stanno vivendo la stessa Nakba in forme diverse. Alcuni la vivono attraverso i bombardamenti e lo sfollamento, altri attraverso una paura costante e vite sospese.

In tutta la Cisgiordania occupata, le incursioni dell’occupazione israeliana, le restrizioni alla libertà di movimento, gli arresti e gli sfollamenti forzati continuano in forme che tante persone considerano un’estensione continua della Nakba.

Abu Hashem, uno dei miei più cari amici fin dall’infanzia, gli attribuisce ancora un altro significato.

Quando ha lasciato Gaza per proseguire gli studi all’estero, pensava che sarebbe rimasto fuori soltanto per qualche mese prima di tornare dalla sua famiglia e alla sua vita normale. Ma oggi osserva il genocidio da lontano, seguendo le notizie degli sfollamenti e dei bombardamenti attraverso il telefono, vivendo costantemente l’impotenza di non poter raggiungere la sua famiglia né di avere notizie adeguate.

“Per me, la Nakba significa essere uno studente che vive lontano da casa, dalla propria famiglia, dalle persone che ama e da una vita che pensavo un giorno di poter ritrovare”, mi ha detto. 

"Pensavo che la Nakba significasse essere costretti a lasciare la propria casa. Poi ho capito che può significare anche non poterci tornare quando la tua famiglia ha più bisogno di te”.

Per lui, la Nakba è diventata un lungo esilio, una sensazione costante di essere lontano dal luogo in cui dovresti stare, mentre tutto lì prosegue senza che tu possa fare nulla.

Poi ho pensato a me stesso.

Il giorno in cui sono stato costretto a lasciare casa mia, credevo che sarebbe stato soltanto per poco. Come molte altre persone, me ne sono andato pensando che sarei tornato a breve. Abbiamo lasciato indietro molte cose perché non immaginavamo che l’assenza sarebbe durata così a lungo. Ma col tempo ho iniziato a capire qualcosa che non avevo mai compreso prima.

Ho capito che le persone palestinesi non hanno bisogno di leggere libri di Storia per sapere cosa significhi la Nakba.

A volte basta perdere la propria casa una sola volta.

Oppure aspettare per ore a un checkpoint.

Oppure guardare la propria famiglia essere sfollata attraverso lo schermo di un telefono mentre ci si trova lontano.

Questo basta per capire che la Nakba non è mai stata soltanto un ricordo.

Dopo 78 anni, la Nakba non ha più un unico significato per i palestinesi. A Gaza può significare tende, sfollamento e perdita della casa. In Cisgiordania può significare una vita sospesa, scandita dalla paura e dai checkpoint. Fuori dalla Palestina può significare un lungo esilio e il dolore di non poter raggiungere la propria famiglia quando ha più bisogno di te.

Ma nonostante queste differenze, una cosa resta condivisa in tutte queste storie: la sensazione costante che la vita palestinese possa essere sradicata o trasformata in qualsiasi momento.

Per questo oggi la Nakba sembra meno legata al passato e più al presente che continuiamo a vivere. Non è soltanto un evento accaduto nel 1948, ma una realtà continua che cambia da una persona all’altra e da una città all’altra, pur restando legata alla stessa radice: l’occupazione israeliana in corso e la perdita permanente di sicurezza, stabilità e normalità che comporta.

E forse è proprio per questo che i palestinesi non hanno un’unica definizione della Nakba. Perché ogni palestinese, ovunque si trovi, porta con sé la propria versione.


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