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“Il loro aiuto per noi è come oro: qui in Siria non c’è personale specializzato in grado di gestire pazienti gravi affettə da Covid-19, non ci sono le attrezzature, manca la tecnologia. Ma poter avere una formazione diretta da chi sta combattendo questa battaglia da mesi in Italia è un aiuto straordinario”.
Chiara è nel nord est della Siria da agosto. Dopo aver lavorato all’emergenza pandemica in Italia è partita insieme a noi, e ha girato l’area in lungo e in largo perché potessimo allestire e inaugurare 4 reparti Covid-19 negli ospedali della Mezzaluna Rossa Curda che sosteniamo da anni.
Insieme allə altre componenti del nostro staff medico, Chiara ha contribuito alla formazione del personale locale per fare in modo che tuttə fossero in grado di gestire casi moderati e gravi di Covid-19 in una terapia sub-intensiva.
Le terapie intensive, infatti, in Siria non esistono. O se esistono, non sono paragonabili per tecnologia e formazione del personale a quelle europee o italiane.
Dieci anni di conflitto lasciano il segno in molti modi: questo, è uno dei tanti.
“Qui il lavoro che altrove viene svolto da medicə anestesistə è coperto da infermierə che hanno ricevuto una formazione tecnica aggiuntiva per gestire una terapia intensiva. Ma la differenza tra pazienti Covid e non-Covid in questo campo è enorme, e non possono essere trattatə allo stesso modo. Le attrezzature e i medicinali non bastano, servono competenze specifiche che qui, al momento, non ha nessuno”, ci spiega Chiara.
Una situazione corroborata dai dati: il tasso di mortalità di chi entra in una terapia intensiva, oggi, in Siria, è del 96%. Significa che chi si ammala di Covid-19 in forma grave, qui è destinatə a morire.
Ecco perché quando un gruppo di medicə anestesistə italianə, provenienti dagli ospedali di Udine e Rimini, si sono offertə volontarə per fornire supporto, formazione e consigli al nostro staff locale in Siria, l’entusiasmo è stato grande.
“Si tratta di operatorə che lavorano nelle terapie intensive Covid italiane dal primo giorno dell’emergenza, e che hanno un’esperienza nel campo della cooperazione. Sanno quindi che operare in luoghi di conflitto significa flessibilità e capacità di adattamento. Abbiamo iniziato a sentirci via Skype a novembre, e la prima cosa che abbiamo fatto insieme è stata riscrivere e adattare le Linee Guida internazionali per la gestione dei pazienti Covid-19 al contesto siriano. Per renderle applicabili qui, al netto delle enormi differenze dal punto di vista tecnologico e di risorse”, racconta Chiara.
“Il livello di tecnologia che abbiamo a disposizione in Siria è totalmente diverso da quello italiano: mancano i macchinari, gli esami di laboratorio specialistici, un livello adeguato di preparazione: è come combattere la stessa battaglia ma con armi spuntate”, spiega.
Poi, è arrivato il Natale. Chiara è tornata in Italia insieme a Maria, medical advisor di UPP. E, insieme, hanno accolto con gioia l’invito arrivato dai medici di Rimini: andare a visitare il reparto di terapia intensiva dell’ospedale, per vedere con i propri occhi come funziona e riportare quell’esperienza in Siria.
“E’ stato fondamentale perché abbiamo avuto modo di conoscere da vicino gli strumenti di monitoraggio e di intervento che si utilizzano in Italia, rivendendo insieme le Linee Guida e capendo come declinarle al contesto di crisi in cui operiamo. Mettendo insieme tutti i dati abbiamo elaborato una linea guida specifica per il Nord Est Siria, che è adesso in fase di approvazione. A breve sarà inviata a tutti gli attori, locali ed internazionali, che si occupano della gestione Covid nell’area. Ne siamo molto fierə”, ci spiega Chiara.
Poi, ci sono gli aspetti più duri di chi opera nel campo sanitario in questo momento. Come misurarsi con la solitudine delle persone.
“La cosa che mi ha colpito di più delle terapie intensive italiane è l’immenso silenzio. Lə pazienti intubatə dormono, il personale sanitario è protetto da imponenti dispositivi di protezione individuale, le visite dei familiari sono vietate, è tutto come fermo nel tempo. E’ un mondo a parte, e fa molta impressione”, racconta Chiara.
“Qui i nostri reparti sono di sub-intensiva, quindi lə pazienti sono vigili e il rapporto umano con lə operatorə è ancora possibile. Anzi, è parte integrante del processo di cura. Quello che mi colpisce ogni giorno è quanto le persone ricoverate sentano la mancanza delle proprie famiglie, e quanto lo staff sia dolce e affettuoso nel confortarle”.
Intanto, la diffusione del contagio in Siria non rallenta. Calano invece i test effettuati, sempre di meno, così come il numero di persone che si reca in ospedale per farsi aiutare in tempo. Ancora non si sono diffuse le mascherine, così come il rispetto del distanziamento fisico. In compenso “nel nostro staff medico non si riscontrano casi, quindi vuol dire che stiamo lavorando bene”, si rallegra Chiara.
E se di vaccino in Siria ancora non si parla, in Italia invece lə operatorə lo stanno ricevendo. Anche lə nostrə amichə di Udine e Rimini, che quindi potranno presto organizzarsi per venire a trovarci sul campo.
“L’idea di supportarci in presenza c’è sempre stata, ma tra lockdown e quarantene fino ad ora non è stato possibile. Speriamo che con gli effetti positivi del vaccino invece si possa realizzare questo sogno. Si sono molto appassionatə alla nostra situazione, vorrebbero venire a fare formazione in presenza e per noi sarebbe un aiuto prezioso”, conclude Chiara.
Che non nasconde però la cosa più importante che sta dietro questo nuovo ponte costruito tra l’Italia e la Siria: la solidarietà. La voglia di aiutarsi, collaborare, unire le forze: perché solo insieme usciremo da questa situazione.
Chi è leggermente più avanti voltandosi e tendendo una mano, perché nessunə mai sia lasciatə indietro.

