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Hassan Herzallah è un traduttore, scrittore e storyteller di Gaza. Collabora con diverse testate internazionali. Per la campagna “Acqua per Gaza”, ha scelto di condividere con Un Ponte Per la sua testimonianza diretta documentando la sua vita sotto assedio e sfollamento. Frequenta il terzo anno di studi in traduzione inglese presso l’Università Islamica di Gaza e prosegue la sua formazione online dopo che l’ateneo è stato bombardato.
Marzo non è stato un mese qualunque. Non c’è stata una sola emozione che io non abbia provato.
Le persone a Gaza vivono tra la durezza di condizioni difficili, la fragilità del cessate il fuoco e il blackout mediatico su ciò che sta accadendo qui. In ogni tenda c’è una storia. In ogni angolo c’è una sofferenza che molti ignorano.
All’inizio di aprile me ne stavo in piedi vicino al mare, cercando di riflettere su tutto ciò che avevo vissuto durante il mese appena trascorso. Marzo per noi, in Palestina, non è stato un mese qualsiasi, ma un periodo estremamente denso per l’intensità degli eventi che hanno reso evidente la realtà lasciata dal genocidio. Che, ancora oggi, non è finito.
Ho iniziato a ricordare i momenti in cui volevamo riunirci con i miei parenti a casa di mia nonna. Avevamo preparato tutto, ma in un attimo il tempo è cambiato improvvisamente e siamo stati costretti a restare nella nostra tenda per paura che potesse succedere qualcosa. Così la mia famiglia ha deciso che sarei andato da solo.
Il viaggio ha richiesto più tempo del previsto. Non riuscivo a trovare mezzi di trasporto, nemmeno un carro trainato dai cavalli, e sono arrivato dopo la chiamata alla preghiera. Durante il tragitto, mi sono ricordato che un tempo possedevamo un’auto, ma ora abbiamo perfino dimenticato che aspetto abbia. Anche la riunione familiare che facevamo a casa di mia nonna è diventata difficile da organizzare per le condizioni che ci impone la paura: paura per le nostre tende fragili sotto la pioggia e le tempeste; paura per la mancanza di quei mezzi di trasporto che un tempo avevamo.
In questo periodo ho compreso più profondamente l’impatto e le conseguenze di ciò che l’occupazione israeliana ci ha fatto. Dal momento in cui abbiamo invitato una vicina che conosciamo a unirsi a noi per l’iftar durante il Ramadan, ma lei ha rifiutato per via di quel che era successo ai suoi denti.
Poi i miei pensieri sono andati al momento in cui è arrivato l’Eid. Durante questa festa solitamente andavamo a visitare i parenti. Mio padre, essendo il più giovane tra i suoi fratelli, era il più legato a loro e amava quel momento. Non quest’anno. Sembrava che preferisse evitare, per ragioni che non comprendevo. Gli ho domandato la ragione, dato che sentiva la mancanza dei suoi fratelli e sorelle, rifugiati nei campi vicini, ma non mi ha risposto. Ho comunque insistito perché uscissimo insieme e, alla fine, lo abbiamo fatto.
Siamo andati a trovare una nostra parente, una zia a cui mio padre è molto legato, così come a suo marito. Aveva preparato dei dolci per noi ed è stato bello rivederla dopo tanto tempo. Ci siamo seduti e abbiamo iniziato a parlare della situazione a Gaza, e di quanto la vita nelle tende sia diventata infernale. Mentre conversavamo mi è venuto spontaneo chiederle di suo marito, dimenticando che è scomparso da quando la loro casa è stata bombardata. Non so come abbia potuto dimenticarlo in quel momento. Ho sentito come se qualcosa di pesante mi stringesse il petto. Mio padre ha subito cercato di cambiare argomento e abbiamo continuato a parlare della nostra vita passata, di quanto fosse semplice e bella.
Dopo qualche minuto, abbiamo lasciato la tenda di mia zia. Mi aspettavo che mio padre dicesse qualcosa, ma non lo ha fatto. Siamo andati da un’altra zia, più grande di mio padre di un anno. Era molto felice di vederci e del nostro tentativo di tenere in vita le tradizioni dell’Eid.
Ci ha detto che avrebbe tanto voluto venirci a trovare, ma che tra mancanza di contanti, di mezzi di trasporto e strade fangose e dissestate non le era stato possibile. La lotta quotidiana per procurarci acqua, caricare i telefoni, gestire necessità di base che prima erano scontate, ci impedisce persino di pensare di andare a trovare le nostre persone care.
