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L’escalation militare di queste ore tra Iran, Israele e Stati Uniti riapre una ferita che conosciamo fin troppo bene. Il parallelo con il 2003 e l’invasione dell’Iraq non è solo retorica. Ancora una volta si parla di “attacco preventivo”, ancora una volta si evoca – più o meno esplicitamente – il cambio di regime come soluzione. E ancora una volta si mette in moto una spirale che rischia di incendiare un’intera regione.
La guerra regionale non è una fatalità, è una scelta politica. Una scelta che affonda le sue radici in una visione di potenza e dominio che, nel nome della sicurezza (di chi?) produce instabilità permanente. Lo abbiamo già visto in Iraq, in Siria, in Libia, in Afghanistan. Interventi esterni che hanno distrutto interi paesi e popolazioni, indebolito i processi civili, soffocato le trasformazioni dal basso.
Oggi assistiamo a contraddizioni drammatiche: in Iran e nelle diaspore c’è chi esulta per la morte della Guida Suprema, chi la piange, chi resta attonito. Ma eliminare figure apicali non significa smantellare un sistema politico pervasivo che dura da quasi 50 anni. Significa esporre milioni di persone a sofferenze imprevedibili oltre a negarne completamente l’autodeterminazione.
Come organizzazione che lavora nella regione da oltre trent’anni, condanniamo con forza questa nuova avventura militare promossa dall’asse USA-Israele. È una scelta che indebolisce drammaticamente i percorsi di emancipazione e cambiamento dal basso, gli stessi che nel 2011 e nel 2019 avevano animato le primavere arabe contro autoritarismi e ingiustizie. I diritti non si esportano con i bombardamenti. Le democrazie non nascono dalle macerie.
Allo stesso tempo stigmatizziamo la narrazione mediatica dominante, che ripete acriticamente la formula dell’“attacco preventivo” e fatica a pronunciare parole semplici e necessarie: bambine, civili, famiglie. In queste ore si parla genericamente di “vittime” in una scuola femminile colpita in Iran, ma il bilancio terribile racconta di oltre cento bambine uccise. Le parole contano.
Denunciamo anche l’irrilevanza politica dell’Italia in questo scenario, ridotta a strumento logistico di una guerra non discussa né deliberata pubblicamente. Le basi sul territorio italiano, come Sigonella, non possono e non devono essere utilizzate per alimentare il conflitto regionale.
La nostra preoccupazione è massima per i Paesi in cui operiamo e con cui lavoriamo ogni giorno: oltre l’Iran e le monarchie del Golfo, la crisi sta già coinvolgendo il Libano e l’Iraq. E mentre l’attenzione internazionale si concentra su questo nuovo fronte, a Gaza e in Cisgiordania si intensificano le violenze dei coloni israeliani e le operazioni militari. Il rischio è che una guerra oscuri l’altra, moltiplicando l’impunità.
Condividiamo alcune testimonianze raccolte in queste ore.
IRAN. VOCE DALLA DIASPORA
Una nostra attivista iraniana della diaspora, da sempre critica verso il regime di Teheran, ci racconta la complessità di queste ore
«Sto vivendo sentimenti contrastanti. La società iraniana è molto più complessa di come viene descritta in Occidente. C’è chi festeggia, chi è in lutto, chi ha paura. Ma non è “eliminando” le alte cariche religiose e militari che si smantella un sistema radicato in 50 anni. Il rischio è di precipitare in uno scenario di instabilità senza fine, come in Iraq o in Siria. E intanto le vittime sono civili. Sono già tantissime. Sono bambine.»
IRAQ. “NON VOGLIAMO UN'ALTRA GUERRA”
Un nostro collega iracheno racconta:
«Ero seduto in un bar quando due razzi sono passati sopra le nostre teste. Tutti nel panico. Mia moglie mi ha chiamato, terrorizzata. La guerra porterà solo morte e collasso. In Iraq non vogliamo assolutamente un altro conflitto. Quello che sta accadendo è una violazione del diritto internazionale: distruzione di infrastrutture, intimidazione dei civili. A tutte le parti coinvolte: fermate immediatamente i bombardamenti. Dobbiamo imparare dalle guerre che abbiamo già sopportato. L’Iraq e il suo popolo meritano pace.»
LIBANO. LA FUGA NELLA NOTTE
Dal Libano ci arrivano notizie drammatiche. Dopo il lancio di razzi dal sud verso Israele, la risposta dell’esercito israeliano ha colpito il sud del Paese e i quartieri meridionali di Beirut. Decine di civili sono rimasti uccisi insieme a esponenti di Hezbollah.
Le autostrade sono state immediatamente prese d’assalto da famiglie in fuga. La nostra collega Zaynab, che vive nel sud, è scappata nella notte sotto shock, impiegando ore per raggiungere un’area più sicura nel Monte Libano. I partner locali, come l’organizzazione Amel, hanno parte dello staff bloccato nel sud in attesa di evacuazione. Un comunicato israeliano ha intimato l’evacuazione totale di 53 villaggi (!) nel sud, mentre i bombardamenti continuano. A Beirut e in altre aree del Paese sono stati riaperti rifugi per accogliere le famiglie sfollate. Lo scenario evoca quello del 2024, con il timore di un’operazione israeliana di terra. Una delle scuole sostenute dal nostro progetto Qalam è stata dichiarata rifugio per sfollati. Stiamo conducendo valutazioni rapide per rispondere all’emergenza.
Un Ponte Per condanna con fermezza l’escalation militare in atto e ogni strategia di guerra volta a ridisegnare equilibri politici con la forza.
Condanniamo inoltre il disinteresse totale verso il diritto internazionale, ormai ridotto a carta straccia. Avevamo costruito gli strumenti giuridici per evitare l'onnipotenza della legge del più forte e oggi questi strumenti sono quanto mai calpestati.
Chiediamo la fine dell’uso strumentale dei territori e delle popolazioni come teatri di guerra per interessi imperialistici e coloniali. Le persone con cui lavoriamo – attiviste, insegnanti, operatori sanitari, comunità locali – chiedono una cosa semplice: vivere in pace, senza essere pedine di conflitti che non hanno scelto.
Abbiamo già visto dove porta questa strada. Non possiamo accettare che la storia si ripeta, ancora una volta.
Un Ponte Per e altre associazioni della società civile portano Leonardo spa e lo Stato italiano in tribunale e chiedono di dichiarare nulli i contratti stipulati per la vendita e la fornitura di armi ad Israele
Il 29 settembre 2025 le associazioni AssoPacePalestina, A Buon Diritto, ATTAC Italia, ARCI, ACLI, Pax Christi, Un Ponte Per e la Dott.ssa Hala Abulebdeh, cittadina palestinese, rappresentate e difese dagli Avvocati Luca Saltalamacchia e Veronica Dini, affiancati dagli Avvocati Michele Carducci e Antonello Ciervo, hanno depositato un ricorso presso il Tribunale civile di Roma, per chiedere che vengano dichiarati nulli i contratti stipulati da Leonardo Spa e sue controllate con lo Stato di Israele, relativamente alla vendita e alla fornitura di armi all’IDF.
Leonardo Spa è tra i maggiori produttori di armi al mondo e lo Stato italiano, attraverso il ministero dell’Economia e delle Finanze, ne è azionista di maggioranza. Israele da decenni è responsabile di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani, non solo a Gaza, ma in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme. Da ben prima del 7 ottobre 2023 lo Stato di Israele porta avanti in Cisgiordania e a Gaza un’occupazione militare e un apartheid sistematico alimentati anche dalle armi che vengono vendute da partner esteri.
L'atto di citazione chiede l’accertamento e conseguente annullamento dei contratti di fornitura di materiali d’armamento stipulati dalla società Leonardo S.p.a., le sue controllate o intermediarie con lo Stato di Israele e le imprese da esso autorizzate, per persistente violazione dei divieti tassativi imposti dalla Costituzione, dalla legge, dalle altre fonti imperative sul ripudio della guerra, dalla normativa sovranazionale e dagli accertamenti dei competenti organi ONU.
Secondo quanto denunciato dalle associazioni ricorrenti, la vendita e la fornitura di armi a Israele da parte di Leonardo Spa è in contrasto:
Se il Tribunale civile di Roma riconoscerà la nullità dei contratti di fornitura di armi, Leonardo e lo Stato italiano non potranno più garantire sostegno militare ad Israele.
Inoltre, gli attori chiedono alla magistratura che sia vietata la futura vendita di armi e di tecnologie militari a Israele, in particolare di quelle ad oggi utilizzate nelle operazioni di terra e di cielo contrarie al diritto internazionale, condotte contro la popolazione palestinese.
Questa iniziativa rappresenta una delle prime azioni legali lanciate contro una compagnia privata e un Paese membro dell’UE, che sono coinvolti in accordi per la fornitura e la vendita di armi con lo Stato di Israele. Con questa causa, le associazioni promotrici chiedono a Leonardo Spa e allo Stato italiano di assumersi le proprie responsabilità di fronte allo sterminio e alle innumerevoli sofferenze causate alla popolazione palestinese, a Gaza e non solo, causati dall’IDF e dal Governo israeliano.
Raqqa è un territorio segnato da una fragilità profonda e stratificata. Negli ultimi anni, il contesto politico e sociale è stato attraversato da continui scossoni: instabilità interna, il taglio ai finanziamenti per gli aiuti umanitari. Tutto questo in una regione già colpita da tredici anni di guerra, da una crisi grave economica, dalle sanzioni internazionali e dalle pesanti conseguenze dell’occupazione di Daesh (ISIS).
Il risultato è un enorme bisogno di servizi essenziali, in particolare nell’educazione e nella protezione.
A dicembre 2024, con l’arrivo di nuove ondate di sfollati dalle aree rurali di Aleppo e Afrin, tutte le scuole di Raqqa sono state chiuse per accogliere le famiglie negli edifici trasformati in centri collettivi. Anche quando la situazione si è parzialmente stabilizzata, 38 scuole su 51 sono rimaste chiuse, compromettendo il percorso educativo di un’intera generazione e, insieme ad esso, le loro opportunità future.
Le conseguenze dei conflitti passati sono ancora evidenti: molte scuole sono inagibili o gravemente danneggiate dai bombardamenti, lasciando intere comunità senza spazi sicuri dove bambinə e adolescenti possano apprendere.
L’assenza di scuole funzionanti non priva soltanto del diritto all’istruzione, ma sottrae anche un luogo protetto, aumentando i rischi di sfruttamento, lavoro minorile e matrimoni precoci.
Al tempo stesso, questo contesto ha avuto un impatto gravissimo sui servizi di protezione per donne, ragazze e bambine. Si registra un aumento del lavoro minorile, matrimoni precoci, violenza domestica, stress psicologico e isolamento sociale. Persiste inoltre una forte discriminazione nei confronti delle famiglie sfollate e di ritorno dai campi, come quello di Al-Hol.
Le opportunità di reintegrazione e di accesso al lavoro restano estremamente limitate, soprattutto per le donne, in comunità ospitanti che affrontano già profonde difficoltà economiche e sociali.
In questo scenario, è evidente quanto educazione non formale e protezione siano bisogni profondamente intrecciati: non è possibile garantire apprendimento senza un ambiente sicuro, così come non si può assicurare protezione se bambinə e caregiver non hanno accesso a spazi educativi strutturati, stabili, in cui ritrovare normalità e prospettive future.
Questo vale ancora di più in un contesto come Raqqa, dove la presenza di sfollati recenti e di famiglie di ritorno rende urgente creare luoghi che favoriscano non solo l’accesso ai servizi, ma anche la convivenza, la coesione sociale e l’integrazione tra gruppi che vivono tensioni, stigma e marginalizzazione reciproca.



