"Corpi Civili di Pace" è il nome dato a giovani volontariə che svolgono azioni di pace non governative nelle "aree di conflitto". L'istituzione, nata in Italia nel 2013 nell'ambito del Dipartimento per le politiche giovanili come un corpo di difesa civile nonviolenta e disarmata, ha portato negli ultimi anni moltə giovani italianə in diverse aree del mondo per un anno di attività finalizzate alla prevenzione e all'interposizione nei conflitti. L'ultima annualità si è appena conclusa e lə ragazzə partitə con Un Ponte Per sono da poco rientratə in Italia da Libano, Giordania e Romania. Il documento che segue riporta le loro precise considerazioni sull'attuale situazione di escalation internazionale e di gravissime violazioni dei diritti umani. A che titolo si esprimono? L’Art. 2 del decreto per l’organizzazione dei Corpi Civili di Pace, punto 2., lettera c), menziona espressamente il “monitoraggio del rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario” fra le aree di intervento del programma nelle aree di conflitto. Per questo il comunicato che segue è particolarmente significativo.
"2 Ottobre 2024 - In qualità di volontariə CCP (Corpi Civili di Pace), denunciamo e condanniamo le violazioni dei diritti umani che da quasi un anno stanno avvenendo in Palestina e in Libano. Dal 7 ottobre lo stato di Israele sta portando avanti una campagna genocida nei confronti del popolo palestinese che ha sterminato, ad oggi, oltre 42.000 civili, di cui oltre 16.000 bambinə. Israele ha consapevolmente raso al suolo abitazioni civili, ospedali, scuole, sedi giornalistiche. Con l’inganno dei cosiddetti “luoghi sicuri”, ha costretto le persone a spostarsi da un luogo all’altro della Striscia di Gaza, bombardando sia quegli stessi spazi di fortuna indicati come rifugi, sia le aree attraversate dalla popolazione in fuga. Dall’8 ottobre lo stato di Israele sta portando avanti una campagna di bombardamenti nel sud del Libano che ha colpito obiettivi militari e civili. Nell’ultima settimana le bombe israeliane hanno raggiunto la capitale Beirut, causando oltre 1.000 morti, radendo al suolo interi quartieri civili e causando l’esodo forzato di migliaia di persone. In territorio libanese, oltre alle bombe al fosforo bianco già denunciate, sono state utilizzate nella giornata di venerdì 27 settembre le distruttive bunker buster che, penetrando in luoghi anche sotterranei prima di esplodere, hanno letteralmente polverizzato i corpi di civili rimastə uccisə nell’attacco, rendendo quasi impossibile fornire una stima esatta circa il numero reale delle vittime. Sull’orlo di un’invasione di terra in territorio libanese, che non può essere giustificata in alcun modo dal “diritto alla difesa”, siamo preoccupatə e avvilitə dall’inadeguatezza delle nostre politiche nel contrastare queste operazioni. I crimini di guerra e i crimini contro l’umanità di cui si sta macchiando lo stato di Israele da quasi un anno sono stati denunciati da tutti gli organi internazionali, a partire dall’ONU alla Corte Dell’Aja; tuttavia, la condotta criminale dello stato ebraico rimane impunita. Così come rimangono impuniti i crimini compiuti da Israele sin dalla sua fondazione. Le Risoluzioni ONU volte a contrastare la continua campagna di occupazione della Palestina e del Medio Oriente da parte di Israele – intento ben esplicitato da parte del primo ministro israeliano B. Netanyahu presso la sede delle Nazioni Unite – e il piano di pulizia etnica del popolo palestinese, il regime di apartheid, così come quelle Risoluzioni che sanciscono il diritto dei profughi palestinesi di ritornare nelle loro terre in Palestina, rimangono solo parole. Siamo ben consapevoli, quindi, che anche queste nostre parole rimarranno tali e che si andranno ad aggiungere alle molte altre pronunciate in precedenza, senza che facciano alcun rumore. Ciononostante, sappiamo che questa è l’unica cosa giusta da fare. Denunciare con ogni mezzo a nostra disposizione, in ogni spazio che attraversiamo, l’orrore e la disumanità che si sta consumando davanti ai nostri occhi, esprimere solidarietà al popolo palestinese e libanese, portare avanti piccole pratiche quotidiane volte a contrastare la normalizzazione di uno stato criminale. Prime fra tutte seguire e aderire alla campagna BDS, Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni.
Invitiamo chi legge a non limitarsi a seguire le indicazioni della campagna in merito a finanziamenti e acquisti quotidiani, ma a sviluppare una maggior consapevolezza circa l’impatto di ogni apparentemente piccola azione, a responsabilizzarsi ulteriormente. Invitiamo anche a supportare, secondo le proprie possibilità, le campagne di raccolta fondi per rispondere ai bisogni urgenti della popolazione civile a Gaza ed in Libano, in collaborazione rispettivamente con l’associazione palestinese Union of Agricultural Work Committees (UAWC) e l’associazione libanese Amel Association International. Per donare:
Consapevoli, inoltre, della grande sinergia tra esercito, industria e mondo accademico che vige in Israele, e in linea con la volontà di contrastare la normalizzazione di uno stato che viola le Risoluzioni ONU, denunciamo tutti gli accordi in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa fra il governo italiano e quello israeliano, primi fra tutti l’invio di armi italiane e la presenza di 1.000 riservisti italiani con passaporto israeliano nelle fila dell’esercito israeliano.
A tal proposito, ricordiamo come la Legge 185/1990 vieti esplicitamente la vendita di armi verso Paesi i cui governi sono responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti dell’uomo.
Denunciamo inoltre le pratiche di normalizzazione fra il governo italiano e quello israeliano che si esplicitano attraverso accordi di collaborazione fra le università italiane e israeliane, accordi economico-commerciali, accordi di cooperazione nel campo della ricerca e dello sviluppo industriale, scientifico e tecnologico. A tal proposito, ricordiamo come il 29 ottobre 2023, nel pieno dei bombardamenti su Gaza, sia stata firmata una convenzione con cui ENI e altre compagnie hanno ottenuto la licenza per lo sfruttamento di un giacimento di gas nel mare di fronte a Gaza. Quanto scritto finora rientra nei nostri diritti e doveri in quanto esseri umani e soggettività politiche, in quanto membri delle cosiddette “nazioni civili” alla cui base dovrebbero vigere quei principi generali di diritto internazionale su cui si fonda la nostra Costituzione. Ebbene, la nostra Costituzione, la nostra storia partigiana e il nostro mandato di “monitoraggio del rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario” in quanto Corpi Civili di Pace ci impongono non solo di non restare indifferenti di fronte al genocidio in Palestina e ai massacri in Libano ma di esplicitare il nostro dissenso e mettere in campo pratiche e strumenti di sensibilizzazione volti a non normalizzare la disumanità. Invitiamo chiunque legga questo comunicato a fare lo stesso.
