A Gaza l'emergenza non è finta. Aiutaci a portare acqua, cibo e ripari per affrontare l'invento. Dona ora.

"Sono davvero contenta di essere l’autrice della nuova Tessera 2022 di Un Ponte Per. Ho scoperto di essere la prima fumettista donna a realizzare la tessera. Sono onorata che la scelta sia caduta su di me. Conoscevo da tanto tempo UPP, poi una sera a Lucca, Claudio Calia [n.d.r. già autore della graphic novel ’Kurdistan. Dispacci dal fronte iracheno’ insieme a UPP] mi ha parlato tanto dell’associazione. Così ho curiosato sulle attività ‘del Ponte’ in Medio Oriente, finché un bel giorno Claudio mi ha chiesto di sostituirlo in un laboratorio sul fumetto che UPP stava organizzando in Iraq e a Napoli. Alla fine in Iraq, per vari motivi, non sono più riuscita ad andare. Spero ci sia in futuro questa possibilità”.
Takoua è una fumettista, producer e autrice della graphic novel Il mio migliore amico è fascista, il suo ultimo libro.
Le storie che racconta trasudano coraggio: il coraggio necessario per vincere gli stereotipi razziali e religiosi.
Abbiamo scelto la sua proposta per la nuova tessera di UPP perché incarna benissimo i valori in cui i nostri soci e le nostre socie si riconoscono. “Ponti, non Muri” per noi significa conoscere e abbracciare l’altrə, rinunciare alle sovrastrutture coloniali per un nuovo rapporto col mondo.
Takoua nei suoi primi 30 anni ne ha passate tante, come testimonia in prima persona nell’intervista che ci ha concesso.
Grazie Takoua, siamo onoratə anche noi che sia proprio tu l’autrice della nuova tessera!
Takoua, un nome difficile da imparare
“A maggio 2021 è uscito ‘Il mio migliore amico è fascista’, in cui racconto l’amicizia improbabile tra me e Marco, l’amico fascista del titolo. Siamo passati da perfetti nemici a migliori amici. La verità è che avevamo contribuito entrambi alla costruzione di un muro di pregiudizi che poi solo a fatica siamo riusciti ad abbattere. Nel libro però non parlo solo del rapporto con Marco. Parlo di tante cose: di storia, di islamofobia, di bullismo, cyberbullismo, di razzismo verso chi come me proviene da un altro luogo. Non ho subìto tutto ciò solo dai compagni ma anche e soprattutto dagli insegnanti.
L’adolescenza nella periferia romana non è stata semplice. All’inizio non sapevo la lingua e disegnavo per comunicare.
Io e Marco eravamo compagni di banco. Una nostra insegnante aveva deciso così, nonostante le nostre proteste. Una linea col pennarello indelebile separava a metà il nostro banco, ovviamente tracciata di comune accordo. Nessuno di noi due voleva avere a che fare con l’altro/a.
Marco si dichiarava fascista, ma non sapeva cosa volesse dire. Il fascismo per lui rappresentava tutto ciò che odiava in me. Ovviamente lo odiavo anch’io. Per gli insegnanti invece ero la poverina, che andava salvata a tutti i costi. Eppure non sapevano nulla di me. Vedevano il velo che portavo sulla testa e tanto gli bastava. Neanche mi chiamavano con il mio nome, una mancanza di rispetto che non potrò mai dimenticare. Di sicuro non sarei la Takoua di oggi se non avessi vissuto quelle esperienze. Capii ben presto che troppe cose non mi tornavano.
La storia che studiavo a scuola era profondamente eurocentrica, basti pensare al colonialismo. Si studiava che l'Italia era andata in Libia, in Somalia, in Eritrea per “civilizzare”. Non si studiava cosa c’era prima in quei paesi o i danni profondi causati dal colonialismo. Per fortuna mio papà era insegnante in Tunisia, quindi tornavo a casa e mi facevo raccontare ‘l’altro’ punto di vista.
