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Una carovana solidale ha raggiunto il valico di Rafah, mentre la Striscia sprofonda tra bombe, fame e isolamento. In queste righe, riportiamo il racconto di chi c’era: voci e storie dal confine dell’assedio. Intervista a Giulia Torrini, co-Presidente di Un Ponte Per.

A Gaza si muore di fame, di sete, di bombe e di silenzio.

Nei giorni dal 17 al 19 maggio, mentre la comunità internazionale balbetta e le cancellerie occidentali si dividono tra timidi ammonimenti e complicità diplomatica, una delegazione italiana ha deciso di rompere l’assordante immobilismo. Sessanta tra parlamentari, eurodeputati, reporter, attiviste e attivisti hanno raggiunto il valico di Rafah per denunciare l’assedio israeliano e l’uso sistematico della fame come arma di guerra.

La Striscia di Gaza è sprofondata in un baratro di disumanità. Dal 2 marzo 2025, nessun convoglio umanitario ha più varcato i confini: acqua, cibo e medicinali restano bloccati alle frontiere sotto il controllo israeliano. Le Nazioni Unite lanciano l’allarme: oltre 14mila bambini rischiano la morte per fame e disidratazione nelle prossime 48 ore. L’UNRWA denuncia l’impossibilità di distribuire gli aiuti rimasti a causa delle continue restrizioni imposte da Tel Aviv.

Nel silenzio quasi corale della comunità internazionale, le cifre diventano epitaffio: più di 53mila persone palestinesi sono state uccise dall’inizio dell’operazione militare israeliana nell’ottobre 2023. Intere famiglie cancellate, infrastrutture sanitarie ridotte in macerie, scuole divenute bersagli.

A confermare la brutalità sistematica di questa offensiva, il 19 maggio, giorno in cui la delegazione italiana si trovava ancora al valico di Rafah, Israele ha ordinato l’evacuazione immediata di Khan Younis e lanciato un attacco aereo senza precedenti sulla città. In un’ora sono stati colpiti ospedali, abitazioni e infrastrutture civili: almeno 135 i morti, centinaia i feriti. Migliaia di persone, molte già sfollate, sono state costrette a fuggire ancora una volta, senza destinazione né protezione. La guerra contro la popolazione civile prosegue senza tregua; nel frattempo, gli aiuti umanitari restano bloccati ai confini.

In un’intervista, Giulia Torrini – presidente dell’organizzazione Un Ponte Per e membro della delegazione italiana presente a Rafah – racconta i momenti vissuti in prossimità del valico: «Durante la nostra permanenza al valico di Rafah, le esplosioni si susseguivano a intervalli regolari, ogni otto o dieci minuti. Il boato era nitido, penetrante, impossibile da ignorare».

Mentre il governo Netanyahu dichiara l’obiettivo di un “controllo totale” su Gaza in nome della lotta a Hamas, sul terreno prende forma un’altra verità: quella di una strategia che molte voci, definiscono senza esitazione una pulizia etnica mascherata da guerra contro il terrorismo. La retorica della sicurezza viene così piegata a giustificare una guerra di annientamento, che colpisce soprattutto civili disarmati.

Rafah, maggio 2025. Foto di Daniele Napolitano

La recente iniziativa della delegazione italiana, promossa da AOI, ARCI e Assopace Palestina, ha assunto un significato che va ben oltre la solidarietà simbolica. Si è trattato di un’iniziativa esplicitamente politica, concepita come atto di rottura contro la complicità silenziosa delle istituzioni europee e la diplomazia titubante dell’Occidente. La presenza al valico di Rafah non mirava soltanto a sollecitare l’ingresso degli aiuti umanitari, ma a denunciare apertamente la legittimazione internazionale di un regime che, con l’assedio di Gaza, sta conducendo una guerra sistematica contro la popolazione civile.

Torrini ricorda gli incontri con la comunità palestinese in esilio avvenuti nei giorni precedenti l’arrivo al valico: «A Il Cairo abbiamo incontrato quelli che potremmo definire i “sopravvissuti”: giornalisti, operatori umanitari, attiviste rifugiate in Egitto, per lo più donne. Non si sono limitati a condividere le loro storie: ci hanno posto davanti alla nostra responsabilità, ci hanno messi a nudo, senza sconti.

Le testimonianze, in particolare durante i confronti con la componente politica della delegazione, sono state dirette e incisive. Alcune attiviste hanno espresso con amarezza la convinzione che non si stia facendo abbastanza, sottolineando come da mesi le immagini delle violenze vengano osservate e condivise senza che questo porti a un cambiamento concreto. Una giovane ha inoltre sollevato la questione dell’uso di quelle immagini, ritenendo che la loro diffusione possa togliere dignità alle vittime, trasformandole in spettacolo per un mondo ormai insensibile. Secondo lei, se neanche la visione di quei corpi riesce a scuotere le coscienze, forse sarebbe meglio non mostrarli affatto».

Una provocazione, certo, ma anche un’affermazione profondamente vera. Una denuncia del voyeurismo occidentale, della nostra progressiva anestesia morale.

Durante questi incontri sono intervenuti giornaliste e giornalisti come Abdel Nasser, operatrici e operatori umanitari, attivisti dell’Union of Agricultural Work Committees (UAWC), che hanno parlato della distruzione del 90% delle terre agricole nella Striscia di Gaza: «Un attacco diretto all’autosufficienza alimentare, parte di una strategia che usa la fame come arma di guerra», riporta Torrini. «Un operatore dell’associazione Vento di Terra ha raccontato di essere stato evacuato nove volte prima di riuscire a trovare rifugio in Egitto, stremato da un’esistenza sempre sotto minaccia. Tuttavia, ha ricordato che anche lì la vita per un rifugiato palestinese resta estremamente difficile. Non si è liberi di lavorare, studiare, muoversi. È la condizione sistemica delle diaspore palestinesi, dal Libano alla Siria».

Torrini ha raccontato anche un altro momento significativo della giornata: un incontro di approfondimento con un esperto di relazioni internazionali.

Durante la discussione sono emersi diversi elementi chiave: il calo di consensi di Hamas tra la popolazione palestinese, il crescente distacco tra la leadership e la società civile, ma anche il mantenimento di una certa influenza del movimento all’estero. Si è parlato del ruolo ambiguo dei Paesi del Golfo, della progressiva marginalizzazione della causa palestinese nell’agenda araba e dell’assenza totale di volontà politica, da parte della leadership israeliana, di intraprendere un percorso diplomatico. Secondo l’analisi condivisa, la strategia di Tel Aviv non si limiterebbe a un contenimento del conflitto: punterebbe piuttosto alla cancellazione definitiva della Striscia di Gaza. Non una gestione della crisi, ma un progetto sistematico di annientamento.

Rafah, maggio 2025. Foto di Daniele Napolitano

«I soldati egiziani presidiavano il valico immobili, motori spenti, armi in braccio: una presenza muta e assente. E noi lì, nel silenzio spezzato solo dalle esplosioni, puntuali ogni otto minuti. Un silenzio surreale, tagliato appena dal cinguettio degli uccelli – si può sentire in sottofondo anche in tutti i nostri audio telefonici. E in mezzo a tutto questo, gridare “Free Palestine”, “Stop the Genocide”, “Stop Illegal Occupation”, in inglese, per rompere quel silenzio – nonostante sapessimo benissimo che nessuno ci stesse ascoltando davvero – è stato un atto di rottura, un grido politico».

Il gesto di lasciare peluche e giocattoli sul confine egiziano, impossibilitati a varcare il confine come le bambine e i bambini a cui erano destinati, è divenuto l’emblema di una protesta potente. Oggetti fragili, infantili, inermi: simboli di un’infanzia strappata. Un grido rivolto all’Europa affinché smetta di coprire con il linguaggio della diplomazia ciò che, nei fatti, è una violazione continuata del diritto internazionale.

«Trovarsi lì, con quasi 20 parlamentari ed europarlamentari in prima linea, mentre esponevano cartelli con i volti dei leader europei – gli stessi che continuano a negare la realtà di un genocidio in corso o a rimanere inerti di fronte al blocco degli aiuti umanitari – è stato fortissimo. E poi quei pupazzi, quei piccoli indumenti sparsi a terra, accompagnati dal segno di gesso che si disegna normalmente attorno ai cadaveri nelle scene del crimine… era una denuncia visiva. In quel piazzale desolato, vuoto, dove un tempo si accalcavano camion carichi di aiuti, oggi non passa più nulla».

Con questa azione, la delegazione ha restituito dignità alla parola “presenza”, trasformandola in testimonianza attiva e denuncia diretta. Non più appelli generici, ma una domanda precisa: da che parte sta la politica europea, quando i confini diventano barriere alla vita?

