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ASPETTANDO IL SOLE: STORIE DAL CESSATE IL FUOCO DI GAZA

10 Nov 2025

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Hassan Herzallah è un traduttore, scrittore e storyteller di Gaza. Collabora con diverse testate internazionali. Per la campagna “Acqua per Gaza”, ha scelto di condividere con Un Ponte Per la sua testimonianza diretta documentando la sua vita sotto assedio e sfollamento. Frequenta il terzo anno di studi in traduzione inglese presso l’Università Islamica di Gaza e prosegue la sua formazione online dopo che l’ateneo è stato bombardato.

Gaza, 7 novembre 2025

Ci è sembrato quasi un sogno svegliarci sentendo i bambini e le bambine del campo gridare: “Cessate il fuoco! Cessate il fuoco!”. È stato un momento di speranza nel mezzo dell’incubo durato due anni che abbiamo vissuto. Non era un giorno qualunque: era l’annuncio di un cessate il fuoco a Gaza dopo due anni di genocidio. La gioia ha travolto la mia famiglia e il campo, ma dentro di noi è rimasto un dolore persistente, anche dopo la fine della guerra.

Avevo atteso con impazienza il cessate il fuoco, per poter finalmente incontrare gli amici che non vedevo da mesi, persino da anni, perché spostarsi durante la guerra era troppo pericoloso e si rischiava di essere colpiti. Abbiamo deciso di incontrarci una settimana dopo l’annuncio, il 16 ottobre, sulla spiaggia di Al-Nuseirat, nel cuore di Gaza City.

Ho incontrato i miei amici Mahmoud, Hussein e Ramez; il nostro quarto amico, Omar, avrebbe dovuto unirsi a noi. Ma suo fratello è ancora intrappolato sotto le macerie di una casa bombardata, e Omar vive in una profonda angoscia. Un altro suo fratello è rinchiuso dietro le sbarre di una prigione israeliana: Omar sperava che venisse rilasciato il 13 ottobre scorso insieme agli altri prigionieri, ma non è successo. Ora porta il peso del dolore e della separazione, soprattutto dopo aver visto la gioia di chi ha potuto riabbracciare le proprie persone care liberate.

Ho passato la giornata con i miei amici, ridendo un momento e piangendo quello dopo, ricordando i momenti dolci e dolorosi del genocidio. In mezzo a tutto questo, una domanda continuava a tornarmi alla mente: come ci si sente quando finalmente è finita?

Hussein viveva ad Al-Nuseirat e non ha dovuto lasciare la sua casa durante la guerra. Ha trascorso lì due anni, sopportando gli orrori dei bombardamenti, della morte e della fame, accogliendo nella sua abitazione molte persone sfollate. Purtroppo, alcune di loro sono state uccise durante gli attacchi. Anche se non se n’è mai andato, ha vissuto nella costante paura di dover fuggire da un momento all’altro. Quando è arrivata la notizia del cessate il fuoco, il suo primo sentimento è stato di sicurezza, sapendo che la sua famiglia non avrebbe dovuto lasciare la propria casa.

Mahmoud viveva a Gaza City, che è stata bombardata incessantemente, e lui e la sua famiglia sono stati costretti a evacuare verso sud per sfuggire agli attacchi. Ha affrontato il suo carico di orrori di guerra - lasciando la sua casa e tutte le sue cose, vivendo con la famiglia in una piccola stanza nella casa di un parente, e attraversando ogni fase del genocidio: bombardamenti, morte, fame e prezzi schizzati alle stelle. Quando è stato annunciato il cessate il fuoco, il loro primo sentimento è stato di paura per la loro casa - se fosse ancora in piedi o meno. Due giorni dopo hanno scoperto che era sopravvissuta ai bombardamenti, e la gioia è stata immensa: finalmente potevano tornare, dopo più di un anno e mezzo di sfollamento. Tutto ciò che restava da fare era pulire la casa e riprendere la vita di sempre.

Il mio amico Ramez, che vive a est di Khan Younis, ha vissuto un tipo diverso di incertezza. Con la notizia del cessate il fuoco, la sua famiglia è stata sollevata nello scoprire che la loro casa - l’unica ancora in piedi nella zona – c’era ancora. Ma la loro gioia è durata poco. Le forze armate israeliane continuano a colpire nuove abitazioni a est di Khan Younis ogni giorno, lasciando Ramez e la sua famiglia in una condizione di paura costante. Ogni giorno che sorge porta con sé una nuova minaccia, e non sanno mai se la loro casa - e la possibilità di tornarci - potrà essere spazzata via in un istante. Il cessate il fuoco ha portato speranza, ma per loro il pericolo e l’ansia restano compagni costanti.

Per quanto mi riguarda, ho trascorso i primi nove mesi di genocidio nella mia casa a Rafah, nel sud di Gaza, prima di essere costretto a evacuare. In quel momento, mi è sembrato che la mia anima lasciasse il mio corpo. Ci siamo trasferiti a vivere sotto le tende, sopportando le difficoltà della guerra: il caldo torrido dell’estate, il freddo pungente dell’inverno, i bombardamenti, la fame e la mancanza dei più elementari servizi umanitari.

Ma ciò che è ancora più doloroso è che oggi, dopo la fine della guerra, non ho più una casa a cui tornare: la mia è stata completamente distrutta. Vivo ancora in un campo per sfollati nell’area di Rafah, la mia città che un tempo ospitava oltre un milione di persone. Ora, senza notizie sul nostro possibile ritorno, il futuro sembra incerto e un senso di vuoto ci consuma mentre viviamo senza poter soddisfare i bisogni fondamentali della vita.

Mi chiedo: come può una persona che ha perso la propria casa e la propria famiglia provare gioia dopo una guerra simile? La fine dei bombardamenti è stata davvero sentita allo stesso modo da tutte le persone?

Ora, mentre i giorni che hanno fatto seguito al cessate il fuoco continuano a scorrere, la vita nel campo è attraversata da un misto di sollievo e sfinimento. I bombardamenti si sono fermati, ma la lotta per sopravvivere continua in forme diverse. È arrivato l’inverno, e il freddo penetra attraverso le tende sottili. Ogni giorno le famiglie cercano acqua potabile, raccolgono legna, condividono il pane e provano a ricostruire quel poco che possono.

Eppure, tra le rovine e il gelo, continuo a chiedermi: può davvero esserci gioia dopo tutto ciò che abbiamo sopportato? Dopo due anni di genocidio, arriverà mai un giorno in cui un vero senso di stabilità riempirà di nuovo i nostri cuori?

Nonostante tutto, Gaza respira ancora. Vedo i bambini e le bambine del campo giocare tra le case ridotte in macerie, alcune merci lentamente tornare nei mercati e alcune scuole - chiuse da tempo - prepararsi a riaprire.

Il sole a Gaza manca da troppo tempo. Eppure, noi, lo aspettiamo ancora.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza

 


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