Lo Stato aumenta la spesa in armi. E tu? Fai crescere la pace con il tuo 5x1000: CF 96232290583
Decolonialità. Opposto di colonialità. Pratica attiva di vita e di comunità che mira a disfare le persistenze del dominio coloniale, le relazioni di potere, il razzismo culturale, le discriminazioni.
Decolonialità è l’opposizione a ogni imperialismo, così come i femminismi sono opposizioni al patriarcato. Poiché i corpi delle donne sono stati, e purtroppo ancora possono essere, territori di conquista, il pensiero decoloniale e i femminismi si incontrano proprio nell’azione di scardinare le strutture di potere e le gerarchie culturali che limitano e impediscono alla pluralità di storie e narrazioni di circolare liberamente.

Siamo molto felici di presentare la seconda edizione di Arene Decoloniali, dedicata ai femminismi nei contesti coloniali e postcoloniali.
Organizzate da Un Ponte Per al parco di Tor Marancia a Roma dal 7 al 13 settembre 2026, Arene Decoloniali conferma la vocazione a essere un luogo di incontro e di scambio di esperienze, con una visione fortemente connotata dall'impegno civile e culturale, offrendo momenti di riflessione sul tempo presente, spazi di resistenza, e laboratori per sperimentare nuove possibilità di stare al mondo.
Ci aspetta una settimana ricca di eventi e appuntamenti per condividere esperienze, riflessioni e saperi e dove incontrare soggettività differenti, che si diramano dai margini (come ci ha insegnato bell hooks), e che portano immagini, suoni e cultura dal "Sud Globale", all’insegna della lotta contro ogni ingiustizia e oppressione.
Sarà possibile partecipare liberamente a incontri, laboratori, chiacchierate e assistere alla proiezione di 20 film, che ci offriranno narrazioni che viaggiano nel tempo (dalle lotte di liberazione degli anni Sessanta all’oggi), e nello spazio (nel deserto con il popolo Saharawi, in Etiopia, in Vietnam, in Angola e in Palestina, fino all’America Latina).
Arene Decoloniali sarà anche in questa seconda edizione uno spazio aperto di ascolto e riflessione, dove attivare comunità unite nella visione di un mondo più giusto e armonioso.
Daniela Ricci, Micaela Veronesi
Direzione Artistica

Quando fondammo, nel 1991, Un Ponte Per (allora si chiamava Un Ponte per Baghdad) inserimmo nel primo statuto una clausola insolita: dopo dieci anni l’associazione avrebbe dovuto sciogliersi, salvo una decisione esplicita dei soci di proseguirne l’attività. Non era un vezzo, ma una scelta politica. Ritenevamo che un’organizzazione di solidarietà non dovesse esistere per perpetuare sé stessa. Doveva essere uno strumento, non un fine. Se le ragioni che ne avevano giustificato la nascita fossero venute meno, sarebbe stato giusto chiuderla. Ogni dieci anni quell’appuntamento ci costringeva a interrogarci sul senso della nostra esistenza. Per ragioni pratiche e legali quella previsione è stata poi eliminata dallo statuto, ma quello spirito non è mai scomparso.
Oggi, a trentacinque anni dalla nascita di Un Ponte Per, quella domanda ritorna. Non perché siano diminuiti conflitti e disuguaglianze, ma perché il mondo è profondamente cambiato. Quando iniziammo a lavorare in Iraq e poi negli altri Paesi dell’Asia Sud-Occidentale, la società civile indipendente era spesso fragile o inesistente. Oggi, nonostante guerre e autoritarismi, esistono reti, associazioni, movimenti, organizzazioni femministe, sindacati e gruppi giovanili dotati di competenze, capacità progettuali e visione politica pienamente autonome.
La domanda diventa allora inevitabile: ha ancora senso che una ong europea continui a decidere al loro posto? Sarebbe considerato singolare se una ong libanese aprisse e gestisse un centro antiviolenza a Tor Bella Monaca. Perché dovrebbe essere normale che una ong italiana lo faccia a Beirut?
L’Assemblea nazionale di Un Ponte Per, riunita a Salerno il 27 e 28 giugno, ha risposto di no. Ha approvato all’unanimità una delibera che avvia un percorso di progressivo trasferimento del potere decisionale agli uffici locali, con l’obiettivo di costruirne nel tempo una piena autonomia politica, organizzativa ed economica. Un processo necessariamente graduale, costruito insieme alle realtà coinvolte e senza mettere a rischio né le attività in corso né il lavoro del personale locale.
La parola chiave è potere. Per anni il dibattito sulla localizzazione della cooperazione si è concentrato sul trasferimento di risorse e competenze. Noi pensiamo che la questione decisiva sia un’altra: chi definisce le priorità? Chi decide come utilizzare le risorse? Chi governa le organizzazioni?
La convinzione maturata in questi anni è semplice. Le organizzazioni locali non hanno più bisogno di essere guidate da ong europee. Hanno bisogno di alleanze, di relazioni internazionali, di scambi tra pari e di sostegno politico.
Questo significa ripensare anche il ruolo di Un Ponte Per: sempre meno organizzazione che gestisce direttamente servizi nel "Sud globale" e sempre più ponte tra società civili, capace di costruire connessioni, promuovere campagne comuni e favorire relazioni di alleanza per il cambiamento, più che partnership finalizzate all’esecuzione di progetti.
Questa scelta organizzativa nasce anche da una riflessione più ampia. L’assemblea ha infatti riconosciuto che l’attuale sistema della cooperazione e degli aiuti allo sviluppo, nel suo complesso è un dispositivo che perpetua rapporti di dipendenza e controllo neocoloniale e rischia di sostituirsi al necessario dibattito sulle riparazioni e sulle disuguaglianze che derivano dal sistema economico e dalla storia coloniale.
Non si tratta di negare il valore del lavoro di migliaia di operatorə della cooperazione, compresi lə nostrə operatorə. Significa interrogarsi sulle strutture di potere entro cui anche le migliori intenzioni finiscono per operare. Ed implica l´imperativo di coinvolgersi nelle lotte per cambiare le relazioni internazionali di dominio e di interrogarsi sulla possibilità di utilizzare gli aiuti per percorsi di decolonizzazione invece che di controllo.
Cambieremo anche il linguaggio. Non più “donatori” e “beneficiarə”, ma finanziatori e riceventi. Le risorse destinate alla cooperazione non sono atti di generosità: sono una restituzione, ancora insufficiente, di ricchezze e opportunità sottratte attraverso secoli di colonialismo.
Non sappiamo ancora dove ci porterà questo percorso. Sappiamo però che vale la pena provarci. E vogliamo discuterne con chi, nel Nord e nel Sud del mondo, sta ponendosi le stesse domande, a partire dal seminario “Decolonizzare la cooperazione” che organizzeremo a Cotonou in Benin nell’ambito del prossimo Forum Sociale Mondiale.

