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ARENE DECOLONIALI: LA PRIMA EDIZIONE DI UN FESTIVAL NECESSARIO

19 Set 2025

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Dall’8 al 14 settembre a Roma si è svolta la prima edizione di Arene Decoloniali, un festival ideato da Un Ponte Per con l’obiettivo di aprire uno spazio di riflessione inedito e urgente nel panorama culturale italiano.

Per sette giorni, cinema, letteratura e dibattiti hanno riportato al centro ciò che troppo a lungo è stato rimosso: la memoria del colonialismo italiano, le resistenze anticoloniali e le conseguenze di uno sguardo eurocentrico che ancora plasma politica, cultura e società.

In Italia il colonialismo è stato rimosso dalla memoria collettiva. Stragi, deportazioni, leggi razziste e campi di concentramento sono stati sistematicamente occultati, lasciando spazio al mito autoassolutorio degli italiani brava gente. Un processo che non riguarda soltanto il passato, ma incide profondamente sul presente, influenzando le narrazioni sulle migrazioni, sul Mediterraneo e sui rapporti internazionali.

Con Arene Decoloniali abbiamo scelto di rompere questo silenzio, offrendo strumenti critici per affrontare le eredità coloniali che ancora ci attraversano.

Il cuore del festival è stato il cinema, inteso come pratica politica e culturale capace di decostruire lo sguardo coloniale.

Dalla proiezione di Adwa – An African Victory di Haile Gerima – a cui è stato assegnato il Premio Arene Decoloniali 2025 – che restituisce la memoria della vittoria etiope contro l’Italia, a Soleil Ô di Med Hondo, che racconta l’esperienza migratoria e l’identità postcoloniale, fino ad Abandon de poste di Mohamed Bouhari, con il suo sguardo ironico e disincantato sugli stereotipi coloniali e sui “nuovi schiavi” della società occidentale.

Il festival si è chiuso con L’ordine delle cose di Andrea Segre, che porta lo spettatore dentro le politiche italiane di respingimento in Libia.

Ogni film è stato un tassello di una narrazione che ribalta prospettive e restituisce voce alle soggettività colonizzate e migrate. Il cinema si è rivelato così non solo mezzo di denuncia, ma anche laboratorio per immaginare nuove forme di racconto e nuove pratiche di solidarietà.

Come ha raccontato Soumaila Diawara, ospite del festival:

“Arene Decoloniali non è semplicemente una rassegna che cerca di informare le persone, ma è anche una forma di resistenza, che travolge una narrazione distorta soprattutto sul colonialismo. Un’iniziativa che non solo può informare sulle responsabilità storiche ma anche unire persone spesso lontane, in un cammino comune”.

Per mantenere inoltre il filo diretto con la Palestina e con le azioni di resistenza al genocidio, abbiamo ospitato il collegamento con la Global Sumud Flotilla

Il festival non si è limitato a raccontare il passato. Ha attraversato questioni simboliche e politiche ancora vive: dal trafugamento delle opere d’arte nelle colonie alla risignificazione dei monumenti celebrativi, come quello ai caduti di Dogali, che ancora oggi definisce “eroi” i soldati italiani caduti in Etiopia.

Un omaggio a Pier Paolo Pasolini, nel cinquantenario della sua morte, ha offerto anche l’occasione per riflettere sul suo sguardo critico ma ambivalente sull’Africa e l’Oriente.

E proprio in queste serate, uno dei momenti più emozionanti: l’incontro inaspettato con Gimè Ahmed, uno degli studenti africani intervistati da Pasolini nel documentario Appunti per un’Orestiade africana. Arrivato in Italia dall’Eritrea oltre cinquant’anni fa, incredibilmente, non aveva mai visto il film di Pasolini, nonostante lo avesse cercato a lungo. Lo abbiamo accolto sul palco e la sua emozione, il suo racconto sono diventati per noi il simbolo stesso di questa prima edizione di Arene Decoloniali: un luogo di memoria, incontro e decostruzione.

Arene Decoloniali ha proposto un approccio che va oltre la condanna del colonialismo come fatto storico. Decolonizzare significa riconoscere come la visione eurocentrica abbia strutturato categorie culturali, politiche e persino estetiche.

Vuol dire mettere in discussione anche concetti come “sviluppo”, “aiuto” o “solidarietà”, che spesso hanno riprodotto logiche di dominio.

Abbiamo portato dentro il festival anche la nostra esperienza di cooperazione internazionale: non come atto di generosità, ma come pratica di risarcimento, e come costruzione di alleanze tra società civili, capaci di cambiare insieme le condizioni di vita delle persone oppresse.

Questa prima edizione ha segnato l’inizio di un cammino: un processo culturale e politico che non vuole limitarsi all’evento, ma che intende continuare a crescere e a contaminare altri spazi.

Un ringraziamento speciale va alle tante persone che hanno partecipato ogni sera e a chi ha arricchito i dibattiti: Papia Aktar di ARCI Roma, Takoua Ben Mohamed, Maria Coletti, Marco Dalla Gassa, Leonardo De Franceschi, Soumaila Diawara, Silvano Falocco della Rete Yekatit 12-19 Febbraio, Daniela Ionita del Movimento Italiani Senza Cittadinanza, Angela Mona, Marina Pierlorenzi di ANPI Roma, Daniela Ricci e Micaela Veronesi dell'Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, Lorenzo Teodonio, Alessandro Triulzi, Vito Varricchio.

Un grazie di cuore ai registi Haile Gerima, Dagmawi Yimer e Francesco Di Gioia, e allə artistə che hanno reso indimenticabile la serata di chiusura: Khalifa Abo Khraisse e Valbona Kunxhiu, Mario Eleno e Manuela Mosè, Luca Chiavinato.

Arene Decoloniali ha aperto una ferita rimossa e, al tempo stesso, uno spazio di possibilità: un’arena in cui la memoria incontra la resistenza, e il futuro può finalmente liberarsi dalle catene del passato coloniale.

E questo è solo l’inizio, il percorso continua: in attesa della seconda edizione nel 2026, continueremo a proporre nuove iniziative e momenti di approfondimento.

Segui la pagina @arene_decoloniali su Facebook e Instagram per restare aggiornatə.


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