Conoscere la storia tunisina ha rappresentato una ricerca sulla mia identità. Chi sono io? Durante l'adolescenza vivevo una “doppia vita”. Fuori scuola facevo attivismo, ascoltavo cosa dicevano le persone grandi. A scuola invece andavo malissimo: mi ero imposta di non studiare le materie degli insegnanti che non mi rispettavano. Ed erano la maggioranza. A scuola noi ragazzi/e di seconda generazione non venivamo considerati/e. Gli insegnanti dicevano sempre “voi stranieri” e “noi italiani”. Ricordo che un giorno una maestra chiese cosa avevamo fatto nel weekend.
Io risposi che ero andata ad una manifestazione per la Palestina. La maestra rimase scioccata [n.d.r. ride]. Iniziò a dubitare di quello che raccontavo, a chiedersi chi fosse mio padre, mia madre...
Oggi la realtà è molto diversa rispetto ad allora. Le insegnanti hanno più esperienza, ma sono i ragazzi e le ragazze a cambiare la scuola. E non parlo solo di giovani di seconda o terza generazione. Per tuttə è ormai normale avere diversità attorno a sé, differenze. Siamo in una fase transculturale. Puoi vedere ragazzə discutere con i propri genitori: la bambina magari difende la libertà personale di una sua amica con il velo, al contrario di sua madre che lo indica come un simbolo di oppressione. La figlia conosce meglio il mondo di sua madre. Certo il razzismo o il bullismo ci sono ancora, non sono scomparsi”.
L’infanzia tunisina e l’arrivo in Italia
“Sono arrivata in Italia che avevo 8 anni. Sono la settima di otto figli. La mia infanzia in Tunisia non è stata semplice. Papà era stato costretto a fuggire dal regime. L’ho conosciuto solo quando sono arrivata in Italia. La mamma però non ci ha mai fatto pesare nulla. Ricordo che nonostante tutto, eravamo felici. A casa mia la porta sul retro dava sul deserto del Sahara. Eravamo liberi/e. Potevamo giocare quanto volevamo, sempre in sicurezza. Qui a Roma naturalmente è molto diverso, non puoi giocare fuori casa da sola. Eppure la dittatura era lì, non qui. Ero serena, nonostante quello che accadeva intorno: la polizia entrava continuamente in casa. Mia madre aveva mio padre in esilio, il fratello morto in carcere, la sorella sindacalista. Si è ritrovata a diventare un’attivista senza volerlo. Venivano spesso in casa altre donne, parenti o mogli dei dissidenti. in quegli anni molte donne hanno subito violenze dalla polizia. Così si creavano dei gruppi femminili di mutuo supporto, che hanno aiutato tantissime donne ad andare avanti, nonostante tutto.
Quando sono arrivata in Italia abitavamo a Valmontone, un piccolo comune vicino Roma. Non era poi così diverso dalla Tunisia. C’erano tanti prati, tanta libertà. Nonno Giovanni e nonna Ada [n.d.r. i vicini di casa] si prendevano cura di me quando i miei erano occupati. Non è stato uno shock trasferirmi in Italia. Lo shock vero è arrivato dopo: con l’attentato dell’11 settembre mutarono gli sguardi della gente. Ci spostammo a Roma e tutto mi sembrava diverso. Sentivo una grande diffidenza, non capivo.
Prima di allora nessuno sapeva niente di Islam, delle persone musulmane. Poi tutto è cambiato. Non potevo ignorare la gente che mi sputava mentre camminavo per strada.
L’arrivo a Roma coincise anche con la mia adolescenza. Cominciarono i problemi. Le scuole medie sono state terribili, quelle superiori ancora peggio. Ho avuto problemi con gli/le insegnanti, con i compagni, le compagne, durante il tragitto sui mezzi pubblici. Devo dire che senza quelle esperienze non sarei la Takoua di oggi, mi hanno fatto crescere”.
«Ok, ma adesso ci racconti perché porti il velo?»