Mia zia ha iniziato a ricordare la sua casa, a parlare di quanto fosse bella. L’aveva comprata solo pochi mesi prima che iniziasse il genocidio, e non ha nemmeno avuto il tempo di memorizzarne i dettagli prima che tutto cambiasse. E’ bastato un avviso dell’esercito israeliano, e ha dovuto lasciare Rafah ed entrare in una condizione di sfollamento, verso un futuro sconosciuto.
In quel momento parlava, ma i suoi occhi parlavano ancora di più. Erano pieni di dolore.
Poi è entrato il suo figlio più piccolo e ha detto: “Voglio giocare dentro casa”. Intendeva la tenda accanto a loro.
“A casa avevo preparato una stanza per lui, ma non l’ha mai vista”, ha spiegato mia zia. “Quando siamo stati sfollati ero ancora incinta. Amjad è nato qui, non ha mai visto una casa e non sa cosa significhi questa parola. L’unica casa che conosce è una tenda di stoffa”.
Abbiamo visitato altri parenti e siamo tornati alla nostra tenda. Mio padre, finalmente, ha parlato.
“Non volevo andare a trovare nessuno perché in ogni famiglia che incontriamo si nasconde un dolore diverso”.
I miei pensieri sono andati al 21 marzo, la Festa della Mamma in Palestina. Avevo programmato di scrivere un articolo a riguardo. Sono andato in uno dei campi per fare delle interviste. Ho chiesto a una donna che ho incontrato qualcosa su questa celebrazione. I suoi occhi si sono riempiti di lacrime mentre parlava di suo figlio scomparso. Non sapeva se fosse stato ucciso o imprigionato. Mi sono ritrovato a odiare la domanda che avevo fatto.
Poi ho parlato con un uomo che mi ha detto di aver perso tutta la sua famiglia e di essere il solo sopravvissuto. Sono tornato alla mia tenda e ho abbandonato l’idea di scrivere.
I miei pensieri, allora, sono andati al 30 marzo, in cui si celebra la Giornata della Terra in Palestina. Ma era anche il compleanno di mia madre. Volevo sorprenderla con un regalo. Non una borsa, né un profumo o né un anello, ma due chili di gas, così non avrebbe dovuto cucinare sul fuoco. Soprattutto adesso che i valichi restano chiusi a lungo, permettendo l’ingresso solo di forniture ridotte, e il gas da cucina diventa sempre più difficile da trovare.
Quando sono andato a comprarlo, il mio amico Al-Nahhal era con me. Continuavo a chiedergli:
“Pensi che mia madre sarà felice di questo regalo o riderà?”. Mi ripeteva che ne sarebbe stata molto felice.
“Tu cosa hai regalato a tua madre per il suo compleanno o per la Festa della Mamma?”, gli ho chiesto.
“Mia madre è stata uccisa durante il genocidio”, ha risposto sospirando.
Sono rimasto immobile. Per alcuni istanti non ho saputo reagire. Era come se le mie parole si fossero trasformate in catene che mi stringevano il collo. Sono tornato alla tenda. Mia madre era molto felice del suo insolito regalo. Dentro di me, invece, restava un macigno sul cuore.
Mentre me ne stavo in piedi vicino al mare, ho ricordato di nuovo le parole di mio padre. Incontrare persone a Gaza può riportare alla mente alcuni dei momenti belli di un tempo, ma rivela anche tutto ciò che è andato perduto. A volte, una sola parola o un piccolo dettaglio bastano ad aprire un fiume di ricordi.
Mio padre non ha parlato quel giorno, ma il suo silenzio è stata la cosa più pesante tra quelle che ho sentito.
Come si può celebrare la Giornata della Terra, se non rievoca più una storia che appartiene al passato, ma rappresenta il nostro presente? Se ci ricorda quanto siamo legati a una terra che non possiamo più raggiungere?
A Gaza, incontrare le persone non è più come prima.
Ci ricorda tutto ciò che abbiamo perso, molto più di ciò che resta.
Tutti questi piccoli dettagli, tutte queste storie, sono il riflesso di una realtà creata dall’occupazione israeliana, mentre il mondo resta in silenzio. Forse allora la domanda da fare non è più cosa stiamo vivendo, ma come stiamo ancora cercando di vivere.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza

