Le elezioni anticipate irachene dello scorso 10 ottobre hanno aperto una nuova fase della storia politica del Paese, una fase in cui movimenti alternativi emergono e sfidano i partiti tradizionali, sempre al governo dal 2003 sulla base delle “quote settarie”. Nonostante le speranze, rimangono alte le tensioni nel Paese.
Di Ismaeel Dawood, Civil Society Officer di Un Ponte Per
“Entreremo nella Zona Verde e attraverseremo a piedi il ponte Al-Jumhuriya, nel ricordo dei martiri della rivolta di ottobre 2019”. Con queste parole i vincitori del nuovo movimento IMTIDAD hanno festeggiato la straordinaria conquista di nove seggi alle elezioni anticipate in Iraq.
I risultati elettorali indicano che su un totale di 329 seggi del parlamento iracheno, lə candidatə indipendenti provenienti dalla società civile hanno ottenuto 40 seggi: di cui 9 seggi per il Movimento “Nuova Generazione” (Sulaimaniyah), 6 seggi “Ishraqat Kanon”, oltre ai 9 seggi del movimento IMTIDAD. Per quanto parliamo di piccoli numeri, si tratta di un segnale di cambiamento notevole nel percorso politico dell’Iraq: nonostante le forze tradizionali siano ancora maggioritarie, la percentuale di nuovi membri (entrati per la prima volta in Parlamento) è il 70% del totale.
Per comprendere questa trasformazione e identificare le radici dei movimenti politici alternativi, dobbiamo tornare alla protesta popolare nonviolenta partita nel 2011, e che si è ripetuta negli anni successivi culminando nella rivolta dell'ottobre 2019: quando la gioventù irachena ha chiesto la fine della corruzione ed espresso il loro rifiuto del sistema delle quote politiche distribuite su base settaria che ha segnato il governo in Iraq negli ultimi due decenni.
La rivolta di ottobre si è diffusa rapidamente, ottenendo un consenso nazionale dal nord al sud dell'Iraq, attivando donne, studenti e i più vari movimenti sociali. La mobilitazione ha costretto il governo di Adel Abdul-Mahdi a dimettersi, la classe politica al potere a modificare la legge elettorale e a indire elezioni parlamentari anticipate.
Nonostante la grande repressione affrontata dal movimento di protesta, che ha portato alla morte circa 650 attivistə e manifestanti; nonostante le minacce e i rapimenti che hanno preso di mira lə giovani del movimento, le proteste sono continuate fino al 2020. Solo la pandemia, che ha cambiato gli equilibri in tutto il mondo, ne ha fermato l’incedere. È dunque interessante notare come i maggiori perdenti nelle elezioni del 2021 (Al-Fatah e Wa'i) siano proprio i partiti che rappresentano le fazioni armate vicine all'Iran: coloro che più hanno guidato la repressione delle proteste di ottobre. Queste fazioni basavano il proprio consenso principalmente sull’opinione pubblica nel sud dell'Iraq e sul ruolo svolto nella lotta contro Daesh. Oggi però il risultato è chiaro: il loro credito nel sud dell’Iraq è diminuito drasticamente proprio a causa della loro ostilità al movimento di protesta giovanile e del loro coinvolgimento nel vasto sistema di corruzione.
Nell'aprile del 2019, poco prima dell'inizio della rivolta di ottobre, i movimenti sociali e le organizzazioni della società civile irachena tennero un incontro nazionale, primo del suo genere nella città di Nassiriya, per scambiare esperienze e condividere programmi. Io ero presente, e ho assistito a uno degli incontri di maggior successo avvenuti tra i rappresentanti dei movimenti sociali e della società civile.
L'incontro di Nassiriya ha visto importanti discussioni sulle sorti del movimento di protesta, le libertà fondamentali, l'ambiente, i diritti delle donne, la protezione del patrimonio culturale, la tutela dei diritti sociali ed economici. Il comitato organizzatore dellə giovani di Nassiriya era caratterizzato da un grande entusiasmo determinato a creare una realtà migliore per la loro città e il loro paese. Tra loro c'erano coloro che avevano partecipato alle attività del Festival I Love Dhi Qar: l'evento civile più importante organizzato dai movimenti sociali dal 2017; altri avevano inoltre partecipato attivamente al Forum sociale iracheno e all'Iniziativa di Solidarietà con la Società Civile Irachena (ICSSI).
Questə ragazzə erano proprio coloro che avevano organizzato la rivolta di Tishreen (di ottobre) e le proteste avvenute in piazza Al-Haboubi a Nassiriya. Sono loro a rappresentare il lievito vivente del futuro dell'Iraq: le loro idee sono in grado di alimentare il motore del cambiamento sociale, e la loro attività ci mostra una società irachena viva e volenterosa di generare un futuro migliore per l’Iraq e il suo popolo. Una società irachena in cui i movimenti civili e sociali continuano a operare in condizioni estremamente difficili e pericolose legate anche all’ardente confronto regionale tra Iran e Stati Uniti, che si sta consumando proprio sul territorio iracheno, come ha reso evidente l’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani.
Nel caso di Nassiriya queste sfide di moltiplicano, poiché si tratta di una città abbandonata dal punto di vista istituzionale, pervasa da una corruzione diffusa, in cui lə giovani attivistə sono continuamente a confronto con un ambiente conservatore dominato dai rapporti tra clan e le famiglie con più potere. Ciononostante, ragazzə hanno partecipato attivamente alla rivolta di ottobre, pagando un prezzo altissimo: Nassiriya è infatti seconda solo a Baghdad, per numero di manifestanti rimasti uccisə.
Dopo aver assistito a tali uccisioni, la rabbia sociale è esplosa nella città: lə abitanti sono insortə contro le sedi dei partiti politici, dichiarando la città chiusa all’attività di questi ultimi e delle loro fazioni armate.
Veniamo quindi alle elezioni anticipate del 2021, le quinte in Iraq dal 2003. Nonostante i timori e le preoccupazioni, il 10 ottobre le elezioni si sono svolte senza gravi violazioni. Tuttavia, questo risultato positivo va controbilanciato con le restrizioni dei diritti politici e civili vissute dai candidatə indipendenti a monte della loro partecipazione elettorale e con il tasso di partecipazione elettorale più basso dal 2005: la riluttanza di irachenə a recarsi al voto è dovuta alla perdita di fiducia in un sistema politico caratterizzato da violenze diffuse e basato sulla divisione settaria degli iracheni tra sunniti, sciiti e curdi - forze che basano il sistema di governo su alleanze di convenienza, spartendo i propri interessi spesso a danno delle necessità reali del Paese. Tali forze tradizionali continuano a controllare ampie fette di risorse territoriali, mentre le forze armate ad esse più o meno legate puntano verso un’integrazione nell’apparato dello stato, per lo più attraverso la “Mobilitazione Popolare”: un apparato militare ‘eccezionale’, istituito dall’autorità sciita di Najaf con l’obiettivo di combattere Daesh, che tuttavia in seguito alla “liberazione” ha continuato a conservare vaste aree di potere. Da tali condizioni deriva il gran numero di persone che ha deciso di boicottare la partecipazione elettorale, comprese alcune forze politiche alternative, sia di nuova generazione, sia più consolidate come ad esempio il Partito Comunista Iracheno. Il ritiro di queste ultime però può aver finito per incrementare la confusione, togliendo spazio all’opportunità di offrire al pubblico iracheno un’alternativa e una visione diversa del futuro.
È bene quindi osservare che nonostante l’ampio boicottaggio politico, le forze legate ai movimenti alternativi siano emerse portando anche alla vittoria elettorale giovani e donne. È il caso del movimento IMTIDAD (“Estensione”): nato proprio nel sud dell’Iraq, nella piazza Al Haboubi di Nassiriya, nel grembo delle proteste di ottobre. Nassiriya si riconferma un’antica città ancora fiorente, almeno culturalmente: nonostante la sua marginalizzazione e lo stato generalizzato di abbandono, da tempo immemorabile costituisce bacino di emersione di personalità politiche, letterarie e culturali storiche del Paese.
La marcia ora continua. Dopo l'annuncio dei risultati preliminari, i partiti perdenti hanno rifiutato di riconoscere le elezioni e a loro volta hanno organizzato sit-in minacciando di rovesciare l'attuale governo se i risultati delle elezioni non verranno annullati o i voti sottoposti ad un nuovo conteggio manuale. Queste forze appaiono mirate a fare pressione sui vincitori, allo scopo di inserirsi nelle quote di potere, riconfermando di fatto il sistema basato sul consenso confessionale. Tenuto conto di queste considerazioni, ritengo che possano emergere i seguenti scenari futuri:
Nel primo scenario, avviene la formazione di un governo politico di maggioranza, guidato dal movimento Sadrista, in alleanza con Tagadum e il Partito Democratico del Kurdistan. In tal modo, il resto delle forze si rivolgerebbe all'opposizione, costituendosi le premesse per una svolta importante al fine di terminare lo stato di corruzione consociativa tra i blocchi politici. Potrebbe aprirsi una nuova era basata sulla maggioranza politica, una delle maggiori rivendicazioni della rivolta di ottobre.
Nel secondo scenario, si forma un governo basato sul consenso settario e l’accordo tra le forze tradizionali, una soluzione verso cui sta spingendo l'Iran e le milizie armate ad esso vicine. In questo caso è più facile che le rivendicazioni delle proteste vengano mortificate.
In entrambi i casi, i nuovi movimenti alternativi affrontano un compito difficile, che consiste nel formare un'alleanza che rappresenti gli ideali di ottobre. Anche se non direttamente al governo, questa alleanza potrebbe contribuire a formare e consolidare nuove politiche nazionali rappresentative delle richieste del movimento giovanile.
È quindi responsabilità dei movimenti civili e sociali coordinarsi e comunicare con le correnti di Tishreen (di ottobre), dall'interno e all'esterno del Parlamento, per mantenere lo slancio delle riforme politiche e sociali e proseguire il lungo processo di cambiamento. Qualsiasi sarà la direzione presa da IMTIDAD e da i nuovi movimenti politici, rimarrà alla storia l’impegno dei giovani di Nassiriyah: un punto di riferimento per la resistenza civile non violenta, in un contesto di estrema difficoltà, che ha avuto la capacità di mantenere la propria adesione al cambiamento, nonostante i costi umani altissimi.
Gli spari e le vittime riportano il panico a Beirut. Una giornata che ha rievocato la memoria degli anni terribili della guerra civile, in un paese che non riesce a fare i conti con il suo passato. I commenti dalla società civile libanese dei nostri partner 'Fighters for Peace' e 'Permanent Peace Movement'.
“La scena di oggi a Beirut ha riportato alla mente del popolo libanese i giorni terribili della guerra civile” - è quanto afferma senza mezzi termini l’Ong libanese “Fighters for Peace”.
La tensione che era nell’area sin dalla mattina si è rapidamente trasformata in scontri e sparatorie in una zona residenziale di Beirut, densamente popolate e senza alcuna difesa. Il fumo e il rumore dei proiettili, ancora una volta, si alzano sopra i palazzoni. Sembra di essere tornati indietro 30 anni, ma come siamo di nuovo giunti a questo punto?