Fabio Alberti - Presidente onorario di Un Ponte Per
Articolo pubblicato su Vita.it
Dal 12 al 17 maggio 2026 si è svolto il primo viaggio di istruzione a Ustica, sulle tracce del colonialismo italiano.
Abbiamo accompagnato sull'isola trentacinque studenti e studentesse dell'Istituto Archimede di Napoli, proponendo un percorso di studio e conoscenza volto a ripercorrere eventi del nostro passato che, per troppo tempo, sono rimasti celati.
Per riportare alla luce verità scomode che, per generazioni, sono state negate o escluse dai programmi scolastici.
Ed è proprio da qui, da questa assenza da colmare, che è iniziato il percorso dei ragazzi e delle ragazze insieme a Vito Ailara, presidente del Centro Studi e Documentazione Isola di Ustica.

Don Vito ha subito spiegato quanto sia difficile e doloroso, ma indispensabile, fare i conti con il nostro passato, invitando i giovani a interrogarsi su una storia collettiva ingombrante.
Così, gli studenti e le studentesse hanno iniziato a scoprire che a Ustica, tra le sue rocce scure e le acque cristalline, si conservano le tracce di un capitolo poco conosciuto della nostra storia, quando l'isola divenne luogo di confino.
Prima per libici, eritrei e altre persone provenienti dalle colonie o dalle aree d'influenza italiana; successivamente per gli oppositori politici del regime fascista.
Particolarmente toccante il racconto di Don Vito sull'arrivo, nel 1911, delle prime persone libiche deportate. Uomini, donne e bambinə vennero rastrellatə per strada e nelle case; interi villaggi furono svuotati e le loro popolazioni trasferite con la forza nei campi di internamento.
Alcunə morirono durante il viaggio e vennero trattatə come merci: una volta sbarcati le persone sopravvissute, i corpi furono gettati in mare dietro la punta del molo dell'isola.
Vite spezzate e rese anonime.

Tra novembre 1911 e maggio 1912 furono 127 le vittime dell'epidemia di colera scoppiata a bordo della nave che trasportò i deportati dalla Libia a Ustica.
Dietro il cimitero di Ustica si trova un altro cimitero, creato allora per dare una degna sepoltura a queste vittime, spesso senza nome.
È il "cimitero degli arabi".
Le sepolture furono rese difficili dalla presenza della roccia e, come ha raccontato Don Vito, quel luogo finì per diventare una grande fossa comune.
Quando gli studenti e le studentesse hanno visitato il cimitero, è stato toccante ascoltare le loro parole.
Libertà, giustizia, sacrificio, memoria.
Uno studente ci ha scritto:
«... è difficile pensare che Ustica non sia stata sempre questa: bella, solare, intensa. Un tempo fu luogo di torture, prigionia e morte. Io sono qui per dare una nuova memoria alla sua storia, per tramandare ciò che è stato e che mai dovrà ripetersi».
Un altro studente ha invece colto l'essenza della parola libertà:
«... la libertà di cui godiamo oggi non è scontata. Se possiamo beneficiarne è perché in passato c'è stato chi ha lottato e resistito per ottenerla e consegnarcela. Adesso sta a noi difenderla...».
Alla fine, la forza di questa prima esperienza sta tutta nelle semplici ma granitiche parole di questi due studenti, alle quali si aggiungono le tante riflessioni condivise dalle loro compagne e dai loro compagni.