In un contesto dove la verità è spesso ridotta al silenzio delle macerie, anche la parola dei reporter diventa bersaglio. Al valico di Rafah, 14 giornaliste e giornaliste hanno lanciato un appello dal tono netto e ineludibile: “Basta sparare sui giornalisti”. Un grido nato dall’urgenza di denunciare ciò che si consuma nell’ombra. Dal 2023, oltre 220 reporter palestinesi sono stati uccisi sotto i bombardamenti israeliani; decine sono detenute e detenuti nelle carceri, le loro famiglie perseguitate. In assenza della stampa internazionale, tenuta fuori da Gaza da oltre 19 mesi, sono loro – esposti e isolati – gli unici occhi rimasti a raccontare. Alcuni, pur di distinguersi, indossano giubbotti improvvisati con la scritta “PRESS”, che non proteggono da nulla se non dall’invisibilità. «La stampa non è testimone del conflitto: è bersaglio», scrivono. Ed è forse questo il dettaglio più drammatico di un conflitto che teme chi documenta. L’appello delle giornaliste e dei giornalisti, dal valico di Rafah si rivolge all’Europa e al mondo: si chiede che venga garantita la protezione dei cronisti e delle croniste palestinesi e l’accesso alla Striscia per la stampa internazionale.

«Una giornalista palestinese», continua Torrini, «ci ha spiegato che ormai i cronisti locali si muovono all’interno delle proprie abitazioni senza più indossare i giubbotti antiproiettile contrassegnati dalla scritta “PRESS”. Quegli stessi giubbotti, che dovrebbero garantire una parvenza di protezione, oggi non vengono più forniti. Non arriva più nulla: né caschi, né protezioni, né alcun tipo di materiale di sicurezza. Per questo, molti giornalisti si arrangiano con mezzi di fortuna: imbottiscono i loro giubbotti con spugne, ricreando una sorta di uniforme simbolica. Non è più un mezzo per proteggersi, ma un gesto di dignità, quasi una forma di resistenza, un modo per dire “noi ci siamo”, pur sapendo perfettamente che quelle imbottiture artigianali non potranno mai salvarli né da un proiettile, né tantomeno da una bomba».

Rafah, maggio 2025. Foto di Daniele Napolitano

Sotto la pressione crescente dell’opinione pubblica e di alcuni Stati membri, l’Unione Europea ha annunciato la revisione dell’accordo di associazione con Israele, invocando la clausola sui diritti umani. Anche il Regno Unito ha sospeso le trattative commerciali con Tel Aviv, mentre Francia e Canada minacciano sanzioni. Tuttavia, queste misure appaiono tardive e insufficienti di fronte a quella che molti definiscono una catastrofe umanitaria senza precedenti. Nel frattempo, l’esercito israeliano insiste su obiettivi civili: emblematico l’attacco contro una delegazione diplomatica in visita a Jenin, in Cisgiordania, che ha scatenato reazioni di condanna da parte di diversi governi europei.

«Essere arrivati al valico di Rafah ha avuto un’eco forte nel mondo arabo» commenta Torrini. «Siamo finiti su Al Jazeera, su I Am Palestine, su vari media mediorientali. È servito a raccontare, a far circolare un’altra narrazione. Forse non è un caso se, subito dopo il nostro ritorno, alcuni leader europei hanno cominciato ad alzare la voce. Tre europarlamentari erano con noi a Rafah. Pochi giorni dopo, la presidente della Commissione europea ha chiesto la revisione dell’accordo di associazione UE-Israele. Italia e Germania si sono opposte, com’era prevedibile, ma qualcosa si è mosso. Il resto d’Europa inizia a reagire.

Come attivisti italiani, sappiamo di trovarci in un momento storico delicato. Il nostro governo, come quelli precedenti, continua a vantarsi dell’“amicizia con Israele”. Ma questa retorica comincia a mostrare crepe, soprattutto rispetto ad altri Paesi europei che – seppur lentamente e non per improvvisa coscienza morale – appaiono in difficoltà davanti alla crescente pressione dell’opinione pubblica».

Oggi la società civile internazionale dispone di un margine d’azione, seppur limitato, per denunciare l’immobilismo dei propri governi. In questo quadro, il confronto diretto tra la carovana solidale e le realtà locali ha portato alla redazione di un documento ufficiale, indirizzato alla Presidente del Consiglio, con la richiesta di una presa di posizione chiara e netta contro la guerra.

La portata simbolica e politica di questa iniziativa dipenderà dalla capacità delle opposizioni di restare coese e di riconoscere la centralità della questione palestinese. Le testimonianze ascoltate sul campo, i numeri dei civili uccisi sono prove che non possono più essere ignorate.

«La questione palestinese oggi è molto più di un conflitto locale: è il riflesso di un nuovo paradigma globale. Da un lato, un potere coloniale che utilizza l’apartheid come strumento di conquista e controllo territoriale; dall’altro, un sistema umanitario internazionale che, nato nel secondo dopoguerra per proteggere i popoli vittime dei conflitti, oggi sta degenerando in un meccanismo commerciale, persino redditizio. L’aiuto umanitario è diventato una leva politica e i suoi operatori sono ormai bersagli dichiarati. Alcuni temono che si stia andando verso un modello in cui l’assistenza venga affidata a fondazioni private od organizzazioni filo-occidentali, sostenute da Israele e Stati Uniti, svuotando di significato e legittimità il concetto stesso di aiuto internazionale. In questo contesto, la decisione degli Stati Uniti di tagliare i fondi USAID e di smantellare l’agenzia per la cooperazione è un segnale chiaro».

La Palestina, in questo quadro, diventa un laboratorio. Un esperimento. Ciò che accade lì prefigura modelli destinati a replicarsi ovunque: in ogni contesto di occupazione, assedio o colonizzazione.

«Per questo la politica deve agire» conclude Torrini. «Se il degrado si consolida in Palestina, rischia di estendersi ovunque. Ed è qui che serve lucidità politica, oltre che morale. Durante la permanenza della delegazione, con giuristi e accademici, si è discusso a lungo non solo della legittimità del termine genocidio, ma anche del solido quadro giuridico internazionale già esistente: dalle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale, agli strumenti legali a disposizione dei governi europei per imporre sanzioni. Gli strumenti, dunque, ci sono. A mancare è la volontà politica. Lo dimostra il fatto che la mozione presentata dalle opposizioni per sospendere l’invio di armi a Israele sia stata bocciata. È passata invece la mozione della maggioranza, che prevede ulteriori acquisti militari proprio da Israele. Eppure, un governo responsabile non dovrebbe né vendere né acquistare armi da uno Stato che, nei fatti, sta massacrando una popolazione civile in quanto tale. In teoria è tutto chiaro, ma nella pratica, le azioni continuano a non arrivare».

Intervista di Daniela Galiè pubblicata su Dinamopress il 23 maggio 2025. Foto di Daniele Napolitano.

Una crisi umanitaria senza precedenti: nel nord est della Siria il sistema sanitario rischia il collasso.

Ospedali senza più farmaci per le operazioni salva-vita. Cliniche nei campi per persone sfollate senza personale medico. Ambulanze ferme per mancanza di carburante.

Questa è la realtà devastante che stiamo affrontando nel nord est della Siria dopo la decisione dell’amministrazione statunitense di interrompere i finanziamenti a USAID. Una scelta che, da un giorno all’altro, ha lasciato milioni di persone senza il supporto essenziale per sopravvivere in un'area che dipende ancora interamente dagli aiuti internazionali. E noi, che operiamo sul campo dal 2015, vediamo gli effetti di questa catastrofe ogni giorno.

A causa della sospensione dei fondi USAID annunciata il 20 gennaio e che la sera del 25 febbraio scorso si è tradotta in chiusura del 90% dei programmi dell'agenzia, oltre 4,5 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria salva-vita rischiano di restare senza sostegno, e questo solo nel nord est della Siria. 

E' urgente che ogni persona solidale scelga di donare per arginare questo dramma.

Lo testimonia Lavinia Brunetti, operatrice di Un Ponte Per dal campo di Areesha, nel servizio di TV2000.

Quello operata da Trump è un vero e proprio attacco agli aiuti internazionali che già da metà febbraio ha comportato per le Ong presenti sul territorio l’interruzione del 61% dei servizi che consentono l’accesso alla salute primaria e secondaria, del 54% dei programmi di protezione dai casi di violenza di genere e sfruttamento del lavoro minorile, del 56% dei programmi che oggi consentono accesso ad acqua pulita e condizioni igieniche di base, e del 53% dei programmi di sicurezza alimentare.

La nostra Direttrice generale, Martina Pignatti Morano, lancia un appello urgente:

“La sospensione dei fondi USAID sta aggravando una profonda crisi umanitaria già in corso in Siria, lasciando milioni di persone senza accesso ai servizi essenziali. In un paese devastato da 13 anni di conflitti, questa decisione sta costringendo le organizzazioni umanitarie internazionali e locali a ridurre, se non a interrompere del tutto, operazioni vitali, colpendo in particolare le fasce più vulnerabili delle comunità: donne, bambini e bambine, e le persone sfollate che dipendono interamente dagli aiuti internazionali”.

Si tratta di una crisi senza precedenti che coinvolge l’intero paese, ma che diventa particolarmente critica nell’area del nord est: qui oltre 100 strutture sanitarie nei governatorati di Deir ez-Zor, Hassakeh, Raqqa e Aleppo, rischiano la chiusura totale tra marzo e aprile 2025.