Dalle enormi proteste dell’ottobre 2019 ad oggi il Libano è attraversato da un turbinio costante di tensioni sociali, economiche e enormi difficoltà sanitarie: la crisi monetaria e l'inflazione non hanno tregua, il costo della benzina che quadruplica, i beni di prima necessità che diventano inaccessibili, fino al recente black out totale. “Queste tensioni continuano imperterrite a minare la credibilità delle istituzioni statali, finendo col lasciare spazio all’azione indisturbata del sistema clientelare settario” - ci spiega il nostro Capo Ufficio David Ruggini - “il prezzo più alto lo paga il popolo, costretto quotidianamente a trovare nuovi escamotage per sopravvivere”.
La terribile esplosione nel porto di Beirut dello scorso agosto ha peggiorato ulteriormente le cose, alimentando la sensazione diffusa di vivere in un paese assurdo, dal quale sarebbe meglio scappare il prima possibile. Secondo Fadi Abi Allam, presidente dell’Ong Permanent Peace Movement, da quando il giudice Tarek Al Bitar è stato incaricato di investigare sull'esplosione del porto “ha cercato solo di fare il suo lavoro, senza tener conto delle fazioni politiche più o meno coinvolte. Il che ha significato anche emettere mandati di arresto e comparizione verso esponenti di spicco dei partiti sciiti che a loro volta hanno iniziato a mettere in discussione l'obiettività e la neutralità del giudice, accusato di portare avanti gli interessi stranieri. Tutto ciò ha portato al riemergere di paure reciproche tra comunità sciita e cristiana”.
La manifestazione di ieri, organizzata dai partiti sciiti Hezbollah e Amal, era stata organizzata contro le accusa del giudice verso alcuni esponenti politici di spicco, sospettati di essere a conoscenza dell’enorme quantità di Nitrato presente nei celeberrimi silos bianchi del porto. L’accusa è di essere stati negligenti rispetto alla messa in sicurezza dell’area.
Lə manifestanti arrivatə al punto di ritrovo di Tayouneh in tenuta militare e armi in mano, sono statə accoltə dai colpi di fucile di alcuni cecchini appostati nei palazzi limitrofi di Badaro e Ain Remmeneh. Ne sono scaturiti scontri a fuoco abbastanza intensi con almeno 6 morti e diverse persone ferite, fino a quando l'esercito non è riuscito a riprendere il controllo della situazione, circondando l'area, allontanando lə manifestanti armatə e catturando i cecchini (senza rivelare l’affiliazione o i mandanti).
Le scene di oggi rimandano tristemente all'aprile del 1975 quando esattamente nella stessa zona avvennero degli scontri a fuoco che portarono allo scoppio della guerra civile libanese. La situazione nelle strade rimane tesa, i continui appelli alla calma dei vari leader politici sembrano uno specchio per allodole: la realtà è che ogni partito o milizia sta lottando per mantenere i propri privilegi, a scapito degli altri.
Fadi tenta a modo suo di rassicurarci - "Per voi occidentali questi eventi sembrano incredibili perché siete abituatə a vivere nella stabilità. Noi non siamo sorpresə, la nostra vita quotidiana è attraversata dall'instabilità. Siamo assuefattə all'instabilità".
Gli fa eco il nostro David - “Trovo queste parole cinicamente vere. Gli scontri di oggi sono una dimostrazione di forza per indebolire le istituzioni statali e mettere pressione sul giudice incaricato dell'indagine. Che siano ancora l'inizio di una possibile guerra civile - come i più stanno scrivendo - resta più difficile da stabilire. Quello che è certo è che sarà ancora una volta la popolazione civile a pagare il prezzo più alto ai locali signori della guerra”.
Il Libano di oggi è infatti ancora ostaggio di quel sistema settario nato alla fine della guerra civile (1975-1990) con gli Accordi di Ta'if, l’unico sistema che sembrava garantire un minimo di stabilità al paese ma che di fatto ha finito per alimentarne le contraddizioni, la corruzione, le lotte tra sette. Esiste poi un enorme problema di ricambio della classe dirigente: moltissimi uomini che erano in prima linea nella fratricida e sanguinosa guerra civile siedono ancora oggi in parlamento, nei ministeri e ai vertici dei partiti e delle istituzioni. Da molti sono percepiti come ciò che concretamente blocca il progresso del paese.
Il commento conclusivo sulla giornata di ieri lo lasciamo a Ziad, Presidente di Fighters for Peace, un’organizzazione di reduci della guerra civile che hanno scelto di dedicarsi alla costruzione della pace - “Mortə e feritə nei vicoli e tra i palazzi, bambinə nelle scuole che tremano di paura seduti per terra nei corridoi, ben lontani dalle finestre, spaventati dal rumore dei proiettili, famiglie che fuggono dalle loro case. Passano i decenni ma la domanda rimane la stessa: per quanto tempo lə bambinə libanesi saranno ostaggio della paura ogni volta che escono di casa? Quando impareremo che la violenza non è una soluzione e che non c'è modo di ricostruire il paese se non attraverso il dialogo e l'accettazione dell'altro? Non è ancora giunta l’ora di imparare dagli errori del passato per costruire un futuro migliore?”
Parole che ci suonano dolorosamente profetiche, nella speranza che simili atrocità non stiano per tornare.
Nel 2019 a Russayfeh abbiamo aperto insieme ad Our Step una caffetteria gestita da persone con disturbi mentali o disabilità. Crediamo che il lavoro sia la strumento migliore per combattere l’emarginazione, lo stigma e la discriminazione sociale che subiscono le persone con disturbi e disagi mentali. A tal fine lavoriamo da anni in Giordania per l'inclusione sociale e lo sviluppo delle umane potenzialità di tutte le persone.
Come Un Ponte Per siamo presenti in Giordania dal 2004. Sin dal principio abbiamo collaborato con organizzazioni della società civile giordana in progetti che riguardano la riforma del diritto di famiglia, l’assistenza sanitaria, psicosociale e legale per rifugiatə, la protezione e l’assistenza delle lavoratrici migranti, la creazione di opportunità di lavoro per giordanə e rifugiatə.
Sin dal 2017, attraverso numerosi progetti, abbiamo offerto sostegno alle persone con disabilità in partenariato con organizzazioni locali nelle aree di Amman, Irbid, Karak, Ma’an e Zarqa. Tra le organizzazioni con cui abbiamo collaborato negli anni c’è Our Step, un partner particolarmente efficace nell’implementazione di progetti che sostengono le persone con disabilità.
Our Step è una ONLUS giordana nata nel 2010, il cui operato si concentra sul supporto a persone con disturbi e disagi mentali in situazioni vulnerabili. Il suo obiettivo principale è quello di fronteggiare lo stigma, l’emarginazione e la discriminazione sociale e lavorativa che subiscono le persone con disturbi e disagi mentali in Giordania, promuovendo allo stesso tempo la loro inclusione all’interno della società e lo sviluppo umano delle loro potenzialità e abilità. Le attività proposte da Our Step - ad oggi unica organizzazione in Asia Occidentale ad essere stata fondata e gestita da utenti dei servizi di salute mentale - si focalizzano su due principali ambiti di intervento: il sostegno psicosociale alle persone con disabilità intellettive e la sensibilizzazione, all’interno della società, sul tema della disabilità. Il contesto dell’iniziativa L’analisi che abbiamo intrapreso insieme a Our Step, nelle aree di intervento del progetto, ha fatto emergere come necessità primaria quella di creare maggiore occupazione lavorativa per le persone con disabilità, escluse dalla forza lavoro a causa dello stigma sociale che accompagna la loro condizione, spesso già a partire dal nucleo familiare. Inoltre, la mancanza di incentivi capaci di incanalare il loro potenziale, ostacola ulteriormente la loro impiegabilità. L’accesso all’impiego è contrastato sia dalla discriminazione da parte di datori di lavoro e colleghə, sia dall’impossibilità, in alcuni casi, di poter garantire costanza nel lavoro per via delle frequenti visite mediche o ricoveri temporanei. Da qui nasce il bisogno di trovare impiego in ambienti comprensivi, inclusivi e con orari flessibili. Come e perché nasce il progetto Bina’ Jusur? Il progetto Bina’ Jusur è un’iniziativa realizzata nel settore livelihood, in collaborazione tra noi di Un Ponte Per e Our Step, per la creazione di una caffetteria: Our Step Buffet nella città di Russayfeh. Il progetto è stato concepito con l’obiettivo di creare opportunità lavorative dignitose e sostenibili per persone con disabilità motorie, sensoriali, psicosociali e con disturbi mentali, attraverso l’accesso ad una formazione professionale, coinvolgendo lə utenti in attività redditizie. Abbiamo coinvolto sia la comunità rifugiata che quella ospitante giordana nei governatorati di Amman e Zarqa, con un particolare focus sulla città di Amman e la municipalità di Russayfeh, nel Governatorato di Zarqa. Nel contesto di Russayfeh, città del nord della Giordania - considerata una zona ad alto tasso di disoccupazione e un elevato numero di persone dipendenti da sostanze stupefacenti - abbiamo deciso di aprire una caffetteria per dare alle persone con disturbi mentali l’opportunità di lavorare in un ambiente finalmente inclusivo. “In altre compagnie e con altri datori di lavoro, sono sempre stato costretti a lasciare il lavoro, a causa della rigidità degli orari di entrata ed uscita. Qui le relazioni tra dipendenti della caffetteria sono caratterizzate dal sostegno reciproco. Ogni volta che uno di loro ha una difficoltà, o ha bisogno di prendersi un giorno libero, gli altri empatizzano. Sanno perché unə collega quel giorno urla, o non è di buon umore, sono molto comprensivi/e gli uni con le altre. Se qualcuno non si presenta a lavoro, vengono divise le ore di quel giorno nel resto dei giorni della settimana, in modo che quella persona non debba rinunciare ad una parte di salario”, racconta Amira Al-Jamal, Presidente di Our Step. Abdallah, uno dei lavoratori, descrive così l’ambiente di lavoro della caffetteria:“Quello che ho trovato lavorando con Our Step, e mai avevo trovato in altri luoghi di lavoro, sono sollievo, senso di sicurezza e comprensione, soprattutto per la mia depressione”. Grazie al sostegno di AICS, siamo riusciti a fornire ad Our Step l’assistenza tecnica e l’equipaggiamento necessari ad assumere cinque lavoratori per avviare la caffetteria, tutti utenti di servizi di salute mentale. Abbiamo condotto training pratici e teorici sulla preparazione del caffè, sui rapporti con la clientela, sulla gestione della cassa della caffetteria e l’acquisto e la negoziazione per le forniture necessarie. I risultati sono stati sorprendenti. Abbiamo badato a intonacare e dipingere le pareti, sistemato l’impianto elettrico e idraulico, fornito strumenti come le uniformi, le insegne, i macchinari, il macinacaffè, la macchina per lo zucchero filato, il frigorifero, i miscelatori, ed altri materiali necessari per l’avvio della caffetteria. “L’idea della caffetteria assomiglia ad un nostro proverbio locale: ‘Chi usa l’acqua non perde nulla’. Tutto ciò che fai con l’acqua – come il caffè o il tè – non ti fa perdere nulla, puoi solo guadagnarci” - Amira Al-Jamal, Presidente di Our Step. L’idea della caffetteria nasce con l’obiettivo di aumentare le capacità di creare lavoro di Our Step, che quando abbiamo conosciuto contava già uno staff di sei impiegatə in cura psichiatrica. L’espansione dei servizi di Our Step ha permesso di assumere altri cinque impiegatə, attraverso la nuova caffetteria che l’organizzazione stessa ha preso in gestione diretta. I risultati raggiunti Durante i mesi di ottobre, novembre e dicembre 2018, il nostro personale si è occupato di formare i lavoratori e accompagnarli psico-socialmente. Un nostro formatore, Mohammad Karboush, racconta: All’inizio è stato difficile insegnare a preparare il caffè, ad alcuni ragazzi tremavano le mani, altri erano timidi con la clientela o avevano paura di non essere accettati dalle persone, per via dei loro disturbi. Quindi oltre alla formazione strettamente lavorativa, ho cercato di incoraggiarli a credere in sé stessi”. La caffetteria viene gestita da Amira Al-Jamal, Presidente di Our Step, con il sostegno di altre figure. Hanno beneficiato inizialmente di questa attività cinque uomini giordani tra i 18 e i 55 anni con vari tipi di disturbi, come disturbi della personalità, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo e deficit dell’attenzione, e poi molti altri. Ahmad S. racconta entusiasta che l’esperienza nel team della caffetteria è stato un trampolino di lancio.
