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Prima che le persone si sveglino in altre parti del mondo, a Gaza è già iniziata la ricerca dell’acqua.
Taniche di plastica vuote si allineano in file irregolari, alcune crepate, altre appena in grado di reggere, mentre le voci si alzano con l’arrivo di un camion cisterna. Urla, richiami, passi frettolosi su un terreno accidentato, piedi nudi che cercano di battere il tempo.
Poi, il suono di un clacson.
Mio fratello Mohammed eD io corriamo fuori, a malapena dopo esserci lavati il viso. Non c’è tempo per pensare, solo per arrivare alla fila. Tutto ciò che vogliamo è riempire qualche tanica. A volte non c’è nemmeno il tempo di indossare le scarpe. Arrivare con pochi minuti di ritardo può significare passare un’intera giornata senza acqua.
Oggi, a Gaza, le persone non stanno semplicemente cercando l'acqua. Le stanno correndo dietro.
Prima del genocidio non pensavamo. Con l’elettricità, bastava un semplice interruttore per attivare le pompe, e l’acqua saliva fino ai serbatoi sui tetti senza alcuno sforzo. Bastava aprire un rubinetto.
Ma con l’inizio della guerra, tutto è cambiato. Ricordo i primi giorni dopo il taglio completo dell’elettricità. Mio padre, mio fratello ed io trasportavamo taniche dal piano inferiore fino al tetto di casa, cercando di riempire i serbatoi a mano, mentre il ronzio costante dei droni riempiva il cielo sopra di noi e le esplosioni riecheggiavano nelle vicinanze.

In quei momenti, anche procurarsi da bere non era più un gesto di routine. Era diventata una corsa contro il tempo e la paura.
Il tempo è passato, ma la crisi idrica a Gaza non si è attenuata, nemmeno dopo quello che viene definito “cessate il fuoco”. Il problema non è solo la scarsità, ma anche la qualità dell’acqua, che spesso non è sicura.
Molte persone faticano ad accedervi regolarmente, e anche quando ci riescono, le quantità sono ben al di sotto del fabbisogno giornaliero di base. Questo è dovuto in gran parte alla distruzione delle infrastrutture idriche da parte dell’occupazione israeliana, che ha trasformato l’accesso all’acqua in una sfida quotidiana.
Questa crisi non è iniziata oggi. Da anni, oltre il 90% dell’acqua di Gaza è imbevibile. Ma il genocidio e la distruzione delle infrastrutture da parte di Israele hanno spinto il sistema sull’orlo del collasso.
Da quando l’acqua municipale ha smesso di arrivare, tutto è cambiato. Ciò che prima scorreva nei tubi è scomparso, e siamo diventati completamente dipendenti dai camion cisterne. Abbiamo iniziato a riempire taniche gialle, una dopo l’altra, aspettando consegne che potevano arrivare oppure no.
L’acqua non ci arrivava più: dovevamo inseguirla.
Hamoda ha 21 anni, vive ad al-Mawasi, a Khan Younis, e sperimenta questa realtà ogni giorno. Prima della guerra, procurarsi l’acqua era semplice. “Avevamo l’elettricità, avevamo la fornitura municipale. Facevamo funzionare il generatore e pompavamo acqua facilmente”, racconta.
Anche quando eravamo ancora nelle nostre case, durante la guerra, riuscivamo a comprarla. Poi è arrivato lo sfollamento, e con esso una nuova realtà.
I camion dell’acqua, ammesso che arrivino, lo fanno ogni tre giorni. E sulla qualità di ciò che trasportano non c’è alcuna garanzia.
“A volte è potabile, a volte no, ma non abbiamo scelta”, mi racconta Hamoda.
Il problema va oltre il sapore o la salinità. Riguarda la salute. Mi racconta che sua madre, incinta, si è ammalata dopo aver bevuto ed è dovuta andare in ospedale. “I medici le hanno detto di non berla”, racconta. “Ma qual è l’alternativa?”
L’alternativa è comprarla, se puoi permettertelo.
Ma in un’economia al collasso, questo non è possibile per la maggior parte delle famiglie. I prezzi sono aumentati vertiginosamente. Ciò che prima costava pochi spiccioli ora è triplicato. Con poco denaro in circolazione, anche comprare acqua diventa complicato.
“La maggior parte dei nostri parenti non può permettersela”, mi dice.
Quindi, la domanda non è più se l’acqua sia disponibile, ma chi possa permettersela. Procurarsela è diventato un fardello, che spesso ricade su chi è meno in grado di sostenerlo.
Per molti giorni non sono potuto andare a prendere l’acqua. E’ mio fratello minore, Mohammed, di 13 anni, ad assumersi questa responsabilità quando sono via. Abbiamo due sorelle, quindi il peso ricade su di lui.
Sta per ore in file affollate, cercando di assicurarsi un posto prima che l’acqua finisca. Non esiste un vero sistema, solo una corsa aperta. Chi arriva prima, riempie.
Quando finalmente ci riesce, la quantità non è mai sufficiente per un’intera giornata. “Quello che riesco a portare non basta”, mi dice. Dopo aver perso mio zio, anche le sue figlie dipendono da noi. Cerco di riempire taniche anche per loro ogni volta che posso, perché per loro l’accesso è ancora più difficile in condizioni così affollate, che costringono i bambini ad assumersi responsabilità ben oltre la loro età, in un ambiente che offre poca sicurezza e dignità.