IL PROGETTO “COSTRUIRE FUTURI”
Il progetto Costruire Futuri nasce proprio per rafforzare gli Spazi Sicuri di Un Ponte Per a misura di bambino e per donne e ragazze, e per ricostruire ciò che è stato distrutto: competenze, percorsi educativi, reti comunitarie.
Grazie al sostegno dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e in collaborazione con il partner locale DOZ, Un Ponte Per ha lavorato in modo integrato su protezione, educazione e coesione sociale.
In 13 mesi di progetto sono state raggiunte 40.850 persone a Raqqa, contribuendo a ridurre le barriere educative e di protezione che colpiscono bambini, bambine, adolescenti e donne, in contesti segnati da vulnerabilità e insicurezza.



UNA STORIA CHE RACCONTA IL VALORE DI QUESTI SPAZI
N. ha 18 anni ed è arrivata al nostro Spazio Sicuro per donne e ragazze (Women and Girls Safe Space) di Raqqa dopo anni di violenze familiari. Era spaventata, chiusa, senza alcuna fiducia nel futuro.
Attraverso i colloqui individuali con le operatrici del programma di contrasto alla violenza di genere e le sessioni di supporto psicosociale, ha trovato per la prima volta uno spazio in cui sentirsi sicura di parlare, comprendere i propri diritti e iniziare a ricostruire la propria autostima.
Partecipando al gruppo di alfabetizzazione ha acquisito nuove competenze e stretto legami che l’hanno aiutata a uscire dall’isolamento. Oggi guarda al futuro con maggiore serenità e desidera sostenere altre ragazze della sua comunità.
Storie come la sua sono frequenti. I facilitatori e le facilitatrici raccontano come questi percorsi trasformino non solo la vita di donne e bambini, ma anche la loro:
«Quando vediamo i bambini ritrovare fiducia e le madri – spesso capofamiglia – sentirsi meno sole nell’affrontare la genitorialità e le difficoltà economiche, capiamo che il nostro lavoro sta davvero cambiando qualcosa».
In un contesto fragile come Raqqa, questi spazi sono molto più di un servizio: sono luoghi in cui ricominciare.
UN PERCORSO CHE VIENE DA LONTANO
Un Ponte Per opera nel settore della protezione in Siria dal 2017, inizialmente integrando questo lavoro nei programmi sanitari e, dal 2020, inaugurando i primi Spazi Sicuri. Negli anni abbiamo contribuito a documenti strategici delle Nazioni Unite, all’analisi dei dati dal campo e al rafforzamento delle capacità di organizzazioni e istituzioni locali.
Nonostante la cronica incertezza dei finanziamenti – che spesso mette a rischio la continuità delle attività – abbiamo scelto di non abbandonare le comunità, anzi di raggiungere quelle più isolate.
Per noi, il supporto alle comunità locali non è un singolo progetto, ma una missione.
E l’educazione non formale, così come la salute e la protezione, è parte integrante di questa missione: un ponte tra il presente e il futuro, tra la crisi e la possibilità di costruire una società diversa, dalle persone siriane per le persone siriane.
Ogni volta che un centro rischia di chiudere per mancanza di fondi, sappiamo che decine di donne perderanno uno spazio sicuro e centinaia di bambinə l’unico luogo dove studiare e ritrovare un senso di normalità.
Per questo continuiamo, anche quando è difficile.
Continuare questo percorso significa offrire a Raqqa – e ovunque sia necessario – la possibilità di formare una generazione che non sia definita solo dall’esperienza del conflitto. Oggi, l’educazione non formale rappresenta per migliaia di bambinə l’unico canale di accesso all’apprendimento e deve rimanere strettamente integrata con attività di protezione.
Gli Spazi Sicuri sono tra i pochi luoghi dove bambini e donne possono imparare, parlare, sentirsi protetti, ricevere orientamento e supporto. Sono spazi che appartengono alle comunità e che, insieme alle comunità, devono poter crescere.
In un momento di transizione politica e sociale, la Siria ha bisogno più che mai di cittadine e cittadini formati, informati, e capaci di partecipare alla ricostruzione del proprio futuro.

Ambra Malandrin
Protection & Education Coordinator
Tra settembre e ottobre 2025, grazie alla straordinaria solidarietà di chi ha scelto di schierarsi con Un Ponte Per attraverso la campagna “Acqua per Gaza”, il nostro partner palestinese UAWC è riuscito a portare altri 1.000 pacchi di verdure fresche a famiglie sfollate e comunità vulnerabili nelle aree di Khan Younis, Gaza Nord e Gaza City. Un gesto concreto di vicinanza, nato dalla volontà di esserci a fianco della popolazione palestinese.
Oltre 5.000 persone hanno potuto ricevere cibo locale – cetrioli, peperoncino, avocado, aglio, molokhia e cipolle – in un contesto segnato da insicurezza costante, evacuazioni, infrastrutture distrutte e accessi sempre più difficili. Un piccolo segno di normalità e di dignità in mezzo al caos.
Questi prodotti non sono solo cibo: sono il simbolo di un legame profondo tra il popolo indigeno e la sua terra, anche nel pieno di un genocidio.
Tutto questo è stato possibile grazie al lavoro instancabile dei comitati locali e dei rappresentanti delle comunità sfollate, che, pur vivendo in prima persona tra sfollamenti, fame e perdite familiari, con coraggio e dedizione hanno coordinato ogni fase della distribuzione, per garantire dignità al proprio popolo, proprio lì dove c’è più bisogno.
“La cosa più emozionante per noi è sapere che le donazioni che state raccogliendo con Acqua per Gaza arrivano direttamente dalle persone per le persone. Quando facciamo le distribuzioni di aiuti lo spieghiamo alle famiglie: tutto questo è reso possibile da raccolte fondi fatte per strada in Italia, in cui ogni persona dona ciò che può. E questo la gente lo capisce molto bene” (dal team di UAWC presente a Gaza).

LA NOSTRA RISPOSTA: ACQUA PER GAZA
Due anni fa lanciavamo la nostra campagna di raccolta fondi “Acqua per Gaza” per fare la nostra parte nel sostenere la popolazione palestinese.
Grazie alle donazioni ricevute, abbiamo raggiunto 50.000 persone con acqua pulita, cesti alimentari e kit igienici, bagni mobili per far fronte alle urgenti necessità igieniche e limitare la diffusione di malattie, serbatoi d’acqua per rendere duraturo il sostegno alle comunità costrette allo sfollamento per ordine militare israeliano. Con l’arrivo dell’inverno siamo riuscite a mettere in sicurezza le tende costruite con materiali di fortuna con teli idrorepellenti per resistere alle intemperie. Inoltre, abbiamo distribuito nuove reti da pesca per permettere di tornare in mare.
UNA CRISI ALIMENTARE CONFERMATA
Negli ultimi mesi, la popolazione di Gaza ha affrontato una carestia conclamata: oltre 500.000 persone già a fine agosto erano in una condizione di fame catastrofica, salite a circa 640.000 entro la fine di settembre. Numeri drammatici, che raccontano il fallimento della comunità internazionale e la negazione di un diritto umano fondamentale: l’accesso al cibo.



IL CIBO COME ARMA DI GUERRA
Le persone, in particolare lə bambinə soffrono di malnutrizione per scarsità di cibo, prezzi fuori portata e per l’accesso rischioso alle poche distribuzioni.
Oltre 2.500 persone in cerca di aiuto sono state uccise, e molte altre ferite. L’aiuto alimentare è stato trasformato in un’arma e militarizzato, con il beneplacito dell’occidente.
Nonostante tutto, le cucine comunitarie hanno cercato di reagire, arrivando a servire oltre 650.000 pasti al giorno. Ma in molte zone di Gaza non sono riuscite a raggiungere chi aveva più bisogno.
Campi coltivati deliberatamente distrutti, rotte di approvvigionamento interrotte, attività economiche cancellate: la fame è diventata una conseguenza diretta della guerra e delle restrizioni imposte agli aiuti umanitari.

AIUTACI A FARE DI PIÙ. DONA ADESSO
Non è il momento di fermarsi. Continuiamo a essere al fianco della popolazione palestinese davanti al sistematico disegno di cancellazione. Continuiamo a denunciare con tutte le nostre energie le responsabilità di chi lo sta mettendo in atto, e la complicità di chi resta in silenzio.
Puoi sostenere il nostro intervento donando adesso per la campagna “Acqua per Gaza”.
È il momento di moltiplicare gli sforzi di solidarietà per costruire un futuro diverso. Continuano a mancare beni di prima necessità e le condizioni igienico-sanitarie restano estremamente critiche.
Un Ponte Per collabora con le comunità locali e le strutture presenti sul campo per portare cibo, acqua pulita e ripari per l’inverno grazie alla tua donazione.
A due anni di distanza dal devastante terremoto del 2023, che ha colpito la Turchia e il nord della Siria costringendo migliaia di famiglie siriane a fuggire dalle proprie case, sono ancora tante a vivere la drammatica condizione di sfollamento nei centri collettivi, ormai sovraffollati, del nord est siriano.
Molte di queste persone provenivano dalle aree di Aleppo, Shahba, Til Rifaat e Manbij, portando con sé poco più del trauma della perdita e il bisogno urgente di beni di prima necessità.
A peggiorare ulteriormente la situazione è arrivata una seconda ondata di sfollamenti, iniziata nel dicembre 2024, quando con la caduta del regime, la situazione di sicurezza è ulteriormente peggiorata a causa del riaccendersi del conflitto armato interno.
Con l’arrivo dell’estate, la crisi si è fatta ancora più grave: alla cronica carenza di servizi di base si è aggiunta la crescente scarsità di acqua pulita, rendendo necessario un intervento immediato. Le condizioni precarie nei centri collettivi continuavano infatti ad aumentare i rischi per la salute e l’igiene, soprattutto per le fasce più vulnerabili della popolazione, come bambinə e anzianə.
Per rispondere a questa crisi, Un Ponte Per ha lanciato “Ready to Respond”, un intervento di emergenza fondamentale realizzato insieme alla Mezzaluna Rossa Curda (KRC), grazie al sostegno della Fondation de France (FdF) e del Fons Català de Cooperació al Desenvolupament (FCCD). Il nostro obiettivo, tutelare la salute delle famiglie sfollate, prevenendo la diffusione di malattie legate all’acqua attraverso un miglior accesso ai prodotti per l’igiene, fornendo kit WASH d’emergenza (Water, Sanitation and Hygiene – Acqua, Servizi igienici e Igiene) nei rifugi temporanei.

UN'EMERGENZA CHE CONTINUA NEL TEMPO
Tra il 4 agosto e il 14 settembre 2025, abbiamo distribuito 4.090 kit WASH d’emergenza alle famiglie sfollate che vivono nei 100 centri collettivi diffusi tra Raqqa, Hasakeh, Qamishli e Derek. Ogni kit conteneva articoli essenziali per l’igiene, adattati alle esigenze di donne, uomini, bambinə e anzianə, garantendo così una risposta inclusiva e rispettosa della dignità di tuttə.
Il progetto è stato costruito passo dopo passo, a partire da un’attenta identificazione dei bisogni e dalla registrazione delle famiglie sfollate, in collaborazione con i Comitati degli sfollati interni, il Consiglio Civile di Hassakeh e le autorità di coordinamento umanitario. La distribuzione dei kit è avvenuta con grande cura: ogni pacco è stato consegnato direttamente alle persone a capo della famiglia, uomini e donne. Al fine di assicurarci che nessunə rimanesse esclusə e di agire con la massima trasparenza, abbiamo condotto valutazioni post-distribuzione sull’impatto dell’intervento.
“Siamo stati evacuati da Manbij dopo il terremoto del 2023. Ho perso mio fratello quando il tetto gli è crollato addosso. A distanza di anni, questi kit significano molto per tutti noi . Grazie di cuore.”. Khaled, sfollato da Manbij.
La storia di Khaled è solo una delle tante che testimonia come per le famiglie ancora oggi in condizione di sfollamento, con il proprio carico di dolore per i lutti vissuti, questi kit non sono stati semplici aiuti: hanno rappresentato un messaggio di solidarietà, la prova che non sono state dimenticate.