Lə membrə dei Corpi Civili di Pace appena tornatə dall'anno di missione in Libano, Giordania e Romania con l'associazione Un Ponte Per
Siamo felici di condividere un'importante novità per voi che ci seguite e sostenete! Assieme ad attivistə e associazioni irachene abbiamo organizzato il primo viaggio solidale nel Centro-Sud dell'Iraq. Un'esperienza indimenticabile nella culla della civiltà: dieci giorni da Bassora a Baghdad per scoprire i più importanti siti archeologici e naturalistici, la cultura millenaria e quella più moderna del paese, e la sua vibrante società civile.
“Questo è un viaggio che va oltre le visite turistiche, dandoti la possibilità di sperimentare in modo sostenibile il calore dell'ospitalità irachena e di riscoprire un paese ricco di storia, cultura, bellezza naturale e sociale, partendo da Bassora, attraversando le Paludi, Nassiriya, Ur e Uruk, Najaf, Kufa, Karbala, Babilonia fino ad arrivare a Baghdad” Issam, attivista e guida turistica locale.
Esplora la Mesopotamia in modo sostenibile. Scopri le meraviglie della Mesopotamia in modo sostenibile, sicuro ed ecologico, ammirando la bellezza dei siti storici e religiosi che raccontano la culla della civiltà umana, contribuendo al tempo stesso a progetti di sviluppo locale.
Immergiti nella cultura e nelle tradizioni irachene. Soggiorna in pensioni locali, gusta la cucina autentica e conosci persone, associazioni e attivisti locali impegnati nella promozione dei diritti umani e ambientali.
Sostieni il turismo sostenibile in Iraq. Aiuta a promuovere un'immagine positiva dell'Iraq e contribuisci allo sviluppo del turismo sostenibile, favorendo la riscoperta culturale del paese.
Visita i siti patrimonio mondiale dell'UNESCO. Esplora diversi siti patrimonio dell'umanità dell'UNESCO, tra cui l'Ahwar dell'Iraq meridionale (la zona umida delle paludi), le città archeologiche di Ur, Uruk e Babilonia.
Viaggio Eco-Solidale in Iraq
PERIODO: 10-19 NOVEMBRE 2024 DURATA: 10 GIORNI, 9 NOTTI IMPEGNO: MEDIO GUIDA LOCALE IN INGLESE COSTO: 2.000 €
N.B. Sono esclusi dal costo del viaggio: il biglietto aereo, l'assicurazione, il visto per l'Iraq e i trasporti da/per l'aeroporto.
Chiedi maggiori informazioni a Issam, attivista, guida e interprete di Nassiryia che ha lavorato con Un Ponte Per nei progetti di valorizzazione del patrimonio archeologico e ambientale del Sud del paese, e ad Aurora, membro del nostro Comitato Nazionale, che ti guideranno in questa esperienza.
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Dopo oltre 40 anni dalla sua uscita, Un Ponte Per porta per la prima volta nelle sale cinematografiche italiane "IL LEONE DEL DESERTO" (1981, regia di Mustafa Akkad, con Anthony Quinn, Irene Papas e Oliver Reed, 173’, v.o. sub ita) per ricordare le responsabilità del colonialismo italiano in Libia.
Film storico basato sulla vita del condottiero senussita Omar al-Mukhtar alla guida della lotta contro l’occupazione coloniale e sulla dura repressione italiana, non è mai stato proiettato nelle sale. Il film è stato boicottato in Italia sin dalla sua uscita. Ritenuto dal governo "lesivo dell'onore dell'esercito" ne fu bloccata la distribuzione. Nel 1987 la Digos ne impedì la proiezione a Trento durante un meeting pacifista.
Il 16 settembre 2024, giornata libica in memoria delle vittime della colonizzazione, Un Ponte Per ne organizza laproiezione in 12 città: Roma, Torino, Napoli, Milano, Arezzo, Monza, Bologna, Modena, Pisa, Catania, Firenze e Verona!
L'evento è promosso nell'ambito delle iniziative per l'istituzione della Giornata della Memoria per le vittime del colonialismo italiano, e vuole portare l'attenzione sulle responsabilità del nostro paese durante il periodo di occupazione coloniale in Libia, Corno d’Africa e Balcani.
Ogni proiezione sarà preceduta da una breve introduzione e contestualizzazione storica. X INFO scrivere all'indirizzo decoloniale@unponteper.it
Programma e dettagli eventi del 16/09* in ogni città:
ROMA, (16 settembre SOLD OUT), Nuovo Cinema Aquila, Via L'Aquila 66/74. H 19:20 Introduzione con il Prof. Alessandro Volterra, Direttore del laboratorio di ricerca e documentazione storica iconografica; H 20:00 Aperitivo; H 20:20 Proiezione del film. Evento organizzato in collaborazione con Nuovo Cinema Aquila. Ingresso 7 euro - 10 con aperitivo. AGGIUNTA 2° PROIEZIONE PER IL 23 SETTEMBRE, sempre al Nuovo Cinema Aquila, H 2o:20 [prenotazioni chiuse];
AGGIUNTA 3° PROIEZIONE a ROMA IL 30 SETTEMBRE, H 20:20 sempre al Nuovo Cinema Aquila
[Prenotazioni chiuse].