È stato l'inizio di un percorso che ci auguriamo possa coinvolgere sempre più istituti scolastici italiani, con l'obiettivo di far riemergere ciò che troppo a lungo è stato nascosto.
Per restituire voce e dignità alle vittime del colonialismo italiano. Non solo come esercizio di riconoscimento del nostro passato coloniale, ma soprattutto come indispensabile strumento di conoscenza per comprendere meglio il presente e attraversare il futuro con generazioni più consapevoli, capaci di costruire relazioni autentiche e sostenibili con i Paesi del Sud globale, fondate sul rispetto, sulla giustizia e sulla comprensione reciproca

Luca Gabrielli - Membro del Comitato Nazionale di Un Ponte Per
In Italia le sedi disponibili sono Roma e Pisa.
All'estero le sedi disponibili sono Amman (Giordania) e Beirut* (Libano).
E' possibile presentare domanda di partecipazione ad uno dei progetti fino alle ore 14.00 del 16 aprile 2026.
COS'È IL SERVIZIO CIVILE
Il Servizio Civile Universale, nato come alternativo e sostitutivo del servizio di leva obbligatorio, è ancora oggi un’esperienza unica di formazione, crescita personale, umana e civica. Anche quest’anno Un Ponte Per, in collaborazione con Acque Correnti ETS, offre la possibilità di dedicare un anno di servizio a progetti di educazione alla pace, giustizia sociale e promozione del volontariato.
I NOSTRI PROGETTI
Italia. Un percorso per promuovere l’educazione alla pace e i diritti umani. Insieme lavoreremo per contrastare le discriminazioni e promuovere la cultura del volontariato, come strumento per la costruzione di una società solidale da un punto di vista civile, culturale e sociale.
Estero. Lə volontariə saranno coinvolte in attività sul campo tra tutela del patrimonio culturale e rafforzamento delle comunità locali.
IN BREVE
A chi è rivolto: ragazzə di età compresa tra i 18 e i 28 anni.
Durata: 12 mesi.
Posti: 12 posti disponibili, suddivisi tra Roma (2), Pisa (2), Amman (4), Beirut (4).
Orario: 25 ore settimanali, che possono essere svolte in parte da remoto
Rimborso economico: € 519,47/mese
COME CANDIDARSI
Le candidature devono essere presentate sul portale del Ministero del Servizio Civile (www.serviziocivile.gov.it) accedendo tramite SPID, entro e non oltre le ore 14:00 del 16 aprile 2026.
Trova il progetto sulla piattaforma DOL inserendo i seguenti codici:
Clicca qui per candidarti attraverso la piattaforma DOL.
COSA FAREMO INSIEME
Le 25 ore di servizio saranno distribuite su 5 giorni a settimana. Il rimborso previsto è pari a 519,47 euro mensili. E’ requisito necessario la conoscenza di una lingua straniera tra inglese, francese e spagnolo di livello B2.
Per maggiori informazioni scrivi a info@unponteper.it
*ATTENZIONE: Data la grave situazione di instabilità in Libano al momento della pubblicazione del bando, riguardo le effettive possibilità di avvio del progetto si rimanda alle valutazioni di sicurezza del Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale.
L’escalation militare di queste ore tra Iran, Israele e Stati Uniti riapre una ferita che conosciamo fin troppo bene. Il parallelo con il 2003 e l’invasione dell’Iraq non è solo retorica. Ancora una volta si parla di “attacco preventivo”, ancora una volta si evoca – più o meno esplicitamente – il cambio di regime come soluzione. E ancora una volta si mette in moto una spirale che rischia di incendiare un’intera regione.
La guerra regionale non è una fatalità, è una scelta politica. Una scelta che affonda le sue radici in una visione di potenza e dominio che, nel nome della sicurezza (di chi?) produce instabilità permanente. Lo abbiamo già visto in Iraq, in Siria, in Libia, in Afghanistan. Interventi esterni che hanno distrutto interi paesi e popolazioni, indebolito i processi civili, soffocato le trasformazioni dal basso.
Oggi assistiamo a contraddizioni drammatiche: in Iran e nelle diaspore c’è chi esulta per la morte della Guida Suprema, chi la piange, chi resta attonito. Ma eliminare figure apicali non significa smantellare un sistema politico pervasivo che dura da quasi 50 anni. Significa esporre milioni di persone a sofferenze imprevedibili oltre a negarne completamente l’autodeterminazione.
Come organizzazione che lavora nella regione da oltre trent’anni, condanniamo con forza questa nuova avventura militare promossa dall’asse USA-Israele. È una scelta che indebolisce drammaticamente i percorsi di emancipazione e cambiamento dal basso, gli stessi che nel 2011 e nel 2019 avevano animato le primavere arabe contro autoritarismi e ingiustizie. I diritti non si esportano con i bombardamenti. Le democrazie non nascono dalle macerie.
Allo stesso tempo stigmatizziamo la narrazione mediatica dominante, che ripete acriticamente la formula dell’“attacco preventivo” e fatica a pronunciare parole semplici e necessarie: bambine, civili, famiglie. In queste ore si parla genericamente di “vittime” in una scuola femminile colpita in Iran, ma il bilancio terribile racconta di oltre cento bambine uccise. Le parole contano.
Denunciamo anche l’irrilevanza politica dell’Italia in questo scenario, ridotta a strumento logistico di una guerra non discussa né deliberata pubblicamente. Le basi sul territorio italiano, come Sigonella, non possono e non devono essere utilizzate per alimentare il conflitto regionale.
La nostra preoccupazione è massima per i Paesi in cui operiamo e con cui lavoriamo ogni giorno: oltre l’Iran e le monarchie del Golfo, la crisi sta già coinvolgendo il Libano e l’Iraq. E mentre l’attenzione internazionale si concentra su questo nuovo fronte, a Gaza e in Cisgiordania si intensificano le violenze dei coloni israeliani e le operazioni militari. Il rischio è che una guerra oscuri l’altra, moltiplicando l’impunità.
Condividiamo alcune testimonianze raccolte in queste ore.
IRAN. VOCE DALLA DIASPORA
Una nostra attivista iraniana della diaspora, da sempre critica verso il regime di Teheran, ci racconta la complessità di queste ore
«Sto vivendo sentimenti contrastanti. La società iraniana è molto più complessa di come viene descritta in Occidente. C’è chi festeggia, chi è in lutto, chi ha paura. Ma non è “eliminando” le alte cariche religiose e militari che si smantella un sistema radicato in 50 anni. Il rischio è di precipitare in uno scenario di instabilità senza fine, come in Iraq o in Siria. E intanto le vittime sono civili. Sono già tantissime. Sono bambine.»
IRAQ. “NON VOGLIAMO UN'ALTRA GUERRA”
Un nostro collega iracheno racconta:
«Ero seduto in un bar quando due razzi sono passati sopra le nostre teste. Tutti nel panico. Mia moglie mi ha chiamato, terrorizzata. La guerra porterà solo morte e collasso. In Iraq non vogliamo assolutamente un altro conflitto. Quello che sta accadendo è una violazione del diritto internazionale: distruzione di infrastrutture, intimidazione dei civili. A tutte le parti coinvolte: fermate immediatamente i bombardamenti. Dobbiamo imparare dalle guerre che abbiamo già sopportato. L’Iraq e il suo popolo meritano pace.»
LIBANO. LA FUGA NELLA NOTTE
Dal Libano ci arrivano notizie drammatiche. Dopo il lancio di razzi dal sud verso Israele, la risposta dell’esercito israeliano ha colpito il sud del Paese e i quartieri meridionali di Beirut. Decine di civili sono rimasti uccisi insieme a esponenti di Hezbollah.
Le autostrade sono state immediatamente prese d’assalto da famiglie in fuga. La nostra collega Zaynab, che vive nel sud, è scappata nella notte sotto shock, impiegando ore per raggiungere un’area più sicura nel Monte Libano. I partner locali, come l’organizzazione Amel, hanno parte dello staff bloccato nel sud in attesa di evacuazione. Un comunicato israeliano ha intimato l’evacuazione totale di 53 villaggi (!) nel sud, mentre i bombardamenti continuano. A Beirut e in altre aree del Paese sono stati riaperti rifugi per accogliere le famiglie sfollate. Lo scenario evoca quello del 2024, con il timore di un’operazione israeliana di terra. Una delle scuole sostenute dal nostro progetto Qalam è stata dichiarata rifugio per sfollati. Stiamo conducendo valutazioni rapide per rispondere all’emergenza.
Un Ponte Per condanna con fermezza l’escalation militare in atto e ogni strategia di guerra volta a ridisegnare equilibri politici con la forza.
Condanniamo inoltre il disinteresse totale verso il diritto internazionale, ormai ridotto a carta straccia. Avevamo costruito gli strumenti giuridici per evitare l'onnipotenza della legge del più forte e oggi questi strumenti sono quanto mai calpestati.
Chiediamo la fine dell’uso strumentale dei territori e delle popolazioni come teatri di guerra per interessi imperialistici e coloniali. Le persone con cui lavoriamo – attiviste, insegnanti, operatori sanitari, comunità locali – chiedono una cosa semplice: vivere in pace, senza essere pedine di conflitti che non hanno scelto.
Abbiamo già visto dove porta questa strada. Non possiamo accettare che la storia si ripeta, ancora una volta.
Un Ponte Per e altre associazioni della società civile portano Leonardo spa e lo Stato italiano in tribunale e chiedono di dichiarare nulli i contratti stipulati per la vendita e la fornitura di armi ad Israele
Il 29 settembre 2025 le associazioni AssoPacePalestina, A Buon Diritto, ATTAC Italia, ARCI, ACLI, Pax Christi, Un Ponte Per e la Dott.ssa Hala Abulebdeh, cittadina palestinese, rappresentate e difese dagli Avvocati Luca Saltalamacchia e Veronica Dini, affiancati dagli Avvocati Michele Carducci e Antonello Ciervo, hanno depositato un ricorso presso il Tribunale civile di Roma, per chiedere che vengano dichiarati nulli i contratti stipulati da Leonardo Spa e sue controllate con lo Stato di Israele, relativamente alla vendita e alla fornitura di armi all’IDF.
Leonardo Spa è tra i maggiori produttori di armi al mondo e lo Stato italiano, attraverso il ministero dell’Economia e delle Finanze, ne è azionista di maggioranza. Israele da decenni è responsabile di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani, non solo a Gaza, ma in tutta la Cisgiordania e a Gerusalemme. Da ben prima del 7 ottobre 2023 lo Stato di Israele porta avanti in Cisgiordania e a Gaza un’occupazione militare e un apartheid sistematico alimentati anche dalle armi che vengono vendute da partner esteri.
L'atto di citazione chiede l’accertamento e conseguente annullamento dei contratti di fornitura di materiali d’armamento stipulati dalla società Leonardo S.p.a., le sue controllate o intermediarie con lo Stato di Israele e le imprese da esso autorizzate, per persistente violazione dei divieti tassativi imposti dalla Costituzione, dalla legge, dalle altre fonti imperative sul ripudio della guerra, dalla normativa sovranazionale e dagli accertamenti dei competenti organi ONU.
Secondo quanto denunciato dalle associazioni ricorrenti, la vendita e la fornitura di armi a Israele da parte di Leonardo Spa è in contrasto:
Se il Tribunale civile di Roma riconoscerà la nullità dei contratti di fornitura di armi, Leonardo e lo Stato italiano non potranno più garantire sostegno militare ad Israele.
Inoltre, gli attori chiedono alla magistratura che sia vietata la futura vendita di armi e di tecnologie militari a Israele, in particolare di quelle ad oggi utilizzate nelle operazioni di terra e di cielo contrarie al diritto internazionale, condotte contro la popolazione palestinese.
Questa iniziativa rappresenta una delle prime azioni legali lanciate contro una compagnia privata e un Paese membro dell’UE, che sono coinvolti in accordi per la fornitura e la vendita di armi con lo Stato di Israele. Con questa causa, le associazioni promotrici chiedono a Leonardo Spa e allo Stato italiano di assumersi le proprie responsabilità di fronte allo sterminio e alle innumerevoli sofferenze causate alla popolazione palestinese, a Gaza e non solo, causati dall’IDF e dal Governo israeliano.
Raqqa è un territorio segnato da una fragilità profonda e stratificata. Negli ultimi anni, il contesto politico e sociale è stato attraversato da continui scossoni: instabilità interna, il taglio ai finanziamenti per gli aiuti umanitari. Tutto questo in una regione già colpita da tredici anni di guerra, da una crisi grave economica, dalle sanzioni internazionali e dalle pesanti conseguenze dell’occupazione di Daesh (ISIS).
Il risultato è un enorme bisogno di servizi essenziali, in particolare nell’educazione e nella protezione.
A dicembre 2024, con l’arrivo di nuove ondate di sfollati dalle aree rurali di Aleppo e Afrin, tutte le scuole di Raqqa sono state chiuse per accogliere le famiglie negli edifici trasformati in centri collettivi. Anche quando la situazione si è parzialmente stabilizzata, 38 scuole su 51 sono rimaste chiuse, compromettendo il percorso educativo di un’intera generazione e, insieme ad esso, le loro opportunità future.
Le conseguenze dei conflitti passati sono ancora evidenti: molte scuole sono inagibili o gravemente danneggiate dai bombardamenti, lasciando intere comunità senza spazi sicuri dove bambinə e adolescenti possano apprendere.
L’assenza di scuole funzionanti non priva soltanto del diritto all’istruzione, ma sottrae anche un luogo protetto, aumentando i rischi di sfruttamento, lavoro minorile e matrimoni precoci.
Al tempo stesso, questo contesto ha avuto un impatto gravissimo sui servizi di protezione per donne, ragazze e bambine. Si registra un aumento del lavoro minorile, matrimoni precoci, violenza domestica, stress psicologico e isolamento sociale. Persiste inoltre una forte discriminazione nei confronti delle famiglie sfollate e di ritorno dai campi, come quello di Al-Hol.
Le opportunità di reintegrazione e di accesso al lavoro restano estremamente limitate, soprattutto per le donne, in comunità ospitanti che affrontano già profonde difficoltà economiche e sociali.
In questo scenario, è evidente quanto educazione non formale e protezione siano bisogni profondamente intrecciati: non è possibile garantire apprendimento senza un ambiente sicuro, così come non si può assicurare protezione se bambinə e caregiver non hanno accesso a spazi educativi strutturati, stabili, in cui ritrovare normalità e prospettive future.
Questo vale ancora di più in un contesto come Raqqa, dove la presenza di sfollati recenti e di famiglie di ritorno rende urgente creare luoghi che favoriscano non solo l’accesso ai servizi, ma anche la convivenza, la coesione sociale e l’integrazione tra gruppi che vivono tensioni, stigma e marginalizzazione reciproca.



