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ASPETTANDO IL SOLE. A GAZA IL RAMADAN E' SENZA SORRISI

12 Mar 2026

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Volevamo condividere l’iftar insieme, il primo giorno di Ramadan. Ma lei ha rifiutato con decisione. Tutta colpa di quella mascherina nera sul volto. Non era una malattia a impedirle di sedersi a tavola con noi, ma qualcosa di più profondo della stanchezza, più duro della fame.

La storia inizia con la famiglia di Hamdi: nove persone, lui compreso. Prima della guerra era un commerciante affermato nei mercati. Il denaro non era un problema — possedeva immobili e diverse attività che garantivano a lui e ai suoi cari una vita dignitosa.

Poi è iniziato il genocidio. Giorno dopo giorno, la vita di Hamdi e della sua famiglia ha cominciato a sgretolarsi. Ciò che prima era facilmente reperibile è diventato quasi irraggiungibile. Il primo maggio 2024 ha ricevuto la notizia che le sue proprietà e tutto ciò che possedeva erano stati distrutti dai missili dell’occupazione. Non ha retto al colpo: il suo cuore si è fermato, lasciando una famiglia intera a lottare da sola per i bisogni più essenziali. Vivevano nel sud di Gaza, a Rafah.

Una settimana dopo è arrivata la notizia dell’invasione di Rafah. Oltre un milione di persone, comprese quelle sfollate dalla città, sono state costrette a fuggire verso l’ignoto. Io ero il vicino di casa di Hamdi. Quel giorno, durante la fuga, Um Youssef — la moglie di Hamdi — non sapeva come lasciare la casa né cosa portare con sé. Sono riuscito a contattare un mezzo di trasporto per caricare le poche cose rimaste. Pensava di rifugiarsi temporaneamente da sua sorella, nella zona centrale della Striscia.

Dopo quel giorno non ho più visto Um Youssef e la sua famiglia fino a novembre 2025, quasi due anni dopo l’inizio del genocidio, dopo il fragile cessate il fuoco. Mia madre ha ricevuto una telefonata: Um Youssef cercava un posto dove montare la sua tenda, perché non aveva trovato altro riparo. Abbiamo provato a ricavarle un piccolo spazio nel nostro terreno, sufficiente per lei, i suoi due figli piccoli e le sue figlie.

Qualche ora dopo sono arrivati. A stento li ho riconosciuti, se non grazie a una delle figlie, mia coetanea, che conoscevo da prima. I loro volti erano cambiati profondamente. Spingevano un piccolo carretto con i pochi averi rimasti e un bambino che sembrava molto più grande della sua età, come se avesse visto troppo. Youssef, nove anni, cercava di scaricare tutto da solo. Um Youssef indossava una mascherina: pensai fosse per l’influenza, o qualcosa del genere.

Li ho aiutati a sistemare le cose, a montare l’unica tenda che avevano, a costruire un bagno improvvisato. Era pieno inverno, e ogni giorno arrivava una nuova tempesta. Non era solo una questione di maltempo: sembrava l’ennesima prova per capire se quella fragile tenda avrebbe resistito a un mondo che le crollava addosso.

In mezzo a tutto questo osservavo il piccolo Nour Al-Din, timido, che distoglieva lo sguardo. La prima volta che ha riso, mentre giocavo con lui, la sua innocenza mi ha trafitto. Gli dicevo scherzando: “Dammi un bacio e ti compro un biscotto”. E così finiva la giornata.

Una settimana dopo ho chiesto a mia madre perché Um Youssef vivesse in una tenda, in pieno inverno. Con le lacrime agli occhi mi ha raccontato che era già più di un anno che viveva così, da quando anche la zona dove abitava sua sorella, nel centro di Gaza, era diventata pericolosa. Aveva trovato rifugio in un centro di accoglienza, poi si era spostata nel sud, in un’area chiamata Asdaa, dove aveva montato la sua tenda in un campo per sfollati. La casa della sorella era stata parzialmente distrutta: impossibile tornare indietro. Sfollamenti su sfollamenti.

