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di Silvia Abbà – Coordinatrice internazionale di ICSSI* e autrice del libro "Il mio posto è ovunque. Voci di donne per un altro Iraq".
Parlando con giovani irachene e iracheni stupisce quanto la Storia – quella che abbiamo letto sui libri di scuola – si intrecci alle concrete storie personali, come i grandi eventi si siano incastonati nelle loro esistenze quotidiane determinandone il corso, la geografia, le tempistiche. Sahar Salam è una donna di Baghdad di 29 anni, da 3 anni lavora con Un Ponte Per come responsabile del progetto “Al Thawra Untha” (La rivoluzione è donna), finanziato dal ministero degli Affari esteri olandese.
“Ho vissuto tutta la mia vita a Baghdad, tranne due anni, dal 2008, quando la mia famiglia è stata costretta a trasferirsi in un altro governatorato. La prima settimana dopo il nostro ritorno a Baghdad abbiamo ricevuto una busta con dei proiettili dentro e ci siamo detti ‘O restiamo, o ce ne andiamo per sempre’. Abbiamo deciso di rimanere e rischiare. Per fortuna ci è andata bene”
Sahar fa riferimento agli anni di conflitto civile che hanno seguito l’intervento militare a guida statunitense della coalizione internazionale. La seconda guerra del Golfo, iniziata a marzo del 2003, ormai 20 anni fa. Lei è cresciuta nel nuovo Iraq, in un paese senza dittatori, formalmente democratico, in cui le donne dovevano essere – finalmente – libere. Eppure, le proteste scoppiate nell’ottobre 2019, che hanno portato migliaia di persone nelle piazze delle città irachene, parlano di corruzione endemica, di mancanza di servizi di base e gravi inefficienze. Sono il sintomo di una profonda crisi di legittimità del sistema settario inaugurato all’indomani della cacciata di Saddam Hussein e del partito Ba’th dal potere. Proteste simili, però, erano già scoppiate negli anni precedenti. La vera novità, questa volta, è stata la partecipazione massiccia delle donne, nelle piazze e negli spazi virtuali dei social media.

“Prima del 2019 c’erano state diverse altre proteste, più piccole, che non avevano avuto alcun effetto reale. La Rivoluzione di ottobre è stato un momento storico per il femminismo perché le donne erano in prima linea”, racconta. Oggi, le nuove generazioni denunciano le storture di quello che doveva essere il nuovo Iraq, e in particolare le giovani donne alzano la testa per ribadire a gran voce il proprio diritto a esistere, a scegliere per sé e per il proprio paese.
“Essere femministe significa assicurarsi che le donne siano trattate in modo equo. Difendere i loro diritti a prescindere dal contesto di provenienza, dalla religione, dalla nazionalità”, spiega Sahar. Le voci delle attiviste e femministe irachene ci guidano nella tessitura di nuove alleanze di cui, oggi, abbiamo estremamente bisogno per costruire, insieme, un mondo in cui tutte potremo essere libere.
*Iraqi Civil Society Solidarity Initiative (ICSSI) è una coalizione irachena e internazionale di attivisti/e che si batte per la giustizia, il rispetto dei diritti umani e la pace in Iraq. https://www.iraqicivilsociety.org/