IL PROGETTO “COSTRUIRE FUTURI”
Il progetto Costruire Futuri nasce proprio per rafforzare gli Spazi Sicuri di Un Ponte Per a misura di bambino e per donne e ragazze, e per ricostruire ciò che è stato distrutto: competenze, percorsi educativi, reti comunitarie.
Grazie al sostegno dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e in collaborazione con il partner locale DOZ, Un Ponte Per ha lavorato in modo integrato su protezione, educazione e coesione sociale.
In 13 mesi di progetto sono state raggiunte 40.850 persone a Raqqa, contribuendo a ridurre le barriere educative e di protezione che colpiscono bambini, bambine, adolescenti e donne, in contesti segnati da vulnerabilità e insicurezza.



UNA STORIA CHE RACCONTA IL VALORE DI QUESTI SPAZI
N. ha 18 anni ed è arrivata al nostro Spazio Sicuro per donne e ragazze (Women and Girls Safe Space) di Raqqa dopo anni di violenze familiari. Era spaventata, chiusa, senza alcuna fiducia nel futuro.
Attraverso i colloqui individuali con le operatrici del programma di contrasto alla violenza di genere e le sessioni di supporto psicosociale, ha trovato per la prima volta uno spazio in cui sentirsi sicura di parlare, comprendere i propri diritti e iniziare a ricostruire la propria autostima.
Partecipando al gruppo di alfabetizzazione ha acquisito nuove competenze e stretto legami che l’hanno aiutata a uscire dall’isolamento. Oggi guarda al futuro con maggiore serenità e desidera sostenere altre ragazze della sua comunità.
Storie come la sua sono frequenti. I facilitatori e le facilitatrici raccontano come questi percorsi trasformino non solo la vita di donne e bambini, ma anche la loro:
«Quando vediamo i bambini ritrovare fiducia e le madri – spesso capofamiglia – sentirsi meno sole nell’affrontare la genitorialità e le difficoltà economiche, capiamo che il nostro lavoro sta davvero cambiando qualcosa».
In un contesto fragile come Raqqa, questi spazi sono molto più di un servizio: sono luoghi in cui ricominciare.
UN PERCORSO CHE VIENE DA LONTANO
Un Ponte Per opera nel settore della protezione in Siria dal 2017, inizialmente integrando questo lavoro nei programmi sanitari e, dal 2020, inaugurando i primi Spazi Sicuri. Negli anni abbiamo contribuito a documenti strategici delle Nazioni Unite, all’analisi dei dati dal campo e al rafforzamento delle capacità di organizzazioni e istituzioni locali.
Nonostante la cronica incertezza dei finanziamenti – che spesso mette a rischio la continuità delle attività – abbiamo scelto di non abbandonare le comunità, anzi di raggiungere quelle più isolate.
Per noi, il supporto alle comunità locali non è un singolo progetto, ma una missione.
E l’educazione non formale, così come la salute e la protezione, è parte integrante di questa missione: un ponte tra il presente e il futuro, tra la crisi e la possibilità di costruire una società diversa, dalle persone siriane per le persone siriane.
Ogni volta che un centro rischia di chiudere per mancanza di fondi, sappiamo che decine di donne perderanno uno spazio sicuro e centinaia di bambinə l’unico luogo dove studiare e ritrovare un senso di normalità.
Per questo continuiamo, anche quando è difficile.
Continuare questo percorso significa offrire a Raqqa – e ovunque sia necessario – la possibilità di formare una generazione che non sia definita solo dall’esperienza del conflitto. Oggi, l’educazione non formale rappresenta per migliaia di bambinə l’unico canale di accesso all’apprendimento e deve rimanere strettamente integrata con attività di protezione.
Gli Spazi Sicuri sono tra i pochi luoghi dove bambini e donne possono imparare, parlare, sentirsi protetti, ricevere orientamento e supporto. Sono spazi che appartengono alle comunità e che, insieme alle comunità, devono poter crescere.
In un momento di transizione politica e sociale, la Siria ha bisogno più che mai di cittadine e cittadini formati, informati, e capaci di partecipare alla ricostruzione del proprio futuro.

Ambra Malandrin
Protection & Education Coordinator
Tra settembre e ottobre 2025, grazie alla straordinaria solidarietà di chi ha scelto di schierarsi con Un Ponte Per attraverso la campagna “Acqua per Gaza”, il nostro partner palestinese UAWC è riuscito a portare altri 1.000 pacchi di verdure fresche a famiglie sfollate e comunità vulnerabili nelle aree di Khan Younis, Gaza Nord e Gaza City. Un gesto concreto di vicinanza, nato dalla volontà di esserci a fianco della popolazione palestinese.
Oltre 5.000 persone hanno potuto ricevere cibo locale – cetrioli, peperoncino, avocado, aglio, molokhia e cipolle – in un contesto segnato da insicurezza costante, evacuazioni, infrastrutture distrutte e accessi sempre più difficili. Un piccolo segno di normalità e di dignità in mezzo al caos.
Questi prodotti non sono solo cibo: sono il simbolo di un legame profondo tra il popolo indigeno e la sua terra, anche nel pieno di un genocidio.
Tutto questo è stato possibile grazie al lavoro instancabile dei comitati locali e dei rappresentanti delle comunità sfollate, che, pur vivendo in prima persona tra sfollamenti, fame e perdite familiari, con coraggio e dedizione hanno coordinato ogni fase della distribuzione, per garantire dignità al proprio popolo, proprio lì dove c’è più bisogno.
“La cosa più emozionante per noi è sapere che le donazioni che state raccogliendo con Acqua per Gaza arrivano direttamente dalle persone per le persone. Quando facciamo le distribuzioni di aiuti lo spieghiamo alle famiglie: tutto questo è reso possibile da raccolte fondi fatte per strada in Italia, in cui ogni persona dona ciò che può. E questo la gente lo capisce molto bene” (dal team di UAWC presente a Gaza).

LA NOSTRA RISPOSTA: ACQUA PER GAZA
Due anni fa lanciavamo la nostra campagna di raccolta fondi “Acqua per Gaza” per fare la nostra parte nel sostenere la popolazione palestinese.
Grazie alle donazioni ricevute, abbiamo raggiunto 50.000 persone con acqua pulita, cesti alimentari e kit igienici, bagni mobili per far fronte alle urgenti necessità igieniche e limitare la diffusione di malattie, serbatoi d’acqua per rendere duraturo il sostegno alle comunità costrette allo sfollamento per ordine militare israeliano. Con l’arrivo dell’inverno siamo riuscite a mettere in sicurezza le tende costruite con materiali di fortuna con teli idrorepellenti per resistere alle intemperie. Inoltre, abbiamo distribuito nuove reti da pesca per permettere di tornare in mare.
UNA CRISI ALIMENTARE CONFERMATA
Negli ultimi mesi, la popolazione di Gaza ha affrontato una carestia conclamata: oltre 500.000 persone già a fine agosto erano in una condizione di fame catastrofica, salite a circa 640.000 entro la fine di settembre. Numeri drammatici, che raccontano il fallimento della comunità internazionale e la negazione di un diritto umano fondamentale: l’accesso al cibo.



IL CIBO COME ARMA DI GUERRA
Le persone, in particolare lə bambinə soffrono di malnutrizione per scarsità di cibo, prezzi fuori portata e per l’accesso rischioso alle poche distribuzioni.
Oltre 2.500 persone in cerca di aiuto sono state uccise, e molte altre ferite. L’aiuto alimentare è stato trasformato in un’arma e militarizzato, con il beneplacito dell’occidente.
Nonostante tutto, le cucine comunitarie hanno cercato di reagire, arrivando a servire oltre 650.000 pasti al giorno. Ma in molte zone di Gaza non sono riuscite a raggiungere chi aveva più bisogno.
Campi coltivati deliberatamente distrutti, rotte di approvvigionamento interrotte, attività economiche cancellate: la fame è diventata una conseguenza diretta della guerra e delle restrizioni imposte agli aiuti umanitari.