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TORINO, Centro Studi Sereno Regis, Sala Poli, Via Giuseppe Garibaldi 13. H 18:00 Interventi di Gabriele Proglio, Nicola Salvini e Pietro Polito, a seguire aperitivo e proiezione del film Il leone del deserto. La proiezione sarà inserita come evento off nel festival "Give Peace a Screen". Evento organizzato in collaborazione con Centro Studi Sereno Regis. --
NAPOLI, in data 20 settembre, Ex Asilo Filangieri, Vico Giuseppe Maffei 4. H 18:30 La proiezione è inserita nella settimana di iniziative sul colonialismo italiano e il pensiero decoloniale. --
MILANO, Cinema Beltrade, Via Nino Oxilia 10. H 20:00 introduzione del Prof. Antonio Maria Morone dell'Universita di Pavia e della giornalista e scrittrice Nancy Porcia. Segue proiezione del film. --
AREZZO, Circolo Culturale Aurora, Piazza Sant'Agostino. H 18:30 introduzione della Prof.ssa Beatrice Falcucci e Khalifa Abo Khraisse, giornalista, sceneggiatore e regista libico. H 19:45 apericena. H 20:45 proiezione del film Il leone del deserto. Evento organizzato in collaborazione con Circolo Culturale Aurora, ANPI Arezzo, Arci Arezzo, Oxfam Italia, Onda d'Urto, Associazione Amicizia Italopalestinese, Arezzo per Gaza. --
MONZA, Capitol Anteo spazioCinema, Via Alessandro Pennati 10. H 20:00, evento organizzato in collaborazione con Arci Scuotivento. --
BOLOGNA, Le Serre dei Giardini Margherita, Via Castiglione 134. H 20.15 incontro con Samanta Musarò, Viviana Gravano e un/a rappresentante di Next Generation Italy - Bologna. H 21.00 inizio proiezione del film. Evento organizzato in collaborazione con Associazione Attitudes. --
MODENA, Cinema Truffaut, Via degli Adelardi 4. H 20:30 presentazione dello storico Gianluca Gabrielli, segue proeizione. Evento organizzato in collaborazione con Associazione MOXA - Modena per gli altri, Centro Documentazione Memorie Coloniali e l'Istituto Storico di Modena. --
PISA, in data 21 ottobre, presso il Cinema Arsenale, Vicolo Scaramucci, 2.
Orario in definizione. --
CATANIA, Arena Argentina, Via Vanasco 10. H 20:00, evento organizzato in collaborazione con Ass. Centineo e Anpi. --
FIRENZE, Cinema Astra - Piazza Beccaria 9. H 20.30, evento organizzato in collaborazione di Black History Month Florence, Recovery Plan e Fondazione Culturale Stensen. --
VERONA, Museo Africano, in Vicolo Pozzo 1.
H 19.30, rinfresco e breve presentazione delle tematiche del film prima della proiezione. Evento organizzato da Nigrizia.
L'intero programma di eventi è realizzato con l'adesione di Associazione Nazionale Partigiani d'Italia - ANPI Nazionale, Rete Yekatit 12-19 febbraio e WILPF Italia.
E grazie al supporto di tutte le associazioni locali presenti nell'elenco delle singole iniziative.
Grazie a Magesticfilm e alle sale cinematografiche che ospiteranno l'evento.
* tutte le proiezioni sono previste per il giorno 16/09/2024, tranne dove sarà indicato diversamente [NAPOLI, 20 settembre; PISA, 21 ottobre].
Nella campagna pisana il governo si appresta a costruire una base militare che ha catalizzato l’opposizione di movimenti sociali, pacifisti e ambientalisti per la smilitarizzazione del territorio. I costi -520 milioni presi dal Fondo sviluppo e coesione- sono già triplicati. Ne parleremo a Como il 7 settembre all’Altra Cernobbio.
di Fausto Pascali e Martina Pignatti Morano, originariamente pubblicato su Sbilanciamoci
Nella campagna pisana il governo si appresta a iniziare i lavori per la costruzione di una base militare che ha catalizzato, dall’altra parte, l’opposizione congiunta di movimenti sociali, pacifistə e ambientalistə per la smilitarizzazione del territorio. Anche lə cittadinə non attivə politicamente nei comuni di Pisa e Pontedera hanno compreso la dimensione della beffa: per questa base è previsto ad oggi uno stanziamento di 520 milioni presi dal Fondo di sviluppo e coesione sociale e da risorse assegnate al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, costo già triplicato rispetto al primo progetto di base. Le associazioni locali e nazionali impegnate nel contestare questo progetto ne parleranno il 7 settembre a Como nell’ambito del Forum di Sbilanciamoci “L’Altra Cernobbio”, ma per allargare la protesta alle forze sindacali e sociali è importante ricostruire i fatti.
Sono passati ormai 2 anni da quando, nella primavera del 2022, il gruppo consigliare Diritti in Comune a Pisa scopriva e denunciava pubblicamente quanto comparso sulla Gazzetta Ufficiale: un trafiletto con cui il governo Draghi individuava con decreto ministeriale “l’intervento infrastrutturale per la realizzazione della sede del Gruppo Intervento Speciale, del 1° Reggimento Carabinieri paracadutisti «Tuscania» e del Centro cinofili quale opera destinata alla difesa nazionale”. In realtà si scoprirà più avanti dell’esistenza di un progetto ben dettagliato, noto da più di un anno, ma tenuto nascosto dagli enti locali coinvolti: Comune e Provincia di Pisa, Regione Toscana e Ente Parco Naturale di Migliarino San Rossore e Massaciuccoli. L’indignazione popolare che ha seguito la denuncia ha portato alla nascita del Movimento “No Base né a Coltano né altrove” che ha subito costretto il nuovo governo ad una battuta di arresto nello sviluppo del progetto, ma anche a muoversi per portare avanti la militarizzazione del territorio per altre vie. Nel maggio dello stesso anno da una parte l’opera viene commissariata, in quanto l’intervento è caratterizzato “da un elevato grado di complessità progettuale, da una particolare difficoltà esecutiva o attuativa che comportano un rilevante impatto sul tessuto socio-economico”, dall’altro si attiva un tavolo inter-istituzionale “con il compito di individuare soluzioni volte a rilocare le sedi” dei reparti speciali. Un tavolo che si rileva una farsa istituzionalevolta principalmente a imbonire l’opinione pubblica, ma che di fatto si svolge a porte chiuse coinvolgendo non la popolazione, ma quegli stessi enti che sapevano del progetto dal principio e avevano taciuto, un tavolo dei cui incontri non si sa nulla se non notizie contraddittorie che si rincorrono sui giornali, mentre il commissario straordinario dell’opera procede spedito: chiede e ottiene nuovi fondi per uno studio di pre-fattibilità nell’area del Centro Interforze Studi per le Applicazioni Militari (Cisam): un’area boscata sempre all’interno del Parco di San Rossore e in cui da decenni è prevista – finanziata ma non attuata – la bonifica dalle scorie di quello che era un reattore nucleare di ricerca a scopo militare dismesso ormai dagli anni ‘80 del secolo scorso. Lo studio tecnico è affidato ad Integra AES – una società di consulenza specializzata in sistemi di difesa e che opera in tutto il mondo, anche in aree post-conflitto come l’Iraq o l’Afghanistan – e che restituisce, al costo di 65mila euro di soldi pubblici, una mappa aerea con indicato le nuove zone e che, senza un dato o un approfondimento specifico, diventano le linee guida del Tavolo Interistituzionale che a ottobre del 2023 approva la nuova collocazione a San Piero a Grado (sempre provincia di Pisa), specificando che i fondi saranno presi dal ministero delle Infrastrutture e Trasporti e promettendo che ci saranno opere di compensazione nei territori di Coltano e Pontedera. E soprattutto garantendo nel proseguo un processo trasparente: “Saranno puntualmente condivise, con tutti gli Enti interessati, le varie fasi progettuali nonché saranno ovviamente rispettate tutte le procedure previste dalla vigente normativa, tenendo in considerazione anche il piano di gestione del Parco”, recita il verbale firmato dal sindaco di Pisa Michele Conti (area centro destra), dal presidente della Regione Toscana Eugenio Giani (area centro sinistra) e dal presidente dell’Ente Parco Lorenzo Bani (tra i primi a proporre il Parco come potenziale sede della base militare). Altra promessa che si rivela vana, perché dalle istituzioni – da quelle locali a quelle nazionali – cala il silenzio, addirittura ci si rifiuta palesemente di rispondere alle richieste esplicite di informazione di cittadinə comuni e di quellə regolarmente elettə.
