Lo Stato aumenta la spesa in armi. E tu? Fai crescere la pace con il tuo 5x1000: CF 96232290583
Quando ero più giovane, pensavo che la Nakba appartenesse alle generazioni più anziane. Mi sembrava qualcosa di lontano, legato a fotografie in bianco e nero o ai nomi dei villaggi che la gente ripeteva ogni volta che arrivava maggio.
Ne sentivo parlare nelle conversazioni familiari, nelle storie che iniziavano sempre con una vecchia casa o con una strada che non esisteva più. Come molte persone della mia generazione, pensavo che la Nakba fosse un evento accaduto 78 anni fa e terminato lì, anche se i suoi effetti erano rimasti.
Ma in una notte di maggio del 2026, dopo aver compiuto 22 anni e dopo che il mio stesso tetto era diventato di stoffa, ho iniziato a riflettere di nuovo sul significato di quella parola.
Che cosa significa davvero la Nakba per le persone palestinesi di oggi? È ancora soltanto una memoria storica, oppure è qualcosa che continuiamo a vivere in forme diverse senza nemmeno chiamarla con il suo nome?
Per questo ho deciso di parlare con diverse persone, ognuna con un rapporto diverso con il significato della Nakba. Volevo capire come una sola parola potesse racchiudere tutti questi significati e come i palestinesi, ovunque si trovino, possano ancora riconoscersi in essa, in un modo o nell’altro.
Ho iniziato da mia nonna.

Mia nonna non ha vissuto direttamente la prima Nakba. È nata alcuni anni dopo il 1948, ma è cresciuta circondata dai suoi racconti. Mi parlava spesso delle vecchie case e delle grandi chiavi che alcune famiglie conservavano per anni, come se il ritorno fosse ancora possibile da un momento all’altro. Raccontava anche di come sua madre avesse nascosto oro, vestiti e altri beni sottoterra prima di fuggire, convinta che la famiglia sarebbe tornata dopo pochi giorni.
Quando ho chiesto a mia nonna se considerasse la Nakba qualcosa di risalente al passato o ancora presente, non ha esitato a lungo.
Era seduta nella sua tenda ad al-Mawasi, a Khan Younis, quasi due anni dopo essere stata sfollata dalla sua casa a Rafah, circondata da campi profughi che descrivono più una lotta per la sopravvivenza che una vera vita, con infrastrutture quasi inesistenti e con i bombardamenti che continuavano nonostante quello che viene definito un cessate il fuoco.
Ha parlato solo per pochi secondi, ma in un modo che sembrava contenere non solo la sua sofferenza, ma quella di un’intera generazione di palestinesi.
“La Nakba continua ancora,” mi ha detto. “Quello che ci è successo nel 2023 è stato peggiore della Nakba del 1948.”
Poi ha aggiunto: “Abbiamo sempre sentito rraccontare dello sfollamento dai nostri genitori. Ora lo stiamo vedendo con i nostri stessi occhi”.
E questa esperienza è tutt’altro che isolata. Secondo le Nazioni Unite, circa il 90% della popolazione di Gaza è stata sfollata dall’inizio del genocidio, e molte persone lo sono state più volte.
In quel momento ho capito che, per mia nonna, la Nakba non era semplicemente una vecchia storia. Era un dolore trasmesso da una generazione all’altra fino ad arrivare a noi, in una forma ancora più dura.
Ma la Nakba non è vissuta allo stesso modo da ogni palestinese.
Ho poi parlato con un mio parente che vive nella Cisgiordania occupata, chiedendogli cosa significhi oggi per lui la Nakba. Mi ha detto che lì non si manifesta attraverso tende o sfollamenti come a Gaza, ma come una vita in cui tutto può cambiare o crollare in qualsiasi momento.
Ha detto che i checkpoint, le incursioni militari e la paura quotidiana creano una sensazione permanente di instabilità, come se la vita stessa fosse diventata temporanea.
“A volte senti di vivere nella tua stessa patria senza sentirti davvero libero o al sicuro,” mi ha detto.
Per lui, la Nakba non riguarda soltanto la perdita della casa. Riguarda anche il vivere senza la possibilità di sentirsi normali, stabili o certi del futuro. E parlando di Gaza, ha detto che i palestinesi stanno vivendo la stessa Nakba in forme diverse. Alcuni la vivono attraverso i bombardamenti e lo sfollamento, altri attraverso una paura costante e vite sospese.
In tutta la Cisgiordania occupata, le incursioni dell’occupazione israeliana, le restrizioni alla libertà di movimento, gli arresti e gli sfollamenti forzati continuano in forme che tante persone considerano un’estensione continua della Nakba.
Abu Hashem, uno dei miei più cari amici fin dall’infanzia, gli attribuisce ancora un altro significato.
Quando ha lasciato Gaza per proseguire gli studi all’estero, pensava che sarebbe rimasto fuori soltanto per qualche mese prima di tornare dalla sua famiglia e alla sua vita normale. Ma oggi osserva il genocidio da lontano, seguendo le notizie degli sfollamenti e dei bombardamenti attraverso il telefono, vivendo costantemente l’impotenza di non poter raggiungere la sua famiglia né di avere notizie adeguate.
“Per me, la Nakba significa essere uno studente che vive lontano da casa, dalla propria famiglia, dalle persone che ama e da una vita che pensavo un giorno di poter ritrovare”, mi ha detto.
"Pensavo che la Nakba significasse essere costretti a lasciare la propria casa. Poi ho capito che può significare anche non poterci tornare quando la tua famiglia ha più bisogno di te”.
Per lui, la Nakba è diventata un lungo esilio, una sensazione costante di essere lontano dal luogo in cui dovresti stare, mentre tutto lì prosegue senza che tu possa fare nulla.
Poi ho pensato a me stesso.
Il giorno in cui sono stato costretto a lasciare casa mia, credevo che sarebbe stato soltanto per poco. Come molte altre persone, me ne sono andato pensando che sarei tornato a breve. Abbiamo lasciato indietro molte cose perché non immaginavamo che l’assenza sarebbe durata così a lungo. Ma col tempo ho iniziato a capire qualcosa che non avevo mai compreso prima.
Ho capito che le persone palestinesi non hanno bisogno di leggere libri di Storia per sapere cosa significhi la Nakba.
A volte basta perdere la propria casa una sola volta.
Oppure aspettare per ore a un checkpoint.
Oppure guardare la propria famiglia essere sfollata attraverso lo schermo di un telefono mentre ci si trova lontano.
Questo basta per capire che la Nakba non è mai stata soltanto un ricordo.
Dopo 78 anni, la Nakba non ha più un unico significato per i palestinesi. A Gaza può significare tende, sfollamento e perdita della casa. In Cisgiordania può significare una vita sospesa, scandita dalla paura e dai checkpoint. Fuori dalla Palestina può significare un lungo esilio e il dolore di non poter raggiungere la propria famiglia quando ha più bisogno di te.
Ma nonostante queste differenze, una cosa resta condivisa in tutte queste storie: la sensazione costante che la vita palestinese possa essere sradicata o trasformata in qualsiasi momento.
Per questo oggi la Nakba sembra meno legata al passato e più al presente che continuiamo a vivere. Non è soltanto un evento accaduto nel 1948, ma una realtà continua che cambia da una persona all’altra e da una città all’altra, pur restando legata alla stessa radice: l’occupazione israeliana in corso e la perdita permanente di sicurezza, stabilità e normalità che comporta.
E forse è proprio per questo che i palestinesi non hanno un’unica definizione della Nakba. Perché ogni palestinese, ovunque si trovi, porta con sé la propria versione.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza
La guerra in questa regione non è più una notizia dell’ultima ora trasmessa sugli schermi: è diventata un ritmo quotidiano sottile che abita nei nostri dettagli, rimodella la nostra coscienza e distorce la nostra memoria collettiva.
Come iracheno, non vedo la guerra soltanto come un evento politico o militare, ma come una presenza pesante che da decenni ci pesa sul petto, lasciando la sua impronta nel linguaggio, nei volti dei/lle bambini/e, nel tono della voce delle madri, nel tremore delle porte quando la paura le chiude.
Oggi, mentre osservavo una scena di panico durante i bombardamenti sulle scuole a Mosul, non stavo semplicemente vedendo dei/lle bambini/e correre presi/e dal panico: stavo assistendo alla storia che si ripeteva con una sconcertante audacia. Le loro grida non erano nuove: le abbiamo già sentite nelle nostre scuole, nei nostri vicoli, nei nostri rifugi.
C’era qualcosa di dolorosamente familiare in quel caos, in quel rumore che somigliava al suono dell’anima quando viene colta di sorpresa dal pericolo. Ho visto persone fuggire dai loro luoghi non perché siano codarde, ma perché sono esauste di essere messe alla prova nel coraggio ogni singolo giorno.
Per noi, la guerra non è solo distruzione materiale: è un lento smantellamento del senso di sicurezza. Vivere senza fidarsi della calma, essere più turbati dal silenzio che dal rumore, interpretare ogni suono improvviso come l’inizio di un disastro: questo è il volto nascosto della guerra. Paura persistente, ansia e tensione non arrivano come ospiti di passaggio, si stabiliscono dentro di noi come parte della nostra struttura psicologica.
Ancora più pericoloso è il modo in cui le emozioni delle persone vengono rimodellate, manipolate e spinte verso il settarismo e l’odio. La guerra non annienta solo corpi, ma pianta semi di divisione nelle menti e addestra i cuori al sospetto. All’improvviso, l’altro diventa una minaccia, l’appartenenza diventa un’arma, l’identità si trasforma in una trincea.
Ciò che fa più male - forse ciò che spaventa di più – è ascoltare i/le bambini/e. Le loro conversazioni non riguardano più il gioco, i sogni o il futuro, ma gli aerei, i bombardamenti e la morte. Comprano armi di plastica, imitano scene di guerra e ricreano ciò che vedono con i loro piccoli occhi.
Quanto siamo caduti/e in basso? Come siamo arrivati/e a insegnare ai nostri figli gli strumenti della guerra invece del linguaggio della pace?
Non si tratta purtroppo di un fenomeno passeggero, ma di un profondo cambiamento delle coscienze. Quando un/a bambino/a cresce credendo che la guerra sia normale, non perdiamo soltanto la sua infanzia: perdiamo la possibilità di costruire futuro. Un/a bambino/a che impara la guerra crescerà portandola dentro di sé, anche se fuori dovesse finire.
Per quanto mi riguarda, la guerra non è un’idea: è una storia personale. Ho perso uno zio in guerra; un altro zio è stato prigioniero, e mio padre porta sul corpo cicatrici indelebili. Sono nato durante la guerra del 1990, come se fossi entrato in questo mondo attraverso una porta di fumo. Sono cresciuto un po’ solo per ritrovarmi nella guerra del 2003. Allora ero uno studente, ed è lì che ho iniziato a scrivere. Forse come mezzo di sopravvivenza, forse come tentativo di comprendere ciò che non può essere compreso.
Poi è arrivata la guerra civile a Mosul, e io sono stato tra coloro che hanno assaggiato l’amarezza della violenza e del terrorismo. Per me non erano notizie che scorrevano in tv, ma giorni vissuti tra paura e attesa. In seguito siamo entrati in un’altra guerra contro lo Stato Islamico, e la morte è diventata una possibilità quotidiana, la vita un progetto rimandato. Oggi viviamo un nuovo conflitto, come se questa terra fosse destinata a non riposare mai.
Nessuna di queste guerre è passata senza lasciare un segno. Quando finiscono non ci limitiamo a ricordarle: le viviamo anche nelle loro assenze.
Qui emerge la domanda che mi tormenta: quando vivremo anni consecutivi di pace? La pace è diventata un lusso? Come può una parola così bella essere così impotente di fronte alla macchina della guerra? Forse perché è più facile che costruire, pensare, sognare. Eppure, ci costa tutto.
Come iracheno, non cerco grandi risposte o slogan. Desidero solo un momento di calma che non venga interpretato come una pausa tra due guerre. Sogno un’infanzia che non sia misurata dal numero di esplosioni a cui si è sopravvissuti/e. Immagino un paese che scriva la sua storia non con il sangue, ma con le parole.
Le grandi potenze che si spartiscono sfere di influenza non vedono in noi altro che mappe e interessi, conducendo le loro guerre fredde sui nostri corpi in fiamme. Quanto alle Nazioni Unite, fin dalla loro fondazione sono apparse impotenti o complici, limitandosi a contare i morti invece di proteggerli. Questo silenzio internazionale non è neutralità: è un’altra forma di violenza.
Tra calcoli politici e interessi di potere, è l’essere umano a pagare il prezzo da solo, come se la sua vita valesse meno di un accordo.

Jameel Al-Jameel - Communication Coordinator di Un Ponte Per in Iraq
Prima che le persone si sveglino in altre parti del mondo, a Gaza è già iniziata la ricerca dell’acqua.
Taniche di plastica vuote si allineano in file irregolari, alcune crepate, altre appena in grado di reggere, mentre le voci si alzano con l’arrivo di un camion cisterna. Urla, richiami, passi frettolosi su un terreno accidentato, piedi nudi che cercano di battere il tempo.
Poi, il suono di un clacson.
Mio fratello Mohammed eD io corriamo fuori, a malapena dopo esserci lavati il viso. Non c’è tempo per pensare, solo per arrivare alla fila. Tutto ciò che vogliamo è riempire qualche tanica. A volte non c’è nemmeno il tempo di indossare le scarpe. Arrivare con pochi minuti di ritardo può significare passare un’intera giornata senza acqua.
Oggi, a Gaza, le persone non stanno semplicemente cercando l'acqua. Le stanno correndo dietro.
Prima del genocidio non pensavamo. Con l’elettricità, bastava un semplice interruttore per attivare le pompe, e l’acqua saliva fino ai serbatoi sui tetti senza alcuno sforzo. Bastava aprire un rubinetto.
Ma con l’inizio della guerra, tutto è cambiato. Ricordo i primi giorni dopo il taglio completo dell’elettricità. Mio padre, mio fratello ed io trasportavamo taniche dal piano inferiore fino al tetto di casa, cercando di riempire i serbatoi a mano, mentre il ronzio costante dei droni riempiva il cielo sopra di noi e le esplosioni riecheggiavano nelle vicinanze.