AIUTACI A FARE DI PIÙ. DONA ADESSO
Non è il momento di fermarsi. Continuiamo a essere al fianco della popolazione palestinese davanti al sistematico disegno di cancellazione. Continuiamo a denunciare con tutte le nostre energie le responsabilità di chi lo sta mettendo in atto, e la complicità di chi resta in silenzio.
Puoi sostenere il nostro intervento donando adesso per la campagna “Acqua per Gaza”.
È il momento di moltiplicare gli sforzi di solidarietà per costruire un futuro diverso. Continuano a mancare beni di prima necessità e le condizioni igienico-sanitarie restano estremamente critiche.
Un Ponte Per collabora con le comunità locali e le strutture presenti sul campo per portare cibo, acqua pulita e ripari per l’inverno grazie alla tua donazione.
A due anni di distanza dal devastante terremoto del 2023, che ha colpito la Turchia e il nord della Siria costringendo migliaia di famiglie siriane a fuggire dalle proprie case, sono ancora tante a vivere la drammatica condizione di sfollamento nei centri collettivi, ormai sovraffollati, del nord est siriano.
Molte di queste persone provenivano dalle aree di Aleppo, Shahba, Til Rifaat e Manbij, portando con sé poco più del trauma della perdita e il bisogno urgente di beni di prima necessità.
A peggiorare ulteriormente la situazione è arrivata una seconda ondata di sfollamenti, iniziata nel dicembre 2024, quando con la caduta del regime, la situazione di sicurezza è ulteriormente peggiorata a causa del riaccendersi del conflitto armato interno.
Con l’arrivo dell’estate, la crisi si è fatta ancora più grave: alla cronica carenza di servizi di base si è aggiunta la crescente scarsità di acqua pulita, rendendo necessario un intervento immediato. Le condizioni precarie nei centri collettivi continuavano infatti ad aumentare i rischi per la salute e l’igiene, soprattutto per le fasce più vulnerabili della popolazione, come bambinə e anzianə.
Per rispondere a questa crisi, Un Ponte Per ha lanciato “Ready to Respond”, un intervento di emergenza fondamentale realizzato insieme alla Mezzaluna Rossa Curda (KRC), grazie al sostegno della Fondation de France (FdF) e del Fons Català de Cooperació al Desenvolupament (FCCD). Il nostro obiettivo, tutelare la salute delle famiglie sfollate, prevenendo la diffusione di malattie legate all’acqua attraverso un miglior accesso ai prodotti per l’igiene, fornendo kit WASH d’emergenza (Water, Sanitation and Hygiene – Acqua, Servizi igienici e Igiene) nei rifugi temporanei.

UN'EMERGENZA CHE CONTINUA NEL TEMPO
Tra il 4 agosto e il 14 settembre 2025, abbiamo distribuito 4.090 kit WASH d’emergenza alle famiglie sfollate che vivono nei 100 centri collettivi diffusi tra Raqqa, Hasakeh, Qamishli e Derek. Ogni kit conteneva articoli essenziali per l’igiene, adattati alle esigenze di donne, uomini, bambinə e anzianə, garantendo così una risposta inclusiva e rispettosa della dignità di tuttə.
Il progetto è stato costruito passo dopo passo, a partire da un’attenta identificazione dei bisogni e dalla registrazione delle famiglie sfollate, in collaborazione con i Comitati degli sfollati interni, il Consiglio Civile di Hassakeh e le autorità di coordinamento umanitario. La distribuzione dei kit è avvenuta con grande cura: ogni pacco è stato consegnato direttamente alle persone a capo della famiglia, uomini e donne. Al fine di assicurarci che nessunə rimanesse esclusə e di agire con la massima trasparenza, abbiamo condotto valutazioni post-distribuzione sull’impatto dell’intervento.
“Siamo stati evacuati da Manbij dopo il terremoto del 2023. Ho perso mio fratello quando il tetto gli è crollato addosso. A distanza di anni, questi kit significano molto per tutti noi . Grazie di cuore.”. Khaled, sfollato da Manbij.
La storia di Khaled è solo una delle tante che testimonia come per le famiglie ancora oggi in condizione di sfollamento, con il proprio carico di dolore per i lutti vissuti, questi kit non sono stati semplici aiuti: hanno rappresentato un messaggio di solidarietà, la prova che non sono state dimenticate.

RESTITUIRE ALLE PERSONE LA POSSIBILITÀ DI PRENDERSI CURA DI SÉ
In contesti di emergenza, l’accesso ad acqua pulita e a prodotti per l’igiene può fare la differenza tra salute e malattia. Il rischio di diffusione di epidemie di malattie — come colera e dissenteria — aumenta esponenzialmente nei rifugi per persone sovraffollate, specialmente quando l’accesso a fonti d’acqua sicura e a servizi igienico-sanitari adeguati è limitato.
Non si tratta solo di ridurre i rischi di malattie, ma di restituire un senso di dignità e normalità a persone che hanno perso tutto.
Dando priorità alle esigenze delle donne e garantendo un accesso equo e inclusivo, questo intervento ha rappresentato una risposta guidata dalle comunità locali e centrata sulle persone, rafforzando la capacità delle popolazioni colpite di riprendersi.
GUARDARE AL FUTURO
Oggi, mentre la Siria attraversa una delicata fase dopo anni di regime, conflitti e disastri naturali, Un Ponte Per continua a restare accanto alle comunità più vulnerabili per supportare le organizzazioni locali nella risposta alle emergenze e nel lavoro di ricostruzione e ripresa. Guidatə dalla convinzione che solidarietà, dignità e il diritto di ogni persona a ricostruire la propria vita in sicurezza siano valori fondamentali.