RESTITUIRE ALLE PERSONE LA POSSIBILITÀ DI PRENDERSI CURA DI SÉ
In contesti di emergenza, l’accesso ad acqua pulita e a prodotti per l’igiene può fare la differenza tra salute e malattia. Il rischio di diffusione di epidemie di malattie — come colera e dissenteria — aumenta esponenzialmente nei rifugi per persone sovraffollate, specialmente quando l’accesso a fonti d’acqua sicura e a servizi igienico-sanitari adeguati è limitato.
Non si tratta solo di ridurre i rischi di malattie, ma di restituire un senso di dignità e normalità a persone che hanno perso tutto.
Dando priorità alle esigenze delle donne e garantendo un accesso equo e inclusivo, questo intervento ha rappresentato una risposta guidata dalle comunità locali e centrata sulle persone, rafforzando la capacità delle popolazioni colpite di riprendersi.
GUARDARE AL FUTURO
Oggi, mentre la Siria attraversa una delicata fase dopo anni di regime, conflitti e disastri naturali, Un Ponte Per continua a restare accanto alle comunità più vulnerabili per supportare le organizzazioni locali nella risposta alle emergenze e nel lavoro di ricostruzione e ripresa. Guidatə dalla convinzione che solidarietà, dignità e il diritto di ogni persona a ricostruire la propria vita in sicurezza siano valori fondamentali.

Gulistan Issa - Campaigner e Project Manager di Un Ponte Per
Ospedali senza più farmaci per le operazioni salva-vita. Cliniche nei campi per persone sfollate senza personale medico. Ambulanze ferme per mancanza di carburante. È la devastante realtà che abbiamo iniziato a raccontarvi sei mesi fa, quando da marzo scorso abbiamo visto con i nostri occhi gli effetti della sospensione dei finanziamenti dell’agenzia USAID, voluta dall’amministrazione Trump.
Sono stati mesi terribili, in cui abbiamo assistito giorno dopo giorno al peggiorare delle condizioni sanitarie di migliaia di persone. A partire dai primi mesi dell’anno, infatti, molte organizzazioni hanno sospeso o interrotto del tutto i propri interventi nella regione, e i campi per persone sfollate sono stati i più colpiti. Servizi essenziali come distribuzioni di acqua e cibo, assistenza sanitaria, nutrizione e protezione sono venuti meno, rendendo ancora più difficile la vita di chi già viveva in condizioni precarie.
In campi come Abo Khashab e Serekaniye, noi di Un Ponte Per (UPP), insieme al nostro partner KRC, siamo rimasti gli unici a garantire servizi sanitari, pur con enormi difficoltà, costretti a ridurre drasticamente le attività delle nostre cliniche, limitandole alle sole emergenze e ai trasferimenti verso gli ospedali.
Ma anche gli ospedali stavano progressivamente perdendo la capacità di garantire cure gratuite alla popolazione: a fine aprile, solo un ospedale pubblico su sedici era rimasto pienamente funzionante in tutto il nord est siriano. Questo ha significato, per donne incinte, bambinə e persone affette da malattie croniche o potenzialmente letali, non avere più accesso a cure essenziali e spesso vitali. A pagare il prezzo più alto, ancora una volta, sono state le persone sfollate che vivono nei campi.
Nel frattempo, un altro cambiamento importante ha trasformato lo scenario siriano: la riduzione dei servizi nei campi, unita alla nuova situazione politica seguita alla caduta del regime, ha spinto molte famiglie a tornare nelle proprie aree di origine. Oggi assistiamo a un graduale svuotamento dei campi e al ripopolamento di zone come Deir ez-Zor, che per anni erano rimaste inaccessibili. Ma il ritorno avviene in contesti devastati: mancano acqua, energia, fonti di sostentamento, servizi sanitari e infrastrutture di base.
Assistere impotenti alle difficoltà che queste persone stavano vivendo, vedere la crisi un sistema sanitario che supportiamo da quindici anni per renderlo solido e gratuito, e dover sospendere i contratti di colleghe e colleghi siriani con cui avevamo condiviso un lungo percorso, sono state prove durissime. Ma è stato proprio il senso di responsabilità verso di loro e verso le comunità locali a spingerci ad andare avanti.
Fondamentale, in questo momento, è stato il sostegno della nostra comunità di donatori e donatrici, che ha risposto ai nostri appelli per coprire i bisogni sanitari primari e ci ha dato la forza di continuare a cercare nuovi finanziamenti e a denunciare l’ingiustizia dei tagli.
Così, dopo mesi di sforzi, abbiamo iniziato finalmente a vedere i primi risultati.
Da luglio una parte dei fondi statunitensi è stata sbloccata, mentre grazie al sostegno delle Nazioni Unite ha preso avvio un nuovo progetto che ci permette di riprendere parzialmente il supporto all’Ospedale Nazionale di Hassakeh (HNH), il principale presidio medico della regione, punto di riferimento per oltre 700.000 persone.
Questo progetto mira a rafforzare il sistema di invio dei pazienti, collegando le strutture sanitarie di base all’HNH, così da migliorare l’accesso all’assistenza specialistica. L’obiettivo è rimuovere le barriere economiche che impediscono alle persone di curarsi, riattivando i servizi essenziali. Concretamente, UPP sosterrà l’ospedale coprendo integralmente i costi di interventi chirurgici, esami diagnostici e cure per la popolazione sfollata residente nei campi.
Non possiamo dimenticare le storie delle persone che abbiamo incontrato in questi mesi – come Hanan e Nasser. Per loro, e per tutte le famiglie che continuano a resistere in questa regione martoriata, ogni passo avanti è fondamentale. Ci vorrà tempo per misurare le conseguenze sulla salute di queste persone dell’irresponsabile scelta di sospendere i fondi, in Siria così come in tutto il mondo. Ma è necessario raccontarle, per non dimenticare e perché chi ha preso queste decisioni si assuma le proprie responsabilità politiche.
Il nostro lavoro non è finito. Continueremo a cercare fondi, a rafforzare le reti di solidarietà e ad amplificare la voce di chi altrimenti non verrebbe ascoltato. Ma se oggi possiamo dire che qualcosa sta ricominciando a muoversi, è solo grazie a chi non ci ha lasciati solə.

Lavinia Brunetti - Health Program Manager di Un Ponte Per
In continuità con la mobilitazione lanciata il 22 settembre, Un Ponte Per conferma la propria adesione alla giornata di sciopero e mobilitazione nazionale contro il genocidio del 3 ottobre e alle successive.
Il 22 settembre è stata soltanto la prima tappa: lo sciopero generale ha dimostrato che esiste una volontà collettiva di opposizione, che non accetta il silenzio complice dei governi.
Segue l'appello pubblicato in occasione della prima giornata di sciopero.

Con l’occupazione di Gaza City si sta scrivendo l’ultimo, drammatico capitolo del progetto colonialista di insediamento israeliano.
Davanti al deliberato sterminio di un popolo, alle centinaia di migliaia di persone in fuga, stremate da due anni di totale assedio, davanti a immagini che spezzano i nostri cuori, non possiamo restare fermə.
Davanti alla repressione del dissenso, a una narrazione mediatica che continua a raccontare il genocidio come una “guerra tra eserciti”, al silenzio dei Governi, è urgente superare il senso di impotenza che ci pervade e portare i nostri corpi nelle piazze.
Per questo il 22 settembre Un Ponte Per aderisce allo sciopero generale, proclamato dai sindacati di base e dai movimenti palestinesi. Scioperiamo per fermare il genocidio in Palestina, per rifiutare la normalizzazione dell’orrore, per boicottare un’economia che alimenta questo sistema di morte, per sostenere il difficile viaggio della Global Sumud Flotilla, che cerca di rompere l’assedio.
Abbiamo deciso di chiudere i nostri uffici in Italia in questa giornata, perché vogliamo dare un segnale forte di dissenso: quando i Governi scelgono la complicità, tocca a noi – cittadine e cittadini, associazioni e movimenti – far sentire la nostra voce e chiedere con forza l’interruzione di ogni forma di collaborazione con Israele. E per rafforzare la nostra azione solidale, devolveremo la giornata di sciopero alla campagna Acqua per Gaza.
In questi giorni le nostre attiviste e attivisti sono nelle piazze e ai presidi che attraversano le città. Lunedì vi invitiamo a “abbassare le saracinesche” e unirvi alle mobilitazioni del 22 settembre: nelle piazze, nei cortei, per bloccare un sistema ingiusto che alimenta questo massacro.
Scegliamo di prendere posizione: scioperiamo, partecipiamo al boicottaggio, uniamoci a questo appuntamento, così come a quelli che ci attendono nelle prossime settimane.
Scegliamo insieme di stare dalla parte giusta della storia.
Dall’8 al 14 settembre a Roma si è svolta la prima edizione di Arene Decoloniali, un festival ideato da Un Ponte Per con l’obiettivo di aprire uno spazio di riflessione inedito e urgente nel panorama culturale italiano.
Per sette giorni, cinema, letteratura e dibattiti hanno riportato al centro ciò che troppo a lungo è stato rimosso: la memoria del colonialismo italiano, le resistenze anticoloniali e le conseguenze di uno sguardo eurocentrico che ancora plasma politica, cultura e società.
UNA MEMORIA RIMOSSA
In Italia il colonialismo è stato rimosso dalla memoria collettiva. Stragi, deportazioni, leggi razziste e campi di concentramento sono stati sistematicamente occultati, lasciando spazio al mito autoassolutorio degli italiani brava gente. Un processo che non riguarda soltanto il passato, ma incide profondamente sul presente, influenzando le narrazioni sulle migrazioni, sul Mediterraneo e sui rapporti internazionali.
Con Arene Decoloniali abbiamo scelto di rompere questo silenzio, offrendo strumenti critici per affrontare le eredità coloniali che ancora ci attraversano.




IL CINEMA COME SPAZIO DI RESISTENZA
Il cuore del festival è stato il cinema, inteso come pratica politica e culturale capace di decostruire lo sguardo coloniale.
Dalla proiezione di Adwa – An African Victory di Haile Gerima – a cui è stato assegnato il Premio Arene Decoloniali 2025 – che restituisce la memoria della vittoria etiope contro l’Italia, a Soleil Ô di Med Hondo, che racconta l’esperienza migratoria e l’identità postcoloniale, fino ad Abandon de poste di Mohamed Bouhari, con il suo sguardo ironico e disincantato sugli stereotipi coloniali e sui “nuovi schiavi” della società occidentale.
Il festival si è chiuso con L’ordine delle cose di Andrea Segre, che porta lo spettatore dentro le politiche italiane di respingimento in Libia.
Ogni film è stato un tassello di una narrazione che ribalta prospettive e restituisce voce alle soggettività colonizzate e migrate. Il cinema si è rivelato così non solo mezzo di denuncia, ma anche laboratorio per immaginare nuove forme di racconto e nuove pratiche di solidarietà.
Come ha raccontato Soumaila Diawara, ospite del festival:
“Arene Decoloniali non è semplicemente una rassegna che cerca di informare le persone, ma è anche una forma di resistenza, che travolge una narrazione distorta soprattutto sul colonialismo. Un’iniziativa che non solo può informare sulle responsabilità storiche ma anche unire persone spesso lontane, in un cammino comune”.
Per mantenere inoltre il filo diretto con la Palestina e con le azioni di resistenza al genocidio, abbiamo ospitato il collegamento con la Global Sumud Flotilla.




TRA MEMORIA E RISIGNIFICAZIONE
Il festival non si è limitato a raccontare il passato. Ha attraversato questioni simboliche e politiche ancora vive: dal trafugamento delle opere d’arte nelle colonie alla risignificazione dei monumenti celebrativi, come quello ai caduti di Dogali, che ancora oggi definisce “eroi” i soldati italiani caduti in Etiopia.
Un omaggio a Pier Paolo Pasolini, nel cinquantenario della sua morte, ha offerto anche l’occasione per riflettere sul suo sguardo critico ma ambivalente sull’Africa e l’Oriente.
E proprio in queste serate, uno dei momenti più emozionanti: l’incontro inaspettato con Gimè Ahmed, uno degli studenti africani intervistati da Pasolini nel documentario Appunti per un’Orestiade africana. Arrivato in Italia dall’Eritrea oltre cinquant’anni fa, incredibilmente, non aveva mai visto il film di Pasolini, nonostante lo avesse cercato a lungo. Lo abbiamo accolto sul palco e la sua emozione, il suo racconto sono diventati per noi il simbolo stesso di questa prima edizione di Arene Decoloniali: un luogo di memoria, incontro e decostruzione.
OLTRE L'ANTICOLONIALISMO: VERSO IL DECOLONIALE
Arene Decoloniali ha proposto un approccio che va oltre la condanna del colonialismo come fatto storico. Decolonizzare significa riconoscere come la visione eurocentrica abbia strutturato categorie culturali, politiche e persino estetiche.
Vuol dire mettere in discussione anche concetti come “sviluppo”, “aiuto” o “solidarietà”, che spesso hanno riprodotto logiche di dominio.
Abbiamo portato dentro il festival anche la nostra esperienza di cooperazione internazionale: non come atto di generosità, ma come pratica di risarcimento, e come costruzione di alleanze tra società civili, capaci di cambiare insieme le condizioni di vita delle persone oppresse.




UN APPUNTAMENTO CHE VUOLE RADICARSI
Questa prima edizione ha segnato l’inizio di un cammino: un processo culturale e politico che non vuole limitarsi all’evento, ma che intende continuare a crescere e a contaminare altri spazi.
Un ringraziamento speciale va alle tante persone che hanno partecipato ogni sera e a chi ha arricchito i dibattiti: Papia Aktar di ARCI Roma, Takoua Ben Mohamed, Maria Coletti, Marco Dalla Gassa, Leonardo De Franceschi, Soumaila Diawara, Silvano Falocco della Rete Yekatit 12-19 Febbraio, Daniela Ionita del Movimento Italiani Senza Cittadinanza, Angela Mona, Marina Pierlorenzi di ANPI Roma, Daniela Ricci e Micaela Veronesi dell'Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, Lorenzo Teodonio, Alessandro Triulzi, Vito Varricchio.
Un grazie di cuore ai registi Haile Gerima, Dagmawi Yimer e Francesco Di Gioia, e allə artistə che hanno reso indimenticabile la serata di chiusura: Khalifa Abo Khraisse e Valbona Kunxhiu, Mario Eleno e Manuela Mosè, Luca Chiavinato.
Arene Decoloniali ha aperto una ferita rimossa e, al tempo stesso, uno spazio di possibilità: un’arena in cui la memoria incontra la resistenza, e il futuro può finalmente liberarsi dalle catene del passato coloniale.
E questo è solo l’inizio, il percorso continua: in attesa della seconda edizione nel 2026, continueremo a proporre nuove iniziative e momenti di approfondimento.
Segui la pagina @arene_decoloniali su Facebook e Instagram per restare aggiornatə.
Un Ponte Per si unisce a Oxfam e a decine di organizzazioni italiane e internazionali nel lanciare la campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali” e chiedere all’Unione europea e al Regno Unito di vietare il commercio con gli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est.
Un nuovo rapporto fotografa il drammatico impatto umanitario dell’occupazione israeliana alimentato dal commercio e dagli investimenti esteri nel Territorio palestinese occupato: la povertà in Cisgiordani occupata a è aumentata dal 12 per cento al 28 per cento negli ultimi due anni, con un tasso di disoccupazione arrivato al 35 per cento.
Oltre il 42% della Cisgiordania è occupata dagli insediamenti israeliani. Sono all’ordine del giorno confische di terreni, sfollamenti forzati e demolizioni ai danni delle comunità palestinesi, mentre l’ampliamento degli insediamenti illegali dei coloni è cresciuto del 180% negli ultimi cinque anni.
PUOI ADERIRE ALLA CAMPAGNA SU WWW.STOP-INSEDIAMENTI.IT
L’occupazione israeliana della Cisgiordania costa ogni anno miliardi di dollari all’economia palestinese, mentre la povertà è aumentata dal 12% al 28% negli ultimi 2 anni, con un tasso di disoccupazione raddoppiato da ottobre 2023 e arrivato al 35%. Gli espropri di aree sempre più vaste, le demolizioni, gli sfollamenti forzati e l’ampliamento degli insediamenti dei coloni israeliani (illegali secondo il diritto internazionale) hanno un impatto sempre più drammatico sulla capacità di sussistenza delle comunità palestinesi, ma i governi e le imprese dell’Ue e del Regno unito continuano ad alimentare questa situazione.
È quanto denunciato da Oxfam, insieme ad una alleanza di decine di organizzazioni umanitarie e della società civile, tra cui Un Ponte Per, che lanciano un rapporto e la nuova campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali”, che chiede all’Italia, all’Unione europea, agli altri Stati membri e al Regno Unito di adottare misure concrete per vietare gli scambi commerciali con gli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania occupata (compresa Gerusalemme est).
A un anno esatto dal voto dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che ha chiesto a Israele di porre fine entro settembre 2025 all’occupazione illegale e di ritirarsi dai Territori Occupati Palestinesi, è sotto gli occhi di tutti come la risposta di Israele, in totale sfregio a quanto richiesto dalla comunità internazionale, si sia tradotta in ulteriori piani di espansione. Allo stesso tempo è più che mai evidente quanto l’occupazione illegale, complici anche il commercio e gli investimenti esteri con gli insediamenti, sia alla radice di un’immane crisi umanitaria.
“Negli ultimi anni l’oppressione di Israele sulle comunità palestinesi è diventata sempre più soffocante. – spiega Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia - Una strategia che mira a frammentare l’economia della Cisgiordania e minare la costruzione di un futuro Stato palestinese. Per questo porre fine al commercio con gli insediamenti è un passo necessario per sostenere i diritti umani e proteggere i mezzi di sussistenza della popolazione palestinese. Solo così si potrà contribuire davvero a fermare l'espansione degli insediamenti che oggi rappresentano il 42% della Cisgiordania e porre fine all'occupazione illegale”.
TRA ESPROPRI, DEMOLIZIONI, SFOLLAMENTI E L’ESPANSIONE RECORD DEGLI INSEDIAMENTI
Dall'occupazione della Cisgiordania del 1967, Israele si è appropriato di circa 2.000 chilometri quadrati per la costruzione e l'espansione di insediamenti, in un’accelerazione esponenziale negli ultimi quattro anni, che culmina oggi con l’approvazione di un piano di costruzione di 3.400 nuove unità abitative in un blocco che collega Gerusalemme Est e l'insediamento di Ma'ale Adumim, interrompendo di fatto la circolazione dei palestinesi tra la Cisgiordania settentrionale e meridionale.
Nel 2023, il governo israeliano ha approvato la costruzione di 30.682 abitazioni in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Un’espansione record, con un aumento del 180% dei nuovi insediamenti, in soli 5 anni. Nel giugno 2024 ha designato 12,7 chilometri quadrati nella Valle del Giordano come "terra demaniale". A maggio 2025 ha istituito 22 nuovi insediamenti. Gran parte dei nulla osta rilasciati da Israele hanno riguardato aree sempre più interne della Cisgiordania, frammentando il territorio palestinese e riducendo la libertà di movimento.
Con 900 checkpoint posizionati in tutta la Cisgiordania, gli spostamenti sono sempre più difficili, pericolosi e lunghi. In questo momento infatti il 30% del territorio è inaccessibile ai palestinesi. Le lunghe attese ai checkpoint hanno poi gravi ripercussioni sui lavoratori, le aziende e l’economia palestinese. Si stima che il costo di tutto questo sia di 764.600 dollari al giorno, pari a una perdita salariale di 16,8 milioni al mese, per le ore di lavoro perse. Con oltre un terzo della popolazione della Cisgiordania senza lavoro a causa delle politiche di Israele, sono le donne palestinesi le prime vittime di una situazione di totale sfruttamento. Non avendo alternative circa 6.500 di loro sono costrette a lavorare negli insediamenti illegali israeliani, spesso senza un contratto, un'assicurazione sanitaria e condizioni minime di sicurezza, con orari lunghissimi e per paghe da fame, di molto inferiori al salario medio israeliano: circa il 65% guadagna meno di 20 dollari al giorno.
GLI INCENTIVI ISRAELIANI PER LO SVILUPPO DEGLI INSEDIAMENTI CONTINUANO AD ATTRARRE ENORMI INVESTIMENTI ESTERI DI IMPRESE E ISTITUZIONI FINANZIARIE
Il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia (CIG) del luglio 2024 ha chiarito che i governi che consentono il commercio con gli insediamenti israeliani, si rendono complici di un’espansione illegale, sostenendo il controllo di Israele nei Territori Palestinesi Occupati. Tuttavia Israele continua ad attrarre investimenti esteri nei suoi insediamenti in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, attraverso agevolazioni fiscali, sussidi, trattamenti preferenziali, affitti ribassati dei terreni e sovvenzioni.
Il report pubblicato oggi prende in esame alcune tra le principali aziende e istituzioni finanziarie internazionali che hanno solide relazioni commerciali con gli insediamenti israeliani:
L’APPELLO A UE E ITALIA PER LO STOP AL COMMERCIO CON GLI INSEDIAMENTI
L’Unione Europea (UE) oggi è il maggiore partner commerciale di Israele, con una quota di circa il 32% del movimento totale di merci. Nel 2024 il volume totale dell’import-export di beni tra Israele e l’Ue è stato di 42,6 miliardi di euro. L’Italia da sola l’anno scorso ha importato beni e servizi per oltre 1 miliardo di euro con un volume totale di scambi pari ad oltre 4 miliardi, il Regno Unito nel complesso per poco meno di 6 miliardi di sterline.
“Ad oggi le politiche europee e nazionali, che rendono riconoscibili i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani illegali, vengono attuate in modo incoerente e sabotate sistematicamente, con il risultato che in tutta Europa sono presenti prodotti provenienti da qui, ma etichettati ‘Made in Israel’. – spiegano le organizzazioni promotrici della campagna – Per compiere un primo passo concreto in difesa dei diritti del popolo palestinese è quindi fondamentale che l’Ue e tutti gli stati membri mettano al bando il commercio con gli insediamenti, compresa la fornitura di servizi e gli investimenti. Per questo chiediamo a tutti di firmare il nostro appello, che chiede al Governo italiano di interrompere ogni relazione commerciale con gli insediamenti illegali israeliani”.
Inoltre, le organizzazioni chiedono:
Le associazioni italiane aderenti alla campagna:
ACLI, ACS -NGO, Amnesty International Italia, AOI, ARCI, CISS, CNCA, COSPE, CRIC, Emmaus, First Social Life, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Gruppo Abele, Libera, Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente, Pax Christi, Rete HUMUS, Rete Italiana Pace e Disarmo, Un Ponte Per, Vento di Terra.
Note:
Una carovana solidale ha raggiunto il valico di Rafah, mentre la Striscia sprofonda tra bombe, fame e isolamento. In queste righe, riportiamo il racconto di chi c’era: voci e storie dal confine dell’assedio. Intervista a Giulia Torrini, co-Presidente di Un Ponte Per.
A Gaza si muore di fame, di sete, di bombe e di silenzio.
Nei giorni dal 17 al 19 maggio, mentre la comunità internazionale balbetta e le cancellerie occidentali si dividono tra timidi ammonimenti e complicità diplomatica, una delegazione italiana ha deciso di rompere l’assordante immobilismo. Sessanta tra parlamentari, eurodeputati, reporter, attiviste e attivisti hanno raggiunto il valico di Rafah per denunciare l’assedio israeliano e l’uso sistematico della fame come arma di guerra.
La Striscia di Gaza è sprofondata in un baratro di disumanità. Dal 2 marzo 2025, nessun convoglio umanitario ha più varcato i confini: acqua, cibo e medicinali restano bloccati alle frontiere sotto il controllo israeliano. Le Nazioni Unite lanciano l’allarme: oltre 14mila bambini rischiano la morte per fame e disidratazione nelle prossime 48 ore. L’UNRWA denuncia l’impossibilità di distribuire gli aiuti rimasti a causa delle continue restrizioni imposte da Tel Aviv.
Nel silenzio quasi corale della comunità internazionale, le cifre diventano epitaffio: più di 53mila persone palestinesi sono state uccise dall’inizio dell’operazione militare israeliana nell’ottobre 2023. Intere famiglie cancellate, infrastrutture sanitarie ridotte in macerie, scuole divenute bersagli.
A confermare la brutalità sistematica di questa offensiva, il 19 maggio, giorno in cui la delegazione italiana si trovava ancora al valico di Rafah, Israele ha ordinato l’evacuazione immediata di Khan Younis e lanciato un attacco aereo senza precedenti sulla città. In un’ora sono stati colpiti ospedali, abitazioni e infrastrutture civili: almeno 135 i morti, centinaia i feriti. Migliaia di persone, molte già sfollate, sono state costrette a fuggire ancora una volta, senza destinazione né protezione. La guerra contro la popolazione civile prosegue senza tregua; nel frattempo, gli aiuti umanitari restano bloccati ai confini.
In un’intervista, Giulia Torrini – presidente dell’organizzazione Un Ponte Per e membro della delegazione italiana presente a Rafah – racconta i momenti vissuti in prossimità del valico: «Durante la nostra permanenza al valico di Rafah, le esplosioni si susseguivano a intervalli regolari, ogni otto o dieci minuti. Il boato era nitido, penetrante, impossibile da ignorare».
Mentre il governo Netanyahu dichiara l’obiettivo di un “controllo totale” su Gaza in nome della lotta a Hamas, sul terreno prende forma un’altra verità: quella di una strategia che molte voci, definiscono senza esitazione una pulizia etnica mascherata da guerra contro il terrorismo. La retorica della sicurezza viene così piegata a giustificare una guerra di annientamento, che colpisce soprattutto civili disarmati.

IL CAIRO: LE VOCI DEI SOPRAVVISUTI
La recente iniziativa della delegazione italiana, promossa da AOI, ARCI e Assopace Palestina, ha assunto un significato che va ben oltre la solidarietà simbolica. Si è trattato di un’iniziativa esplicitamente politica, concepita come atto di rottura contro la complicità silenziosa delle istituzioni europee e la diplomazia titubante dell’Occidente. La presenza al valico di Rafah non mirava soltanto a sollecitare l’ingresso degli aiuti umanitari, ma a denunciare apertamente la legittimazione internazionale di un regime che, con l’assedio di Gaza, sta conducendo una guerra sistematica contro la popolazione civile.
Torrini ricorda gli incontri con la comunità palestinese in esilio avvenuti nei giorni precedenti l’arrivo al valico: «A Il Cairo abbiamo incontrato quelli che potremmo definire i “sopravvissuti”: giornalisti, operatori umanitari, attiviste rifugiate in Egitto, per lo più donne. Non si sono limitati a condividere le loro storie: ci hanno posto davanti alla nostra responsabilità, ci hanno messi a nudo, senza sconti.
Le testimonianze, in particolare durante i confronti con la componente politica della delegazione, sono state dirette e incisive. Alcune attiviste hanno espresso con amarezza la convinzione che non si stia facendo abbastanza, sottolineando come da mesi le immagini delle violenze vengano osservate e condivise senza che questo porti a un cambiamento concreto. Una giovane ha inoltre sollevato la questione dell’uso di quelle immagini, ritenendo che la loro diffusione possa togliere dignità alle vittime, trasformandole in spettacolo per un mondo ormai insensibile. Secondo lei, se neanche la visione di quei corpi riesce a scuotere le coscienze, forse sarebbe meglio non mostrarli affatto».
Una provocazione, certo, ma anche un’affermazione profondamente vera. Una denuncia del voyeurismo occidentale, della nostra progressiva anestesia morale.
Durante questi incontri sono intervenuti giornaliste e giornalisti come Abdel Nasser, operatrici e operatori umanitari, attivisti dell’Union of Agricultural Work Committees (UAWC), che hanno parlato della distruzione del 90% delle terre agricole nella Striscia di Gaza: «Un attacco diretto all’autosufficienza alimentare, parte di una strategia che usa la fame come arma di guerra», riporta Torrini. «Un operatore dell’associazione Vento di Terra ha raccontato di essere stato evacuato nove volte prima di riuscire a trovare rifugio in Egitto, stremato da un’esistenza sempre sotto minaccia. Tuttavia, ha ricordato che anche lì la vita per un rifugiato palestinese resta estremamente difficile. Non si è liberi di lavorare, studiare, muoversi. È la condizione sistemica delle diaspore palestinesi, dal Libano alla Siria».
Torrini ha raccontato anche un altro momento significativo della giornata: un incontro di approfondimento con un esperto di relazioni internazionali.
Durante la discussione sono emersi diversi elementi chiave: il calo di consensi di Hamas tra la popolazione palestinese, il crescente distacco tra la leadership e la società civile, ma anche il mantenimento di una certa influenza del movimento all’estero. Si è parlato del ruolo ambiguo dei Paesi del Golfo, della progressiva marginalizzazione della causa palestinese nell’agenda araba e dell’assenza totale di volontà politica, da parte della leadership israeliana, di intraprendere un percorso diplomatico. Secondo l’analisi condivisa, la strategia di Tel Aviv non si limiterebbe a un contenimento del conflitto: punterebbe piuttosto alla cancellazione definitiva della Striscia di Gaza. Non una gestione della crisi, ma un progetto sistematico di annientamento.

