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ASPETTANDO IL SOLE: UN NUOVO ANNO FRAGILE A GAZA

21 Gen 2026

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Hassan Herzallah è un traduttore, scrittore e storyteller di Gaza. Collabora con diverse testate internazionali. Per la campagna “Acqua per Gaza”, ha scelto di condividere con Un Ponte Per la sua testimonianza diretta documentando la sua vita sotto assedio e sfollamento. Frequenta il terzo anno di studi in traduzione inglese presso l’Università Islamica di Gaza e prosegue la sua formazione online dopo che l’ateneo è stato bombardato.

Gaza, 21 gennaio 2026

Erano trascorsi solo pochi giorni da quando eravamo entrati nel nuovo anno. Non contavo i secondi, non controllavo il telefono, non mi aspettavo alcun augurio. Sedevo in silenzio, fissando la tazza di tè che avevo preparato: niente luci, niente musica, nessun suono familiare intorno a me.

Fuori, il mondo festeggiava, ma qui il silenzio pesava più che mai.

Sono arrivati i primi momenti del 2026 e, con loro, il pericolo è tornato nel campo. Il rombo lontano delle esplosioni provenienti dalle zone dove l’esercito israeliano è ancora stanziato e gli occasionali bagliori di fuoco nel cielo notturno mi hanno ricordato che le nostre vite sono ancora misurate dalla sopravvivenza, non dai secondi. Non ero completamente solo quella notte: Simsim, il mio uccellino, sedeva in silenzio accanto a me. Il mio unico compagno in giorni segnati dalla perdita.

Le notti di gennaio sono iniziate con l’insonnia causata dal rumore degli spari continui che sopportiamo. Pochi giorni fa, intorno alle due del mattino, una pioggia di colpi sparati a caso si è abbattuta sui campi. Proveniva dai carri armati e dalle pattuglie navali israeliane. In quel momento io e i miei fratelli siamo rimasti stesi a terra dentro la nostra tenda, senza poterci muovere per paura di essere colpiti. Sentivo i proiettili fischiare sopra le nostre teste, la tenda non ci offriva nessuna protezione, e le tazze si rompevano, colpite dai proiettili.

La mattina seguente, al risveglio, abbiamo saputo che quella notte c’erano state più di 17 persone ferite nel nostro campo e in quelli vicini. Questa situazione continua a creare una costante una sensazione di instabilità, un sentimento che ci accompagna ogni giorno qui, anche dopo che il cessate il fuoco esiste “sulla carta”. Da qui, la tregua non ha fermato il pericolo; al contrario, ha assunto le sembianze di una minaccia quotidiana che il mondo non vede più.

Oltre al pericolo immediato, c’è il genocidio silenzioso che subiamo durante i mesi invernali.
Questo è il secondo inverno che io e la mia famiglia trascorriamo dentro una tenda. La pioggia è iniziata presto quest’anno e la forza del vento ha travolto tutto ciò che ha incontrato sul suo cammino. Solo due giorni fa, le tempeste hanno strappato una parte della tenda dove dormiamo io e i miei fratelli, costringendoci a spostare in fretta le nostre cose in quella dei miei genitori. Alcuni miei oggetti personali, come il mio computer, che per altro mi ha prestato un amico, sono stati danneggiati quel giorno. Anche chi vive dentro le case ha visto parti delle proprie abitazioni crollare sotto la forza delle tempeste di questo inverno.

Abbiamo iniziato ad assistere quasi ogni giorno al crollo di case e tante persone hanno perso la vita così. Anche il mio amico Mahmoud mi ha raccontato che la sua casa è crollata all’improvviso in quei giorni, trasformando la quotidianità in una costante sfida per mettere alla prova la nostra sopravvivenza.

Ma il freddo che sentiamo in questo inverno non dipende solo da un normale calo delle temperature: è la paura costante e opprimente a farci tremare.

Ogni giorno sentiamo di persone anziane o giovani che muoiono per il freddo. Dall’inizio dell’anno, 7 persone sono morte a causa del freddo, tra cui un neonato, il figlio del barbiere da cui vado. Vivo con la continua preoccupazione per i bambini e le bambine intorno a me, e per i miei fratelli più piccoli.

A metà di questo mese, la mia famiglia ha perso una persona a noi molto cara: Mohammed, il vicino di mio padre. Era un suo caro amico quando vivevamo ancora nelle nostre case a Rafah. Ogni volta che parlava con mio padre, diceva che sarebbe venuto a trovarci ad Al-Mawasi, aggiungendo sempre: “Ci incontreremo presto, una volta tornati nelle nostre zone”.

Ma non siamo tornati, e quella visita non c’è mai stata.

A metà di questo mese, Mohammed e sua figlia sono stati martirizzati mentre camminavano per strada, vittime dei bombardamenti israeliani. Quando mio padre ha ricevuto la notizia, ha ripetuto a lungo una sola frase: “Non abbiamo perso Mohammed nonostante due anni di genocidio, eppure lo abbiamo perso nel mezzo di un fragile cessate il fuoco, mentre il mondo crede che stiamo vivendo una tregua”.

Quel momento è stato sufficiente per farmi capire che il pericolo non ci ha mai lasciati e che qui la morte non richiede una guerra aperta; a volte, basta semplicemente uscire di casa.

Con i prezzi instabili nei mercati a causa dell’apertura irregolare dei valichi, la vita diventa ogni giorno più pesante. Guardo la mia famiglia, soprattutto mia madre, la cui salute è peggiorata gravemente a causa della guerra. A volte non riesce nemmeno a camminare per il dolore alla testa che si estende lungo la schiena. Stiamo ancora aspettando che i valichi aprano, cosa che sarebbe dovuta accadere mesi fa, ma l’occupazione continua a violare i termini del cessate il fuoco. Ogni volta che cerchiamo di contattare istituzioni in Italia e in altri Paesi per permettere a mia madre di viaggiare e ricevere cure adeguate, ci scontriamo con la stessa dura realtà. I farmaci disponibili sono insufficienti per la sua condizione, e i medicinali specialistici di cui ha bisogno non sono accessibili a Gaza, perché Israele continua a ostacolare l’ingresso dei farmaci.

Qui, a Gaza, non stiamo aspettando un nuovo inizio ma un giorno normale. Un giorno in cui si possa dormire senza paura, in cui mia madre possa svegliarsi senza dolore, e in cui le persone possano camminare per strada senza rischiare di morire.

Ecco perché non abbiamo festeggiato l’arrivo del nuovo anno. Eppure, mi aggrappo a una piccola, ostinata speranza: che l’anno a venire sia meno duro e che ci restituisca ciò che da tempo ci è stato tolto.

A poche settimane dall’arrivo del nuovo anno, lo stesso silenzio che ne aveva segnato l’inizio aleggia ancora intorno a me. La vita continua con le sue minacce quotidiane e le sue incertezze; eppure, in mezzo a tutto questo, il mio piccolo Simsim spesso mi guarda in silenzio. Non emette alcun suono né canta come fa di solito, come se percepisse il peso di tutto ciò che stiamo sopportando. In quei momenti il silenzio tra noi sembra un linguaggio condiviso, un piccolo ancoraggio di presenza e conforto in un mondo in cui persino i giorni ordinari sono fragili.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza


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