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ASPETTANDO IL SOLE. LA VITA A GAZA, TRA TECNOLOGIA E REALTA'

16 Feb 2026

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Sono rimasto fuori dalla mia tenda per 18 ore. Durante la notte la pioggia ha continuato a cadere addosso a me ed ai miei amici, e durante il giorno siamo rimasti bloccati sotto il sole. Tutto questo solo per attivare un conto bancario che, due anni fa, avrei potuto aprire in meno di trenta minuti.

A Gaza, accedere al denaro è diventato un viaggio di per sé. Ogni numero sullo schermo racconta una storia di resistenza e fatica, e ogni passo per raggiungerlo ti insegna cosa significa vivere nelle condizioni più dure.

Tutto è iniziato quando ho sentito che le banche nel centro di Gaza City avevano ricominciato a permettere alle persone di accedere ai propri conti, dopo essere rimaste chiuse per più di due anni.

Ho deciso che dovevo andare, a qualunque costo, perché non sappiamo più cosa possa accaderci domani. Tre amici hanno accettato di venire con me. Siamo arrivati alle 22, pensando di essere tra i primi. Invece c’erano già decine di persone. Il mio numero era il 50. Alcune persone già dormivano all’ingresso della banca.

Abbiamo aspettato in strada. Uno dei miei amici ha detto: “Forse dovremmo tornare domani. È troppo stancante”. Ma avevo deciso che non me ne sarei andato senza attivare il mio conto. Tutti tenevamo i documenti in mano, cercando qualcosa su cui appoggiarci. Non c’erano sedie, né un riparo dal sole, né un sistema chiaro per capire quando sarebbe arrivato il nostro turno.

Durante le prime ore abbiamo chiacchierato, per far passare il tempo. Verso le 2 del mattino, il freddo è diventato insopportabile. Ognuno cercava un angolo per ripararsi dal vento. Le ossa ci facevano male per il freddo. All’alba, la strada si è riempita ancora di più. Alcuni dormivano direttamente a terra, coperti da coperte sottili o pezzi di stoffa. Altri cercavano un piccolo spazio per sedersi, appoggiandosi appena al marciapiede. Le conversazioni erano a bassa voce, mescolate al rumore delle auto che arrivavano di tanto in tanto. Ogni minuto sembrava pesante. Ogni ora aumentava la nostra stanchezza. Ma non avevamo altra scelta se non aspettare.

Col passare del tempo ho iniziato a sentire il peso dell’attesa nel corpo. Ma anche nell’anima. Le mie mani erano ormai irrigidite per aver stretto a lungo i documenti e la bottiglia d’acqua. I piedi si erano gonfiati per essere rimasto in piedi così a lungo. I miei occhi continuavano a fissare la porta chiusa della banca: sembrava il cancello verso un altro mondo.

“Pensi che riusciremo ad attivare i nostri conti?”, mi ha chiesto Ahmad, uno dei miei amici.

“Non lo so”, ho risposto. “Ma io non me ne vado senza il mio”.

Con l’avvicinarsi del mattino, l’ansia è aumentata. Sarebbe arrivato il mio turno prima della chiusura? Il numero 50 sarebbe stato ancora valido? Sono momenti come quelli a rivelare parte della nostra quotidianità a Gaza: dove qualcosa di semplice come accedere a un conto bancario richiede uno sforzo enorme.

Alle 8 del mattino i cancelli della banca si sono finalmente aperti. A quel punto, più di 200 persone erano in fila dietro di me. Due ore dopo l’apertura, finalmente ero davanti alla porta, in attesa che qualcuno uscisse per poter entrare. Sembrava una piccola vittoria, e allo stesso tempo un segno evidente della crisi in cui viviamo.

All’interno, attivare il conto ha richiesto meno di 30 minuti. Ma questo non ha reso la situazione meno grave. Per anni le banche non hanno pagato regolarmente stipendi o trasferimenti. Accedere ai contanti è diventata una lotta quotidiana, anche per chi possiede un conto. Il denaro esiste sullo schermo. I numeri lo mostrano chiaramente. Ma trasformarli in soldi reali è una battaglia quotidiana.

Negli ultimi due anni, e ancora oggi nonostante il cessate il fuoco sulla carta, molte persone sono state costrette a rivolgersi ai fornitori di liquidità. Si tratta di persone che, negli angoli delle strade o nei piccoli locali, offrono un solo servizio: trasformare un saldo bancario in contanti in cambio di una commissione elevata. In alcuni periodi questa commissione è arrivata a superare il 40%. E’ così che la gente ha perso una parte consistente del proprio denaro solo per accedere a ciò che era loro di diritto, mentre i prezzi dei beni continuavano ad aumentare drasticamente.

Ma non è l’unico problema. Le monete sono ormai quasi inesistenti e le banconote logore. Anche io ne avevo una, e l’ho portata in un posto che qui a Gaza chiamiamo “la clinica dei soldi” per farla sistemare.

Più tardi ho provato a comprarci del pane. Il venditore l’ha osservata attentamente e alla fine l’ha rifiutata. Me ne sono andato affamato, senza riuscire a comprarlo. In momenti come questi, persino il denaro sembra instabile.

Gli stipendi o i saldi che mostrano le app bancarie sono più un’idea che una somma affidabile su cui poter contare per pianificare gli acquisti del mese. Per via dei prezzi schizzati alle stelle, la cifra totale si riduce ad ogni fase: durante il trasferimento, durante il prelievo e durante l’acquisto. Ciò che alla fine ti resta in mano non è la somma che hai realmente guadagnato. Trasformare il denaro digitale in beni tangibili diventa un processo estenuante e mentalmente logorante.

Ciò che rende tutto ancora più complesso è che questa crisi finanziaria non riguarda solo i numeri, ma crea una pressione sociale e psicologica costante. Pensare al denaro non significa più risparmiare o pianificare il futuro, ma capire come accedervi rapidamente per coprire i bisogni essenziali: pane, acqua, elettricità, forse un po’ di gas per cucinare.

E’ questo il paradosso: dipendiamo da un sistema finanziario digitale avanzato, ma viviamo una vita primitiva. Il denaro arriva tramite app sul telefono. I trasferimenti avvengono in pochi secondi. I saldi si aggiornano istantaneamente. Il processo fa pensare di vivere in un posto moderno, con infrastrutture avanzate. Ma la realtà materiale in cui siamo è completamente diversa.

Viviamo in tende senza elettricità, senza acqua corrente e senza molte cose che quotidianamente sono necessarie. Niente frigoriferi per conservare il cibo. Niente fornelli che funzionino con continuità. Nessuna illuminazione affidabile. Eppure abbiamo portafogli digitali sul telefono, app bancarie e costanti notifiche di trasferimento di fondi. La tecnologia finanziaria è arrivata molto prima dei beni essenziali alla sopravvivenza di ogni essere umano.

Quando ho ricevuto il mio primo pagamento per un articolo che avevo scritto, ho provato sollievo per un istante. I numeri che apparivano sullo schermo mi hanno dato un senso di sicurezza economica. Ma ho capito presto che quel numero non significava nulla se non potevo trasformarlo in pane, acqua, elettricità o gas. Prima dovevo trovare un intermediario disposto ad accettare il trasferimento. Poi accettare di pagare la commissione. Poi trovare un negozio che vendesse ciò di cui avevo bisogno e che accettasse il contante logoro. Tutti questi passaggi solo per assicurarmi i beni essenziali.

Alla fine della giornata, sopravvivere a Gaza non dipende solo da quanto denaro possiedi, ma dalla tua capacità di accedervi e utilizzarlo in condizioni difficili. Il denaro digitale esiste, ma la vita reale è estremamente fragile. La tecnologia moderna avanza rapidamente, mentre gli elementi fondamentali per la sopravvivenza sono completamente assenti.

Questa contraddizione tra il digitale e il primitivo, tra il denaro su uno schermo e la vita fragile nelle tende, riassume l’esperienza di vivere oggi a Gaza. È un’esperienza difficile, piena di sfide, ma rivela anche la resilienza e la creatività quotidiana su cui le persone fanno affidamento per sopravvivere nonostante tutto.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza


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