RAFAH: UN GESTO POLITICO OLTRE IL CONFINE
«I soldati egiziani presidiavano il valico immobili, motori spenti, armi in braccio: una presenza muta e assente. E noi lì, nel silenzio spezzato solo dalle esplosioni, puntuali ogni otto minuti. Un silenzio surreale, tagliato appena dal cinguettio degli uccelli – si può sentire in sottofondo anche in tutti i nostri audio telefonici. E in mezzo a tutto questo, gridare “Free Palestine”, “Stop the Genocide”, “Stop Illegal Occupation”, in inglese, per rompere quel silenzio – nonostante sapessimo benissimo che nessuno ci stesse ascoltando davvero – è stato un atto di rottura, un grido politico».
Il gesto di lasciare peluche e giocattoli sul confine egiziano, impossibilitati a varcare il confine come le bambine e i bambini a cui erano destinati, è divenuto l’emblema di una protesta potente. Oggetti fragili, infantili, inermi: simboli di un’infanzia strappata. Un grido rivolto all’Europa affinché smetta di coprire con il linguaggio della diplomazia ciò che, nei fatti, è una violazione continuata del diritto internazionale.
«Trovarsi lì, con quasi 20 parlamentari ed europarlamentari in prima linea, mentre esponevano cartelli con i volti dei leader europei – gli stessi che continuano a negare la realtà di un genocidio in corso o a rimanere inerti di fronte al blocco degli aiuti umanitari – è stato fortissimo. E poi quei pupazzi, quei piccoli indumenti sparsi a terra, accompagnati dal segno di gesso che si disegna normalmente attorno ai cadaveri nelle scene del crimine… era una denuncia visiva. In quel piazzale desolato, vuoto, dove un tempo si accalcavano camion carichi di aiuti, oggi non passa più nulla».
Con questa azione, la delegazione ha restituito dignità alla parola “presenza”, trasformandola in testimonianza attiva e denuncia diretta. Non più appelli generici, ma una domanda precisa: da che parte sta la politica europea, quando i confini diventano barriere alla vita?
GAZA: REPORTER SOTTO LE BOMBE
In un contesto dove la verità è spesso ridotta al silenzio delle macerie, anche la parola dei reporter diventa bersaglio. Al valico di Rafah, 14 giornaliste e giornaliste hanno lanciato un appello dal tono netto e ineludibile: “Basta sparare sui giornalisti”. Un grido nato dall’urgenza di denunciare ciò che si consuma nell’ombra. Dal 2023, oltre 220 reporter palestinesi sono stati uccisi sotto i bombardamenti israeliani; decine sono detenute e detenuti nelle carceri, le loro famiglie perseguitate. In assenza della stampa internazionale, tenuta fuori da Gaza da oltre 19 mesi, sono loro – esposti e isolati – gli unici occhi rimasti a raccontare. Alcuni, pur di distinguersi, indossano giubbotti improvvisati con la scritta “PRESS”, che non proteggono da nulla se non dall’invisibilità. «La stampa non è testimone del conflitto: è bersaglio», scrivono. Ed è forse questo il dettaglio più drammatico di un conflitto che teme chi documenta. L’appello delle giornaliste e dei giornalisti, dal valico di Rafah si rivolge all’Europa e al mondo: si chiede che venga garantita la protezione dei cronisti e delle croniste palestinesi e l’accesso alla Striscia per la stampa internazionale.
«Una giornalista palestinese», continua Torrini, «ci ha spiegato che ormai i cronisti locali si muovono all’interno delle proprie abitazioni senza più indossare i giubbotti antiproiettile contrassegnati dalla scritta “PRESS”. Quegli stessi giubbotti, che dovrebbero garantire una parvenza di protezione, oggi non vengono più forniti. Non arriva più nulla: né caschi, né protezioni, né alcun tipo di materiale di sicurezza. Per questo, molti giornalisti si arrangiano con mezzi di fortuna: imbottiscono i loro giubbotti con spugne, ricreando una sorta di uniforme simbolica. Non è più un mezzo per proteggersi, ma un gesto di dignità, quasi una forma di resistenza, un modo per dire “noi ci siamo”, pur sapendo perfettamente che quelle imbottiture artigianali non potranno mai salvarli né da un proiettile, né tantomeno da una bomba».

L'EUROPA SI MUOVE, MA TROPPO LENTAMENTE
Sotto la pressione crescente dell’opinione pubblica e di alcuni Stati membri, l’Unione Europea ha annunciato la revisione dell’accordo di associazione con Israele, invocando la clausola sui diritti umani. Anche il Regno Unito ha sospeso le trattative commerciali con Tel Aviv, mentre Francia e Canada minacciano sanzioni. Tuttavia, queste misure appaiono tardive e insufficienti di fronte a quella che molti definiscono una catastrofe umanitaria senza precedenti. Nel frattempo, l’esercito israeliano insiste su obiettivi civili: emblematico l’attacco contro una delegazione diplomatica in visita a Jenin, in Cisgiordania, che ha scatenato reazioni di condanna da parte di diversi governi europei.
«Essere arrivati al valico di Rafah ha avuto un’eco forte nel mondo arabo» commenta Torrini. «Siamo finiti su Al Jazeera, su I Am Palestine, su vari media mediorientali. È servito a raccontare, a far circolare un’altra narrazione. Forse non è un caso se, subito dopo il nostro ritorno, alcuni leader europei hanno cominciato ad alzare la voce. Tre europarlamentari erano con noi a Rafah. Pochi giorni dopo, la presidente della Commissione europea ha chiesto la revisione dell’accordo di associazione UE-Israele. Italia e Germania si sono opposte, com’era prevedibile, ma qualcosa si è mosso. Il resto d’Europa inizia a reagire.
Come attivisti italiani, sappiamo di trovarci in un momento storico delicato. Il nostro governo, come quelli precedenti, continua a vantarsi dell’“amicizia con Israele”. Ma questa retorica comincia a mostrare crepe, soprattutto rispetto ad altri Paesi europei che – seppur lentamente e non per improvvisa coscienza morale – appaiono in difficoltà davanti alla crescente pressione dell’opinione pubblica».
Oggi la società civile internazionale dispone di un margine d’azione, seppur limitato, per denunciare l’immobilismo dei propri governi. In questo quadro, il confronto diretto tra la carovana solidale e le realtà locali ha portato alla redazione di un documento ufficiale, indirizzato alla Presidente del Consiglio, con la richiesta di una presa di posizione chiara e netta contro la guerra.
La portata simbolica e politica di questa iniziativa dipenderà dalla capacità delle opposizioni di restare coese e di riconoscere la centralità della questione palestinese. Le testimonianze ascoltate sul campo, i numeri dei civili uccisi sono prove che non possono più essere ignorate.
«La questione palestinese oggi è molto più di un conflitto locale: è il riflesso di un nuovo paradigma globale. Da un lato, un potere coloniale che utilizza l’apartheid come strumento di conquista e controllo territoriale; dall’altro, un sistema umanitario internazionale che, nato nel secondo dopoguerra per proteggere i popoli vittime dei conflitti, oggi sta degenerando in un meccanismo commerciale, persino redditizio. L’aiuto umanitario è diventato una leva politica e i suoi operatori sono ormai bersagli dichiarati. Alcuni temono che si stia andando verso un modello in cui l’assistenza venga affidata a fondazioni private od organizzazioni filo-occidentali, sostenute da Israele e Stati Uniti, svuotando di significato e legittimità il concetto stesso di aiuto internazionale. In questo contesto, la decisione degli Stati Uniti di tagliare i fondi USAID e di smantellare l’agenzia per la cooperazione è un segnale chiaro».
La Palestina, in questo quadro, diventa un laboratorio. Un esperimento. Ciò che accade lì prefigura modelli destinati a replicarsi ovunque: in ogni contesto di occupazione, assedio o colonizzazione.
«Per questo la politica deve agire» conclude Torrini. «Se il degrado si consolida in Palestina, rischia di estendersi ovunque. Ed è qui che serve lucidità politica, oltre che morale. Durante la permanenza della delegazione, con giuristi e accademici, si è discusso a lungo non solo della legittimità del termine genocidio, ma anche del solido quadro giuridico internazionale già esistente: dalle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale, agli strumenti legali a disposizione dei governi europei per imporre sanzioni. Gli strumenti, dunque, ci sono. A mancare è la volontà politica. Lo dimostra il fatto che la mozione presentata dalle opposizioni per sospendere l’invio di armi a Israele sia stata bocciata. È passata invece la mozione della maggioranza, che prevede ulteriori acquisti militari proprio da Israele. Eppure, un governo responsabile non dovrebbe né vendere né acquistare armi da uno Stato che, nei fatti, sta massacrando una popolazione civile in quanto tale. In teoria è tutto chiaro, ma nella pratica, le azioni continuano a non arrivare».
Intervista di Daniela Galiè pubblicata su Dinamopress il 23 maggio 2025. Foto di Daniele Napolitano.