Nei campi per persone sfollate, l’interruzione dei servizi sanitari e dei programmi di vaccinazione sta esponendo bambini e bambine a malattie mortali come morbillo e colera, con il rischio di un allarmante aumento della mortalità infantile. Le organizzazioni locali, pilastri della risposta umanitaria, senza il sostegno internazionale stanno esaurendo le risorse per garantire assistenza. 

Senza un intervento immediato, l’intero sistema sanitario siriano rischia il collasso. E' a rischio la vita di migliaia di persone improvvisamente private delle cure mediche primarie.

Noi di Un Ponte Per operiamo nel nord est della Siria da 10 anni, sostenendo la popolazione nel difficile percorso di ricostruzione di un sistema sanitario pubblico e di risposta ai bisogni umanitari della popolazione. In tanti anni abbiamo attraversato numerose emergenze, attacchi alle strutture sanitarie e alle infrastrutture, così come calamità naturali, e abbiamo continuato sempre a fare la nostra parte, restando al fianco delle comunità più vulnerabili.

Fino ad oggi, i nostri interventi hanno assicurato a 1 milione 640 mila di persone l'accesso a cure sanitarie primarie, a programmi di protezione per donne e bambinə, all'acqua pulita e a servizi igienico-sanitari. Persone che contano sul nostro sostegno.

Tra queste, oltre 100 mila residenti nei campi – tra cui quello di Al Hol – e 700 mila che facevano affidamento sull’Ospedale Nazionale di Hassakeh, capace di fornire ogni mese cure gratuite a 1.300 pazienti, di cui 300 madri con lə propriə figliə.

Stiamo facendo tutto il possibile per mantenere operativi i servizi essenziali dell'Ospedale di Hassakeh e delle cliniche nei campi. Grazie alle donazioni ricevute abbiamo garantito la copertura del fabbisogno dei farmaci salva-vita nell'ospedale per i mesi di gennaio e febbraio. Ma tutto questo rischia di dover essere sospeso a giorni: solo il 27 febbraio scorso sono state licenziate oltre 450 persone dell'ospedale e senza nuovi fondi, entro il 30 aprile buona parte dei servizi di tutte le strutture sanitarie verranno completamente interrotti.

La nostra Direttrice lo afferma chiaramente:

“Con la chiusura dei progetti delle Ong che operavano nell’area la regione più povera della Siria ha assoluto bisogno della solidarietà di ognunə di noi. Ogni donazione, grande o piccola, adesso può fare la differenza e ci aiuterà a garantire cure, fornire farmaci e protezione per sostenere la popolazione come abbiamo sempre fatto, e fino a quando sarà necessario”.

Cos'è il taglio dei fondi USAID?

Il 20 gennaio 2025, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha emesso l'ordine esecutivo presidenziale per rivalutare e riallineare gli aiuti esteri degli Stati Uniti, che ha imposto uno stop all’erogazione dei finanziamenti per 90 giorni (in scadenza il 30 aprile) destinati all'assistenza allo sviluppo in tutto il mondo, al fine di valutare l'efficienza programmatica e la “coerenza con la politica estera”. I parametri del processo di revisione non sono chiari e non sono stati resi pubblici, ma l'amministrazione statunitense ha già iniziato a cancellare centinaia di contratti e finanziamenti USAID, con effetto immediato. Un “coerenza” che si è tradotta sul campo nel taglio immediato degli aiuti a programmi di assistenza sanitaria, educazione, protezione e sostegno all’emancipazione delle donne: un attacco diretto agli aiuti umanitari e di sviluppo.

Ci sono progetti di Un Ponte Per colpiti dal taglio dei fondi di USAID?

Il 26 febbraio l’amministrazione Trump ha emesso oltre 10.000 lettere di sospensione di progetti che hanno raggiunto agenzie della Nazioni Unite e numerose ONG. Tra queste anche Un Ponte Per, che si è vista sospendere ufficialmente il 90% delle attività che porta avanti nel nord est della Siria, riducendo drasticamente la propria capacità di supporto all’operatività di strutture sanitarie locali come l'Ospedale Nazionale di Hassakeh, i Centri di Assistenza Sanitaria Primaria nei campi per persone sfollate, le Unità Sanitarie Mobili e i Centri di coordinamento ambulanze, che garantiscono servizi sanitari primari di medicina interna, pediatria, ginecologia, trattamento di malattie infettive, laboratori di analisi e dispensari medici, supporto psicologico a decine di migliaia di persone ogni mese. Attività che offrivano, inoltre, la possibilità di identificare casi di donne sopravvissute a violenza di genere, bambini e bambine esclusi da percorsi educativi e vittime di lavoro minorile, matrimoni precoci, e accompagnarli in percorsi di supporto dedicati.

Perché Un Ponte Per ha scelto di lavorare con i finanziamenti statunitensi in Siria?

Un Ponte Per ha iniziato a lavorare per la prima volta con USAID/BHA su richiesta dei propri partner locali nel nord est della Siria, per compensare la progressiva riduzione di finanziamenti internazionali sui programmi attivi nell’area. Nel gennaio 2020, infatti, con la risoluzione UN Cross Border Resolution, in seguito al veto di Russia e Cina, le Nazioni Unite hanno rinnovato il sostegno umanitario al paese dimezzando però il numero di valichi attraverso cui far accedere gli aiuti, chiudendo quelli dall’Iraq e dalla Giordania e lasciando isolato di fatto il nord est della Siria. Le organizzazioni non governative come Un Ponte Per che da quell'anno hanno rifiutato di registrarsi al Governo di Damasco, per non scendere a patti con il regime dittatoriale di Bashar al-Assad, hanno perso la possibilità di accedere a questi fondi, trovandosi costrette a fronteggiare gravi carenze umanitarie senza il necessario supporto finanziario. Parallelamente a partire dal 2022, in seguito all’emergenza umanitaria causata dall’aggressione della Russia all’Ucraina, le agenzie dell’Unione Europea hanno gradualmente diminuito il proprio impegno in paesi contesti di crisi come il nord est della Siria per concentrare le proprie risorse nella risposta all’emergenza umanitaria ucraina, aumentando il gap tra finanziamenti disponibili e bisogno di risposta alle necessità della popolazione.

Cosa succederà il 30 aprile?

Il 30 aprile termina la sospensione di 90 giorni dei fondi USAID e molto probabilmente verrà confermata la chiusura dei finanziamenti ai programmi già notificati dalla sospensione, taglio che andrà a colpire in modo sproporzionato le comunità più vulnerabili della Siria che, dopo quasi 14 anni di conflitto, dipendono interamente dagli aiuti per la loro sopravvivenza.

Nel nord est della Siria le conseguenze di questa decisione potrebbero essere catastrofiche, se non verranno trovate fonti di supporto alternative il sistema sanitario rischia il collasso: centinaia di migliaia di persone rimarranno senza assistenza salvavita, cure di base, farmaci, aggravando ulteriormente una situazione umanitaria già drammatica. Ciò potrebbe, infine, alimentare tensioni e disordini nei campi per persone sfollate e nelle comunità, creando terreno fertile per la rinascita di movimenti estremisti.

In questo contesto, ogni donazione può fare la differenza.

Ambra Malandrin, responsabile del progetto “Costruire futuri: promuovere la pace attraverso l’educazione” finanziato dai fondi 8x1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, racconta a "Il Nuovo Rinascimento" i risultati dei primi mesi di attività all'interno degli Spazi Sicuri che abbiamo allestito a Raqqa e che da anni continuano garantire servizi di protezione a donne e bambinə.

La situazione di crisi umanitaria in Siria è molto delicata, ci sono gravi carenze dei servizi essenziali, tra cui l’istruzione. Si stima che 2.4 milioni di bambinə siano fuori dal sistema educativo e si assiste a un altissimo tasso di analfabetismo. I minori della fascia 12-14 anni vengono mandati a lavorare e le bambine sono costrette a sposarsi.
La città di Raqqa è ancora segnata dall’occupazione di Daesh (ISIS). Questa occupazione ha sfaldato il tessuto sociale e ha portato all’aumento del lavoro minorile, dato che le famiglie vivevano in condizioni economicamente degradanti.
Uno degli obiettivi del progetto è di fornire un’educazione non formale per eliminare il divario tra chi va a scuola e chi no: a causa dei costi elevati e della mancanza di strutture molte famiglie non riescono a sostenere la formazione dei figli e delle figlie. Attraverso il progetto forniamo loro alfabetizzazione e competenze numeriche di base per donne analfabete, corsi di recupero scolastico per bambinəfuori dal sistema educativo, per facilitarne il reinserimento nella scuola formale; corsi di supporto extrascolastico per bambinə che, nonostante frequentino la scuola, incontrano difficoltà nello studio a causa di disagio sociale o scarso supporto educativo.
Nell’ambito dell’educazione non formale rientrano anche la formazione alla costruzione della pace e alla risoluzione dei conflitti. Un altro obiettivo invece riguarda la protezione e il supporto psico-sociale che mira a sostenere lo sviluppo di una resilienza personale per superare problemi derivanti da situazioni di crisi e traumi e per contrastare abusi, lavoro minorile e violenza di genere.