A metà del 2025, mi ha spiegato mia madre, l’esercito israeliano era entrato improvvisamente nell’area dove vivevano, costringendo quasi tutte le famiglie a fuggire senza nulla. Quando Um Youssef era riuscita a tornare, molti dei suoi pochi beni erano stati distrutti. Aveva vissuto giorni durissimi di fame, a volte sopravvivendo con un solo pasto ogni due giorni.

Gli aiuti arrivavano a intermittenza e non per tutti. I prezzi nei piccoli mercati raddoppiavano di settimana in settimana. Un sacco di farina era diventato un sogno. Una scatoletta di sardine andava divisa tra più bambini. La domanda non era più “cosa mangeremo?”, ma “mangeremo oggi?”.

Non riuscivo a smettere di pensarci. Anche nella mia famiglia, con mio padre e mio fratello Mohammad, facevamo fatica ad andare avanti. Come facevano gli altri? Come si sopravvive quando perfino il cibo più semplice diventa un lusso?

Ripensavo a Youssef il primo giorno del suo arrivo. Quell’espressione severa ora aveva un senso: portava sulle spalle preoccupazioni troppo grandi per i suoi dieci anni. E la mascherina di Um Youssef? Perché non la toglieva mai?

Me lo chiesi dopo essere andato a trovarli, tra dicembre e gennaio 2026, durante giorni di vento feroce e piogge torrenziali. Cercavo di aiutarli a fissare ciò che il vento strappava via, a scavare canali nella sabbia per evitare che l’acqua invadesse la tenda. Eppure, anche in quelle condizioni, lei non si separava mai dalla mascherina.

Fu mia madre a spiegarmelo. Prima della guerra, quando la vita era serena, Um Youssef scherzava dicendo che avrebbe voluto un dente d’oro. Oggi indossa la mascherina per un motivo ben diverso: le è stata rubata perfino la possibilità di sorridere.

All’inizio non capivo. Poi mia madre mi ha spiegato che, a causa della fame, dello stress, dei mal di testa e delle pressioni continue, aveva subito una grave carenza di vitamine. I denti superiori erano tutti caduti. Aveva provato a rivolgersi a diversi dentisti, ma il costo dell’intervento — circa 4.000 dollari — era impossibile da sostenere. Così aveva accettato la realtà: la mascherina sarebbe rimasta.

Ma non copriva solo la bocca.

Nascondeva gli effetti della fame sul suo corpo. Nascondeva la vergogna, in un mondo che non le aveva lasciato neppure il diritto di sorridere.

Non ho retto a quel pensiero. Ho ricordato Hamdi Abu Youssef, sempre lodato per la sua generosità. Una volta, da bambino, gli chiesi un anello: il giorno dopo me lo portò. Oggi scrivo per più di dieci piattaforme internazionali, tradotto in sette lingue, eppure non sono riuscito ad aiutarla. Mi sono sentito impotente, frustrato, con il cuore spezzato. Sono andato al mare per prendere aria, ma nemmeno la brezza che di solito mi calma è riuscita a darmi sollievo.

Il Ramadan è iniziato il 18 febbraio. Il giorno prima ho provato a regalare loro un momento di gioia. Li ho invitati a condividere con noi l’iftar. Hanno rifiutato, dicendo che Un Youssef non stava bene. La verità era un’altra: non voleva togliere la mascherina per mangiare davanti a noi.

Durante il Ramadan le famiglie si riuniscono attorno al cibo. Lei teme gli sguardi.

Ho messo da parte un po’ di quello che ho guadagnato scrivendo i miei articoli per comprare loro il necessario per il mese sacro, per condividere piccoli momenti di felicità e far sentire che non sono soli.

Questo Ramadan, privo dei suoi segni e delle sue tradizioni abituali, lo attraversiamo così, aggrappandoci ai ricordi.

Quando guardo Um Youssef, non vedo solo lei.

Vedo tutta Gaza che cerca di nascondere le proprie crepe sotto un sottile strato di pazienza.

La sua storia non è un’eccezione. Ci sono 57.000 storie come la sua, che raccontano la durezza della vita a Gaza oggi, sotto un fragile cessate il fuoco e slogan di pace vuoti, che non significano più nulla.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza


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