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Ospedali senza più farmaci per le operazioni salva-vita. Cliniche nei campi per persone sfollate senza personale medico. Ambulanze ferme per mancanza di carburante. È la devastante realtà che abbiamo iniziato a raccontarvi sei mesi fa, quando da marzo scorso abbiamo visto con i nostri occhi gli effetti della sospensione dei finanziamenti dell’agenzia USAID, voluta dall’amministrazione Trump.
Sono stati mesi terribili, in cui abbiamo assistito giorno dopo giorno al peggiorare delle condizioni sanitarie di migliaia di persone. A partire dai primi mesi dell’anno, infatti, molte organizzazioni hanno sospeso o interrotto del tutto i propri interventi nella regione, e i campi per persone sfollate sono stati i più colpiti. Servizi essenziali come distribuzioni di acqua e cibo, assistenza sanitaria, nutrizione e protezione sono venuti meno, rendendo ancora più difficile la vita di chi già viveva in condizioni precarie.
In campi come Abo Khashab e Serekaniye, noi di Un Ponte Per (UPP), insieme al nostro partner KRC, siamo rimasti gli unici a garantire servizi sanitari, pur con enormi difficoltà, costretti a ridurre drasticamente le attività delle nostre cliniche, limitandole alle sole emergenze e ai trasferimenti verso gli ospedali.
Ma anche gli ospedali stavano progressivamente perdendo la capacità di garantire cure gratuite alla popolazione: a fine aprile, solo un ospedale pubblico su sedici era rimasto pienamente funzionante in tutto il nord est siriano. Questo ha significato, per donne incinte, bambinə e persone affette da malattie croniche o potenzialmente letali, non avere più accesso a cure essenziali e spesso vitali. A pagare il prezzo più alto, ancora una volta, sono state le persone sfollate che vivono nei campi.
Nel frattempo, un altro cambiamento importante ha trasformato lo scenario siriano: la riduzione dei servizi nei campi, unita alla nuova situazione politica seguita alla caduta del regime, ha spinto molte famiglie a tornare nelle proprie aree di origine. Oggi assistiamo a un graduale svuotamento dei campi e al ripopolamento di zone come Deir ez-Zor, che per anni erano rimaste inaccessibili. Ma il ritorno avviene in contesti devastati: mancano acqua, energia, fonti di sostentamento, servizi sanitari e infrastrutture di base.
Assistere impotenti alle difficoltà che queste persone stavano vivendo, vedere la crisi un sistema sanitario che supportiamo da quindici anni per renderlo solido e gratuito, e dover sospendere i contratti di colleghe e colleghi siriani con cui avevamo condiviso un lungo percorso, sono state prove durissime. Ma è stato proprio il senso di responsabilità verso di loro e verso le comunità locali a spingerci ad andare avanti.
Fondamentale, in questo momento, è stato il sostegno della nostra comunità di donatori e donatrici, che ha risposto ai nostri appelli per coprire i bisogni sanitari primari e ci ha dato la forza di continuare a cercare nuovi finanziamenti e a denunciare l’ingiustizia dei tagli.
Così, dopo mesi di sforzi, abbiamo iniziato finalmente a vedere i primi risultati.
Da luglio una parte dei fondi statunitensi è stata sbloccata, mentre grazie al sostegno delle Nazioni Unite ha preso avvio un nuovo progetto che ci permette di riprendere parzialmente il supporto all’Ospedale Nazionale di Hassakeh (HNH), il principale presidio medico della regione, punto di riferimento per oltre 700.000 persone.
Questo progetto mira a rafforzare il sistema di invio dei pazienti, collegando le strutture sanitarie di base all’HNH, così da migliorare l’accesso all’assistenza specialistica. L’obiettivo è rimuovere le barriere economiche che impediscono alle persone di curarsi, riattivando i servizi essenziali. Concretamente, UPP sosterrà l’ospedale coprendo integralmente i costi di interventi chirurgici, esami diagnostici e cure per la popolazione sfollata residente nei campi.
Non possiamo dimenticare le storie delle persone che abbiamo incontrato in questi mesi – come Hanan e Nasser. Per loro, e per tutte le famiglie che continuano a resistere in questa regione martoriata, ogni passo avanti è fondamentale. Ci vorrà tempo per misurare le conseguenze sulla salute di queste persone dell’irresponsabile scelta di sospendere i fondi, in Siria così come in tutto il mondo. Ma è necessario raccontarle, per non dimenticare e perché chi ha preso queste decisioni si assuma le proprie responsabilità politiche.
Il nostro lavoro non è finito. Continueremo a cercare fondi, a rafforzare le reti di solidarietà e ad amplificare la voce di chi altrimenti non verrebbe ascoltato. Ma se oggi possiamo dire che qualcosa sta ricominciando a muoversi, è solo grazie a chi non ci ha lasciati solə.

Lavinia Brunetti - Health Program Manager di Un Ponte Per