La situazione diventa ancora più grave quando la crisi idrica si intreccia con la malattia. Con cure limitate e risorse scarse, si trasforma in quella che può essere descritta solo come una crisi sanitaria silenziosa.
Durante il mio lavoro di volontariato nei campi per sfollati ad al-Mawasi, ho visto che non tutti affrontano la crisi dell’acqua allo stesso modo. Le persone con malattie croniche, soprattutto i pazienti renali, soffrono di più. Per loro, non si tratta solo di trovare acqua, ma di trovarne di pulita e sicura.
Non è quindi questione di attesa, perché l’acqua di cui hanno bisogno potrebbe non essere nemmeno disponibile.
Anche durante le festività, quando la gioia dovrebbe venire prima di qualsiasi pensiero, alcune famiglie sono state costrette a combattere una battaglia diversa: assicurarsi acqua che non danneggiasse i loro figli. Sono state costrette a comprarla ogni giorno, nonostante l’alto costo, perché non esisteva alternativa.
Oggi a Gaza, c’è chi non riesce a trovare acqua e chi la trova, ma non può berla. Ed è qui che risiede la contraddizione più dura. L’acqua, destinata a sostenere la vita, è diventata una fonte di malattia. La crisi non riguarda più solo l’accesso, ma il suo impatto sulla salute.
In alcune aree, ci sono piccole soluzioni che offrono un certo grado di stabilità.
Nei campi che ho visitato, barili d’acqua condivisi vengono riempiti ogni due giorni, riducendo la necessità di inseguire i camion e creando un certo senso di stabilità. Nei campi vicini sono stati costruiti semplici pozzi, permettendo alle persone di accedere all’acqua senza aspettare i camion, anche se la qualità non è sempre buona.

Ma questo non è possibile ovunque. In altre zone i camion arrivano raramente e l’accesso rimane imprevedibile. Una disuguaglianza che rivela una semplice verità: anche la sofferenza non è condivisa in modo equo.
Da ciò che ho visto e sentito, il problema non è solo l’acqua, ma il senso di stabilità e sicurezza che porta. Le persone non stanno solo cercando acqua, ma una giornata che sia prevedibile, che non dipenda dall’arrivo di un camion.
Le soluzioni restano limitate e fuori dalla portata di molte persone. E con l’aumento delle temperature la situazione non potrà che peggiorare.
Oggi, a Gaza, l’acqua non è più solo acqua. È una storia quotidiana che racchiude tutto il peso della crisi che stiamo vivendo.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza

