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LIBANO. GARANTIRE DIGNITA'

26 Ott 2026

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In Libano, malgrado il cessate il fuoco annunciato, le conseguenze umanitarie dei bombardamenti israeliani continuano a incidere pesantemente sulla popolazione: gran parte delle persone costrette a lasciare le proprie case durante i mesi di bombardamenti e insicurezza sono rientrate nelle aree di origine, tuttavia, per molte famiglie il ritorno non coincide con la fine dell’emergenza.

Il quadro rimane particolarmente fragile, soprattutto nel Libano meridionale e nella Valle della Bekaa. Abitazioni danneggiate, infrastrutture compromesse e difficoltà nell’accesso a servizi essenziali come acqua, energia elettrica e assistenza sanitaria continuano a ostacolare una ripresa stabile. A queste criticità si aggiungono le restrizioni alla circolazione, la presenza di ordigni esplosivi residuati della guerra ed i nuovi attacchi aerei israeliani nel Libano meridionale, che continuano a rappresentare un rischio per la popolazione e a limitare la possibilità di ritorni sicuri e duraturi.

Si stima che circa 360.000 persone rimangano sfollate all’interno del Paese. Per molte famiglie, rientrare significa quindi avvicinarsi alla propria città o al proprio villaggio senza poter ancora fare effettivamente ritorno nella propria abitazione.

A rendere la situazione ancora più complessa contribuisce la progressiva riduzione dei centri di accoglienza collettivi allestiti dal governo libanese, molti dei quali ospitati all’interno di scuole pubbliche. Le comunità colpite continuano pertanto ad avere bisogno di soluzioni abitative temporanee e di un sostegno adeguato per poter rimanere vicine ai propri territori in condizioni di sicurezza.

A restituire la drammaticità di quei giorni sono le parole di Zaynab Ghazaleh, Project Coordinator di Un Ponte Per:

"L'8 aprile, tutto è degenerato così in fretta. In pochi minuti più di 100 attacchi aerei hanno preso di mira diverse aree del Libano. Io e la mia famiglia eravamo già sfollate dal nostro villaggio, quando abbiamo sentito di nuovo le esplosioni: nessun posto è davvero sicuro. I telefoni non hanno smesso di squillare. Tutti cercavano di capire se gli altri fossero ancora vivi. Centinaia di persone sono state uccise, migliaia ferite. Non si tratta solo di numeri: sono famiglie, sono bambinə, sono persone che cercano solo di rimanere vive."

Di fronte alla grave escalation del conflitto che ha colpito il Libano a partire da marzo 2026, Un Ponte Per ha avviato nell’ambito della risposta all’emergenza il progetto Immediate Emergency Support for Displaced Population in Lebanon, che si è concluso a settembre 2026.

Il prezioso contributo dei fondi dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese ha permesso di avviare il progetto e rafforzare gli interventi a sostegno delle famiglie sfollate ospitate nei rifugi collettivi, costruendo la risposta a partire dai bisogni emersi nel corso dell’emergenza. Parallelamente, il sostegno continuo di donatrici e donatori ha contribuito a sostenere la più ampia risposta all’emergenza, accompagnando l’impegno di Un Ponte Per al fianco della popolazione colpita dal conflitto.

Tra i risultati raggiunti dal progetto, grazie al lavoro del nostro staff locale che ha continuato ad operare nonostante le condizioni di pericolo, è stato possibile raggiungere circa 2.000 persone nelle aree di Beirut, Sidone e il Nord Libano.  Gli interventi hanno incluso la distribuzione di 474 kit igienici, compresi prodotti per l’igiene mestruale (circa 313 kit), oltre 450 pannolini per la cura di minori e persone anziane. Alle distribuzioni si è affiancata la fornitura di 10 kit di primo soccorso destinati alle strutture di accoglienza, per rafforzare la capacità di rispondere alle necessità sanitarie immediate, insieme alla distribuzione di 19 baby kit per minori fino a 3 anni.

Vivere l’esperienza del conflitto, essere costretti ad abbandonare improvvisamente la propria casa e trascorrere periodi prolungati all’interno di strutture collettive può avere un forte impatto sul benessere di bambinə e adolescenti. Per questo motivo, le conseguenze psicologiche e sociali dello sfollamento sulle persone più giovani hanno avuto un’attenzione particolare all’interno del progetto attraverso l’organizzazione di attività ricreative con componenti di supporto psicosociale leggero, creando all’interno dei rifugi occasioni di socialità, partecipazione e condivisione, dove poter ritrovare momenti di normalità e relazione anche durante una situazione di forte instabilità.

In un Paese già segnato da anni di crisi economica, politica e sociale, l’emergenza provocata dalla nuova escalation del conflitto ha ulteriormente aggravato le condizioni di vita di migliaia di famiglie. Continuare a lavorare insieme alle organizzazioni e alle comunità locali rimane fondamentale per costruire risposte capaci di partire dai bisogni reali delle persone e di adattarsi a un contesto in continua evoluzione.


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