Alla fine di giugno 2024 la base militare torna in maniera surrettizia all’interno del decreto omnibus (dentro anche lo spezzatino Ponte, il piano Mattei e molto altro) cosiddetto “Infrastrutture” portato avanti da tutti i ministri del governo Meloni, ma senza la firma del diretto interessato, il “ministro della Difesa Crosetto”. Tanto ormai è appurato: l’opera che servirà ad addestrare e ospitare i corpi speciali dei carabinieri, quelli che operano prevalentemente all’estero in situazioni di conflitto, i reparti sempre attivi che preparano gli interventi militari italiani negli scenari bellici, sono burocraticamente inquadrati come “presidio di pubblica sicurezza”. Per questo la base verrà finanziata, fuori dalle spese militari esplicite, con i soldi destinati a bilancio all’Edilizia Pubblica e prelevandoli dal Fondo per la Coesione sociale e lo Sviluppo. In particolare, nel decreto, convertito con il voto di fiducia già ad agosto del 2024, si prendono 20 milioni di euro da quello che erano le riserve destinate a fronteggiare gli aumenti dei costi dei materiali a seguito della crisi in Ucraina e della crisi pandemico-sanitaria e si usano per aprire una contabilità speciale, volta ad avviare il prima possibile i cantieri dell’opera.
Nelle pieghe delle carte governative, il Movimento No Base scopre molto di più, dettagli ancora una volta noti a tutte le forze politiche in Parlamento, ma occultati dall’attenzione dei media. Il costo complessivo dell’opera è lievitato da 190 milioni a 520 milioni (mezzo miliardo di euro). La superficie prevista raddoppia, passando da 70 ettari previsti inizialmente a Coltano ai 140 complessivi diffusi tra San Piero a Grado e il Comune di Pontedera. Si svelano almeno in parte quelle che dovrebbero essere le opere di compensazione, che in realtà non compensano proprio nulla. Nella Tenuta Isabella, altra zona prevalentemente verde e purtroppo anche a rischio idrogeologico della Valdera, viene previsto un poligono di tiro a cielo aperto e una pista per addestramenti: strutture costruite per i militari e che si dice “saranno anche a disposizione dei civili”. A Coltano si include il recupero di alcuni edifici storici, ma più che di compensazioni sembra trattarsi di prebende per le complici istituzioni locali: la villa Medicea, attualmente già in gestione alla Proloco locale e di proprietà del Comune di Pisa, Le stalle del Buontalenti, abbandonate, di proprietà della Regione Toscana, l’ex Stazione Radio Marconi, di proprietà del Demanio, ma in concessione sempre al Comune di Pisa che ne aveva casualmente regolarizzato i contratti pochi mesi prima del decreto. Si parla di recupero, ma non si specifica né quali saranno le nuove destinazioni, né con quale processo partecipativo verrà coinvolta la cittadinanza nel decidere il futuro di questi luoghi, il cui recupero è già previsto da oltre trent’anni a prescindere da qualsiasi opera militare. Tra le compensazioni spunta a San Piero a Grado anche la ristrutturazione dell’edificio della Bigattiera, di proprietà dell’Università di Pisa, che da oltre 15 anni prova – senza successo – a svenderlo: si noti che l’Ateneo pisano non ha partecipato ad alcun tavolo, né ha alcuno ruolo, se non fosse che è proprietario della maggior parte dei terreni che circondano l’area destinata alla nuova infrastruttura bellica. Ulteriore bufala che viene narrata dalla propaganda governativa è che 120 milioni saranno destinati alla bonifica dell’area, ma non viene detto che tale bonifica era già prevista come espressamente scritto nella delibera “La bonifiche del Settore Difesa” n.14 del giugno 2022 della Corte dei Conti in merito al Cisam: “Le successive attività di decommissioning sono attualmente pianificate secondo una linea finanziaria già delineata che prevede, ad oggi, una conclusione delle attività entro il 2032”. Infine si arriva a parlare di compensare il taglio di migliaia di alberi secolari, riconosciuti patrimonio naturale dell’Unesco come Selva Costiera Toscana, e per questo protetti da speciali normative e tutele, con nuove piantumazioni che, nei fatti, impiegheranno decenni a recuperare la funzione di difesa e regolazione ecosistema che hanno oggi. Senza contare che una delle ricchezze della riserva naturale è la biodiversità, con particolare riguardo alla riproduzione di alcune specie di uccelli rari, che sarebbe irremediabilmente compromessa sia dall’abbatimento degli alti fusti, sia dall’elevato impatto dell’attività antropica connessa al nuovo insediamento armato.