Il vostro contributo è stato fondamentale, a partire dal 2022 abbiamo raggiunto in soli sei mesi 4.400 individui con progetti di protezione, attraverso sostegno individuale, attività ricreative e supporto psico-sociale. Nel 2023 abbiamo raggiunto 18.000 persone tramite campagne radio e sessioni individuali, con iniziative di sensibilizzazione incentrate su temi quali: la prevenzione alla violenza di genere, la protezione dei minori, i diritti delle donne e delle persone con disabilità.  Abbiamo assistito a un impatto positivo sulla popolazione, in particolare a Raqqa dove sono stati realizzati degli spazi sicuri per le ragazze sopravvissute alla violenza di genere. Quest’anno, con l’inserimento di altre attività educative e di peacebuilding, abbiamo raggiunto in soli tre mesi circa 130 bambinə e donne con attività educative, 160 con interventi di protezione e più di 10.000 persone con un programma radio per la Giornata Internazionale della pace. Inoltre, facciamo formazione allo staff locale sui temi della violenza di genere in modo da rendere il progetto sostenibile per il futuro.

L’educazione “non formale” è flessibile e risponde a diverse esigenze delle persone. Tre sono le sue componenti fondamentali: integrare nel sistema educativo nazionale lə bambinə che sono rimastə esclusə, andando a colmare quel vuoto formativo che non gli permette di seguire le lezioni con lə loro coetaneə. La seconda componente è la preparazione scolastica, ossia i corsi dopo scuola, per sostenere lə ragazzə che hanno difficoltà nello studio a causa di disagio sociale o scarso supporto educativo ed economico e per questo motivo lasciano la scuola. Questo aspetto dell’educazione non formale include un tutoraggio per alcune materie, come la matematica, le scienze e l’inglese. Nei nostri centri c’è una stanza dove bambinə possono rimanere tra un corso e un altro per svolgere i compiti con unə insegnante che lə aiuta, in modo che possa essere per loro un’occasione di approfondimento.
L’ultima componente è il calcolo di base e alfabetizzazione per le tutrici. In questo modo vengono migliorate le competenze pratiche delle donne ma anche rafforzato il loro ruolo educativo all’interno della famiglia, promuovendo una maggiore autonomia e aumentando le loro possibilità lavorative. Si integra sempre l’educazione alla pace all’interno delle attività ricreative, ad esempio della risoluzione dei conflitti e del cambiamento climatico e sono previste sessioni miste con circa 500 partecipanti per creare un dialogo con la comunità e ridurre le tensioni intergenerazionali, ma anche per sviluppare una maggiore consapevolezza civica.

Gli spazi sicuri di UPP-DOZ sono ambienti protetti dove donne e bambinə possono accedere a supporto psicosociale, attività educative e servizi di protezione in un contesto inclusivo e rispettoso. Uno di questi Spazi Sicuri è dedicato alle ragazze e un altro a bambinə e adolescenti. Il loro fine è quello di garantire protezione, ad esempio al loro interno vi è un approccio integrato che prevede sessioni come educazione emotiva e di pace.
Si parla anche di violenza di genere, matrimonio precoce e lavoro minorile. I casi di violenza di genere sono ancora molto elevati, uno fra questi è il matrimonio forzato che vede circa l’80% delle bambine di 15 anni costrette a sposarsi.
Per questa ragione all’interno dei nostri centri le donne trovano staff formato da UPP (case workers) che possono effettivamente sostenerle nei casi di violenza e possono accedervi più facilmente perché si trovano negli stessi luoghi dove le donne si recano per altre attività; quindi, non sono tenute a dichiarare apertamente ai propri familiari (spesso gli stessi abusanti) che stanno andando al centro antiviolenza per chiedere un supporto.
Vi sono inoltre attività ricreative e ludiche e sessioni di formazione genitoriale, che hanno l’obiettivo di implementare la capacità di protezione di minori all’interno delle famiglie. Molti sono i corsi che prevedono il rafforzamento del sostegno reciproco tra donne perché a Raqqa è molto forte l’isolamento femminile. Vi è anche un luogo predisposto a prendersi cura di bambinə più piccolə così che le tutrici possano partecipare alle altre attività mentre lə bambinə sono a contatto con esperti nella cura dell’età infantile.

L’impatto che vorremmo vedere è radicale e duraturo con un’enfasi sull’educazione non formale perché questa per noi è la chiave per il progresso e l’emancipazione e va portata avanti in maniera olistica.
Miriamo a realizzare opportunità di crescita aumentando l’autonomia delle persone con cui lavoriamo e questo è necessario per prevenire delle problematiche contestuali come il lavoro minorile e la violenza. Ovviamente l’educazione pacifica serve anche a questo, a rafforzare il tessuto sociale.
Vorremmo creare e mantenere degli ambienti sicuri e sostenere le persone a superare le difficoltà momentanee, come quelle attuali, in cui la popolazione siriana si trova nuovamente a vivere un momento di dura crisi, ma vorremmo che questi strumenti avessero anche un impatto a lungo termine, in quanto strumenti di resilienza, per costruire un tessuto di pace che parta dalle stesse comunità locali.

A seguito dei recenti spostamenti forzati dovuti ai cambiamenti politici e al rischio di occupazione militare, dai primi giorni di dicembre 2024, Raqqa sta affrontando una situazione emergenziale in cui tutte le scuole pubbliche sono state convertite in centri collettivi per accogliere oltre 50.000 persone sfollate in poche settimane. Questo ha lasciato migliaia di bambinə senza accesso all’istruzione, aggravando il divario educativo già esistente. Lə bambinə sfollatə, inoltre, non frequentano la scuola, aumentando ulteriormente il bisogno di interventi di educazione non formale in contesti di emergenza. Nei prossimi mesi, monitoreremo con attenzione i cambiamenti e la crescente domanda, come dimostrato dalle lunghe liste d’attesa per i nostri corsi di educazione non formale, che superano di gran lunga le risorse attualmente disponibili.

Ambra Malandrin
Protection & Education Coordinator

febbraio 2024, alla luce della terribile offensiva genocida israeliana contro la popolazione della Striscia di Gaza, Un Ponte Per ha lanciato la sua campagna “Acqua per Gaza”. Grazie alla relazione costruita con il nostro partner locale – la Union of Agricultural Work Committees (UAWC) -; alla straordinaria generosità delle persone che hanno donato, e alle tantissime realtà solidali che hanno organizzato iniziative su tutto il territorio italiano – siamo riuscitə a raggiungere importanti risultati.

L’obiettivo era fornire un minimo di sollievo alla popolazione così duramente colpita, che sta scontando una gravissima carenza di cibo e acqua potabile.

Insieme a UAWC e all’incredibile lavoro dei suoi team locali a Gaza, abbiamo raggiunto più di 45mila persone con distribuzioni di acqua pulita, cesti alimentari e kit igienici.

Cosa stiamo facendo concretamente?

Questa iniziativa si è concentrata sull’urgente bisogno di acqua pulita e servizi igienico-sanitari a diversi campi profughi nelle regioni centrali e meridionali della Striscia di Gaza. Il nostro intervento ha raggiunto 5.500 famiglie con 142 metri cubi di acqua potabile a persone che in precedenza dipendevano da fonti d’acqua costose o contaminate.

Abbiamo distribuito 72 pacchi alimentari ad altrettante famiglie di pescatori, per un totale di 396 persone sfollate o rimaste senza casa a causa del conflitto in varie aree della Striscia di Gaza. Questi aiuti mirati hanno svolto un ruolo fondamentale nel rispondere ad alcuni dei bisogni urgenti delle comunità colpite, offrendo un supporto cruciale in un periodo di estremo bisogno. I pacchi alimentari hanno incluso una varietà equilibrata di prodotti alimentari nutrienti, tra cui cereali, legumi, cibo in scatola. Inoltre, siamo riuscite/i a distribuire kit igienici a 500 famiglie sfollate.

Abbiamo potuto installare 3 serbatoi d’acqua dalla capienza di 5.000 litri, e 4 serbatoi dalla capienza di 2.000 litri per rendere duraturo il sostegno alle comunità costrette allo sfollamento per ordine militare israeliano. Appena le condizioni del contesto ce lo permetteranno, lo sforzo umanitario e logistico sarà quello di sostenere la ricostruzione degli impianti di potabilizzazione dell’acqua distrutti militarmente dalla forza occupante.

Abbiamo installato 4 unità di servizi igienici, composte ognuna da 4 servizi igienici in 4 differenti campi informali (uno ad Al-Zuwayda, uno a Deir al-Balah e due a Nuseirat) per servire 358 famiglie e circa 1700 individui. Purtroppo il continuo sfollamento forzato delle famiglie di Gaza ha ormai causato l’esaurimento dei loro risparmi. Così le famiglie sono rimaste bloccate in aree totalmente prive di strutture. Migliaia di persone sono ammassate in tende di fortuna, senza servizi igienici, private della loro dignità. I blocchi israeliani continuano a impedire l’accesso dei materiali per il trattamento delle acque reflue e questo sta causando una progressiva contaminazione fecale delle acque sotterranee. Con l’inverno che incombe, la possibilità di inondazioni è grande, come già accaduto nella zona di Khan Younis e Al Mawasi a fine settembre. Tali inondazioni rappresentano un enorme rischio per la salute e hanno un grave impatto sulla dignità e la resilienza della popolazione. Secondo l’UNICEF, in queste condizioni bambinə hanno quasi 20 volte più probabilità di morire di malattie diarroiche che a causa delle bombe. Per questo i nostri “box igienici” perseguono il doppio obiettivo di salvaguardare la dignità delle famiglie sfollate e di non alimentare la gravissima contaminazione delle acque che causa le malattie infettive.