In quei momenti, anche procurarsi da bere non era più un gesto di routine. Era diventata una corsa contro il tempo e la paura.
Il tempo è passato, ma la crisi idrica a Gaza non si è attenuata, nemmeno dopo quello che viene definito “cessate il fuoco”. Il problema non è solo la scarsità, ma anche la qualità dell’acqua, che spesso non è sicura.
Molte persone faticano ad accedervi regolarmente, e anche quando ci riescono, le quantità sono ben al di sotto del fabbisogno giornaliero di base. Questo è dovuto in gran parte alla distruzione delle infrastrutture idriche da parte dell’occupazione israeliana, che ha trasformato l’accesso all’acqua in una sfida quotidiana.
Questa crisi non è iniziata oggi. Da anni, oltre il 90% dell’acqua di Gaza è imbevibile. Ma il genocidio e la distruzione delle infrastrutture da parte di Israele hanno spinto il sistema sull’orlo del collasso.
Da quando l’acqua municipale ha smesso di arrivare, tutto è cambiato. Ciò che prima scorreva nei tubi è scomparso, e siamo diventati completamente dipendenti dai camion cisterne. Abbiamo iniziato a riempire taniche gialle, una dopo l’altra, aspettando consegne che potevano arrivare oppure no.
L’acqua non ci arrivava più: dovevamo inseguirla.
Hamoda ha 21 anni, vive ad al-Mawasi, a Khan Younis, e sperimenta questa realtà ogni giorno. Prima della guerra, procurarsi l’acqua era semplice. “Avevamo l’elettricità, avevamo la fornitura municipale. Facevamo funzionare il generatore e pompavamo acqua facilmente”, racconta.
Anche quando eravamo ancora nelle nostre case, durante la guerra, riuscivamo a comprarla. Poi è arrivato lo sfollamento, e con esso una nuova realtà.
I camion dell’acqua, ammesso che arrivino, lo fanno ogni tre giorni. E sulla qualità di ciò che trasportano non c’è alcuna garanzia.
“A volte è potabile, a volte no, ma non abbiamo scelta”, mi racconta Hamoda.
Il problema va oltre il sapore o la salinità. Riguarda la salute. Mi racconta che sua madre, incinta, si è ammalata dopo aver bevuto ed è dovuta andare in ospedale. “I medici le hanno detto di non berla”, racconta. “Ma qual è l’alternativa?”
L’alternativa è comprarla, se puoi permettertelo.
Ma in un’economia al collasso, questo non è possibile per la maggior parte delle famiglie. I prezzi sono aumentati vertiginosamente. Ciò che prima costava pochi spiccioli ora è triplicato. Con poco denaro in circolazione, anche comprare acqua diventa complicato.
“La maggior parte dei nostri parenti non può permettersela”, mi dice.
Quindi, la domanda non è più se l’acqua sia disponibile, ma chi possa permettersela. Procurarsela è diventato un fardello, che spesso ricade su chi è meno in grado di sostenerlo.
Per molti giorni non sono potuto andare a prendere l’acqua. E’ mio fratello minore, Mohammed, di 13 anni, ad assumersi questa responsabilità quando sono via. Abbiamo due sorelle, quindi il peso ricade su di lui.
Sta per ore in file affollate, cercando di assicurarsi un posto prima che l’acqua finisca. Non esiste un vero sistema, solo una corsa aperta. Chi arriva prima, riempie.
Quando finalmente ci riesce, la quantità non è mai sufficiente per un’intera giornata. “Quello che riesco a portare non basta”, mi dice. Dopo aver perso mio zio, anche le sue figlie dipendono da noi. Cerco di riempire taniche anche per loro ogni volta che posso, perché per loro l’accesso è ancora più difficile in condizioni così affollate, che costringono i bambini ad assumersi responsabilità ben oltre la loro età, in un ambiente che offre poca sicurezza e dignità.

La situazione diventa ancora più grave quando la crisi idrica si intreccia con la malattia. Con cure limitate e risorse scarse, si trasforma in quella che può essere descritta solo come una crisi sanitaria silenziosa.
Durante il mio lavoro di volontariato nei campi per sfollati ad al-Mawasi, ho visto che non tutti affrontano la crisi dell’acqua allo stesso modo. Le persone con malattie croniche, soprattutto i pazienti renali, soffrono di più. Per loro, non si tratta solo di trovare acqua, ma di trovarne di pulita e sicura.
Non è quindi questione di attesa, perché l’acqua di cui hanno bisogno potrebbe non essere nemmeno disponibile.
Anche durante le festività, quando la gioia dovrebbe venire prima di qualsiasi pensiero, alcune famiglie sono state costrette a combattere una battaglia diversa: assicurarsi acqua che non danneggiasse i loro figli. Sono state costrette a comprarla ogni giorno, nonostante l’alto costo, perché non esisteva alternativa.
Oggi a Gaza, c’è chi non riesce a trovare acqua e chi la trova, ma non può berla. Ed è qui che risiede la contraddizione più dura. L’acqua, destinata a sostenere la vita, è diventata una fonte di malattia. La crisi non riguarda più solo l’accesso, ma il suo impatto sulla salute.
In alcune aree, ci sono piccole soluzioni che offrono un certo grado di stabilità.
Nei campi che ho visitato, barili d’acqua condivisi vengono riempiti ogni due giorni, riducendo la necessità di inseguire i camion e creando un certo senso di stabilità. Nei campi vicini sono stati costruiti semplici pozzi, permettendo alle persone di accedere all’acqua senza aspettare i camion, anche se la qualità non è sempre buona.

Ma questo non è possibile ovunque. In altre zone i camion arrivano raramente e l’accesso rimane imprevedibile. Una disuguaglianza che rivela una semplice verità: anche la sofferenza non è condivisa in modo equo.
Da ciò che ho visto e sentito, il problema non è solo l’acqua, ma il senso di stabilità e sicurezza che porta. Le persone non stanno solo cercando acqua, ma una giornata che sia prevedibile, che non dipenda dall’arrivo di un camion.
Le soluzioni restano limitate e fuori dalla portata di molte persone. E con l’aumento delle temperature la situazione non potrà che peggiorare.
Oggi, a Gaza, l’acqua non è più solo acqua. È una storia quotidiana che racchiude tutto il peso della crisi che stiamo vivendo.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza
Fino al 7 ottobre 2023 nella Striscia di Gaza, pur sotto assedio e tra tante difficoltà, grazie all’organizzazione della popolazione lə bambinə potevano ancora frequentare scuole e asili. Nonostante le condizioni di vita estreme a cui l’assedio israeliano aveva ridotto Gaza, esisteva ancora una quotidianità fatta di lezioni, relazioni e piccoli spazi di normalità in cui continuare a crescere e immaginare il futuro.
Il genocidio ha trasformato radicalmente la vita delle persone sopravvissute. Gli attacchi indiscriminati e genocidari israeliani hanno colpito in modo sistematico le strutture essenziali alla sopravvivenza della popolazione civile, distruggendo abitazioni, infrastrutture, ospedali. E tutte le scuole.
Gli spazi educativi sono stati resi inaccessibili, mentre migliaia di famiglie sono state costrette a rifugiarsi in campi sovraffollati, dove vivono in tende e accampamenti. Alla perdita delle case si è aggiunta quella del reddito: sempre più famiglie non riescono più a garantire cibo, vestiti e beni di prima necessità. E a tutto questo si è aggiunta poi la perdita del futuro: impedire il diritto allo studio alle giovani generazioni significa questo.

In questo contesto disastroso, lə bambinə sono statə privatə della loro infanzia e del diritto all’istruzione. La vita nei campi lə espone quotidianamente alla carenza di beni essenziali, a condizioni igieniche critiche, a stress emotivo e all’isolamento, e all’impossibilità di immaginare un domani.
E’ per questo che, oltre agli interventi di emergenza che abbiamo portato avanti con la campagna “Acqua per Gaza”, abbiamo recentemente avviato un nuovo fronte di solidarietà con “Roots of Resilience”. Un progetto attraverso il quale, insieme alla Ghassan Kanafani Development Foundation (GKDF) di Gaza, cerchiamo di garantire protezione, educazione e benessere psicosociale a bambinə e adolescenti.
GARANTIRE IL DIRITTO ALL'ISTRUZIONE A GAZA
Un obiettivo di questo nuovo ponte lanciato verso la Palestina è di garantire allə bambin l’accesso al diritto allo studio, per quanto possibile.
Insieme all'associazione Ghassan Kanafani, un’organizzazione comunitaria palestinese che lavora per garantire accesso all’educazione e sostegno psicosociale allə minori, e grazie alla generosità della nostra comunità di donatorə, sosteniamo la creazione di spazi temporanei per l’educazione della prima infanzia e programmi educativi di emergenza nelle aree di Khan Younis, Deir al-Balah, Nuseirat e Gaza City. Insieme organizziamo attività di supporto psicosociale e la distribuzione di materiali essenziali, come materiali scolastici e kit igienico-sanitari.
Oltre all’educazione, un altro obiettivo è sostenere il benessere psicologico dellə bambinə, profondamente colpitə dalla guerra, dallo sfollamento e dalle atrocità che hanno dovuto subire. Le attività educative sono quindi integrate con interventi di supporto psicosociale per elaborare lo stress, ritrovare spazi di espressione e ricostruire un senso di sicurezza. Allo stesso tempo, la distribuzione di kit igienici contribuisce a migliorare le condizioni di salute e a prevenire malattie, in contesti dove l’accesso all’acqua e ai servizi igienici è estremamente limitato.
Il lavoro è iniziato a Gennaio del 2026, in un contesto in cui tornare a creare spazi per l’infanzia è stato già un atto di resistenza.
L’associazione “Ghassan Kanafani” ha iniziato a dare vita alle prime attività educative e di supporto psicosociale coinvolgendo centinaia di bambinə tra i 4 e i 6 anni, che hanno partecipato a lezioni di lettura, scrittura e matematica, integrate da attività interattive basate sul gioco e dall’uso di strumenti educativi stimolanti.

I primi risultati sono incoraggianti. I partner locali ci raccontano che lə bambinə frequentano regolarmente le attività, partecipano con curiosità e hanno iniziato a interagire di più tra loro in aula. Iniziano anche ad esprimere le proprie emozione attraverso il disegno, i giochi di gruppo e le attività ricreative, mostrando giorno dopo giorno un po’ di sicurezza in più.
Ancora una volta, non si tratta semplicemente di muoversi nell’emergenza e tentare come possibile di rispondere a bisogni urgenti, ma di difendere con ogni mezzo l’accesso ai diritti fondamentali.
Tutto questo è possibile grazie alla generosità della comunità di donatorə che ci sostiene e cammina con noi da sempre, permettendoci di intervenire con immediatezza e rispondere alle richieste dei nostri partner locali.
L’educazione e la protezione dell’infanzia restano una condizione indispensabile per la dignità e il futuro delle nuove generazioni. Soprattutto tra le macerie di un genocidio che non è finito, ha solo smesso di fare notizia.
Hassan Herzallah è un traduttore, scrittore e storyteller di Gaza. Collabora con diverse testate internazionali. Per la campagna “Acqua per Gaza”, ha scelto di condividere con Un Ponte Per la sua testimonianza diretta documentando la sua vita sotto assedio e sfollamento. Frequenta il terzo anno di studi in traduzione inglese presso l’Università Islamica di Gaza e prosegue la sua formazione online dopo che l’ateneo è stato bombardato.
Marzo non è stato un mese qualunque. Non c’è stata una sola emozione che io non abbia provato.
Le persone a Gaza vivono tra la durezza di condizioni difficili, la fragilità del cessate il fuoco e il blackout mediatico su ciò che sta accadendo qui. In ogni tenda c’è una storia. In ogni angolo c’è una sofferenza che molti ignorano.
All’inizio di aprile me ne stavo in piedi vicino al mare, cercando di riflettere su tutto ciò che avevo vissuto durante il mese appena trascorso. Marzo per noi, in Palestina, non è stato un mese qualsiasi, ma un periodo estremamente denso per l’intensità degli eventi che hanno reso evidente la realtà lasciata dal genocidio. Che, ancora oggi, non è finito.
Ho iniziato a ricordare i momenti in cui volevamo riunirci con i miei parenti a casa di mia nonna. Avevamo preparato tutto, ma in un attimo il tempo è cambiato improvvisamente e siamo stati costretti a restare nella nostra tenda per paura che potesse succedere qualcosa. Così la mia famiglia ha deciso che sarei andato da solo.
Il viaggio ha richiesto più tempo del previsto. Non riuscivo a trovare mezzi di trasporto, nemmeno un carro trainato dai cavalli, e sono arrivato dopo la chiamata alla preghiera. Durante il tragitto, mi sono ricordato che un tempo possedevamo un’auto, ma ora abbiamo perfino dimenticato che aspetto abbia. Anche la riunione familiare che facevamo a casa di mia nonna è diventata difficile da organizzare per le condizioni che ci impone la paura: paura per le nostre tende fragili sotto la pioggia e le tempeste; paura per la mancanza di quei mezzi di trasporto che un tempo avevamo.
In questo periodo ho compreso più profondamente l’impatto e le conseguenze di ciò che l’occupazione israeliana ci ha fatto. Dal momento in cui abbiamo invitato una vicina che conosciamo a unirsi a noi per l’iftar durante il Ramadan, ma lei ha rifiutato per via di quel che era successo ai suoi denti.
Poi i miei pensieri sono andati al momento in cui è arrivato l’Eid. Durante questa festa solitamente andavamo a visitare i parenti. Mio padre, essendo il più giovane tra i suoi fratelli, era il più legato a loro e amava quel momento. Non quest’anno. Sembrava che preferisse evitare, per ragioni che non comprendevo. Gli ho domandato la ragione, dato che sentiva la mancanza dei suoi fratelli e sorelle, rifugiati nei campi vicini, ma non mi ha risposto. Ho comunque insistito perché uscissimo insieme e, alla fine, lo abbiamo fatto.
Siamo andati a trovare una nostra parente, una zia a cui mio padre è molto legato, così come a suo marito. Aveva preparato dei dolci per noi ed è stato bello rivederla dopo tanto tempo. Ci siamo seduti e abbiamo iniziato a parlare della situazione a Gaza, e di quanto la vita nelle tende sia diventata infernale. Mentre conversavamo mi è venuto spontaneo chiederle di suo marito, dimenticando che è scomparso da quando la loro casa è stata bombardata. Non so come abbia potuto dimenticarlo in quel momento. Ho sentito come se qualcosa di pesante mi stringesse il petto. Mio padre ha subito cercato di cambiare argomento e abbiamo continuato a parlare della nostra vita passata, di quanto fosse semplice e bella.
Dopo qualche minuto, abbiamo lasciato la tenda di mia zia. Mi aspettavo che mio padre dicesse qualcosa, ma non lo ha fatto. Siamo andati da un’altra zia, più grande di mio padre di un anno. Era molto felice di vederci e del nostro tentativo di tenere in vita le tradizioni dell’Eid.
Ci ha detto che avrebbe tanto voluto venirci a trovare, ma che tra mancanza di contanti, di mezzi di trasporto e strade fangose e dissestate non le era stato possibile. La lotta quotidiana per procurarci acqua, caricare i telefoni, gestire necessità di base che prima erano scontate, ci impedisce persino di pensare di andare a trovare le nostre persone care.
Mia zia ha iniziato a ricordare la sua casa, a parlare di quanto fosse bella. L’aveva comprata solo pochi mesi prima che iniziasse il genocidio, e non ha nemmeno avuto il tempo di memorizzarne i dettagli prima che tutto cambiasse. E’ bastato un avviso dell’esercito israeliano, e ha dovuto lasciare Rafah ed entrare in una condizione di sfollamento, verso un futuro sconosciuto.
In quel momento parlava, ma i suoi occhi parlavano ancora di più. Erano pieni di dolore.
Poi è entrato il suo figlio più piccolo e ha detto: “Voglio giocare dentro casa”. Intendeva la tenda accanto a loro.
“A casa avevo preparato una stanza per lui, ma non l’ha mai vista”, ha spiegato mia zia. “Quando siamo stati sfollati ero ancora incinta. Amjad è nato qui, non ha mai visto una casa e non sa cosa significhi questa parola. L’unica casa che conosce è una tenda di stoffa”.
Abbiamo visitato altri parenti e siamo tornati alla nostra tenda. Mio padre, finalmente, ha parlato.
“Non volevo andare a trovare nessuno perché in ogni famiglia che incontriamo si nasconde un dolore diverso”.
I miei pensieri sono andati al 21 marzo, la Festa della Mamma in Palestina. Avevo programmato di scrivere un articolo a riguardo. Sono andato in uno dei campi per fare delle interviste. Ho chiesto a una donna che ho incontrato qualcosa su questa celebrazione. I suoi occhi si sono riempiti di lacrime mentre parlava di suo figlio scomparso. Non sapeva se fosse stato ucciso o imprigionato. Mi sono ritrovato a odiare la domanda che avevo fatto.
Poi ho parlato con un uomo che mi ha detto di aver perso tutta la sua famiglia e di essere il solo sopravvissuto. Sono tornato alla mia tenda e ho abbandonato l’idea di scrivere.
I miei pensieri, allora, sono andati al 30 marzo, in cui si celebra la Giornata della Terra in Palestina. Ma era anche il compleanno di mia madre. Volevo sorprenderla con un regalo. Non una borsa, né un profumo o né un anello, ma due chili di gas, così non avrebbe dovuto cucinare sul fuoco. Soprattutto adesso che i valichi restano chiusi a lungo, permettendo l’ingresso solo di forniture ridotte, e il gas da cucina diventa sempre più difficile da trovare.
Quando sono andato a comprarlo, il mio amico Al-Nahhal era con me. Continuavo a chiedergli:
“Pensi che mia madre sarà felice di questo regalo o riderà?”. Mi ripeteva che ne sarebbe stata molto felice.
“Tu cosa hai regalato a tua madre per il suo compleanno o per la Festa della Mamma?”, gli ho chiesto.
“Mia madre è stata uccisa durante il genocidio”, ha risposto sospirando.
Sono rimasto immobile. Per alcuni istanti non ho saputo reagire. Era come se le mie parole si fossero trasformate in catene che mi stringevano il collo. Sono tornato alla tenda. Mia madre era molto felice del suo insolito regalo. Dentro di me, invece, restava un macigno sul cuore.
Mentre me ne stavo in piedi vicino al mare, ho ricordato di nuovo le parole di mio padre. Incontrare persone a Gaza può riportare alla mente alcuni dei momenti belli di un tempo, ma rivela anche tutto ciò che è andato perduto. A volte, una sola parola o un piccolo dettaglio bastano ad aprire un fiume di ricordi.
Mio padre non ha parlato quel giorno, ma il suo silenzio è stata la cosa più pesante tra quelle che ho sentito.
Come si può celebrare la Giornata della Terra, se non rievoca più una storia che appartiene al passato, ma rappresenta il nostro presente? Se ci ricorda quanto siamo legati a una terra che non possiamo più raggiungere?
A Gaza, incontrare le persone non è più come prima.
Ci ricorda tutto ciò che abbiamo perso, molto più di ciò che resta.
Tutti questi piccoli dettagli, tutte queste storie, sono il riflesso di una realtà creata dall’occupazione israeliana, mentre il mondo resta in silenzio. Forse allora la domanda da fare non è più cosa stiamo vivendo, ma come stiamo ancora cercando di vivere.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza
Un Ponte Per, insieme ad organizzazioni della società civile impegnate nella difesa dei diritti umani e nella promozione della pace, porta in tribunale Leonardo S.p.A. e lo Stato italiano per fermare la vendita di armi verso Israele e lancia una raccolta fondi per sostenere l’azione legale.
Con la prima udienza, che si terrà il prossimo 27 marzo 2026 presso il Tribunale civile di Roma, entra nel vivo l’azione legale contro Leonardo S.p.A. e lo Stato italiano, che abbiamo promosso insieme a A Buon Diritto, ACLI, ARCI, AssoPacePalestina, ATTAC Italia, Pax Christi per fermare la vendita di armamenti verso Israele.
Si tratta di un passaggio cruciale in una battaglia che pone una domanda netta: è legittimo continuare a esportare armi verso un Paese coinvolto in operazioni militari che hanno causato decine di migliaia di vittime civili e sono oggetto di gravi contestazioni da parte della comunità internazionale?
Per noi, la risposta è chiara: no.
UNA CAUSA PER FERMARE L'EXPORT DI ARMI
Il 29 settembre 2025 abbiamo depositato una citazione presso il Tribunale civile di Roma per chiedere che vengano dichiarati nulli i contratti di fornitura di armamenti stipulati da Leonardo S.p.A. – società partecipata dallo Stato italiano – con lo Stato di Israele.
Riteniamo che tali contratti siano in contrasto con l’articolo 11 della Costituzione, la legge 185/1990 sul commercio di armamenti, il diritto internazionale.
Non è una presa di protesta simbolica. È un’azione giudiziaria che chiede alla magistratura di verificare responsabilità precise.

GAZA, IL DIRITTO INTERNAZIONALE E LA RESPONSABILITÀ ITALIANA
Dopo il 7 ottobre 2023, mentre la Striscia di Gaza veniva devastata dai bombardamenti e il conflitto si estendeva nella regione, diversi Paesi europei hanno introdotto restrizioni sull’export di armamenti verso Israele. L’Italia, al contrario, non ha sospeso le autorizzazioni, continuando di fatto a consentire le forniture.
Questa causa mette in discussione una scelta precisa: continuare a commerciare armi anche di fronte a violazioni gravi e documentate dei diritti umani. Noi chiediamo che questa scelta venga giudicata per quello che è.
UNA RACCOLTA FONDI PER SOSTENERE LA CAUSA
Accanto all’azione legale, abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi pubblica per sostenere i costi del procedimento: spese legali, consulenze tecniche e attività di comunicazione.
Affrontare in tribunale un grande gruppo industriale e lo Stato italiano rappresenta una sfida complessa, che richiede risorse adeguate.
È una battaglia impari, ma necessaria. È anche l’unico modo per trasformare l’indignazione in un atto concreto.
Da mesi assistiamo con rabbia e impotenza a ciò che accade a Gaza.
Oggi puoi fare qualcosa di concreto. Con questa azione legale puoi far sentire la tua voce e trasformare l’indignazione in azione.
Sostieni la campagna di raccolta fondi >>
Un Ponte Per sta rispondendo alla nuova escalation di violenza in Libano, dove centinaia di migliaia di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case dopo i bombardamenti israeliani del 2 marzo 2026 che hanno colpito la periferia meridionale di Beirut, il sud del Paese e la valle della Bekaa.
In poche ore intere comunità hanno lasciato le proprie case per cercare rifugio in scuole pubbliche e strutture collettive trasformate in centri di accoglienza temporanei. Molti di questi spazi non sono attrezzati per ospitare un numero così elevato di persone e le condizioni stanno rapidamente peggiorando.
"La popolazione maggiormente colpita dagli attacchi è quella del sud del Libano. Questa azione militare rappresenta l’ennesima operazione contro il Libano, e a pagarne le conseguenze è soprattutto la popolazione civile", ci dice il nostro Capo missione a Beirut, David Ruggini.
UN’ONDATA DI SFOLLAMENTI FORZATI
L’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione immediata di tutto il sud del Libano, costringendo migliaia di persone a spostarsi in poche ore. Tra le aree incluse nell’ordine di evacuazione figura anche il campo palestinese di Shatila, dove Un Ponte Per sostiene un Centro sportivo comunitario e decine di famiglie con il programma dei Sostegni a Distanza.
Un ordine di evacuazione di tale portata, oltre a rappresentare una grave violazione del diritto internazionale, lascia senza protezione le persone più vulnerabili – anziani, persone malate, con disabilità e famiglie senza mezzi per spostarsi – aggravando una crisi umanitaria già acuta.
Questa nuova escalation si inserisce in un contesto regionale estremamente instabile, segnato dalle crescenti tensioni tra Israele, Iran e Hezbollah, e rischia di allargare ulteriormente il conflitto.
Dal 2023, le operazioni militari israeliane in Libano hanno avuto conseguenze devastanti per la popolazione civile e per le infrastrutture del Paese che ha dovuto affrontare negli ultimi anni una serie di crisi, dall’esplosione del porto di Beirut del 2020, ai tagli dell’UNRWA, alla crisi economica con il conseguente collasso dei servizi essenziali per la popolazione.
IL NOSTRO INTERVENTO SUL CAMPO
Un Ponte Per è presente in Libano e sta lavorando con partner locali per sostenere le persone sfollate che hanno trovato rifugio nelle scuole e nei centri collettivi, dove i bisogni stanno crescendo rapidamente.
Le attività di emergenza prevedono la distribuzione di beni essenziali come kit igienici familiari, pannolini, acqua, cibo e materiali per dormire come materassi e coperte, per migliorare le condizioni di vita nei rifugi e sostenere le famiglie costrette alla fuga.

UN PONTE PER IN LIBANO
Un Ponte Per è presente in Libano dal 1997, quando ha iniziato a operare nei campi profughi palestinesi per garantire diritto allo studio e alla salute a bambinə palestinesi e rifugiatə dalla Siria. In seguito alle emergenze umanitarie che hanno attraversato il paese, UPP ha sostenuto le organizzazioni locali con cui collabora da anni nel rafforzamento della risposta e nella distribuzione di aiuti di prima necessità. A fianco di movimenti e realtà locali, UPP opera per sostenere il difficile processo di ricostruzione della coesione sociale in seguito alla guerra civile che ha insanguinato il paese per 15 anni, promuovendo la partecipazione di giovani e donne nei processi di costruzione della pace.
In Italia le sedi disponibili sono Roma e Pisa.
All'estero le sedi disponibili sono Amman (Giordania) e Beirut* (Libano).
E' possibile presentare domanda di partecipazione ad uno dei progetti fino alle ore 14.00 del 16 aprile 2026.
COS'È IL SERVIZIO CIVILE
Il Servizio Civile Universale, nato come alternativo e sostitutivo del servizio di leva obbligatorio, è ancora oggi un’esperienza unica di formazione, crescita personale, umana e civica. Anche quest’anno Un Ponte Per, in collaborazione con Acque Correnti ETS, offre la possibilità di dedicare un anno di servizio a progetti di educazione alla pace, giustizia sociale e promozione del volontariato.
I NOSTRI PROGETTI
Italia. Un percorso per promuovere l’educazione alla pace e i diritti umani. Insieme lavoreremo per contrastare le discriminazioni e promuovere la cultura del volontariato, come strumento per la costruzione di una società solidale da un punto di vista civile, culturale e sociale.
Estero. Lə volontariə saranno coinvolte in attività sul campo tra tutela del patrimonio culturale e rafforzamento delle comunità locali.
IN BREVE
A chi è rivolto: ragazzə di età compresa tra i 18 e i 28 anni.
Durata: 12 mesi.
Posti: 12 posti disponibili, suddivisi tra Roma (2), Pisa (2), Amman (4), Beirut (4).
Orario: 25 ore settimanali, che possono essere svolte in parte da remoto
Rimborso economico: € 519,47/mese
COME CANDIDARSI
Le candidature devono essere presentate sul portale del Ministero del Servizio Civile (www.serviziocivile.gov.it) accedendo tramite SPID, entro e non oltre le ore 14:00 del 16 aprile 2026.
Trova il progetto sulla piattaforma DOL inserendo i seguenti codici:
Clicca qui per candidarti attraverso la piattaforma DOL.
COSA FAREMO INSIEME
Le 25 ore di servizio saranno distribuite su 5 giorni a settimana. Il rimborso previsto è pari a 519,47 euro mensili. E’ requisito necessario la conoscenza di una lingua straniera tra inglese, francese e spagnolo di livello B2.
Per maggiori informazioni scrivi a info@unponteper.it
*ATTENZIONE: Data la grave situazione di instabilità in Libano al momento della pubblicazione del bando, riguardo le effettive possibilità di avvio del progetto si rimanda alle valutazioni di sicurezza del Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale.
Volevamo condividere l’iftar insieme, il primo giorno di Ramadan. Ma lei ha rifiutato con decisione. Tutta colpa di quella mascherina nera sul volto. Non era una malattia a impedirle di sedersi a tavola con noi, ma qualcosa di più profondo della stanchezza, più duro della fame.
La storia inizia con la famiglia di Hamdi: nove persone, lui compreso. Prima della guerra era un commerciante affermato nei mercati. Il denaro non era un problema — possedeva immobili e diverse attività che garantivano a lui e ai suoi cari una vita dignitosa.
Poi è iniziato il genocidio. Giorno dopo giorno, la vita di Hamdi e della sua famiglia ha cominciato a sgretolarsi. Ciò che prima era facilmente reperibile è diventato quasi irraggiungibile. Il primo maggio 2024 ha ricevuto la notizia che le sue proprietà e tutto ciò che possedeva erano stati distrutti dai missili dell’occupazione. Non ha retto al colpo: il suo cuore si è fermato, lasciando una famiglia intera a lottare da sola per i bisogni più essenziali. Vivevano nel sud di Gaza, a Rafah.
Una settimana dopo è arrivata la notizia dell’invasione di Rafah. Oltre un milione di persone, comprese quelle sfollate dalla città, sono state costrette a fuggire verso l’ignoto. Io ero il vicino di casa di Hamdi. Quel giorno, durante la fuga, Um Youssef — la moglie di Hamdi — non sapeva come lasciare la casa né cosa portare con sé. Sono riuscito a contattare un mezzo di trasporto per caricare le poche cose rimaste. Pensava di rifugiarsi temporaneamente da sua sorella, nella zona centrale della Striscia.
Dopo quel giorno non ho più visto Um Youssef e la sua famiglia fino a novembre 2025, quasi due anni dopo l’inizio del genocidio, dopo il fragile cessate il fuoco. Mia madre ha ricevuto una telefonata: Um Youssef cercava un posto dove montare la sua tenda, perché non aveva trovato altro riparo. Abbiamo provato a ricavarle un piccolo spazio nel nostro terreno, sufficiente per lei, i suoi due figli piccoli e le sue figlie.
Qualche ora dopo sono arrivati. A stento li ho riconosciuti, se non grazie a una delle figlie, mia coetanea, che conoscevo da prima. I loro volti erano cambiati profondamente. Spingevano un piccolo carretto con i pochi averi rimasti e un bambino che sembrava molto più grande della sua età, come se avesse visto troppo. Youssef, nove anni, cercava di scaricare tutto da solo. Um Youssef indossava una mascherina: pensai fosse per l’influenza, o qualcosa del genere.
Li ho aiutati a sistemare le cose, a montare l’unica tenda che avevano, a costruire un bagno improvvisato. Era pieno inverno, e ogni giorno arrivava una nuova tempesta. Non era solo una questione di maltempo: sembrava l’ennesima prova per capire se quella fragile tenda avrebbe resistito a un mondo che le crollava addosso.
In mezzo a tutto questo osservavo il piccolo Nour Al-Din, timido, che distoglieva lo sguardo. La prima volta che ha riso, mentre giocavo con lui, la sua innocenza mi ha trafitto. Gli dicevo scherzando: “Dammi un bacio e ti compro un biscotto”. E così finiva la giornata.
Una settimana dopo ho chiesto a mia madre perché Um Youssef vivesse in una tenda, in pieno inverno. Con le lacrime agli occhi mi ha raccontato che era già più di un anno che viveva così, da quando anche la zona dove abitava sua sorella, nel centro di Gaza, era diventata pericolosa. Aveva trovato rifugio in un centro di accoglienza, poi si era spostata nel sud, in un’area chiamata Asdaa, dove aveva montato la sua tenda in un campo per sfollati. La casa della sorella era stata parzialmente distrutta: impossibile tornare indietro. Sfollamenti su sfollamenti.
A metà del 2025, mi ha spiegato mia madre, l’esercito israeliano era entrato improvvisamente nell’area dove vivevano, costringendo quasi tutte le famiglie a fuggire senza nulla. Quando Um Youssef era riuscita a tornare, molti dei suoi pochi beni erano stati distrutti. Aveva vissuto giorni durissimi di fame, a volte sopravvivendo con un solo pasto ogni due giorni.
Gli aiuti arrivavano a intermittenza e non per tutti. I prezzi nei piccoli mercati raddoppiavano di settimana in settimana. Un sacco di farina era diventato un sogno. Una scatoletta di sardine andava divisa tra più bambini. La domanda non era più “cosa mangeremo?”, ma “mangeremo oggi?”.
Non riuscivo a smettere di pensarci. Anche nella mia famiglia, con mio padre e mio fratello Mohammad, facevamo fatica ad andare avanti. Come facevano gli altri? Come si sopravvive quando perfino il cibo più semplice diventa un lusso?
Ripensavo a Youssef il primo giorno del suo arrivo. Quell’espressione severa ora aveva un senso: portava sulle spalle preoccupazioni troppo grandi per i suoi dieci anni. E la mascherina di Um Youssef? Perché non la toglieva mai?
Me lo chiesi dopo essere andato a trovarli, tra dicembre e gennaio 2026, durante giorni di vento feroce e piogge torrenziali. Cercavo di aiutarli a fissare ciò che il vento strappava via, a scavare canali nella sabbia per evitare che l’acqua invadesse la tenda. Eppure, anche in quelle condizioni, lei non si separava mai dalla mascherina.
Fu mia madre a spiegarmelo. Prima della guerra, quando la vita era serena, Um Youssef scherzava dicendo che avrebbe voluto un dente d’oro. Oggi indossa la mascherina per un motivo ben diverso: le è stata rubata perfino la possibilità di sorridere.
All’inizio non capivo. Poi mia madre mi ha spiegato che, a causa della fame, dello stress, dei mal di testa e delle pressioni continue, aveva subito una grave carenza di vitamine. I denti superiori erano tutti caduti. Aveva provato a rivolgersi a diversi dentisti, ma il costo dell’intervento — circa 4.000 dollari — era impossibile da sostenere. Così aveva accettato la realtà: la mascherina sarebbe rimasta.
Ma non copriva solo la bocca.
Nascondeva gli effetti della fame sul suo corpo. Nascondeva la vergogna, in un mondo che non le aveva lasciato neppure il diritto di sorridere.
Non ho retto a quel pensiero. Ho ricordato Hamdi Abu Youssef, sempre lodato per la sua generosità. Una volta, da bambino, gli chiesi un anello: il giorno dopo me lo portò. Oggi scrivo per più di dieci piattaforme internazionali, tradotto in sette lingue, eppure non sono riuscito ad aiutarla. Mi sono sentito impotente, frustrato, con il cuore spezzato. Sono andato al mare per prendere aria, ma nemmeno la brezza che di solito mi calma è riuscita a darmi sollievo.
Il Ramadan è iniziato il 18 febbraio. Il giorno prima ho provato a regalare loro un momento di gioia. Li ho invitati a condividere con noi l’iftar. Hanno rifiutato, dicendo che Un Youssef non stava bene. La verità era un’altra: non voleva togliere la mascherina per mangiare davanti a noi.
Durante il Ramadan le famiglie si riuniscono attorno al cibo. Lei teme gli sguardi.
Ho messo da parte un po’ di quello che ho guadagnato scrivendo i miei articoli per comprare loro il necessario per il mese sacro, per condividere piccoli momenti di felicità e far sentire che non sono soli.
Questo Ramadan, privo dei suoi segni e delle sue tradizioni abituali, lo attraversiamo così, aggrappandoci ai ricordi.
Quando guardo Um Youssef, non vedo solo lei.
Vedo tutta Gaza che cerca di nascondere le proprie crepe sotto un sottile strato di pazienza.
La sua storia non è un’eccezione. Ci sono 57.000 storie come la sua, che raccontano la durezza della vita a Gaza oggi, sotto un fragile cessate il fuoco e slogan di pace vuoti, che non significano più nulla.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza
L’escalation militare di queste ore tra Iran, Israele e Stati Uniti riapre una ferita che conosciamo fin troppo bene. Il parallelo con il 2003 e l’invasione dell’Iraq non è solo retorica. Ancora una volta si parla di “attacco preventivo”, ancora una volta si evoca – più o meno esplicitamente – il cambio di regime come soluzione. E ancora una volta si mette in moto una spirale che rischia di incendiare un’intera regione.
La guerra regionale non è una fatalità, è una scelta politica. Una scelta che affonda le sue radici in una visione di potenza e dominio che, nel nome della sicurezza (di chi?) produce instabilità permanente. Lo abbiamo già visto in Iraq, in Siria, in Libia, in Afghanistan. Interventi esterni che hanno distrutto interi paesi e popolazioni, indebolito i processi civili, soffocato le trasformazioni dal basso.
Oggi assistiamo a contraddizioni drammatiche: in Iran e nelle diaspore c’è chi esulta per la morte della Guida Suprema, chi la piange, chi resta attonito. Ma eliminare figure apicali non significa smantellare un sistema politico pervasivo che dura da quasi 50 anni. Significa esporre milioni di persone a sofferenze imprevedibili oltre a negarne completamente l’autodeterminazione.
Come organizzazione che lavora nella regione da oltre trent’anni, condanniamo con forza questa nuova avventura militare promossa dall’asse USA-Israele. È una scelta che indebolisce drammaticamente i percorsi di emancipazione e cambiamento dal basso, gli stessi che nel 2011 e nel 2019 avevano animato le primavere arabe contro autoritarismi e ingiustizie. I diritti non si esportano con i bombardamenti. Le democrazie non nascono dalle macerie.
Allo stesso tempo stigmatizziamo la narrazione mediatica dominante, che ripete acriticamente la formula dell’“attacco preventivo” e fatica a pronunciare parole semplici e necessarie: bambine, civili, famiglie. In queste ore si parla genericamente di “vittime” in una scuola femminile colpita in Iran, ma il bilancio terribile racconta di oltre cento bambine uccise. Le parole contano.
Denunciamo anche l’irrilevanza politica dell’Italia in questo scenario, ridotta a strumento logistico di una guerra non discussa né deliberata pubblicamente. Le basi sul territorio italiano, come Sigonella, non possono e non devono essere utilizzate per alimentare il conflitto regionale.
La nostra preoccupazione è massima per i Paesi in cui operiamo e con cui lavoriamo ogni giorno: oltre l’Iran e le monarchie del Golfo, la crisi sta già coinvolgendo il Libano e l’Iraq. E mentre l’attenzione internazionale si concentra su questo nuovo fronte, a Gaza e in Cisgiordania si intensificano le violenze dei coloni israeliani e le operazioni militari. Il rischio è che una guerra oscuri l’altra, moltiplicando l’impunità.
Condividiamo alcune testimonianze raccolte in queste ore.
IRAN. VOCE DALLA DIASPORA
Una nostra attivista iraniana della diaspora, da sempre critica verso il regime di Teheran, ci racconta la complessità di queste ore
«Sto vivendo sentimenti contrastanti. La società iraniana è molto più complessa di come viene descritta in Occidente. C’è chi festeggia, chi è in lutto, chi ha paura. Ma non è “eliminando” le alte cariche religiose e militari che si smantella un sistema radicato in 50 anni. Il rischio è di precipitare in uno scenario di instabilità senza fine, come in Iraq o in Siria. E intanto le vittime sono civili. Sono già tantissime. Sono bambine.»
IRAQ. “NON VOGLIAMO UN'ALTRA GUERRA”
Un nostro collega iracheno racconta:
«Ero seduto in un bar quando due razzi sono passati sopra le nostre teste. Tutti nel panico. Mia moglie mi ha chiamato, terrorizzata. La guerra porterà solo morte e collasso. In Iraq non vogliamo assolutamente un altro conflitto. Quello che sta accadendo è una violazione del diritto internazionale: distruzione di infrastrutture, intimidazione dei civili. A tutte le parti coinvolte: fermate immediatamente i bombardamenti. Dobbiamo imparare dalle guerre che abbiamo già sopportato. L’Iraq e il suo popolo meritano pace.»
LIBANO. LA FUGA NELLA NOTTE
Dal Libano ci arrivano notizie drammatiche. Dopo il lancio di razzi dal sud verso Israele, la risposta dell’esercito israeliano ha colpito il sud del Paese e i quartieri meridionali di Beirut. Decine di civili sono rimasti uccisi insieme a esponenti di Hezbollah.
Le autostrade sono state immediatamente prese d’assalto da famiglie in fuga. La nostra collega Zaynab, che vive nel sud, è scappata nella notte sotto shock, impiegando ore per raggiungere un’area più sicura nel Monte Libano. I partner locali, come l’organizzazione Amel, hanno parte dello staff bloccato nel sud in attesa di evacuazione. Un comunicato israeliano ha intimato l’evacuazione totale di 53 villaggi (!) nel sud, mentre i bombardamenti continuano. A Beirut e in altre aree del Paese sono stati riaperti rifugi per accogliere le famiglie sfollate. Lo scenario evoca quello del 2024, con il timore di un’operazione israeliana di terra. Una delle scuole sostenute dal nostro progetto Qalam è stata dichiarata rifugio per sfollati. Stiamo conducendo valutazioni rapide per rispondere all’emergenza.
Un Ponte Per condanna con fermezza l’escalation militare in atto e ogni strategia di guerra volta a ridisegnare equilibri politici con la forza.
Condanniamo inoltre il disinteresse totale verso il diritto internazionale, ormai ridotto a carta straccia. Avevamo costruito gli strumenti giuridici per evitare l'onnipotenza della legge del più forte e oggi questi strumenti sono quanto mai calpestati.
Chiediamo la fine dell’uso strumentale dei territori e delle popolazioni come teatri di guerra per interessi imperialistici e coloniali. Le persone con cui lavoriamo – attiviste, insegnanti, operatori sanitari, comunità locali – chiedono una cosa semplice: vivere in pace, senza essere pedine di conflitti che non hanno scelto.
Abbiamo già visto dove porta questa strada. Non possiamo accettare che la storia si ripeta, ancora una volta.