Il governo Meloni prosegue, dunque, determinato a portare avanti questa ennesima infrastruttura militare, in quadro generale di potenziamento della Toscana come hub nevralgico della logistica di guerra globale e cerca i modi di farlo accettare all’opinione pubblica sia con la farsa delle compensazioni, sia con un’azione di più lungo periodo, che ha radici culturali nel propagandare la cultura della Difesa, il bisogno di sicurezza e quindi a fare accettare ai cittadini contribuenti ulteriori spese militari. Nel mentre, il Movimento No Base continua a curare la controinformazione per sfatare i falsi miti promossi dai media mainstream e ad animare le forze sociali e politiche che si oppongono alla realizzazione di quest’opera. Il metodo del movimento continua a basarsi sull’apertura e la partecipazione alle attività che sono prevalentemente di studio e di approfondimento e che hanno portato negli ultimi 2 anni a significative manifestazioni di protesta. A giugno del 2022 decine di migliaia di persone hanno sfilato sotto il sole cocente nell’allora poco conosciuta campagna di Coltano e poi, a ottobre del 2023, a pochi giorni dalla ratifica della nuova decisione, migliaia di persone hanno costeggiato sotto la pioggia battente chilometri di filo spinato, dalla vicina ed enorme base militare americana di Camp Darby alle reti del Cisam, dove è stato simbolicamente aperto un varco per dimostrare la determinazione dei manifestanti a non cedere il proprio territorio all’economia di guerra. Intanto, proprio a giugno di quest’anno, sul sentiero dei Tre Pini, che separa il centro Avanzi (fulcro della ricerca sullo sviluppo sostenibile dell’Ateneo pisano) dall’area militarizzata, il Movimento No Base ha inaugurato un presidio permanente di pace, volto alla cura, alla conoscenza, al monitoraggio dei progetti in atto e alla difesa del territorio.
Nello scenario futuro la sfida è quella di bloccare i finanziamenti della nuova infrastruttura militare e quindi, guardando alla finanziaria 2024, il Movimento No Base ha convocato un nuovo appuntamento in piazza, il 13 settembre, sotto il Comune di Pisa, dove vengono chiamate a raccolta le forze politiche, sindacali e sociali, locali e nazionali, a schierarsi apertamente: stanno dalla parte dell’economia di pace o dell’economia di guerra? Cosa si potrebbe fare di veramente utile alla sicurezza sociale e umana delle persone con 520 milioni di euro in alternativa ad una nuova sede dei Gruppi di Intervento Speciale? In ballo non c’è solo la questione specifica della base, ma un’idea radicalmente diversa di sviluppo del territorio locale e di approccio alla risoluzione dei conflitti internazionali. Per ridurre la violenza e il rischio di conflitti armati è necessario, come dice il governo, investire su sistemi di difesa e sul comparto militare, rafforzando gli hub della logistica bellica già esistenti e sottraendo fondi alla spesa sociale, oppure è preferibile investire per ridurre le diseguaglianze sociali ed economiche, finanziare la cooperazione e gli interventi di peacebuilding civile? La risposta non può essere retorica, ma deve essere collettiva e sempre più diffusamente condivisa.
Un Ponte Per si unisce alla petizione lanciata da ReCommon per chiedere a Eni di interrompere subito l’accordo con Delek Group, una delle più grandi aziende energetiche israeliane, che figura nella lista nera delle Nazioni Unite di aziende che operano nei Territori Palestinesi occupati illegalmente.
La petizione è stata già sottoscritta dalle seguenti realtà della società civile italiana: Greenpeace Italia, Friday for Future Italia, FOCSIV, A Sud, Scomodo, Rinascimento Green, Coordinamento nazionale No Triv, BDS Italia, Presidio Libera Potenza “Elisa Claps e Francesco Tammone”, Cova Contro, Teachers for Future Italia, L.E.A Berta Cáceres, WWF Potenza e aree interne, Paesaggi Meridiani, Comitato per la Pace Potenza e Un Ponte Per.
Il Cane a sei zampe, infatti, lo scorso aprile aveva siglato un accordo di fusione tra la sua controllata del Regno Unito e la britannica Ithaca Energy, per l’89% di proprietà di Delek Group. La sinergia con Ithaca Energy si pone come obiettivo la produzione nel Mare del Nord di oltre 100mila barili di petrolio al giorno a breve termine e di oltre 150mila entro il 2030. L’ennesima conferma della volontà dell’azienda di continuare con il suo “business as usual” fossile a danno del clima e dell’ambiente, in questo caso aggravata dal rapporto con una società, Ithaca Energy, i cui proventi del 2023, oltre 350 milioni di dollari, sono stati trasferiti quasi interamente a Delek Group, complice della violazione dei diritti del popolo palestinese.
Delek Group assicura servizi per sostenere il mantenimento degli insediamenti israeliani e, sempre negli insediamenti, impiega risorse naturali, in particolare acqua e terra, per scopi commerciali. Recentemente sono emerse prove che dimostrano come il Gruppo Delek abbia legami con l’esercito israeliano. I veicoli delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno potuto rifornirsi di carburante presso centinaia di stazioni di servizio di proprietà di Delek Israel, un’altra delle filiali di Delek Group.
«Eni ha una forte relazione d’affari con una società che di fatto sta contribuendo a finanziare la guerra in Medio Oriente» ha dichiarato Eva Pastorelli di ReCommon. «Per questo ci sembra doveroso che la società civile italiana faccia sentire la sua voce e chieda alla principale multinazionale del nostro Paese di interrompere questo legame così controverso. Nessun interesse economico può giustificare il perpetuare un conflitto che ha già mietuto decine di migliaia di vittime e di cui al momento non si vede una fine» ha concluso Pastorelli.
In un contesto di guerra occuparsi di ambiente non è scontato. Invece dal 2012, le nuove istituzioni dell’amministrazione autonoma del nord est Siria si basano sui principi del confederalismo democratico, della parità di genere e dell’ecologia.
Anni di conflitto hanno prodotto, oltre che distruzioni di città e sfollamenti di intere popolazioni, anche un’acuta crisi ambientale. “Durante le tempeste di sabbia, nelle zone desertiche si vedono vere e proprie nuvole di rifiuti, soprattutto buste di plastica, che fluttuano in aria”, spiega Roberta, Desk programmi ambientali di Un Ponte Per. “I rifiuti vengono principalmente ammassati e bruciati in discariche a cielo aperto, per la maggior parte non a norma, con gravissime conseguenze sulla salute delle comunità, già purtroppo affette dal conflitto che dura ormai più di dieci anni”.
Dal 2022, in collaborazione con la Mezzaluna Rossa Curda (KRC) e con il sostegno dell'Area Metropolitana di Barcellona (AMB) e della Fondazione Prosolidar, sosteniamo il primo sistema municipale di raccolta differenziata “porta a porta”e riciclaggio dei rifiutisolidi urbani, lanciato dalla municipalità di Hasakeh, insieme al Direttorato dell’Ambiente. Il progetto coinvolge la cittadinanza sia attraverso riunioni regolari con i rappresentanti dei komin (su base di quartiere), sia attraverso diverse campagne di sensibilizzazione organizzate nei quartieri coinvolti, nelle scuole e università. Tra aprile 2023 e marzo 2024, oltre 5 462 persone sono state direttamente coinvolte nelle attività di sensibilizzazione sul tema della salute ambientale e degli effetti dell'inquinamento sulla salute, sul principio delle 3R - ridurre, riusare, riciclare - e sul nuovo sistema di raccolta differenziata dei rifiuti e di riciclaggio istituito dalla municipalità.
Campagna di sensibilizzazione in una scuola elementare a Hasakeh
Il sistema coinvolge attualmente tre komin (n. 4, 7 e 8) e il mercato Al-Hal, tra i più grandi mercati ortofrutticoli della città di Hasakeh, per un totale di 996 abitazioni private e 303negozi, ristoranti o uffici coinvolti nel sistema di raccolta differenziata. Durante il periodo tra aprile 2023 e marzo 2024, sono stati raccolti e sottratti alla discarica 16.158 kg di rifiuti organici, 3.056 di plastica, 3.476 kg di cartone e 118,35 kg di metalli.
Distribuzione dei materiali per raccolta differenziata “porta a porta” a Hasakeh
Tanto sostegno è sicuramente ancora necessario per poter espandere il sistema a tutti i quartieri della città e garantirne la piena auto-sostenibilità economica e tecnica, ma è un primo passo importantissimo per la costruzione di un futuro basato su minori rischi per la salute pubblica, una maggiore sostenibilità ambientale e, speriamo, anche la pace regionale.
Era il 2012 quando noi di Un Ponte Per, da anni già a lavoro in Iraq, iniziavamo il nostro cammino a fianco delle migliaia di persone che all’epoca attraversavano la frontiera con la Siria, in fuga da una guerra che nessuno poteva immaginare sarebbe durata tanto.
All’epoca eravamo tra le poche Ong presenti nel paese, e abbiamo risposto a quell’emergenza andando al confine e orientando le persone in arrivo verso i servizi di assistenza umanitaria che già il governo curdo nel nord del paese stava approntando. Di lì a poco sarebbero stati aperti 10 campi per accogliere le persone rifugiate, nei quali avremmo subito iniziato a lavorare. Prima cercando di capire quali fossero le esigenze delle persone arrivate dalla Siria. Poi, scegliendo di lavorare insieme a loro per garantire sostegno psicologico a chi portava addosso il trauma del conflitto: nell’agosto del 2013 le persone siriane in Iraq erano già 220mila, di cui il 90% rifugiate nel Kurdistan iracheno. Da subito abbiamo capito che l’assistenza psicologica non era considerata una priorità, pur essendo invece una necessità centrale.
Ci racconta questa lunga storia Lia Pastorelli, Program Desk di Un Ponte Per, che ha seguito il programma per molti anni.
“Alla fine del 2012 otteniamo il finanziamento di UNHCR per intervenire in questo ambito, e subito iniziamo a lavorare con il Direttorato della Salute di Dohuk ed Erbil, nel Kurdistan iracheno, per garantire la formazione del personale locale, la distribuzione di medicinali, consulenze singole e di gruppo, assistenza psicologica per bambini e bambine”, ci racconta.
“Lo facciamo grazie alla supervisione del nostro psichiatra, Paolo Feo, che costruisce una formazione specifica per offrire sostegno soprattutto a minori. Lo staff che lavora insieme a noi è per la gran parte siriano: tantissime persone arrivate dalla Siria avevano una formazione in Psicologia, ma i loro titoli di studio non erano riconosciuti dalle autorità locali. Mettendosi però al servizio delle proprie comunità con la voglia di aiutarle, hanno contribuito in maniera fondamentale al lavoro che abbiamo portato avanti in questi 10 anni. Abbiamo anche capito che l’approccio generale era molto incentrato sulla medicalizzazione: lo staff siriano è stato fondamentale per incentivare una terapia diversa, più basata sul dialogo, che facesse ricorso ai medicinali solo quando strettamente necessario”, spiega Lia.
“C’è stata grande attenzione verso bambinə e adolescenti, attraverso la supervisione tecnica di personale specializzato e seguendo programmi strutturati da UNHCR. Questo ci ha permesso di basare il nostro lavoro sulle evidenze scientifiche e di apprezzare importanti cambiamenti grazie a sistemi di valutazione e monitoraggio molto precisi”, sottolinea.
Lia ricorda bene che la maggior parte dei problemi riguardava casi di depressione, ansia, stress post-traumatico. Per lə bambinə invece si registrava enuresi notturna, aggressività, difficoltà di concentrazione. “Tutto questo è stato mitigato grazie a gruppi di resilienza, gioco-terapia, attività di svago pensate per loro”, racconta. “Abbiamo lavorato molto anche sulla formazione degli/lle insegnanti all’interno dei campi, perché riconoscessero lə bambinə che avevano bisogno di un supporto più strutturato”, spiega.
Oggi, le persone rifugiate dalla Siria in Iraq sono oltre 260mila. Il 90% di loro vive nel Kurdistan iracheno: il 40% è ancora nei campi, le altre si sono spostate nelle aree urbane. “Abbiamo lavorato anche nelle città per accompagnare il loro inserimento nel tessuto sociale e garantire accesso alle cure e al sostegno psicologico, un diritto che in tantə neanche sapevano di avere”, racconta Lia.
La cosa più bella di questi anni di lavoro è stato toccarne con mano l’impatto positivo. “Il 70% delle persone che hanno usufruito del nostro sostegno sono state donne. Nel corso del tempo abbiamo visto loro e la comunità rifugiata cambiare: hanno capito che la salute mentale è un diritto, che quel supporto non era qualcosa di cui vergognarsi. E abbiamo ricevuto valutazioni sempre molto positive sul nostro intervento”, spiega.
Oltre il 90% delle persone che abbiamo accompagnato in questi anni ha detto infatti di aver avuto un sollievo dei propri sintomi. Sono diminuiti i livelli di ansia e stress, le interazioni tra lə bambinə e le loro famiglie sono migliorate, l’aggressività è diminuita. “Resta naturalmente la sfida legata alla condizione di rifugiati, di non sentirsi appartenenti alla comunità ospitante, la mancanza di accesso alle possibilità economiche, che continuano ad avere un impatto importante e resta un’eredità pesante di ogni conflitto”, riconosce Lia.
Ma il risultato più importante, probabilmente, “è stato quello di essere riuscitə a lavorare per tanti anni con uno staff siriano che non è mai cambiato, senza disperdere le capacità acquisite e basandoci sulle loro competenze. Penso al nostro collega Rashad, laureato in Psicologia a Damasco e fuggito dalla guerra, che desiderava aiutare la sua comunità in ogni modo”, ricorda Lia. “La sua laurea però in Kurdistan non era riconosciuta. Ha lavorato con noi come consulente per anni, e alla fine siamo riuscitə a far riconoscere il suo titolo di studio da UNHCR. E’ stato un risultato bellissimo per lui, ma anche per noi”.
Nel 2023, poi, il nostro lavoro si è concluso. In 10 anni di cammino, siamo riuscitə a sostenere 250mila persone, fornendo sostegno psicologico ad altre 23mila.
Insieme a UNHCR abbiamo scelto di trasferire tutto l’intervento allə nostrə colleghə di “Wchan – Organization for victims of human rights violations”, una Ong locale curdo-irachena, che oggi porta avanti il sostegno alle persone rifugiate. “L’impegno prosegue, ma non serve più il nostro supporto”, racconta Lia con soddisfazione.
I lunghi capelli nascondono il viso di una bambina. La piccola matita è stretta tra le dita minute mentre disegna una colomba. È il soggetto scelto da Gianluca Costantini, artista e illustratore, per la nuova tessera di Un Ponte Per che ci ha donato.
Un soggetto onirico che ritrae un futuro di pace restituito dalle mani delle nuove generazioni. “Forse è solo un sogno, visto che il mondo si dirige verso uno stato di guerra semi perenne, con un costante restringimento dei diritti umani”, ci racconta Gianluca la mattina che lo incontriamo. In Palestina sta avvenendo un genocidio ed è difficile parlare d’altro. “Ma partiamo dall’inizio”. Nel 1993 esce la graphic novel di Joe Sacco ‘Palestina, una nazione occupata’ e diventa immediatamente un classico. Un‘opera che senz’altro influenza la carriera artistica di Costantini, iniziata proprio quell’anno, al termine dell’Accademia. “Mi ispiravo alla potenza di quelle cose lì, alle grandi storie collettive come quella palestinese. Ho amato molto Joe Sacco. Organizzai anche una mostra a lui dedicata nel nostro paese”. Negli anni Gianluca sceglie di usare la sua arte per schierarsi al fianco degli ultimi e di chi si batte per i diritti umani. Diventa quello che viene definito un artista-attivista, “una definizione che mi va bene perché, come diceva Gramsci ‘ogni manifestazione d’arte è politica’ e io provengo dall’arte dei collettivi, dall’autoproduzione per un pubblico militante”. Col tempo Gianluca passa dalle grandi narrazioni comunitarie alle storie personali, che diventano emblema di cause più grandi. Il tratto grafico diventa essenziale, i testi ridotti a brevi didascalie evocative e senz’altro ne guadagna la potenza del messaggio. Le sue opere rendono virali i volti dell’attivismo che resiste ai regimi, alla privazione dei diritti e delle libertà. Disegna, tra gli altri, Giulio Regeni, Patrick Zaki, Julian Assange, diventando molto popolare sui social e finendo spesso nell’occhio del ciclone. Sarà accusato di antisemitismo dalla destra statunitense per una vignetta su Netanyahu e di terrorismo dal governo turco.
Gianluca Costantini con in mano la nuova tessera di Un Ponte Per
“Ovviamente mi dispiace non poter viaggiare più in alcuni paesi”, racconta, “ma credo che in qualche modo faccia parte del gioco. Le accuse di antisemitismo fanno più male: sono una delle cose peggiori per chi si occupa di diritti umani. Credo però che in un mondo governato da un comitato di affaristi e guerrafondai, l’arte abbia il dovere di provare a squarciare l’ipocrisia dei potenti”, spiega. Così i riccioli e gli occhiali di Gramsci diventano i tratti distintivi del viso di Zaki, attivista egiziano simbolo della resistenza alla repressione, liberato solo al termine di una grande campagna globale. “Sono felice che Patrick stia bene. Il mio lavoro è finito il giorno in cui è stato liberato ed è potuto tornare in Italia. Purtroppo non credo che ad Assange toccherà una sorte simile”. Assange, Wikileaks e le guerre occidentali all’Iraq, uno dei motivi per cui Gianluca si schiera con Un Ponte Per. “Conoscevo il vostro lavoro trentennale in Iraq, a fianco del suo popolo che ha pagato un prezzo durissimo alla follia della guerra. È incredibile che chi ha commesso queste atrocità non sia mai finito sotto processo, mentre chi come Assange ne ha rivelato i crimini, sia imprigionato e considerato un nemico pubblico”, aggiunge. Tornando col pensiero a Gaza, oggi Gianluca sta dedicando una serie di ritratti a giornalisti e giornaliste palestinesi uccisi dopo il 7 ottobre (al momento dell’intervista erano circa 80, ndr). “Un disastro per la verità. Erano persone coraggiose, testimoni diretti, brutalmente silenziati affinché non raccontassero ciò che avevano visto. Non potranno contribuire a costruire una verità condivisa. Una verità che su Gaza mancherà”, conclude.
Creare un luogo sicuro, in cui incontrarsi e confrontarsi, conoscere meglio i propri diritti, discutere. Con questo scopo abbiamo immaginato i nostri “Club di Conversazione”, che abbiamo da poco attivato in Giordania nell’ambito del nostro progetto “Masahat Amina” (Spazi Sicuri), dedicato a donne e ragazze vulnerabili. Finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), il lavoro che portiamo avanti si rivolge alle persone particolarmente vulnerabili tra la comunità rifugiata nel paese e quella ospitante.
Nel paese, noi di Un Ponte Per lavoriamo da moltissimi anni. Da sempre ci siamo concentratə sul sostegno alla comunità rifugiata siriana, ma anche a quella ospitante, nel tentativo di creare armonia e coesione sociale, rivolgendoci in particolare a donne, ragazze e persone con disabilità.
L’obiettivo del nostro lavoro nel paese è stato sempre quello di incoraggiare l’inclusione sociale e la partecipazione delle persone più vulnerabili: nel corso degli anni, abbiamo ottenuto bellissimi risultati, come l’apertura di una pizzeria italiana gestita da persone rifugiate, o di un caffè portato avanti dal lavoro di persone con disabilità. Il nostro scopo è sempre stato quello di combattere la stigmatizzazione delle persone con disabilità, e in particolare delle donne, per sostenerle nel loro percorso di autodeterminazione e indipendenza.
Con lo stesso obiettivo abbiamo immaginato i “Club di Conversazione”: spazi dedicati a loro per un confronto sereno, sicuro, protetto.
A febbraio scorso Huda Nijem, psicologa e nostro collaboratrice di lunga data, insieme alle organizzazioni locali con cui lavoriamo da tanti anni, ha iniziato ad organizzare i “Club di Conversazione” per 160 donne e ragazze con disabilità provenienti da diverse aree della Giordania: Amman, Russeyfah, Dhleyl e Irbid. Ogni settimana, per un totale di 8 incontri per ogni area geografica, i Club offrono alle donne e alle ragazze con diversi tipi di disabilità l'opportunità di conoscere i loro diritti e di discutere di argomenti legati alla protezione, come la stigmatizzazione, la discriminazione, la violenza e la salute mentale, in uno spazio sicuro e senza pregiudizi.
Insieme a loro partecipano anche le persone che di queste donne e ragazze si prendono cura, aiutando così a creare una rete di condivisione che si nutra di esperienze e storie condivise.
I Club creano una rete di solidarietà per le partecipanti che possono confrontarsi con le loro opinioni, discutere i loro sentimenti e condividere le loro esperienze personali, costruendo così un ambiente protetto.Finora gli incontri sono stati un successo: le partecipanti si sono divertite a condividere le attività e hanno mostrato una maggiore consapevolezza dei propri diritti e del proprio ruolo nella società.
Dall’inizio della crisi siriana sono trascorsi 13 anni. Quella che è stata a lungo considerata la principale emergenza umanitaria della regione, vede oggi una crisi di fondi e di sostegno internazionale da parte degli attori umanitari, che restano sul campo tra molte difficoltà nel fronteggiare le necessità di una popolazione che resta bisognosa di sostegno, assistenza sanitaria, sviluppo.
E’ così anche nell’area del nord est della Siria, dove Un Ponte Per opera incessantemente dal 2015, grazie al sostegno di donatori internazionali come l’European Civil Protection and Humanitarian Aid Operations (ECHO), e grazie al lavoro dei suoi partner locali, tra cui la Kurdish Red Crescent (KRC). Qui sono ancora numerosi i campi che accolgono persone sfollate dall’inizio dei combattimenti nel paese, e a causa delle ripetute offensive lanciate nel corso degli anni dalla Turchia. Nati spesso come insediamenti informali in zone remote del paese, difficili da raggiungere e lontani dalle principali città, con il passare del tempo sono divenuti campi che oggi vengono sostenuti dalle organizzazioni non governative per garantire accesso alla salute, all’istruzione e alla protezione alla popolazione sfollata.
Tra questi, c’è anche il campo di Abo Khashab, creato nel 2017 nell’area di Deir Ez-Zor, che accoglie oggi oltre 10.000 persone fuggite sia dal conflitto siriano che dalle incursioni turche nell’area. Nato come insediamento informale, è stato presto raggiunto dagli attori umanitari, tra cui Un Ponte Per, per tentare di costruire un sistema di sostegno e assistenza umanitaria di base. Qui, la maggioranza delle persone accolte sono donne, e il 70% sono minori.
Grazie al sostegno di ECHO, Un Ponte Per e KRC sono riusciti a costruire nel campo una clinica stabile, che oggi è in grado di gestire le emergenze 7 giorni su 7, 24 ore su 24, ed è dotata di un sistema di ambulanze capace di raggiungere gli ospedali più vicini. Attrezzata con tutto il materiale necessario, e fornita di medicinali che vengono distribuiti gratuitamente, la clinica fornisce assistenza per malattie croniche e servizi di medicina interna, ma si è concentrata anche su donne e minori: vengono infatti forniti gratuitamente servizi di ginecologia e pediatria (tra cui gli screening sulla malnutrizione infantile), e si gestiscono casi emergenziali come le ricorrenti epidemie di leishmaniosi.
“In questi anni di lavoro nel campo di Abo Khashab abbiamo incontrato tante storie e tante persone”, racconta Maria Toran Carpio, Project manager del progetto “Life-saving and life-sustaining health assistance to the war-affected population in NES”, sostenuto da ECHO e giunto oggi al suo settimo anno di vita. “Come Yazi, una donna sfollata molto coraggiosa che è stata di grande ispirazione per tutti noi. Un anno fa ha dovuto affrontare gravi problemi di salute”, racconta Maria. “Nonostante le sue condizioni fossero davvero molto complesse, il team di KRC è riuscito a supportarla in modo straordinario. Riconoscendo subito la gravità della situazione, il team è riuscito a indirizzarla verso la struttura sanitaria specialistica più adeguata alle sue esigenze, dove è stata accompagnata verso la guarigione. Oggi le sue condizioni sono migliorate moltissimo, continua a fare riferimento alla nostra clinica e al nostro personale nel campo dove viene monitorata settimanalmente”, spiega.
Un lieto fine è anche quello che siamo riusciti a garantire a Yassin, una bambina di 10 anni che riportava gravissime ustioni sul 75% del suo corpo a causa di un incidente. Anche in questo caso è stato il team di KRC, insieme a Un Ponte Per, a tentare di trovare la soluzione migliore per assicurarle le cure specialistiche di cui aveva bisogno. “Yassin ha subito diverse operazioni chirurgiche”, ricorda ancora Toran Carpio, “e la dedizione del team medico ad Abo Khashab, in collaborazione con gli ospedali locali, è stata impareggiabile. Un mese fa è potuta finalmente tornare a scuola, riprendendo il suo percorso di studio e di crescita. La sua storia ci ricorda quanto sia fondamentale continuare ad essere a fianco alla popolazione siriana e non dimenticarla”.
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