Con l’arrivo dell’inverno aumentano i bisogni della popolazione di Gaza, così come i catastrofici rischi di malattie e carestie. Ad al-Mawasi, nella zona centrale della Striscia di Gaza siamo riuscitə a mettere in sicurezza le tende logore di circa 240 famiglie, con teli idrorepellenti che resistono alle intemperie.

Gaza, distribuzione acqua
Gaza, installazione cisterne
Gaza, container con bagni

Tutto questo è stato reso possibile dalla generosità di chi ha donato, e dal lavoro del team altamente specializzato di UAWC a Gaza, che ha effettuato le distribuzioni in base alle esigenze e a chi ne aveva più bisogno.

L’assedio di Gaza continua e la fame e la sete sono utilizzate come arma di guerra, nonostante le convenzioni internazionali e il diritto umanitario lo vietino. Con l’arrivo dell’estate la mancanza di accesso all’acqua potabile sta moltiplicando le malattie gastrointestinali e si temono epidemie di tifo e di colera. Sono ormai decine i bambini e le bambine morte per fame e disidratazione. In più, l’eventuale offensiva dell’esercito israeliano a Rafah, dove vivono stipati 1 milione e 500mila sfollati palestinesi, rischia di decuplicare l’attuale catastrofe umanitaria.

Ringraziamo di cuore chi ha donato a livello individuale e collettivo, sostenendo la campagna “Acqua per Gaza”, a testimonianza di un’attenzione e di una solidarietà della società civile italiana ben lontana dalle posizioni del Governo.

Gaza, distribuzione acqua
Gaza, distribuzione cibo
Gaza, messa in sicurezza tende

Le attività vengono svolte attraverso una combinazione di distribuzione diretta alle famiglie e collaborazione con organizzazioni locali per raggiungere le popolazioni più vulnerabili. Il nostro partner locale UAWC, utilizza unità di distribuzione mobili per aree ad accesso limitato e stabilisce punti di distribuzione nelle aree che sono meno a rischio di attacco israeliano.

La parte fresca dei pacchi alimentari viene ottenuta dai pochi contadini che, nonostante le difficoltà, continuano a coltivare a Der-al-Balah e Khan Yunis, dove continua il tentativo di resistere anche a livello economico al brutale assedio militare. Questi contadini sono in contatto con i Comitati locali dell’UAWC, che acquistano i loro prodotti. I fondi arrivano da Ramallah ai conti correnti dei Comitati, che poi confezionano e distribuiscono i pacchi alimentari.

Il cibo non fresco viene procurato attraverso i pochi camion che riescono ad entrare, concentrandosi solo sui beni essenziali come olio e scatolame. Prodotti che hanno subito un aumento vertiginoso dei prezzi. L’acqua viene prelevata da due pozzi ancora funzionanti nel sud e poi distribuita tramite cisterne, in un sistema consolidato durante gli anni di assedio.

UAWC sta cercando di riabilitare due pozzi a nord per le persone rimaste, con l’intenzione di utilizzare pannelli solari se possibile. Questo sforzo è anche un atto di resistenza, una dimostrazione che quella terra appartiene alla comunità.

Nel frattempo, si sta mappando la situazione dei pozzi a sud nella speranza di riabilitarli nella misura del possibile. La riabilitazione dei pozzi è una delle prime attività di emergenza che vengono intraprese, tutto in collaborazione con i Comitati locali di UAWC.

Continuiamo a denunciare con forza il genocidio operato da Israele contro la popolazione di Gaza. Chiediamo un cessate il fuoco immediato e permanente, e ci uniamo all’appello del nostro partner palestinese UAWC, che:

Invitiamo chi ci sostiene a:

Gli sforzi che state facendo per sostenerci rappresentano un contributo vitale, e ci ricordano che nel mondo c’è ancora qualcosa di buono. Ogni goccia d’acqua in questo oceano di necessità conta, e farà la differenza per tante e tanti”.
E’ il messaggio dei nostri partner della Union of Agricoltural Work Committees (UAWC) a tutte le persone che ci stanno sostenendo.

Nel dicembre 2024, l'Esercito Nazionale Siriano (SNA), sostenuto dalla Turchia, ha commesso gravi violazioni nel nord-est della Siria, in particolare contro la città di Manbij. Questi atti includono attacchi alle strutture sanitarie, vitali per la popolazione locale e per le persone sfollate.

Un Ponte Per (UPP) denuncia che queste azioni costituiscono una palese violazione delle leggi umanitarie internazionali che proteggono esplicitamente le strutture e il personale medico durante i conflitti armati.

La Mezzaluna Rossa Curda (KRC), nostro partner e principale organizzazione sanitaria nella regione, è stata gravemente colpita da queste ostilità. I centri sanitari primari di Manbij e Abu Qalqal, che sosteniamo da anni insieme a KRC con progetti comuni e che offrono servizi critici come medicina interna, pediatria, ginecologia, supporto psicologico, diagnostica di laboratorio, accesso alle farmacie e servizi di emergenza, sono stati vandalizzati e saccheggiati l'8 dicembre, con il furto di attrezzature mediche e forniture per un valore di migliaia di dollari, oltre a un'ambulanza di Abu Qalqal. Anche l'ospedale di Al Furat, l'unico ospedale pubblico secondario/terziario di Menbij, è stato preso d'assalto da combattenti armati dell'SNA così come il centro ambulanze di KRC, che si trova all'interno dell'ospedale, dove sono state rubate 3 ambulanze. Queste infrastrutture sanitarie sono essenziali non solo per la città, ma anche per le aree circostanti che dipendono da esse per la sopravvivenza.

Gli atti di vandalismo, saccheggio e distruzione delle strutture sanitarie segnalati in questo periodo sono atti di grave aggressione. Questi attacchi mirati ai centri medici esacerbano una crisi umanitaria già grave, privando le popolazioni vulnerabili delle cure mediche essenziali e violando i loro diritti fondamentali.
La comunità internazionale deve prendere urgentemente posizione contro queste violazioni. Sono necessarie misure immediate e incisive per garantire la conservazione e la protezione delle strutture sanitarie, la sicurezza del personale medico e la continuazione dei servizi salvavita. Sostenere organizzazioni come la Mezzaluna Rossa curda, che servono instancabilmente le popolazioni colpite, è fondamentale per mitigare le conseguenze di questo conflitto.

L'attacco alle strutture sanitarie e gli atti di vandalismo perpetrati contro di esse sono inaccettabili in qualsiasi circostanza. Tutte le parti in conflitto devono essere ritenute responsabili per garantire il rispetto delle leggi internazionali che tutelano gli spazi umanitari. Si chiede inequivocabilmente di fermare queste aggressioni e di dare priorità alla sicurezza e al benessere dellə civili.

Appello di Un Ponte Per, sviluppato grazie alle testimonianze del nostro staff e dei nostri partner sul campo.

Al via il nuovo bando per la quarta annualità dei Corpi Civili di Pace, a cui Un Ponte Per partecipa in collaborazione con ACQUE CORRENTI ETS.

Quest’anno saranno selezionati/e 4 volontari/e per il progetto “Corpi Civili di Pace: Together for Change 2” che si svolgerà in Giordania.

La scadenza per fare domanda è il 23 dicembre 2024 alle ore 14.

Qui tutte le informazioni per partecipare al bando CCP 2024 >> 

Per presentare la domanda di servizio civile è necessario accedere via SPID, il Sistema Pubblico di Identità Digitale, accedendo alla piattaforma DOLCCP all’indirizzo https://domandaonlineccp.serviziocivile.it

Per dubbi ed approfondimenti sul progetto è possibile contattare Un Ponte Per all’indirizzo email info[at]unponteper.it.

Di cosa si occupano i Corpi Civili di Pace?

L’istituzione dei Corpi Civili di Pace rappresenta una novità quasi assoluta nel panorama europeo e mondiale, è infatti possibile rifarsi solo parzialmente ad altre esperienze.

Furono previsti dalla legge di stabilità italiana del dicembre 2013 grazie ad un emendamento presentato da Giulio Marcon (SeL) e al lavoro portato avanti da reti, Ong e associazioni nell’ambito della più vasta campagna “Un’altra Difesa è possibile!” per l’istituzione di una Difesa civile, non armata e nonviolenta in Italia.

Nel dicembre del 2015 dal Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale arriva il decreto, con il quale viene approvato il prontuario di progettazione per l’avvio della sperimentazione (giunta oggi alla terza annualità). Associazioni, enti ed Ong possono iniziare a scrivere i progetti, e i CCP vengono previsti all’interno del cappello istituzionale del Servizio Civile Nazionale.

L’intervento dei Corpi Civili di Pace è realizzato nei seguenti campi di azione:

Questo modello sperimentale si propone l’obiettivo di ricercare soluzioni alternative all’uso della forza militare per la risoluzione dei conflitti. Competenze, capacità e sensibilità particolari, che non mancheranno ai giovani che sceglieranno di impegnarsi su “nuovi fronti”, saranno anche sviluppate da una formazione mirata e qualificata, appositamente prevista dal decreto interministeriale.

Dal settembre scorso, l’offensiva israeliana estesa a livello regionale ha causato conseguenze disastrose per la popolazione civile in Libano. Si stima che circa 475mila persone abbiano già attraversato il confine tra Libano e Siria in cerca di riparo. Di queste, almeno il 71% sono persone siriane già fuggite in passato percorrendo la stessa strada ma al contrario: dalla guerra in Siria erano entrate in Libano, in cerca di rifugio. Oggi stanno tornando indietro, in un percorso senza pace.

Si tratta di una storia che conosciamo bene. Da anni, ogni volta che un conflitto ha interessato le popolazioni dei paesi in cui operiamo, siamo statə ai confini per fornire accoglienza, orientamento e primo soccorso alle persone in fuga dalle guerre. Oggi torniamo a farlo nel nord est della Siria, dove operiamo dal 2015, e dove ci siamo subito attivatə per fornire aiuto e primo soccorso in coordinamento con i nostri partner locali, la Mezzaluna Rossa Curda (KRC), alle persone siriane e libanesi in arrivo

Per prima cosa abbiamo allestito due unità mediche nei principali punti di passaggio tra le aree controllate dal regime siriano e l’area del nord est in cui siamo presenti.

Queste unità mediche sono state posizionate strategicamente al primo punto di ingresso delle persone in arrivo per fornire servizi medici essenziali. L’obiettivo principale di queste unità diagnostiche mobili è quello di garantire che tutte le persone bisognose di assistenza ricevano il supporto necessario, in particolare coloro che desiderano attraversare la Siria nord-orientale solo per raggiungere la Siria nord-occidentale. Questo servizio è fondamentale anche per le persone sprovviste di documenti di identità, fornendo cure e aiuto necessario in attesa di riceverli.

L’équipe medica di UPP e KRC si è assicurata che queste unità siano completamente attrezzate con le risorse necessarie per fornire un’assistenza primaria di alta qualità, garantendo la presenza di personale stabile.

Inoltre, abbiamo fornito un servizio di ambulanze disponibili 24 ore su 24 per trasportare le persone in stato di necessità presso le strutture mediche più vicine. Si tratta di mezzi che KRC ha messo a disposizione e che fanno la spola tra le cliniche che abbiamo costruito insieme a Manbij e Raqqa.

Vicino alle unità mediche sono state allestite delle tende, una per gli uomini e una per le donne, per garantire privacy e riposo alle persone in arrivo: per raggiungere il primo punto di passaggio in Siria dal Libano sono necessari spesso dai 3 ai 4 giorni di viaggio. Alcune persone stanno esprimendo il desiderio di proseguire verso la Siria nord-occidentale, quindi rimangono nelle tende mentre terminano le pratiche necessarie, attendono i documenti e finalizzano i propri spostamenti. Si tratta di processi che richiedono tempo, e le tende che abbiamo allestito forniscono un posto in cui attendere.

La Corte penale internazionale ha emesso i mandati d’arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per “crimini contro l’umanità e crimini di guerra” commessi a Gaza dall’8 ottobre 2023, definendo quello in corso un “attacco diffuso e sistematico contro la popolazione”.

Le accuse principali riguardano l’uso della fame e della sete come strumento di guerra e gli attacchi indiscriminati contro la popolazione civile e le strutture sanitarie. Secondo la Corte sono state create condizioni tali da poter parlare di persecuzione della popolazione palestinese a Gaza.

Si tratta di una decisione storica, che consentirà a giuristi/e ed esperti/e internazionali di denunciare davanti alla Corte molti altri ufficiali e rappresentanti politici israeliani, così come chi si è reso responsabile di complicità con il genocidio.

L’impunità garantita a Israele dalla comunità internazionale deve finire. Ci auguriamo che questo sia solo il primo passo. Mentre Gaza mette a nudo il mondo, continuiamo a sostenere il popolo palestinese e la sua lotta per la sopravvivenza, la libertà, la giustizia e l’autodeterminazione.

Chiediamo al Governo italiano di tutelare l’indipendenza della CPI dal tentativo del Governo israeliano di delegittimarla e di dare da subito incondizionata collaborazione alla Corte per l’attuazione dei mandati di arresto

Oppresse. Sottomesse a società arretrate. Bisognose di aiuto per liberarsi. E’ la percezione che ancora, in tanta parte del mondo occidentale, è diffusa rispetto alle donne che abitano quello arabo. Donne che hanno invece scritto fondamentali pagine di femminismo nei loro paesi, protagoniste di una storia spesso poco conosciuta in Occidente.
Nei contesti in cui Un Ponte Per opera da oltre 30 anni, abbiamo incontrato e supportato centinaia di donne in lotta per abbattere i muri degli stereotipi e dell’oppressione; per essere autodeterminate, libere, partecipi. Le abbiamo incontrate in Iraq, in Siria, nei campi profughi del Libano. E le stiamo vedendo in Palestina, resistere a una brutale aggressione genocida ma continuare a lottare per vivere e testimoniare.

Le abbiamo conosciute determinate e libere: “libere di rompere”.

Pensando a loro, nel dicembre scorso abbiamo lanciato una campagna con questo nome, dedicata alla Siria.
In occasione di questo 8 marzo vogliamo rilanciarla e allargarla. Pensando a tutte le donne che abbiamo incontrato nel nostro cammino, e prima di tutto alle donne palestinesi. Ognuna di loro rappresenta se stessa e insieme una collettività. Ognuna di loro ha un nome e una storia, ma rappresenta tanti nomi e infinite storie. Queste storie abbiamo provato a raccontare, grazie alle bellissime illustrazioni di Rita Petruccioli.

L’8 marzo non è mai stato, né mai sarà, una ricorrenza. E’ per noi un altro giorno di lotta, che condividiamo con milioni di donne in tutto il mondo.

ZAHARA

Ho preso parte alla Rivoluzione sin dal primo giorno. Insieme alle mie compagne, abbiamo tirato su la prima tenda femminista di piazza Tahrir”, racconta Zahra. “Sono arrivata in piazza da cittadina, donna e madre per rivendicare i miei diritti. La nostra tenda ha dato voce a chi non ne aveva e ha combattuto per tutte le donne irachene che chiedevano una vita degna di essere chiamata tale”.

“La rivoluzione è donna”. Sul cartello che Zahra tiene sollevato sopra il capo quel giorno in piazza, c’è scritto così. Il capo è avvolto in un velo stretto. La piazza è quella di Baghdad, dove da settimane centinaia di giovani manifestano in quella che di lì a poco passerà alla storia come la “Rivoluzione d’Ottobre”. Insieme a Zahra quel giorno scendono in piazza migliaia di donne. E’ la risposta alle dichiarazioni di alcune figure politiche che sostengono quella rivolta popolare, ma che hanno chiesto alle donne di fare un passo indietro. Meglio che restino a casa, sostengono. E’ da poco iniziato il 2020, e le donne irachene rispondono con una delle più grandi manifestazioni femministe della storia del paese. Studentesse, lavoratrici, madri di famiglia: tutte unite per riaffermare il proprio diritto alla partecipazione. “Nessuna voce può alzarsi sopra quella di una donna”, “sono nata irachena per diventare rivoluzionaria” sono alcuni dei cartelli che portano con loro. Alcune lo fanno per la prima volta. Altre hanno un passato di attivismo alle spalle. Alcune sono giovanissime, e disertano i banchi di scuola accompagnate dalle loro insegnanti. Altre sono anziane, e scendono in strada per timore che succeda qualcosa alle figlie, finendo per sentire sulla pelle l’entusiasmo di quella rivolta e scegliere di farne parte. Alcune curano i manifestanti feriti. Altre cucinano pasti per permettere alle occupazioni di continuare. Altre ancora organizzano delle “tende femministe” a piazza Tahrir, dove si proiettano film, si leggono libri, si ragiona insieme su come costruire pratiche collettive. Altre dipingono murales sui muri della città, che hanno per oggetto la libertà delle donne di occupare lo spazio pubblico. Qualcuna avvolge il capo nella bandiera irachena. Qualcun’altra in un velo colorato. Le più anziane prediligono il nero. Tutte però sognano la stessa cosa: un paese libero. E tutte pensano che il posto di una donna sia nella rivoluzione.

Il contesto. Ottobre 2019. Con la sola interruzione delle feste dell’Arba’een, migliaia di giovani iracheni ed irachene scendono in piazza con massicce manifestazioni rivendicando riforme economiche, fine della corruzione politica, opponendo il proprio rifiuto al sistema delle quote politiche distribuite su base settaria che ha segnato il governo in Iraq negli ultimi due decenni. La generazione che muove la rivolta è cresciuta in un clima di guerra: dall’invasione statunitense dell’Iraq del 2003, fino alla conquista da parte di Daesh (Isis) di ampie zone del paese nel 2014 e alla loro successiva liberazione, l’Iraq che ha conosciuto è un paese senza pace, nel quale immaginare un futuro dignitoso è difficile. Dalla fine del 2019 le mobilitazioni si sono canalizzate nella disobbedienza civile, nell’occupazione pacifica dei ponti, delle strade che portano alle infrastrutture petrolifere, dei porti e degli edifici governativi. Alla rivolta prendono parte tutte le componenti della società irachena, e in particolare gli/le studenti, gli/le insegnanti e i ceti professionali. Da subito si capisce che la partecipazione femminile è centrale. Piazza Tahrir a Baghdad, occupata permanentemente, è il cuore pulsante della rivoluzione. Qui vengono piantate centinaia di tende, nelle quali si sperimentano forme di partecipazione dal basso e auto-organizzazione: dal primo soccorso alle persone ferite alle cucine popolari, dalle biblioteche alle iniziative femministe, le tende diventeranno il luogo della sperimentazione e dell’elaborazione politica giovanile. Le manifestazioni sono le più grandi ed estese della storia irachena recente. Dopo mesi di mobilitazioni, il governo di Adel Abdul-Mahdi sarà costretto a dimettersi, la classe politica al potere a modificare la legge elettorale e a indire elezioni parlamentari anticipate.

Un Ponte Per è presente in Iraq da oltre 30 anni. Nel nostro lungo cammino a fianco delle società civili, abbiamo dedicato alle donne gran parte del nostro lavoro, per contrastare insieme la violenza di genere, sostenere la loro partecipazione alla vita pubblica, supportare le attiviste nella costruzione di reti che continuino a lottare per conquistare il loro spazio e il loro diritto all’autodeterminazione. Insieme a loro abbiamo realizzato, tra le altre cose, il booklet “La voce della rivoluzione”, che racconta la storia delle manifestanti scese in piazza nel 2019-2020.

ASMAA

“Volevo che i miei figli e le mie figlie continuassero a studiare, e che avessero una vita migliore della mia”, racconta Asmaa. “Le norme imposte da Daesh durante la sua occupazione hanno trasformato e limitato le nostre vite. Adesso la situazione sta cambiando. Grazie al mio negozio sono una donna completamente nuova”.

Stoffe colorate, foulard, manichini sui quali attendono di essere terminati bellissimi abiti dai colori sgargianti. Fra giacche, spille e lunghe gonne a pieghe spiccano drappi di stoffa pieni di farfalle. Tutto intorno il rumore delle macchine da cucire, aghi e metri ovunque. Fuori, sull’insegna, c’è scritto: “Sartoria Nour. Per donne e bambini”. Un nome che non è casuale: Nour – “luce” in arabo –, si chiamava la figlia che Asmaa ha perduto in guerra. Oggi è il suo ricordo, e insieme un sogno che si è realizzato tra le macerie di quella stessa guerra. Una luce di autodeterminazione e speranza per una donna, e per tutte quelle che in questi anni sono sopravvissute al conflitto. A gestire il piccolo negozio c’è lei, Asmaa, gli occhi che brillano di entusiasmo sotto il velo nero che per anni è stato imposto dai miliziani di Daesh (Stato Islamico) nella loro roccaforte siriana, Raqqa, e che ancora oggi la fa sentire protetta. Lei, rimasta vedova troppo giovane a causa della guerra, con cinque tra figli e figlie da crescere da sola. Lei che pensava di restare per sempre dipendente dal sostegno economico dei suoi fratelli. E che ha invece deciso di prendere in mano il suo futuro, e di permettere soprattutto alle sue figlie di poter studiare per avere una vita migliore, più semplice. E’ così che ha preso la sua macchina da cucire, ha insegnato ad altre donne del suo quartiere a usarla, ha venduto i primi abiti. Ed è riuscita ad aprire il suo negozio, che oggi le consente di vivere e sostenere le spese della sua famiglia. Ogni donna che è sopravvissuta alla guerra e ha mandato avanti tra mille difficoltà case, vite, famiglie, ha compiuto una rivoluzione. Come le farfalle sulle stoffe di Asmaa, che hanno preso il volo con forza, coraggio, determinazione.

Il contesto. Quando i miliziani di Daesh entrano nella città di Raqqa, è appena iniziato l’inverno del 2014. Fa freddo, il cielo è grigio come un presagio degli anni terribili che verranno. La città sarà scelta come roccaforte del gruppo e occupata fino al 2017, quando la lunga battaglia per liberarla – durata oltre 4 mesi – la lascerà distrutta. Sette anni dopo quei combattimenti, sono ancora le macerie a incorniciare il tramonto, ad essere teatro dei giochi di bambini e bambine, unico orizzonte possibile per le migliaia di persone arrivate qui da tutta la Siria, anch’essa distrutta da una guerra che prosegue indisturbata da troppi anni. E’ qui, tra queste macerie, che le donne si sono mosse come spettri per anni, private di qualsiasi diritto, costrette a sparire tra le mura domestiche, espulse dallo spazio pubblico, dai posti di lavoro, da scuole e università. Ed è ancora qui che, conclusa quella pagina terribile, sono tornate ad affacciarsi al mondo esterno, per recuperare il tempo perduto, mettere a frutto le proprie competenze, costruire un futuro diverso per le loro figlie, tornare ad esistere in carne ed ossa. Ogni donna tornata in un’aula universitaria, al suo posto di lavoro, accompagnata nel suo percorso di fuoriuscita dalla violenza, che ha avuto accesso alle cure mediche o la possibilità di formarsi per avviare una sua attività, ha realizzato una rivoluzione personale e collettiva, capace di scrivere un futuro diverso per la Siria.

Un Ponte Per lavora in Siria dal 2015. In questi anni abbiamo incontrato tantissime donne e lavorato insieme a loro in ampi programmi di protezione, per garantire spazi sicuri dalla violenza di genere, accesso all’istruzione, all’indipendenza economica, alle cure mediche. A loro abbiamo dedicato la prima campagna “Libere di Rompere” nel dicembre 2023.

AMEENA

“Con il basket è cambiata la mia vita, prima non avevo nulla da fare se non andare a scuola e poi tornare a casa”, racconta Ameena. “Non lascio mai la palla, neanche quando cammino per strada. Mi fa sentire forte e sicura”.

Postura sicura, sguardo fiero, capelli al vento: in tutte le foto Ameena è così, un sorriso irriverente sul volto che neanche prova a nascondere la determinazione con cui affronta la vita nel campo profughi palestinese di Shatila, in Libano. Ventuno anni trascorsi lì dentro, senza acqua potabile, sistema fognario, corrente elettrica. Niente altro da fare che frequentare la scuola e tornare a casa, giocare nel fango di tanto in tanto, fra i vicoli asfissianti in cui non arriva la luce. Rifugiata palestinese senza cittadinanza: negato il diritto al ritorno alla sua terra d’origine, negato il diritto a condurre un’esistenza normale in Libano: la vita di Ameena è la stessa di migliaia di giovani donne cresciute in una diaspora imposta, in campi profughi nati come soluzione a un’emergenza, divenuti per loro l’unico presente possibile. Spazi conservatori, in cui non è semplice per una giovane donna perseguire un sogno: soprattutto se ha a che fare con un pallone da basket. “Ma perché noi no?”, si chiedeva Ameena quando da bambina vedeva giocare i suoi amici maschi nel piccolo centro sportivo nato a Shatila. E’ il 2014 quando riesce, insieme ad altre ragazze, a formare la prima squadra di basket femminile mai esistita nel campo. A convincere il capitano ad allenare anche loro. Le persone per lo più le sottovalutano: non servirà a niente, non saranno capaci come i maschi. Non si lasciano scoraggiare: si allenano, diventano brave, grazie agli scambi con club sportivi in Europa riescono persino a viaggiare, a vedere il mondo fuori dai confini del campo. Ameena oggi è pivot nella squadra femminile di Shatila e allena un gruppo di bambine tra i 9 e i 16 anni. Trasmette loro la sua passione, le incoraggia ad essere forti e determinate. E non lascia mai la sua palla, neanche per un istante.

Il contesto. Vicoli stretti, mancanza di luce, fango a terra. Sopra, fra i tetti, un’intricata rete di cavi elettrici che corrono tra una casa e l’altra. Neanche il cielo è libero a Shatila, campo profughi palestinese alla periferia sud di Beirut, in Libano. Un luogo nato per essere provvisorio, che l’ingiustizia della storia ha reso permanente. Poco più di 1 chilometro quadrato in cui vivono 25mila persone: figlie, nipoti e pronipoti della gente che fu costretta a fuggire dalla Palestina nel maggio del 1948, quando veniva proclamato lo Stato di Israele, e il processo di pulizia etnica ai danni della popolazione palestinese raggiungeva il suo apice. “Torneremo presto” devono aver pensato le persone in fuga arrivate in Libano all’inizio del ’49, quando hanno piantato le prime tende di Shatila. Nessuno poteva immaginare che sarebbero diventate l’unica casa possibile per le generazioni a venire, bloccate in limbo che nega loro il diritto al ritorno in Palestina, ma anche una cittadinanza libanese e la possibilità di condurre una vita normale nel paese che le ha accolte. Esistenze sospese in un eterno presente, in cui il passato è sempre dietro l’angolo, sui muri, fra le case, nella memoria collettiva con cui le giovani generazioni vengono cresciute. Il campo, per legge, non può estendersi in larghezza. E’ così che le case hanno finito per essere costruite una sopra l’altra, accogliendo con il passare del tempo anche le persone palestinesi in fuga dalla guerra siriana, e poi quelle migranti senza possibilità economiche, divenendo oggi un grande slum, in cui è impossibile condurre una vita normale. E’ qui, tra questi vicoli stretti e questo cielo negato, che un giorno è nato lo Sport Center di Shatila. Ed è qui che dal 2014 gioca e si allena la prima squadra di basket femminile, allenata da “capitan Majdi”.

