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Fumettista, femminista, autrice, attivista ironica, Pat Carra è tante cose, e tutte intrecciate. Nata a Parma, vive a Milano dal 1977, città che sente ormai stravolta dalla cosiddetta “rigenerazione urbana” degli ultimi anni. Quest’anno Pat ha donato a noi di Un Ponte Per la Tessera 2025 [ UNISCITI A NOI! >>]
Con l’occasione l’abbiamo incontrata e ci ha raccontato il suo percorso di vita, attraverso le armi che padroneggia meglio: le vignette. Partiamo dal principio.
Pur iniziando a lavorare giovanissima, non ha mai frequentato un’accademia d’arte — “il mio disegno nasce autodidatta, distante dal canone accademico” — e forse è proprio questa libertà che “mi ha permesso di costruire un linguaggio e uno stile grafico più diretto, personale, tagliente”.
Fin da bambina, Pat racconta che sentiva l’esigenza di usare il disegno per reagire ed elaborare la rabbia di fronte a episodi di prepotenza.

Quindi, l’incontro con il femminismo. “Negli anni ’70 ho cominciato a pubblicare insieme ai collettivi femministi: locandine, libri, cataloghi. Sempre usando l’ironia e la chiave satirica”. È così che la vignetta diventa espressione politica e strumento di pensiero critico, un’alternativa alle ideologie prestabilite. “L’umorismo è l’unica forma che mi ha permesso di non abbracciare davvero mai uno slogan preconcetto. È la mia garanzia di autenticità”. Nel 2019, dopo la chiusura - a causa di un attacco legale di Bayer-Monsanto - della storica rivista Aspirina, Pat co-fonda Erbacce. Forme di vita resistenti ai diserbanti, un progetto editoriale autoironico ed eco-umorista. “Lì abbiamo capito moltissime cose: sui pesticidi, sull’agroindustria, sulla forza dell’umorismo come antidoto. Non ci definiamo tanto eco-femministe, quanto eco-umoriste”.
Molti dei suoi lavori intrecciano riflessione femminista, guerra e violenza sistemica. Come la striscia di vignette Come lasciare un uomo senza lasciarci la pelle, pubblicata nel 1987, purtroppo ancora attualissima. “È una striscia sulla violenza di genere, quando ancora non si usava il termine femminicidio. Un fumetto che per me resta centrale, perché va oltre il dolore, cerca di trovare un modo per salvarsi. Il ritorno alla clava simboleggia proprio questo”.

Pat è stata tra le prime a raccontare con le vignette la connessione tra guerra e violenza patriarcale. “Ho cominciato con la guerra nei Balcani, poi con l’Afghanistan e l’Iraq post-11 settembre. Una delle vignette mostrava due donne con il burqa mentre piovevano bombe: una diceva Vengono a liberarci dal burqa, l’altra chiedeva Il corpo lo possiamo tenere?”.

La guerra, che per la fumettista personifica la massima incarnazione patriarcale: “Vandana Shiva dice che l’estinzione è l’unica modalità con cui il patriarcato affronta le cose vive e libere. È quello che fanno con le bombe quelli come Trump o Netanyahu, insieme a molte altre persone di potere, uomini e donne”. Nonostante il momento storico in cui le guerre e i genocidi vanno avanti in diretta social, Pat non ha perso la fiducia nel futuro. “Io mi fido delle persone giovani. Vedo in loro una sensibilità nuova, reale, che si volta meno dall’altra parte”.
La delusione verso le istituzioni occidentali, in particolare quelle europee, è forte — “l’idea astratta dei diritti si è cesellata nel nulla” — resta invece la fiducia verso i legami reali con le persone. “Per me Un Ponte Per è un intreccio vivo con un pezzo di mondo. La tessera che ho disegnato, con quei corpi che si tendono come un ponte, nasce da lì. È il corpo che connette, è la relazione di solidarietà umana che costruisce”. Come quella per Gaza e la sua popolazione, sottoposta a indicibili sofferenze. “Sono in contatto continuo da mesi con Safaa Odah, una cartoonist palestinese di Gaza.

Una tenda in Palestina, la sua rubrica settimanale su Erbacce, è per me e la redazione il ponte più forte in questo momento. Safaa non può uscire dal campo profughi di Khan Yunis, eppure riusciamo a continuare a scriverci. Vivo nell’ansia quando una sua risposta tarda ad arrivare. Le parole, come i fumetti, costruiscono ponti quando sembrano impossibili da costruire. Spero di cuore di poterla abbracciare un giorno dal vivo”.
Dopo tanti anni di carriera, oggi Pat guarda con preoccupazione anche al mondo digitale e all’evoluzione del lavoro, “troppo spesso strozzato dalle piattaforme”. Nel suo ultimo libro, La bracciante digitale e altre storie, riflette sulla continuità tra lo sfruttamento agricolo e quello tecnologico. “Ho tentato di mettere in parallelo le lotte agricole delle braccianti con la lottizzazione del latifondo del web e la tecnocrazia globale. Da lì è nata l’idea della bracciante digitale: una che lotta contro i grandi oligarchi del web. Amazon, Google, le principali piattaforme social, sono i nuovi padroni. E il nostro corpo — anche davanti al computer — continua a pagare un prezzo alto per la loro ricchezza”.
Pat Carra continua a vivere l’arte in qualche modo come un gesto fisico, un esercizio di resistenza, che non teme le insidie dell’intelligenza artificiale. “Ho provato a fare una sola domanda sola all’AI: puoi fare una vignetta sulla guerra? Mi ha risposto che non si può fare umorismo su temi così seri… e pensare che io ne ho fatte così tante”.