“Quando ho compiuto 12 anni ho cominciato a portare il velo, di mia irremovibile volontà. In realtà non è che fosse una vera e propria scelta. Era più che altro una prova. A 12 anni non sapevo niente di religione. I miei genitori non erano d’accordo e sono persone molto praticanti. Per un po’ di tempo ho indossato il velo di nascosto. Uscivo di casa e lo mettevo mentre andavo a scuola. Sarà durato qualche settimana… ma la Takoua dodicenne lo ricorda come un tempo lunghissimo: significava disubbidire ogni giorno ai miei genitori. Non era tanto il velo che volevo sperimentare, quanto lo sguardo degli altri su di me. I miei genitori sono persone colte, consapevoli di ciò a cui andavo incontro. Perciò non volevano. Mi ripetevano che ero troppo piccola, ma la mia testardaggine era più forte. Il primo feedback arrivò da Marco, l’amico fascista del libro. Mi disse che ero una talebana, una terrorista.
Gli chiesi che cosa significassero quelle parole. Marco non lo sapeva e neanche io. Così è cominciata la mia storia con il velo, poi con gli anni il suo significato è cambiato. Quello che è rimasto costante è che il velo mi ha sempre messo in situazioni scomode. Ancora oggi mi permette di capire immediatamente chi ho di fronte.
Marco mi diceva che con il velo non sarei mai potuta essere italiana. Tutto ciò ha temprato il mio carattere, ha lasciato che mi imponessi per quella che sono, senza cercare l’accettazione altrui a tutti i costi. Tante ragazze che conosco non ce l’hanno fatta. Portavano il velo ma dopo qualche anno, per la pressione sociale, hanno deciso di toglierlo. Io le capisco, è la stessa pressione che ho subito io. Tantissime volte ho pensato di toglierlo, soprattutto nel periodo degli attentati ISIS. Portare il velo in un contesto che ti rifiuta, non è una scelta che fai una volta per tutte, è una scelta che va rifatta tutti i giorni. Anche le persone che dovrebbero essere dalla mia parte, come le femministe o chi difende i diritti delle donne, hanno spesso una visione ristretta ed eurocentrica: sono vittime di un razzismo più subdolo perché non è riconosciuto.
Le domande sul velo non è che non mi piacciono. Dipende sempre dal punto di vista da cui si fanno: mi dicono che nei miei libri parlo del velo, ma io parlo di ciò che succede a chi lo porta. Se mi chiedi perché porto il velo, io una risposta non te la do. Per me è una questione molto intima. Non sono tenuta a soddisfare la curiosità delle persone. Se invece mi si chiede la mia esperienza con il velo, non c'è problema: è il tema di cui tratto nel libro. Una volta una signora, dopo una presentazione, mi ha detto "brava! Ma noi siamo venuti per sapere perché porti il velo”, allora un’altra signora le ha risposto “sì, ma lei non è tenuta a risponderti!”.
Io sono rimasta in silenzio e loro si sono messe a litigare” [n.d.r. ride].
Takoua diventa italiana!
“Dopo ventidue anni e mezzo in Italia, lo scorso anno ho avuto finalmente la cittadinanza!
Ho perso tantissime occasioni di studio per questo motivo. Lo Ius Soli è sentito come un problema, sia a destra che a sinistra. Quando oggi vado nelle scuole chiedo a ragazzi/e che cosa significa per loro essere italiani.
Mi rispondono “essere nati in Italia”, punto.
Gli adulti rispondono sempre “essere nati in Italia” e poi aggiungono tutta una serie di cose che dovrebbe fare di te un vero italiano. Come ad esempio abbandonare la propria lingua d’origine, la propria religione, i propri usi e costumi.
Le giovani generazioni sono diverse. Non gli importa del colore della pelle. Il cambiamento è più rapido di quello che percepiamo, per loro è tutto normale. Più vado avanti e più mi stufo di parlare con gli adulti, mi caricano di negatività. Finisco col chiedermi perché faccio tutto questo. Poi però parlo con ragazze/i e mi torna il sorriso”.