Un Ponte Per è presente in Libano dal 1997. Lavoriamo principalmente nei campi profughi palestinesi, per garantire diritto alla studio e alla salute ai/alle minori palestinesi e siro-palestinesi rifugiati/e attraverso programmi di sostegni a distanza. Sosteniamo il Palestinian Youth Club, gruppo di 80 atleti e atlete palestinesi del campo, e insieme abbiamo costruito il primo centro sportivo di Shatila

BISAN, YOUMNA, HIND

“Ciao a tutte e tutti. Sono Bisan da Gaza. E sono ancora viva”.  

“Oggi il mio cuore si è spezzato, ancora una volta. La mia bimba mi ha chiesto di mostrarle le foto di quando è nata. Ho realizzato che erano tutte nei nostri pc, rimasti sotto le macerie della nostra casa. Non potrò mostrarle le sue foto. Non le rivedrò mai più”. 

“So che sarei dovuta andar via. Ma non potevo lasciare da sola la mia Gaza”  

Bisan Owda, che prima di questo genocidio i social li usava moltissimo, ma come una giovane influencer simile a tante altre ragazze nel mondo. Youmna El-Qunsol, corrispondente di Al Jazeera, che ha mandato avanti la sua diretta mentre le bombe la cadevano accanto, mettendo solo una mano sul casco per tenerlo ben saldo sulla testa. “Press”, c’era scritto sopra, “stampa”. Quella che oggi è divenuta un target dei bombardamenti israeliani perché è la sola a raccontare al mondo l’orrore di un genocidio. Hind Khoudary, giornalista freelance, che mentre dava in diretta la notizia dell’uccisione di un suo collega e amico commossa, ripeteva “scusate, non voglio piangere”. Tutte hanno perso le loro case, membri della loro famiglia, amici, ricordi. Tutte sono oggi sfollate, costrette a vivere in tende o rifugi di fortuna; spesso, a separarsi da mariti e figli/e, evacuati da Gaza per stare al riparo mentre loro sono rimaste a raccontare l’orrore. Costrette a ricaricare telefoni e batterie dove capita, quando capita, cercando satelliti attraverso cui inviare immagini, racconti, reportage, perché nel resto del mondo non si possa dire “non sapevamo”. Costrette ad alzare la voce sopra il frastuono delle bombe quando sono in diretta. Tutte, nella breve settimana di pausa umanitaria a novembre scorso, sono andate a respirare aria fresca sulla spiaggia di Gaza, chiedendosi quando sarebbe stato possibile farlo di nuovo. Lì, dove fino a poco tempo fa sorgevano caffè, alberghi, stabilimenti balneari pieni di giovani, di musica e di vita. Dove oggi restano solo macerie, e un orizzonte in cui è stato occupato anche il mare. Tutte sono ancora vive, tutte hanno comunque perso la vita.

Il contesto. Dallo scorso ottobre la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza è sottoposta a un’offensiva militare genocida per mano di Israele. L’uccisione indiscriminata di migliaia di persone, l’attacco deliberato a centrali idriche ed elettriche, l’assedio militare e il blocco degli aiuti umanitari, le demolizioni di ospedali, scuole, università, rifugi, edifici civili rappresenta l’evidente tentativo di totale annientamento della Striscia di Gaza e dei suoi abitanti. Ma la storia, in Palestina, non è iniziata il 7 ottobre. Aver allontanato lo sguardo dal colonialismo di insediamento israeliano, dal regime di occupazione militare e apartheid sui Territori occupati (Cisgiordania e Gerusalemme Est) e dal completo assedio di Gaza, ha reso possibile quanto stiamo osservando oggi: una catastrofe umanitaria senza precedenti nella storia recente. Ad oggi le vittime civili di questa offensiva hanno toccato la soglia indicibile di 30mila, di cui almeno 13mila bambini e bambine. Migliaia potrebbero essere le persone ancora sotto le macerie. A Gaza oggi si muore di fame e di sete, per la scelta genocidiaria di Israele di bloccare l’ingresso di aiuti umanitari. Chi non può entrare oggi a Gaza è anche la stampa: ai/lle giornalisti/e internazionali è negato l’ingresso a un teatro di guerra che non può essere raccontato. Le uniche persone ad essere testimoni di quanto sta avvenendo sono i giornalisti e le giornaliste palestinesi, che per mostrare al mondo l’orrore del genocidio stanno pagando un prezzo altissimo: sono già 120 quelli/e uccisi/e da Israele. Tra loro, moltissime sono le donne. Professioniste coraggiose che svolgono ogni giorno il proprio lavoro, nella maggior parte sfollate e costrette a separarsi da famiglia e figli/e. A loro va il nostro omaggio più solidale e sincero in occasione di questo 8 marzo.

Un Ponte Per non opera direttamente in Palestina. Non abbiamo accettato di sottostare a controlli e ricatti delle autorità israeliane, e abbiamo sempre ritenuto che la questione palestinese avesse bisogno di una soluzione politica, oltre che di interventi umanitari. Siamo stati/e per anni in Palestina come volontari/e e attivisti/e. In seguito all’emergenza senza precedenti creata dall’offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza, a febbraio 2024 abbiamo lanciato la campagna “Acqua per Gaza”, per sostenere il nostro partner locale – la Union of Agricoltural Work Committees (UAWC) – e portare acqua potabile nella Striscia di Gaza.

In Siria l’accesso all’assistenza sanitaria per le donne anziane che devono affrontare i loro ultimi anni in campi per persone sfollate, è una sfida enorme. Isolate, spesso affette da malattie croniche, raramente sono in grado di muoversi autonomamente.

Quando Mariam ci invita nella sua tenda, ci sediamo su grandi cuscini adagiati sul pavimento, di fronte a noi un ventilatore a batteria, necessario per le ore in cui manca l’energia elettrica. Mariam ha 72 anni e da 4 vive in una tenda nel campo Washokani, che fu allestito alle porte della città di Hassake nell’ottobre del 2019 dall’Amministrazione autonoma e da Un Ponte Per insieme alla Mezzaluna Rossa Curda.  

Mariam passa da smorfie di dolore e stanchezza a risate contagiose. Si diverte a raccontare che vive da sola non per scelta ma perché “è risaputo, le nuore non vogliono vivere con le suocere”.  

Erano le 16 del 9 ottobre del 2019 quando la Turchia lanciò l’attacco contro il popolo curdo e contro la casa di Mariam, colpendo con violenti bombardamenti la città di Serekanye. 300mila persone furono costrette a fuggire lasciando tutto.  

“Non ci mancava nulla”, dice con rabbia Mariam. “Vivevamo bene ed eravamo felici. Hanno saccheggiato le nostre case e le hanno bruciate. Siamo dovuti scappare dalla morte”. Oggi nel campo di Washokani vivono 16mila persone.  

Qui Un Ponte Per fornisce tutti i servizi sanitari primari: la Clinica di medicina interna, l’ambulatorio pediatrico, cure ginecologiche e assistenza pre e post-natale, la Clinica di emergenza.   

“Ho problemi cardiaci e ai reni, non posso camminare, fatico a muovermi”, ci racconta Mariam. “Per fortuna in caso di emergenza l’ambulanza di Un Ponte Per mi preleva dalla mia tenda e mi porta alla Clinica del campo. È già successo diverse volte, anche di notte”. “E poi i medicinali. Fuori dal campo costano, non potrei permettermi nemmeno una pillola per il mal di testa. I miei figli non lavorano, la nostra situazione economica è molto difficile”.   

Sebbene le donne anziane siano tra le persone più vulnerabili in Siria, i loro bisogni sono spesso invisibili. Si trovano ad affrontare gli ultimi anni delle proprie vite lontane da case che sono state distrutte, tra le tende dei campi profughi, spesso sole e con problemi di salute da affrontare.   

«Ho problemi cardiaci e ai reni, non posso camminare. Muovermi è molto difficile»

“Sono Kamrul, Medical Advisor con Un Ponte Per nel campo Washokani. Qui forniamo servizi sanitari alle persone sfollate, mentre Operatori e Operatrici Sanitari di Comunità visitano chi ha problemi di movimento, come le persone anziane, direttamente nelle tende. Quando necessario, le trasferiamo nelle strutture sanitarie del campo oppure, nei casi più gravi, negli ospedali più vicini”.

COSA PUOI FARE TU 

Partecipa alla nostra campagna “Libere di rompere”. Abbiamo bisogno del tuo aiuto per rompere i muri di stereotipi e di oppressione che discriminano le bambine e le donne nel nord est della Siria.

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