Gulistan Issa - Campaigner e Project Manager di Un Ponte Per
Ospedali senza più farmaci per le operazioni salva-vita. Cliniche nei campi per persone sfollate senza personale medico. Ambulanze ferme per mancanza di carburante. È la devastante realtà che abbiamo iniziato a raccontarvi sei mesi fa, quando da marzo scorso abbiamo visto con i nostri occhi gli effetti della sospensione dei finanziamenti dell’agenzia USAID, voluta dall’amministrazione Trump.
Sono stati mesi terribili, in cui abbiamo assistito giorno dopo giorno al peggiorare delle condizioni sanitarie di migliaia di persone. A partire dai primi mesi dell’anno, infatti, molte organizzazioni hanno sospeso o interrotto del tutto i propri interventi nella regione, e i campi per persone sfollate sono stati i più colpiti. Servizi essenziali come distribuzioni di acqua e cibo, assistenza sanitaria, nutrizione e protezione sono venuti meno, rendendo ancora più difficile la vita di chi già viveva in condizioni precarie.
In campi come Abo Khashab e Serekaniye, noi di Un Ponte Per (UPP), insieme al nostro partner KRC, siamo rimasti gli unici a garantire servizi sanitari, pur con enormi difficoltà, costretti a ridurre drasticamente le attività delle nostre cliniche, limitandole alle sole emergenze e ai trasferimenti verso gli ospedali.
Ma anche gli ospedali stavano progressivamente perdendo la capacità di garantire cure gratuite alla popolazione: a fine aprile, solo un ospedale pubblico su sedici era rimasto pienamente funzionante in tutto il nord est siriano. Questo ha significato, per donne incinte, bambinə e persone affette da malattie croniche o potenzialmente letali, non avere più accesso a cure essenziali e spesso vitali. A pagare il prezzo più alto, ancora una volta, sono state le persone sfollate che vivono nei campi.
Nel frattempo, un altro cambiamento importante ha trasformato lo scenario siriano: la riduzione dei servizi nei campi, unita alla nuova situazione politica seguita alla caduta del regime, ha spinto molte famiglie a tornare nelle proprie aree di origine. Oggi assistiamo a un graduale svuotamento dei campi e al ripopolamento di zone come Deir ez-Zor, che per anni erano rimaste inaccessibili. Ma il ritorno avviene in contesti devastati: mancano acqua, energia, fonti di sostentamento, servizi sanitari e infrastrutture di base.
Assistere impotenti alle difficoltà che queste persone stavano vivendo, vedere la crisi un sistema sanitario che supportiamo da quindici anni per renderlo solido e gratuito, e dover sospendere i contratti di colleghe e colleghi siriani con cui avevamo condiviso un lungo percorso, sono state prove durissime. Ma è stato proprio il senso di responsabilità verso di loro e verso le comunità locali a spingerci ad andare avanti.
Fondamentale, in questo momento, è stato il sostegno della nostra comunità di donatori e donatrici, che ha risposto ai nostri appelli per coprire i bisogni sanitari primari e ci ha dato la forza di continuare a cercare nuovi finanziamenti e a denunciare l’ingiustizia dei tagli.
Così, dopo mesi di sforzi, abbiamo iniziato finalmente a vedere i primi risultati.
Da luglio una parte dei fondi statunitensi è stata sbloccata, mentre grazie al sostegno delle Nazioni Unite ha preso avvio un nuovo progetto che ci permette di riprendere parzialmente il supporto all’Ospedale Nazionale di Hassakeh (HNH), il principale presidio medico della regione, punto di riferimento per oltre 700.000 persone.
Questo progetto mira a rafforzare il sistema di invio dei pazienti, collegando le strutture sanitarie di base all’HNH, così da migliorare l’accesso all’assistenza specialistica. L’obiettivo è rimuovere le barriere economiche che impediscono alle persone di curarsi, riattivando i servizi essenziali. Concretamente, UPP sosterrà l’ospedale coprendo integralmente i costi di interventi chirurgici, esami diagnostici e cure per la popolazione sfollata residente nei campi.
Non possiamo dimenticare le storie delle persone che abbiamo incontrato in questi mesi – come Hanan e Nasser. Per loro, e per tutte le famiglie che continuano a resistere in questa regione martoriata, ogni passo avanti è fondamentale. Ci vorrà tempo per misurare le conseguenze sulla salute di queste persone dell’irresponsabile scelta di sospendere i fondi, in Siria così come in tutto il mondo. Ma è necessario raccontarle, per non dimenticare e perché chi ha preso queste decisioni si assuma le proprie responsabilità politiche.
Il nostro lavoro non è finito. Continueremo a cercare fondi, a rafforzare le reti di solidarietà e ad amplificare la voce di chi altrimenti non verrebbe ascoltato. Ma se oggi possiamo dire che qualcosa sta ricominciando a muoversi, è solo grazie a chi non ci ha lasciati solə.

Lavinia Brunetti - Health Program Manager di Un Ponte Per