“Dopo svariati mesi ho lasciato il lavoro alla caffetteria, e ora sono impiegato in un’azienda che si occupa di informatica ad Amman, mi sono specializzato in design grafico e marketing online. L’esperienza con la caffetteria mi ha aiutato molto, sotto tanti aspetti. Ho potuto lavorare in un ambiente dove tutti gli esseri umani sono rispettati, senza discriminazione. Questo mi ha reso forte e sicuro, ed ora svolgo il lavoro che ho sempre sognato e che prima era solo una passione”. L’impatto della caffetteria non è limitato soltanto all’empowerment economico dei beneficiari, ma si è manifestato anche come un profondo contributo alla loro integrazione sociale tramite il lavoro. L’approccio ‘pragmatico’ è uno degli aspetti più significativi del progetto per i ragazzi che hanno partecipato. Come racconta Mohammad A. S. “La pratica è ciò che è più importante perché adesso sto finalmente lavorando, non sono più disoccupato e non devo stare seduto a casa senza fare niente. Adesso so che le persone con disturbi mentali possono essere impiegate, e questo è di grande conforto e sostegno per tutti noi”. In termini di rapporti con la clientela, le difficoltà maggiori sono emerse con clienti non abituali, difficilmente con la comunità di Russayfeh, come ad esempio i proprietari dei negozi o i vicini. Quando i dipendenti della caffetteria hanno realizzato che la maggior parte dei clienti sarebbero semplicemente entrati, avrebbero acquistato qualcosa e sarebbero usciti in maniera rispettosa e pacifica, hanno trovato la forza di non curarsi di episodi sporadici di molestie e bullismo. Tuttavia, il lavoro di sensibilizzazione sui diversi disturbi di salute mentale è ancora tanto, come spiega Ahmad: “Le persone a Zarqa sono diverse da Amman, a volte non credono realmente che con la balbuzie io abbia un problema, pensano che io stia solo scherzando o li stia prendendo in giro. Aumentare la conoscenza sulla salute mentale è davvero importante per far sì che episodi come questi scompaiano”. Perché la caffetteria può essere considerata una buona pratica L’esperienza della caffetteria di Russayfeh rappresenta un esempio concreto di intervento con un approccio di sviluppo inclusivo, mettendo al centro dell’azione gli attori principali del cambiamento sociale, rispetto alle tematiche della disabilità e della salute mentale: lə attivistə che formano le Organizzazioni di Persone con Disabilità. Abbiamo lavorato fianco a fianco con Our Step, supportandoci a vicenda, professionalmente e psicologicamente.
Come racconta Yousef Msarsa’, Capo Ufficio di UPP in Giordania:“Sia prima che durante la realizzazione dell’attività della caffetteria, abbiamo affrontato molteplici sfide. È stata una vera lotta, in particolare per Amira Al-Jamal, la Presidente di Our Step, perché non ha alcun appoggio. UPP l’ha supportata passo dopo passo, preparando tutti i documenti necessari e supportandola emotivamente nei momenti più difficili. Ci siamo assicurati di starle a fianco sia a livello personale che professionale, fino a quando non abbiamo ottenuto tutti i permessi e acquistato tutto il materiale”. Il sostegno psico-sociale è stato fondamentale anche con lə ragazzə della caffetteria, e questo duplice approccio, professionale e psicosociale, ha permesso ad Our Step e a chi lavora di partecipare a tutte le fasi del progetto sia come attorə protagonistə che come beneficiariə. Il sostegno alle persone con disabilità segue l’approccio dell’azione umanitaria consigliato dall’Inter-Agency Standing Committee (IASC), offrendo diretto supporto nello sviluppo della loro capacità. Infatti, l’esperienza formativa e il lavoro pratico hanno permesso ai beneficiari di aumentare le loro possibilità di accedere al mondo del lavoro, anche al di fuori della caffetteria.
Come racconta infatti Ahmad S.:“I molteplici corsi di formazione a cui ho avuto la possibilità di partecipare e l’esperienza di lavoro nella caffetteria mi hanno permesso di accedere ad opportunità lavorative e di trovare impiego anche al di fuori di Our Step”. Abbiamo coinvolto totalmente le Organizzazioni di Persone con Disabilità nell’identificazione delle barriere, nella pianificazione, progettazione, attuazione monitoraggio e valutazione dei progetti di sostentamento e inclusione economica. Ciò ci ha permesso di identificare quelli che erano gli ostacoli presenti negli ambienti di lavoro convenzionali. La loro forte presenza nella comunità e la conoscenza dell’area hanno permesso di sviluppare l’idea innovativa di una caffetteria come modello per un ambiente di lavoro inclusivo che potesse andare oltre alla rigidità degli orari di lavoro e quindi finalmente adattarsi ai ritmi delle persone con disturbi. La caffetteria è stata aperta in Giordania proprio in un momento storico di importante riforma giuridica e sociale sul tema della disabilità, ancora in corso, e che va nella direzione di una società più inclusiva. Finalmente anche la legge stabilisce che la disabilità non va considerata di per sé una barriera d’accesso al mondo del lavoro. L’approccio pragmatico di fronte al problema dell’esclusione lavorativa di persone con disturbi mentali e la collaborazione con il partner locale Our Step ha permesso di riscontrare un reale impatto sulla comunità di Russayfeh. Sostenibilità dell’intervento Siamo da sempre convintə dell’importanza di un approccio sostenibile per le attività di avviamento lavorativo, cercando costantemente soluzioni che garantiscano la massima continuità e un impatto positivo duraturo su tutta la comunità. Per questi motivi insieme ad Our Step abbiamo privilegiato la formazione ed il sostegno all’auto-imprenditoria e l’auto-impiego per le persone più marginalizzate e con disturbi mentali nella zona di Russayfeh, in quanto di solito sono persone escluse da opportunità lavorative continuative e formali. Fondamentale è stato l’approccio di Our Step, costantemente basato sul raggiungimento dell’autonomia dei beneficiari e la loro integrazione nella vita della comunità. Elementi che ci sembrano imprescindibili per garantire la sostenibilità degli interventi. La Presidente di Our Step, Amira Al-Jamal, risponde così riguardo alla sostenibilità del progetto: “Sì, certo che la caffetteria continuerà a rimanere aperta. Ha una duplice funzione, supporta sia le persone con disturbi mentali sia Our Step stessa, in quanto attraverso i ricavati della caffetteria riusciamo anche a sostenere alcune spese della nostra organizzazione. Le storie di successo devono poter continuare: il lavoro della caffetteria dimostra che le persone con disturbi mentali sono in grado, sono capaci, possono dedicare il loro tempo e i loro sforzi al lavoro, e possono continuare a farlo nonostante i momenti di difficoltà”. La sostenibilità è garantita dalla formazione professionale ricevuta dallə lavoratorə che ha dato allə partecipanti la possibilità di acquisire capacità realmente spendibili nel mercato del lavoro. Sono stati rilasciati certificati di completamento del corso e del tirocinio ad ogni partecipante, in modo da facilitare l’inserimento nel mondo del lavoro. La nostra strategia d’uscita è chiara: tutti i macchinari e l’equipaggiamento acquistati nell’ambito dell’intervento sono stati devoluti ad Our Step, così da permettere all’attività di continuare senza interruzioni. Ahmad S., uno dei lavoratori, ci spiega chiaramente gli effetti della collaborazione tra Un Ponte Per ed Our Step: “Il sostegno di Un Ponte Per ad Our Step significa sostenere anche me, che ho l’opportunità di partecipare a molti corsi di formazione e attività diverse. Questo mi dà la possibilità di interagire finalmente con molte persone e di stringere rapporti, tutto ciò è di grande sostegno per me”.
Il programma ambientale di Un Ponte Per nel Nord Est della Siria coinvolge enti locali e organizzazioni della società civile per ripensare la gestione dei beni comuni e tutelare il patrimonio umano e ambientale
Era il 2017 quando Un Ponte Per inaugurò il programma di interventi per la tutela ambientale nel nord est Siria grazie alla collaborazione tra municipalità italiane e municipalità della Regione Jazira, in uno scambio di competenze ed esperienze fra tecnici nei settori della gestione delle risorse idriche, dello smaltimento dei rifiuti e riciclaggio e della pianificazione strategica del territorio (Programma ANCI “Municipi senza Frontiere”) .
Una delle sfide senza dubbio più difficili in un contesto di crisi protratta è infatti immaginare soluzioni che oltre ad intervenire come risposta immediata all’emergenza possano anche incoraggiare la resilienza del tessuto politico e socio-economico fornendo soluzioni di sviluppo integrato e a lungo termine. L’approccio, definito come “Linking Relief, Rehabilitation and Development” (LRRD), è alla base del più noto “Humanitarian-Development Nexus” e ne sviluppa le premesse adeguando gli interventi alle dinamiche “glocali”, ovvero quelle dinamiche di respiro globale che intervengono capillarmente ad influenzare i territori, i quali sono inevitabilmente chiamati a formulare risposte sempre più localizzate e sostenibili nel tempo.
Nel corso degli anni in nord est Siria, al violento conflitto che dal 2011 colpisce la regione, si è aggiunto anche il fattore di emergenza ambientale nonché una crisi strutturale nel sistema politico, socio-economico e securitario dovuta alle diverse pressioni interne ed esterne, tra cui il controllo di risorse ed aree nevralgiche per un pieno sviluppo autonomo e sostenibile.
Water for Rojava: una campagna per la tutela delle risorse idriche in collaborazione con Solidarity Economy Association e Roots for Change
A maggio 2021 le autorità locali e internazionali hanno lanciato l’allarme sui livelli di criticità della diga di Tishreen nel Governorato di ar-Raqqah. Il bacino idrico dell’Eufrate che irriga la regione è seriamente compromesso dal sistema di gestione dei flussi in Turchia, nonché dalle condizioni climatiche che nel corso dell’ultimo anno hanno portato a una crescente mancanza di precipitazioni e conseguente siccità. Il collasso della diga sta avendo conseguenze significative anche sulla funzionalità della vicina diga di Tabqah le cui riserve idriche forniscono elettricità a circa 3 milioni di persone in nord est Siria nonché acqua potabile per 5.4 milioni di persone, se si considera l’intero corso del fiume.
Ne conseguono rischi umanitari ad alta criticità tra cui il generale indebolimento del sistema sanitario legato all’inquinamento idrico, soprattutto nell’epoca di una pandemia di proporzioni globali, nonché la perdita di mezzi di sostentamento e attività produttive legate alle cooperative agricole nelle aree di Aleppo, ar-Raqqah e Deir ez-Zor.
In questo scenario la campagna Water for Rojava lanciata da Solidarity Economy Association, Roots for Change, Un Ponte Per ed altre organizzazioni, ha raccolto nel corso dello scorso anno significative donazioni in sostegno delle cooperative agricole di donne (Aboriya Jin) nell’area di Derek che sviluppanoprogetti di riqualificazione per la propria attività economica promuovendo una più funzionale gestione delle risorse idriche (in particolare delle acque sotterranee in situazione di scarsità di quelle di superficie) nonché un percorso di promozione del ruolo femminile nel tessuto economico della regione.
Un intervento strutturale non può inoltre prescindere dal coinvolgimento e sostegno delle autorità locali preposte alla gestione di una risorsa primaria. La campagna infatti ha anche rafforzato il partenariato con i Dipartimenti dell’Acqua dei Distretti di Qamishli e di al-Hasakeh, quest’ultimo particolarmente colpito dall’emergenza idrica.
Gemar Zero: Il programma di cooperazione tra Enti locali per la tutela ambientale. Area Metropolitana di Barcellona e Provincia Autonoma di Bolzano impegnate per il sostegno al trattamento sicuro dei rifiuti ospedalieri pericolosi e alla gestione sostenibile dei rifiuti urbani
Dal 2019 l’Area Metropolitana di Barcellona (AMB) finanzia l’intervento integrato di gestione dei rifiuti ospedalieri pericolosi e supporto alle iniziative di riciclaggio dei rifiuti solidi urbani nell’area della Regione Jazira. In particolare nel settore sanitario, Un Ponte Per e la Mezza Luna Rossa Curda (KRC) hanno svolto in questo coordinamento tra cliniche e siti di smaltimento un ruolo chiave, garantendo gli standard di prevenzione e controllo delle infezioni, particolarmente critiche durante la pandemia Covid 19. Nel 2020 si è aggiunto il supporto della Provincia Autonoma di Bolzano grazie al quale è stato possibile sostenere azioni di implementazione e monitoraggio della corretta segregazione, trasporto e smaltimento dei rifiuti ospedalieri pericolosi. Ad oggi il programma supporta con rifornimento e monitoraggio oltre 20 ospedali e cliniche nelle aree urbane di Qamishli, Amuda, Maabada, Tell Tamer, Derbasiya e al-Hasakeh.
L’intervento cardine della prossima programmazione 2021-2022 sarà caratterizzato da azioni di capacity building degli attori locali per una maggiore ownership del processo di sviluppo di politiche sanitarie e ambientali integrate, in linea con le programmazioni degli anni precedenti caratterizzate da formazione e affiancamento tecnico dello staff, coordinamento con il Dipartimento delle Amministrazioni Locali e dell’Ambiente e Dipartimento della Salute della Regione Jazira, nonché dalla fornitura di materiali, equipaggiamento protettivo e veicoli.
Anche nel settore di intervento più strettamente legato ai rifiuti solidi urbani, UPP ha promosso e implementato un percorso di affiancamento tecnico fin dal 2019 quando a Qamishlo venne organizzato un workshop sulla gestione dei rifiuti, riciclaggio ed economia circolare per l’avvio di un dialogo e l’elaborazione di una stretgia comune tra organizzazioni della società civile e autorità locali a tutti i livelli (komin, municipalità, direttorati e dipartimento). Fondamentale è stata la collaborazione con l’associazione A SUD e il contributo di un esperto internazionale che si e’ recato a Qamishli per facilitare il workshop. Partecipazione trasversale e approccio teorico-pratico sono stati gli elementi centrali di questo percorso che ha visto inoltre la realizzazione sia di field visits in NES da parte degli esperti internazionali ma anche delegazioni in Europa di rappresentati delle amministrazioni locali del NES, tra cui l’ultima a Barcellona nel 2019 con la partecipazione di 3 membri del Dipartimento delle Amministrazioni Locali e dell’Ambiente della Regione Jazira.
Il 2021 è stato di nuovo caratterizzato da un percorso di collaborazione e formazione – scambio di buone pratiche e affiancamento tecnico – tra espertə europei nella gestione dei rifiuti solidi urbani ed esperti dell’amministrazione autonoma regionale al fine di elaborare soluzioni operative volte alla promozione delle pratiche di prevenzione, riuso e riciclo. Grande tema anche all’interno dell’Agenda 2030, l’economia circolare è stato il cardine di questo programma in collaborazione con l’associazione A SUD e ha visto la realizzazione di 7 workshop di approfondimento, la partecipazione di 4 esperti internazionali, tra i quali in particolare un esperto tecnico della stessa Area Metropolitana di Barcellona, e la formazione di 10 membri dello staff municipale.
All’interno di questo ciclo è stato elaborato il primo piano strategico municipale per la città di Qamishli, con focus sugli impianti di compostaggio e attività locali di riciclo della plastica, realtà poco conosciute ma operative in tutto il territorio.
Sono state 17 le aziende private individuate da uno studio di mercato dedicato impegnate nel riciclo della plastica nelle città di Amuda, Qamishlo e al-Hasakeh nella Regione Jazira. Lo studio ha rilevato che la domanda di prodotti e servizi in queste aree è addirittura risultata in crescita negli ultimi anni, a testimonianza della resilienza del mercato locale rispetto alle condizioni poste dall’emergenza ambientale.La maggior parte di esse produce materia prima secondaria derivante dalla plastica di scarto, contribuendo così alla segregazione dei rifiuti nelle strade e nelle discariche non controllate – spesso soggette a incendi e quindi elementi di inquinamento per il suolo e l’aria circostanti – ma anche al riutilizzo funzionale dei materiali a disposizione all’interno del ciclo produttivo urbano. Il principale settore target di questi prodotti è quello dell’agricoltura/zootecnia per il quale vengono prodotti tubi di irrigazione e drenaggio. Un dato interessante è l’impiego femminile in queste attività di circa il 40%.
A partire dal 2022, è previsto un programma integrato di sensibilizzazione per l’avvio di un sistema di segregazione, trasporto e smaltimento dedicato al ricilaggio della plastica ma anche un intervento dedicato al compostaggio.
Importante inoltre menzionare l’interesse che questo tipo di interventi di cooperazione decentrata e partecipazione per la tutela ambientale sta destando tra molti altri enti locali europei: ad oggi, anche alcune municipalità francesi stanno avviando un coordinamento – in collaborazione con la Fondazione Danielle Mitterand – all’interno della piattaforma JASMINES (Jalons et Actions de Solidarité. Municipalisme et internationalisme avec le Nord-Est de la Syrie). L’obiettivo è quello di promuovere la governance locale e la collaborazione tra municipalità, per il supporto di politiche attive per la tutela ambientale, lo sviluppo delle economie locali, il recupero della fertilità dei suoli tramite anche possibilità di riforestazione come pianificato dagli attori locali.
Tutte queste attività sono particolarmente rilevanti e fanno parte di un più lungo processo volto a favorire lo sviluppo di politiche di protezione ambientale in NES, considerando e valorizzando le pratiche già esistenti sul campo.
Una sfida importante questa dunque per le amministrazioni e tutti gli attori locali della società civile impegnati a garantire i diritti alla salute e all’ambiente di tutti i cittadini, a tutte le latitudini.
di Alfio Nicotra, co-Presidente di Un Ponte Per.
Tutte le volte che devo parlare o scrivere di Genova 2001 temo sempre di scivolare nella nostalgia. È stata un’esperienza talmente forte che il confronto con l’oggi la rende impietosa. Manca tutto di quel periodo: la vivacità culturale, l’idea che stavamo mettendo in campo una forza popolare e internazionale e di essere tra lə protagonistə di quello che chiamammo “il movimento dei movimenti”. Mi manca il partito che fu capace di mettersi alla pari delle altre realtà associative e di movimento, ponte e cerniera tra anime e sensibilità diverse, tanto da scegliere la contaminazione come modus operandi.
Genova stessa è cambiata anche nella pelle. Quando organizzammo il controvertice tutti e tre i livelli istituzionali locali, comune, Provincia e Regione erano controllati dal centrosinistra, oggi tutto è capovolto e la destra governa anche la città che fu dellə ragazzə econ le magliette a strisce.
"Nostalgia canaglia" diceva un ritornello di una canzoncina degli anni ’80, va tenuta fuori dal nostro ragionamento e semmai capovolgerla.
Quando un gruppo di giovanissimə ci ha proposto un progetto, “Genova Venti Zerouno, il mondo che verrà”con l’obiettivo di connettere diverse generazioni, trasmettere memoria ma anche l’attualità dei contenuti per i quali battersi, noi di Un Ponte Per abbiamo detto subito di si. Una piccola cosa si dirà, ma a chi come me, ha vissuto ogni minuto della lunghissima gestazione di Genova, rappresenta un grande segno.
In mille cose, nonostante questi tempi di arretramento, vedo che il seme di quella lotta non è andato perduto e che, qua e là, nel mondo e nella società continua a germogliare. Genova è davanti a noi.
Il caleidoscopio del Genoa Social Forum
Se vogliamo vedere Genova veramente, anche vent’anni dopo, dobbiamo farlo attraverso la lente di un caleidoscopio: tanti frammenti di colori che nel loro mutare sono capaci di esaltarsi a vicenda. Multiforme e mutevole, polimorfo e variopinto, il Genoa Social Forum fu un capolavoro della politica di movimento. Seicentocinquanta sigle sulla carta, senza contare le reti europee. Uno spettro talmente vasto da rendere facile ogni previsione avversa: basterà poco, ci dicevano i detrattori, per mandarlo in frantumi. Invece il Gsf sorprese tutti.
Mesi di duro lavoro per curare le relazioni, avvicinare i linguaggi, rendere conveniente e utile camminare insieme. Ci siamo volutə bene nel costruirlo giorno dopo giorno, passando da Praga, Nizza, Napoli, Porto Alegre. Riunioni su riunioni, la rete si allargava. Arrivammo ai giorni del G8 con questo spirito. Iniziammo con i seminari ed incontri stracolmi, con la gioia festosa del corteo per le persone migranti e la musica di Manu Chao che tenne un concerto strapieno nel lungomare di Genova. La cittadinanza genovese fu straordinaria, e non parlo solo del tessuto associativo che a quel tempo era ricchissimo ed attivo ma di chi disobbediva, dentro a quelle gabbie di acciaio in cui avevano chiuso la città, anche alle disposizioni di polizia sul decoro, come quella di non stendere i panni alle finestre nei giorni del summit per non disturbare la visione degli otto grandi. Una mutanda come bandiera appesa ai fili delle case. Moltissime mutande irriverenti.
La sorpresa di Genova
Il mondo politico non si aspettava Genova. Non quella forza, quel movimento, quella vastità del fronte sociale e politico. Pensavano di gestirlo con le caramelle delle Ong addomesticate e mettendo nel conto qualche scaramuccia tra tute bianche e polizia. Eppure, tradivano la loro paura. Una città blindata all'inverosimile messa letteralmente in gabbia. Che l'aria fosse cambiata lo si era visto già a Seattle e Praga ma non pensavano con quella dimensione.
Anche a sinistra si faceva fatica a capirlo. Ricordo ancora il colloquio con il responsabile organizzazione del mio partito. Milziade Caprili, un bravissimo compagno di scuola Pci: “Alfio, quanta gente pensi che verrà a Genova?”, “Non lo so” - risposi – ma sicuramente tanta”, “Qualche migliaio – mi rispose lui – non si è mai vista in piena estate una manifestazione con più di cinquemila persone”. Invece il 21 luglio sul lungomare di Genova c'erano oltre 200mila, scese in piazza nonostante un giovane assassinato il giorno prima ed una repressione brutale e spietata.
Uscire dal guscio
A Genova il movimento dei movimenti osò volare in alto, uscire dal guscio della nicchia, diventare popolare e più che altro contagioso. Si muoveva contro un G8 organizzato dal centrosinistra ma poi tenuto, con le stesse modalità pensate dal governo precedente, dal centrodestra. Per questo il movimento andava stroncato: il mondo intero doveva vedere che non era possibile rialzare la testa. Il pensiero unico del mercato non ammetteva di essere messo in discussione alla radice. Se non si può comprare un movimento o non lo si può cooptare per sterilizzarlo nel salotto buono, quel movimento deve essere fermato. Ci provarono, ma a pensarci bene, non ci sono riusciti del tutto.
Voi G8 noi 6 miliardi
Ricordo quando inventammo quello slogan che da solo era un manifesto politico: fu in una delle tante riunioni preparatorie del Genoa Social Forum che si svolgevano nella sede del WWF in una stradina stretta proprio sotto piazza De Ferraris. Dovevamo pur trovare una parola d'ordine che sottolineasse l'illegittimità di un’istituzione che si formava per censo. Il G8 era la celebrazione nella globalizzazione di un potere medioevale: erano gli otto più ricchi del pianeta che si arrogavano il diritto di decidere sull'intera umanità. Molti nel Gsf insistevano sulla parola d'ordine di Porto Alegre “un altro mondo è possibile”. Giusto e allusivo della nostra volontà di cambiare il pianeta ma, da sola non aveva l'effetto denuncia di una istituzione a-democratica.
Scrissi il “voi G8 noi 6 miliardi” su un foglietto e lo proposi alla riunione. Accoglienza fredda, ero convinto che la proposta fosse stata bocciata.
Due settimane dopo, con mia immensa sorpresa e soddisfazione la trovai come slogan del movimento al quale aveva lavorato anche un gruppo di grafici. Era perfetto: gli otto omini rossi circondati da una folla di omini neri. Un disegno quasi infantile ma di grande efficacia. A pensarci bene anticipammo di 10 anni lo slogan di Occupy Wall Street : “siamo il 99%”.
Piazza Alimonda
Ci sono volute settimane, forse mesi, prima che ricominciassi a dormire normalmente. Tutte le volte che chiudevo gli occhi non controllavo più né l'olfatto né l'udito. Quel maledetto ronzio dell'elicottero sopra la testa mi perseguitava, e tutte le volte che lo sentivo il mio naso bruciava. Bruciava di lacrimogeni al Cs, il gas proibito dalle convenzioni internazionali ma che i signori del G8 avevano deciso di farci respirare per due giorni di seguito. Ricordo il momento in cui la testuggine dei disobbedienti si fermò alla fine di via Tolemaide. Ero con il deputato del Prc Ramon Mantovani e vidi il plotone dei carabinieri fare capolino all'angolo. Gli dissi che conoscevo il comandante e che sarebbe stato opportuno parlargli e spiegare che quello era un corteo autorizzato e che non c’entrava niente con il delirio di auto bruciate e negozi spaccati.
Ecco ora ci incamminiamo verso i carabinieri, davanti abbiamo loro, dietro, ad un centinaio di metri a far capolino da via Tolemaide la testuggine. Siamo nella terra di nessuno io e Ramon. Ci sparano contro, lacrimogeni ad altezza d'uomo. Istintivamente mi abbasso e il candelotto si infrange su un grande cartello pubblicitario posto al ridosso del sottopassaggio a livello. Delirio: l'aria è diventata irrespirabile. Gli occhi non vogliono rimanere nell'orbita, si ribellano a quelle punture urticanti che ti trasformano il bulbo bianco in uno spicchio di arancia. A proposito di agrumi: ci salvano i limoni imbevuti nell'acqua che una ragazza del Carlini ci porge con prontezza. Li tiene in dei secchi sopra un carrello della spesa. L'aggressione al corteo è cominciata e noi siamo arretrati.
Squilla il telefonino, mi chiedono dove sono. Guardo in alto e dico: “una piazza, credo piazza Alimonda”. Un nome che non mi diceva niente ma che avrebbe segnato una generazione.
Non è un film
Mi sembra di essere in un film. Sono sull'auto di Ramon, gli siedo al fianco. Dietro con noi ci sono Peppe De Cristoforo e Nicola Fratoianni dei Giovani Comunisti. Siamo partiti dallo stadio Carlini in cui era ripiegato parte del corteo respinto dalle forze dell’ordine. Da lì proviamo a raggiungere Piazzale Kennedy dove è convocata una assemblea per decidere il dar farsi dopo la repressione e questa notizia che gira sui telefonini è ripresa dalle radio e tv. C'è un ragazzo morto. Anzi forse sono due, c'è anche una ragazza. Nessuno di noi ha voglia di parlare mentre Ramon fa la gincana tra auto bruciate, cassonetti divelti e fumo, tanto fumo.
Mi ripeto: “Siamo in un film”. Invece no è Genova ferita, inginocchiata quella che stiamo attraversando. Sembra un campo di battaglia dopo che i guerrieri si sono ritirati. La zona rossa è lontanissima, l'aggressione che abbiamo subito è assolutamente immotivata. I dati che ho raccolto dicono che la repressione è stata uguale in tutte le piazze dell'accerchiamento. Brutale e gratuita.
Disdire o tenere il corteo del 21?
Piazzale Kennedy è strapieno di persone. Mentre si svolge l'assemblea cerchiamo di riordinare le idee. Mettere insieme i dati reali da quelli che sembrano una leggenda popolare. In particolare, il Genoa Legal Forum ha un gran da fare per capire l'entità e il numero delle persone fermate e ferite. Si raccolgono le prime prove documentali per smentire le versioni di regime che già circolano. Abbiamo un problema politico: il giorno dopo abbiamo il corteo internazionale e tutta Italia ci chiede se è confermato.
Svolgiamo un conciliabolo tra i portavoce seduti sugli scogli. Vedo che c'è Ermete Realacci che dice che dobbiamo disdire la manifestazione e chiedere ai treni e ai pullman di tornare indietro “Per senso di responsabilità” aggiunge. Sto per rispondergli male. Mi anticipa Maurizio Gubbiotti, che rappresenta Legambiente nel consiglio dei portavoce del Gsf. “Non disdiciamo niente – afferma – domani si manifesta. Non possiamo dargliela vinta”. Chapeau a Maurizio. Era il segno plastico che nonostante l'indubbia drammatica difficoltà, il Gsf era compatto.
Due colpi di pistola: una esecuzione
In serata mi contatta un tipo. Ha un filmato da farmi vedere girato in piazza Alimonda. Mi vedo con lui insieme a Giorgio Malentacchi, un parlamentare del Prc. Sono gli istanti dell’uccisione del ragazzo. Da una jeep dei carabinieri partono due colpi (si sentono distintamente) e dopo il defender sale sul suo corpo disteso a terra. Un urlo squarcia il filmato: “Oddio, nooooo, porca tr**a! Me**de! No, no!”. Altro che sasso che gli avrebbe fracassato la testa. Il filmato dimostrava che era stata una esecuzione. Due colpi di pistola uno a pochi istanti dall’altro. Sono, siamo, tuttə smarritə. Non abbiamo il tempo di prendere fiato. Le notizie che arrivano parlano di persone ferite portatedall’ospedale, di persone di cui si sono perse le tracce dopo che erano state portate via dalla polizia. Dove sono adesso? Dove le hanno rinchiuse? Stanotte non chiuderemo occhio.
L'insopportabilità di un mondo di ingiustizia
Cosa unisce le suore di Boccadasse ai Cobas, ai disobbedienti a Globalace Resistance? L'idea che non ci si può rassegnare ad un mondo ingiusto. Quegli 8 signori che si trovano al Palazzo Ducale hanno la responsabilità di aver redatto una colossale Schindler list di quasi un miliardo di persone per le quali non c'è futuro né come produttorə né come consumatorə. Per i grandi della terra non dovrebbero semplicemente esistere. Se guardiamo la geografia dell'Aids in Africa scopriamo che ricalca esattamente la mappa della spoliazione di ricchezze operata dalle multinazionali, dai piani di aggiustamento strutturale emessi dalla tolda di comando della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale.
Nel 2000 esistono qualche centinaio di super-ricchi, tra i quali il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi. Detengono nelle loro mani private ricchezze pari all'intero PIL delcontinente africano. Li possiamo mettere in fila questi signori, al massimo fanno cento metri. Credo che sia questa insopportabilità dell'ingiustizia globale che spinge soggetti tanto diversi ad unirsi a Genova.
Perché un mondo nuovo non nasce se rimaniamo a casa, se la politica non torna nella sua funzione più nobile: al servizio del cambiamento.
Per anni ci hanno insegnato che il capitalismo è la fine della storia, che non c'è niente di più perfetto che il libero mercato. Ma il libero mercato è una bestia che divora umanità e natura. Per questo siamo a Genova, perché c'è bisogno di un nuovo assalto al cielo. E non ci fermeranno, neanche con i manganelli.
Da dove veniva tutta quella gente?
Una domanda che mi era stata fatta anni dopo da un ricercatore inglese che studiava “il popolo di Genova” mi chiedeva “da dove veniva tutta quella gente? Quale percorso lə aveva portatə a Genova?”. Penso che ognunə di loro potrebbe raccontare la sua di storia, le ragioni per cui quel giorno di estate si ritrovava lì tra tutto quel tumulto e moltitudine. La mia storia è più strutturata. Ha radici nei blocchi contro i missili a Comiso e nell’impegno contro i mercanti di morte, passando alla solidarietà con le comunità zapatiste, frequentando i movimenti cristiani di base e i centri sociali. Comiso e Genova furono anche le due volte in cui ho assaggiato il manganello. La prima sulla schiena la seconda nello stomaco. Ma non fu nei giorni del G8. Era stato alcuni anni prima mentre contestavamo la Mostra navale bellica che si svolgeva nella fiera adesso trasformata in quartier generale delle forze dell’ordine. Non fu un fatto cruento. Cercavo di scavalcare le ringhiere per entrare in quella fiera di mercanti di morte e un poliziotto mi fermò con il manganello piantato sullo stomaco. Ci guardammo negli occhi. Mollò la pressione e mi lasciò andare.
Nella Genova del 2001 trovavo invece una violenza fuori controllo da parte delle forze dell’ordine. Già nella mattinata del 20 luglio venni immortalato in una foto a piazzale Brignole che discutevo animatamente con Vincenzo Canterini, comandante del primo reparto mobile che gestiva la piazza. Gli domandavo le ragioni di una così gratuita violenza (ed eravamo solo all’inizio, nelle prime ore della mattina) contro manifestazioni autorizzate. Mi disse, in soldoni, che noi eravamo i buoni ma che c’erano nascosti tra di noi anche i cattivi. Intanto, per tenersi in forma, picchiavano i buoni.
Sulle scale della Diaz
Sono lì che salgo quelle scale, quella maledetta sera del 21 luglio. Con me il compagno Fiorino Iantorno di Attac e Fausto Pellegrini giornalista di Rainews24. Stiamo entrando alla Diaz. Siamo i primi. Le belve se ne sono andate da poco, portando via il loro bottino umano umiliato, offeso e pestato a sangue. Già, sangue: è dovunque. È ancora caldo, sembra quasi di sentirle addosso quelle violenze, quelle torture. Raccolgo un beauty case, muovo un sacco a pelo intriso di sangue. “Questo è un mattatoio mi dico”. Non so se urlare o piangere. Penso che dobbiamo riprendere tutto, immortalare nel video questa inusitata violenza. Siamo statə fuori per ore a fronteggiare i cordoni della polizia mentre qui dentro i teppisti in divisa compivano questo scempio.
Si sentono impuniti, sono come i picchiatori fascisti di cui mi parlava mio zio partigiano. Penso che sia tutta una trappola per farci saltare i nervi. Sono convinti che alla violenza risponderemo con la violenza.
Invece in tutta Italia le piazze si riempiono di manifestazioni rabbiose ma pacifiche e composte. Che non ci siano dubbi su chi è responsabile di questa cosa abominevole e sulle responsabilità di chi ha dato il via libera a questa porcheria. La Diaz rimarrà sempre una ferita sanguinante fino a quando mandanti e picchiatori non saranno rimossi dai loro incarichi.
Cosa è rimasto di Genova
Il pianeta è a un bivio: il capitalismo nel suo fallimento può trascinare con sé la natura e l’intera umanità. La pandemia è solo uno dei sintomi di un mondo che cade a pezzi. Il pensiero unico del mercato dato per eterno, invece si incrina, mostra il fiato corto. Le nostre ragioni di allora sono quelle che muovono oggi lə giovani di "Friday for Future" o le donne di “Non una di meno”.
Per chi come noi di Un Ponte Per frequenta l'Asia Occidentale, è facile vedere la similitudine nellə ragazzə che per mesi interi mantengono la piazza e chiedono un cambio politico e giustizia sociale in Iraq, Giordania, Libano e tanti altri Paesi. In Italia e in Europa ci siamo rimessə insieme con il manifesto della “Società della cura”: volti di allora e volti nuovi. La richiesta di sospendere i diritti di proprietà sui vaccini (i brevetti) e sottrarre a Big Pharma la possibilità di disporre, per il profitto, della vita di miliardi di persone, sembra uscita da una delle tavole rotonde che tenemmo nel capoluogo ligure. C’è un filo che tiene insieme queste storie e le sue buone ragioni.
Come il referendum sull'acqua, figlio legittimo dei giorni di Genova, dove per la prima volta si parlò in modo diffuso e nuovo di beni comuni. Non c’è solo la casta della politica - sempre di più evocata per scaricare su di essa la rabbia popolare - ci sono soprattutto le caste dei banchieri e degli speculatori finanziari, dei guardiani di Maastricht e dei padroni. Le manovre finanziarie servono a salvare i loro loschi affari, mentre comprimono fino a cancellarli tutti i diritti sociali.
Per questo Genova è davanti a noi e non accettiamo colpi di spugna sul passato. Come la vergognosa sentenza che assolve De Gennaro che da capo della polizia “ignorava” cosa stessero facendo i suoi uomini alla Diaz. Finché avremo fiato, grideremo in ogni dove che i responsabili politici ed i mandanti morali delle torture sui manifestanti e dell’omicidio di Carlo Giuliani devono essere allontanati dai loro incarichi. Finché rimarranno nelle loro funzioni è l’intera democrazia italiana ad essere messa sotto scacco. Perché chi garantisce l’impunità per i fatti del 2001 vuole usare lo spettro di Genova per criminalizzare e colpire le lotte di oggi e quelle di domani.
L’arroganza del potere è anche la dimostrazione della sua debolezza. Non sono riusciti a fermarlo, il movimento di Genova. Ha cambiato pelle, scelto percorsi diversi, ma ha seminato dignità e lotte in ogni angolo della vita civile. È ora che riprenda anche la sua vocazione internazionale, il suo abbattere le frontiere e unire i popoli. Perché davanti alla loro crisi l’umanità ha diritto ad una speranza.
L'articolo fa parte di un insieme di contributi pubblicati in un libro di testimonianze sui fatti di Genova 2001 edito da Punto Rosso.
Abbiamo incontrato Giulia Paoli, la principale ideatrice e fondatrice del progetto “Genova Venti Zerouno”, che come Un Ponte Per sosteniamo e ci auguriamo possa avere un grande successo.
Genova Venti Zerouno è un progetto nato con l’obiettivo di creare un ponte tra la generazione che ha vissuto il G8 di Genova nel 2001 e quella deille giovani di oggi. L'idea è quella di produrre un video-documentario e uno spettacolo teatrale basati su una rigorosa indagine storica e sulla raccolta di interviste e testimonianze, indirizzati alle scuole superiori di secondo grado. L’ obiettivo dichiarato, artistico e politico, non è solo informare chi all’epoca non era ancora nato, ma anche portare alla luce le radici comuni che esistono tra la lotta politica di vent'anni fa e quella di oggi.
Chi è Giulia che ha ideato tutto questo?
Sono una ragazza di 30 anni, un’attivista, una militante. In questa fase embrionale sto coordinando io il gruppo del progetto. Appena possibile lascerò questo ruolo per spostarmi su altro, in quanto le mie competenze professionali sono artistiche, teatrali. Faccio l’attrice con una compagnia pisana che si occupa di teatro sociale, lavorando con le persone marginalizzate, come pazienti psichiatrici, migranti ecc. Lavoro con l’associazione “Geometria delle Nuvole”, ci occupiamo di teatro giovanile, di formazione docenti, andiamo nelle scuole. Nel 2001 avevo 10 anni. Di Genova il ricordo è ancora vivido, passavo le giornate davanti alla tv, anche in famiglia ne parlavamo. Sembra strano, pensando che ero solo una bambina, ma quei fatti mi coinvolsero emotivamente. Neanche due mesi dopo ci fu l’attentato alle Torri Gemelle. Quei due eventi così diversi e così storicamente vicini simboleggiano un po’ quello che successe alla società. Il nostro mondo smise di riflettere su se stesso, sulle proprie storture, e si concentrò sull’altro, su ciò che percepiva come estraneo alla propria civiltà.
Ad oggi, sono passati 20 anni, come credi che vengano percepiti i fatti di Genova?
Di Genova e di quel movimento non se ne parla. Se non esclusivamente con discorsi sulle violenze, sulla morte di Carlo. Anche se ormai la ricorrenza del 20 luglio, al di fuori degli/lle addetti/e ai lavori, la ricordano Zerocalcare e veramente poche altre persone. C’è una vignetta di Michele in cui fa notare che mentre lui e tante/i altre/i erano a Genova c’era una generazione di bambine/i davanti alla tv che magari oggi fa l’amore, ma non sa nulla di quel movimento. Personalmente, pur essendo molto piccola, Genova 2001 è stato un momento che mi ha segnato molto. Quando poi al liceo ho cominciato a fare attivismo, sentivo ancora dentro la rabbia perchè le cose sarebbero dovute andare diversamente.
Pensi che quel momento abbia influenzato l’evoluzione dei movimenti antagonisti?
Dopo Genova c’è stata tantissima frammentazione, scissioni, particolarismi. Questa frammentazione la mia generazione l’ha vissuta tutta. Ce la ritroviamo in moltissime cose: nei diverbi, nelle accuse, nelle grandi discussioni su come si gestisce una piazza durante una manifestazione - che certamente è un tema importante. Ma poi spesso tutto ciò ha portato a discussioni sterili o comunque a perdere il fuoco sul perchè una persona sceglie di scendere in piazza e manifestare. Dall’altro lato, pur sentendomi una “figlia di Genova” devo ammettere che le tematiche stesse si sono diluite, anche se alcune oggi sono tornate in auge. Ma in questi 20 anni la mia generazione ha fatto fatica a trovare un fil rouge.
Sì, ci sono state tante lotte e movimenti, come l’Onda, le lotte contro l’austerity, il Referendum sull’acqua pubblica, le proteste contro i tagli all’istruzione di ogni nuova riforma scolastica. Ogni tematica aveva enorme dignità, ma erano sempre e comunque problemi “settoriali”: si è perso un quadro d’analisi complessivo sulle cose.
Possiamo dire che Genova abbia rappresentato la fine di quel movimento?
Lo credevo anch’io, ma tante persone con le quali ho parlato non individuano la morte del movimento nei fatti di Genova, ma nel fallimento delle manifestazioni contro la guerra in Iraq del 2004. L’indifferenza dei governanti e dei potenti del mondo di fronte alla più grande manifestazione della storia, rimasta inascoltata. Quella credo sia stata la fine.
I movimenti giovanili di oggi, pensiamo a Friday for Future, pensi che abbiano delle radici comuni con il movimento di Genova?
Noi le radici comuni con Genova le troviamo. Poi però c’è da dire che i movimenti nuovi hanno bisogni di sentirsi effettivamente ‘nuovi’ per avere una spinta propulsiva forte. Il nostro compito, in maniera delicata e sottile, è quello di creare una connessione. Senza schiacciare le posizioni odierne, ma solo cercando di lanciare dei segnali. Proviamo a comunicare il dato che, anche 20 anni fa, queste stesse cose già si dicevano.
Si parlava di giustizia climatica, oggi finalmente si trova il coraggio per riparlarne.
La matrice altermondialista è simile, ci sono istanze comuni, i problemi in molti casi sono gli stessi o sono peggiorati. Credo che finalmente sia tornato uno sguardo globale, globalista, internazionalista se vogliamo. Anche nei movimenti di 10 anni fa come Occupy, Indignatos, ecc. c’erano discorsi di questo tipo, ma in Italia hanno avuto poca presa. Oggi mi sembra che si sia tornati a inserire una lotta locale nella lotta globale. Certo, difficilmente si parla di anticapitalismo. Ciò significa che il cordone è stato tagliato e non per forza è un male, perchè forse ha permesso di scardinare una serie di pratiche, dinamiche e sovrastrutture - anche pesanti - che la mia generazione non è riuscita a farsi scivolare da dosso. Personalmente mi sono allontanata dai movimenti 10 anni fa, perchè c'erano dinamiche di struttura, c’era una gerarchia, non c’era una possibilità di analisi effettiva, di discutere veramente, di essere creativi/e. L’analisi, nella maggior parte dei casi, arrivava già fatta. La generazione trentenne, almeno chi si è speso/a nella militanza, conosce bene questi discorsi. Perciò dico che ci sia stato un momento di rottura necessario. Noi ci siamo sorbite/i quel tipo di problematiche, ma non le abbiamo trasmesse alle nuove generazioni. Anche banalmente come non porsi in un’assemblea. Tutto ciò ha permesso ai/lle ventenni di oggi di tirare fuori nuovi pratiche, nuove forme. C’è una luminosità e una freschezza che sembravano perdute, è tornata la gioia di stare nelle piazze. Certo che magari manca un po’ di visione, propria di quello che era il movimento altermondialista. Ci prova con coraggio anche NUDM, attraverso l’intersezionalismo delle lotte. Purtroppo il rischio di cadere nella lotta specifica è dietro l’angolo. E poi c’è l’enorme problema che per tanti uomini purtroppo il discorso femminista è ancora “respingente”.
Parlando di globalizzazione, nella definizione “no global” ci si riconosceva?
Io credo proprio di no, “no global” è una definizione giornalistica. La globalizzazione non è mai stata il problema, è la direzione verso dove si corre la questione. La rete nazionale “Narrazioni”, composta da ricercatori e ricercatrici, lo spiega chiaramente: il movimento si definiva “altermondialista”. Già da questo fatto si capisce bene come Genova abbia rappresentato un momento in cui la narrazione mediatica l'ha fatta da padrone. Ha “controllato” l’opinione pubblica. Ha fatto “passare” alcune cose, piuttosto che altre.
I media parlavano di “no global” e io per prima li chiamavo così. Finchè non ho avuto modo di parlare con dei/lle “no global”, e mi hanno spiegato che si definivano “altermondialisti”. Non era la globalizzazione in sé a essere criticata, bensì quella tipologia ben precisa: liberalizzazioni e privatizzazioni a tappeto, delocalizzazioni nei Paesi con un basso costo del lavoro, il mercato che governa ogni cosa. Il famoso manifesto diceva “Un altro mondo è possibile”, ma fuori dagli ambienti militanti tutto ciò non è passato. Sarà importante spiegarlo ai/lle ragazzi/e di oggi, perchè i movimenti sono da sempre tacciati di essere sempre contro e mai a favore di nulla. Invece se ci ascoltaste ve lo diremmo cosa vogliamo.
Quale ‘generazione’ sta lavorando alla riuscita di questo progetto?
Tutte le persone coinvolte hanno un’età compresa tra i 26 e i 34 anni: bambini/e al tempo dei fatti di Genova. Ci ha unito l’interesse comune nel voler riparlare di quel movimento, ma in un’ottica nuova. Siamo la generazione di mezzo. Chi oggi ha 20 anni non era ancora nato/a, mentre noi a Genova non c’eravamo perché troppo piccole/i. Credo che il nostro compito sia “fare da tramite”, mettere in relazione le generazioni di attivisti/e, le persone. Il progetto ha dei fini educativi e chi può farlo se non noi? Chi ha 5060 anni fa fatica a parlare con chi ne ha 18 senza salire in cattedra. Noi invece ci proveremo e vogliamo farcela.
Come pensate di organizzare il tutto, praticamente?
In questo momento abbiamo una raccolta fondi attiva, parallelamente cerchiamo finanziamenti anche tramite enti, associazioni, bandi, fondazioni: siamo partiti dai sostenitori del Genova Social Forum di 20 anni fa, cercando il loro sostegno. Faremo una ricerca storiografica, politica, sociologica che ci aiuti a dare una cornice di senso e di insieme, che sia il più precisa possibile. Se racconti quei fatti a chi non era nato, la ‘cornice’ la devi dare, sennò parliamo del nulla. Genova è esistita in un contesto ben preciso, in tutti sensi. Non credo sia stata ‘la fine’, quanto più l’apice di un percorso che parte da Porto Alegre, passa da Seattle, e dalla creazione del Forum globale. Vogliamo raccontare tutto ciò. Magari all’interno del documentario e dello spettacolo sarà presente solo in forma di piccole cronistorie, ma è fondamentale avere ben presente di cosa parliamo. Specie perché nelle scuole poi ci si parla con le persone, non basta andare lì e portare un prodotto. Venendo al documentario: sarà diretto da Mattia Mura, mentre la sceneggiatura sarà scritta collettivamente. In questa fase stiamo raccogliendo la disponibilità delle persone a essere intervistate. A giugno inizieremo le interviste, mentre a luglio andremo a Genova durante le commemorazioni del ventennale: faremo riprese, torneremo nei luoghi, speriamo dicominciare a settembre il montaggio del documentario. Vorremmo debuttare con entrambi i lavori entro fine anno.
E per quanto riguarda lo spettacolo teatrale come pensate di procedere?
Lo spettacolo teatrale sarà più incentrato su l'imperativo etico, che muove le scelte personali. Perché tante persone hanno scelto di essere a Genova, di stare in piazza, nonostante sapessero che un ragazzo era morto? Infatti in moltissimi/e sono arrivati/e l’ultimo giorno, quando Carlo era già morto. Perché scelsero di andare, nonostante i rischi, le paure? Sicuramente perché credevano in certe cose ma, forse, c’è anche dell’altro. Questo altro per noi rappresenta un sostrato interessante. Vi racconto un episodio: io lavoro spesso nelle scuole e in una seconda media ho condotto un laboratorio sulla responsabilità personale. Gli ho parlato di Eichmann, di Hannah Arendt e della “banalità del male”. Un uomo che aveva deportato milioni di persone si difese in processo dicendo - “però fisicamente non ho ucciso nessuno”. Ho chiesto alla classe se per loro quell’uomo fosse responsabile di tutti quei morti. Mi hanno risposto di no. Hanno argomentato il loro “no” dicendo che il lavoro è importante, essere licenziati è molto brutto, obbedire agli ordini è doveroso ecc. ecc. Beh quest’episodio mi ha devastata. Per carità è una classe in mezzo ad altre migliaia, ma per me rappresenta un dato, un dato forte: si è perso lo spirito collettivo, si ragiona e si argomenta secondo una logica individuale. Sartre amava ripetere: “C’è sempre una scelta”. Io credo sia vero. Tra consegnare una famiglia di ebrei e farti uccidere, se tu ci credi veramente, puoi scegliere consapevolmente la morte. C’è chi l’ha scelta. Certo che è un discorso estremo, carico del dolore di chi non sapeva spiegare come vicini di casa, amici per una vita, scegliessero di consegnare intere famiglie ai nazisti. Eppure una scelta c’è sempre, esiste. Per quanto dure siano le conseguenze, non si è mai totalmente obbligati. Vogliamo affermare e ribadire questo concetto: una scelta altra è sempre possibile. Avete timore dei rischi e delle polemiche che inevitabilmente vi attirerete, portando il tema nelle scuole?
Certo che i rischi esistono. Io credo dipendano anche da come ci si presenta. Noi abbiamo intenzione di concentrarci sulle tematiche e sulle istanze, non sulle polemiche stantie.
Vorremmo prevenire utilizzando Genova per fare discorsi più grandi: educativi, storici, di impegno civile, ambientale. Affinché si possa raggiungere un nuovo sguardo sulle cose.
Spostiamo l’attenzione dai fatti di cronaca legati a Genova, a tutto il mondo che c’era dietro. Sappiamo bene che l’argomento è ancora delicato e divisivo ma siamo anche convinte/i che la discussione classica “se Carlo fosse rimasto a casa non sarebbe morto” è assolutamente sterile, specie dopo 20 anni. Genova 2001 rappresenta ormai un fatto storico, non più un fatto di cronaca, e va affrontato con la giusta distanza. Abbiamo bisogno di uno sguardo che analizzi i fatti in quanto tali, senza “se”, senza “ma”, che poi arrivano sempre dagli ambienti reazionari. Come con i/le partigiani/e: “Se non si fossero dati alla macchia e non avessero attaccato il convoglio nazista, poi non ci sarebbe stata la rappresaglia”. La storia però non è fatta dai se e dai ma. Sono successi dei fatti, e con quelli bisogna confrontarsi. Se mai si alzerà una polemica disinnescheremo dicendo che non siamo venute/i a disquisire su ciò che sarebbe stato giusto o sbagliato, ma per prendere atto di quello che è successo. Come in parte ci siamo staccati/e dal sangue degli anni ‘70, così ci pacificheremo emotivamente con i fatti del 2001. Certo che le ingiustizie rimarranno tali. La vita umana dovrebbe sempre essere il valore primario da salvaguardare.
Come pensate di rapportarvi al tema dell’uso della violenza? Tanto più se è un uso della forza teoricamente “lecito”, in quanto esercitato dallo Stato.
Il mondo occidentale e l'Italia hanno perso la relazione con l’uso della violenza. E meno male, mi viene da considerare. Il fascismo è stato messo da parte. Ciò ha fatto sì che si perdesse l’abitudine alla quotidianità della violenza. Per capirci: l’opzione di imbracciare i fucili e fare la rivoluzione, semplicemente non è un’opzione. Potremo dire che la nostra primavera araba è stata la resistenza, nonostante le tante differenze. Quegli stessi fucili che l'apparato di regime insegnava ad usare per difendere lo status quo poi sono stati usati contro quello stesso regime. Nell’Italia europea, della costituzione più bella del mondo, dei diritti umani, chi avrebbe potuto soltanto immaginare i fatti della Diaz o della caserma di Bolzaneto?
Credo che daremo il giusto spazio alla violenza dello Stato per raccontare quelli che sono i fatti. Ma non sarà il punto centrale del nostro lavoro. Sarebbe anche semplice “emozionare” grazie al racconto di queste eventi. I lavori sul G8 di 10 anni fa raccontavano e approfondivano questi aspetti, ma era una fase ben precisa: c’erano ancora i processi aperti, responsabilità da chiarire ecc. Era una fase: è stata raccontata, e certamente entrerà nei nostri racconti, ma non è il nucleo del movimento Altermondialista che vogliamo trasmettere.
Non vogliamo tramandare la paura della polizia, la paura di scendere in piazza, non vogliamo siano questi sentimenti il frutto del nostro lavoro. La mia generazione è figlia di questi pensieri. Quando una divisa entra in azione abbiamo sempre un po’ il timore che le cose possano degenerare. Non credo sia corretto trasmettere questo ai/lle giovanissimi/e o meglio, non è il nostro obiettivo. Ci sono tante realtà e associazioni che già svolgono - e hanno svolto - questo compito con grandissimo coraggio. Il nostro fine, da un lato, è quello di responsabilizzare le persone. Ogni persona, con ogni scelta che fa, può fare la storia. La storia non è fatta solo dai grandi nomi, è fatta da ognuno/a di noi. Dall’altro lato vogliamo portare la speranza, ma anche la gioia, di continuare ad affermare: un altro mondo è ancora possibile.
Giulia c’è qualcosa che vorresti aggiungere o che vuoi chiarire?
Vittorio Agnoletto ha detto qualche tempo fa: “20 anni fa dicevamo che un altro mondo era possibile, oggi dobbiamo dire che un altro mondo è necessario” - ecco, io credo che possiamo davvero costruirlo insieme. “Genova Venti Zerouno - Il mondo che verrà” è il titolo del nostro progetto. Significa che vogliamo andare verso il domani in maniera diversa. Ed è per questo che c’è bisogno di comunicazione tra le generazioni. L’educazione e la scuola sono fondamentali per un domani diverso, per rapportarsi alla realtà in maniera critica. Perciò: ripartiamo dalle scuole. Nuove generazioni hanno una forza propulsiva, creativa, veramente importante. Possono creare sempre nuovi modi per raggiungere sempre più persone. Sono la nostra speranza. Per concludere spero tanto che Michele (NdR. Zerocalcare) ci dia una mano con il progetto. Ci ho parlato un po’ di tempo fa e gli è piaciuto molto. Sarebbe importante in questo momento una mano da parte sua, visto che è tra gli autori più venduti in Italia. Vogliamo arrivare a tantissime persone.
Di Giulia si avverte l’urgenza, l’esigenza impellente di portare a termine questo progetto, forse l’unico metro oggettivo per distinguere ciò che è arte, da ciò che non lo è. Le auguriamo ogni bene e come Un Ponte Per faremo tutto il possibile per supportare questo progetto eccezionale.
Un Ponte Per lancia l’appello alle Nazioni Unite insieme ad altre 40 organizzazioni: se non si riaprono i valichi transfrontalieri per gli aiuti umanitari, a rischio la salute di milioni di persone.
Saranno oltre 1 milione le persone a serio rischio di malnutrizione in Siria se l’ONU non rinnoverà la risoluzione sugli aiuti transfrontalieri, che non passano da Damasco e non sono quindi soggetti al controllo del governo siriano. Al rischio alimentare si aggiunge quello sanitario: mancheranno medicine, assistenza e attrezzature mediche. Lo stanno ripetendo senza mezzi termini moltissime organizzazioni umanitarie: sarà una catastrofe se il Consiglio di Sicurezza non rinnoverà la risoluzione, poiché è ciò che permette agli aiuti salvavita di raggiungere la Siria. La risoluzione rappresenta infatti l'unico modo per consentire il passaggio degli aiuti verso i territori del nord-ovest non controllati dal governo centrale siriano di Bashar al- Assad. Scadrà tra un mese esatto, il 10 luglio. Come Un Ponte Per ci uniamo all’appello congiunto delle ONG: il mancato rinnovo della risoluzione metterà a rischio il cibo quotidiano in tavola di più di 1 milione di persone, così come le vaccinazioni contro il COVID-19 e forniture mediche urgenti anche nel nord-est dove stiamo lavorando. Il World Food Program fornisce a 1,4 milioni di siriani/e cesti alimentari ogni mese attraverso il valico di Bab al Hawa. Se non si rinnova, le scorte si esauriranno entro settembre 2021. Le organizzazioni stimano di avere la capacità di coprire i bisogni di circa 300.000 persone, lasciandone però oltre 1 milione senza assistenza alimentare. Praticamente alla fame.
Il mancato rinnovo della risoluzione metterebbe anche fine alla campagna di vaccinazione guidata dalle Nazioni Unite per le persone che vivono nel nord-ovest della Siria, dove ci sono stati almeno 24.257 casi confermati e 680 morti, con un picco di contagi nell'ultimo mese. Inoltre con tutta probabilità il numero effettivo di casi è infinitamente più alto, infatti le capacità diagnostiche siriane sono minime.
La Siria nord-occidentale ha ricevuto solo il mese scorso il primo lotto di vaccini attraverso il valico di frontiera di Bab al Hawa al confine con la Turchia, ma la campagna andrà avanti solo se ci sarà il rinnovo della risoluzione. Nel nord-ovest ci sono 2,8 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria e che possono essere raggiunte solo attraverso il confine turco. La maggior parte sono donne, bambini/e, molti/e dei quali sono stati sfollati/e più volte, a causa dei continui scontri armati. Esseri umani che hanno vissuto in un vero e proprio inferno durante gli ultimi 10 anni. Nel solo 2020 l'assistenza transfrontaliera ha permesso alle organizzazioni umanitarie di raggiungere ogni mese oltre 2,4 milioni di persone nel Nord Ovest con vari servizi, come ad esempio i pasti in tavola per 1,7 milioni di persone o l’istruzione scolastica per quasi 80.000 bambini/e.
Dopo dieci anni di conflitto il numero di persone indigenti è ai livelli più alti di sempre in tutta la Siria, ed è cresciuto del 20% solo nell'ultimo anno. I siriani e le siriane convivono da due lustri con livelli inimmaginabili di insicurezza alimentare, economica, sanitaria.
I numeri stanno aumentando: i genitori che non hanno cibo non hanno altra scelta che tagliare i pasti. I/le bambini/e corrono il rischio che la loro infanzia sia compromessa, il che impatterà sulle loro capacità di apprendimento e potenzialmente aumenterà il rischio di depressione, ansia e traumi, matrimoni precoci, abbandono scolastico, oltre al rischio immediato di malnutrizione. A tutto ciò si è aggiunto il contagio pandemico, che continua a diffondersi a un ritmo allarmante, mentre le infrastrutture sanitarie - decimate da anni di conflitto - rimangono tristemente inadeguate a fornire anche una minima risposta.
Nonostante i seri bisogni menzionati e la dimostrata incapacità del governo centrale di provvedere internamente alle spedizioni umanitarie, il Consiglio di sicurezza ha votato ben due volte negli ultimi 18 mesi per limitare l'accesso umanitario al paese, lasciando un solo passaggio per l'assistenza salvavita delle Nazioni Unite verso il nord-ovest della Siria, e tagliando completamente l'assistenza transfrontaliera al nord-est, con conseguenze disastrose che raccontavamo qui.
Vogliamo dirlo chiaramente: la dipendenza da un solo punto di attraversamento per il nord-ovest, (dopo la rimozione del valico di Bab al Salam da parte del Consiglio di sicurezza nel luglio dello scorso anno), mette a rischio l'arrivo degli aiuti in corso e la campagna di vaccinazione di tutta regione. Nonostante il cessate il fuoco del marzo 2020, solo tre mesi fa l'unico valico rimasto, Bab al Hawa, è stato attaccato dalle milizie, causando danni ai magazzini delle organizzazioni e alle forniture umanitarie. Le violenze in corso potrebbero tagliare l'unico accesso rimasto a cibo, vaccinazioni e altri beni di prima necessità.
Per quanto riguarda il nord-est, da quando il valico di Yarubiyah è stato chiuso dall'ONU, solo una manciata di spedizioni mediche sono arrivate nella regione attraverso percorsi alternativi. Le strutture sanitarie, di conseguenza, hanno dovuto affrontare l'esaurimento delle scorte di medicinali salvavita come l'insulina e le risorse necessarie per affrontare la pandemia, come ad esempio le mascherine e i ventilatori. Nel campo di Al Hol circa il 30% dei pazienti con malattie croniche non può più essere curato dai farmaci (in)disponibili del campo.
Per tutto ciò chiediamo al Consiglio di Sicurezza di autorizzare la risoluzione transfrontaliera per altri 12 mesi e ripristinare i valichi chiusi, Bab al Salam nel Nord Ovest e Al Yarubiyah nel Nord Est, per garantire che i siriani e le siriane in difficoltà, ovunque si trovino, possano accedere agli aiuti salvavita.
Il Consiglio di Sicurezza ha l'obbligo morale di permettere che gli aiuti raggiungano alcune tra le famiglie più povere del mondo. Basta non mettere la politica al di sopra della vita delle persone, come accaduto troppo spesso in passato. Impariamo dalla storia, anche recente. Un fallimento del rinnovo dell'assistenza transfrontaliera per la Siria significa accettare la sofferenza umana, significa perdere vite umane.
In Siria l'81% delle persone nel nord-ovest e il 69% nel nord-est hanno bisogno di aiuto. La malnutrizione nei minori sotto i cinque anni è alle stelle.
Il popolo siriano ha bisogno di più aiuti e più accesso umanitario, nonmeno. Non c'è tempo per le scuse. Se non si trova una soluzione le conseguenze saranno catastrofiche per milioni di persone.
L'ultima rivoluzione. Violenze domestiche, discriminazioni e diritti negati. I movimenti delle donne irachene premono per una legge già scritta ma mai approvata per ragioni politiche. «Siamo nel 2021 e leggi tribali non scritte prevalgono ancora su quelle dello Stato» denuncia Batool, aspirante giornalista
A Baghdad, a poca distanza una dall’altra, ci sono due statue: sulla sponda del Tigri c’è Sherazade in piedi che per sopravvivere narra la sua favola lunga mille e una notte al re femminicida, comodamente sdraiato davanti a lei; nel quartiere di Karrada c’è Kahramana, raffigurazione della giovane schiava Marjana che brucia con l’olio bollente i quaranta ladroni nascosti nelle giare. Le femministe della capitale preferiscono la seconda: «È l’intelligenza femminile contro la corruzione. La statua di Sherazade no, è lo specchio del patriarcato», scherzano.
NELLA CAPITALE IRACHENA spira aria nuova, soffiata da una lunga tradizione di movimenti femministi che oggi ha trovato una sponda nelle giovani donne che affollano le sue strade. Studiano, lavorano, protestano: in piazza Tahrir erano tantissime e di tutti i tipi, studentesse, venditrici ambulanti, casalinghe, lavoratrici. Per molte quella mobilitazione lunga quasi un anno ha cambiato la prospettiva: «Mi sto liberando un po’ alla volta – racconta Z., 22 anni – In piazza ho sentito che l’utopia che sognavo non era irraggiungibile. C’erano persone che erano interessate a sentire la mia voce. Dopo Tahrir ho cambiato lavoro: mi sono licenziata, vivo sola, ho tolto il velo. Mio padre non sa più dove sono».
Baghdad, la manifestazione dello scorso 25 maggio a piazza Tahrir (foto Chiara Cruciati)
«Noi donne veniamo represse – ci spiega Batool, aspirante giornalista – e Baghdad è il meglio del peggio: qui la situazione è molto migliore che altrove. Ma non abbiamo tutele. Le uniche che possono permettersi una vita libera sono le ragazze ricche. Perché possono andarsene».
Stipendi inferiori, tasso di disoccupazione maggiore e zero rifugi sicuri in caso di violenza. Un tasto su cui battono da tempo i movimenti delle donne irachene, che premono per una legge già scritta ma lasciata a decantare per ragioni politiche: «Se una donna fugge dalle violenze domestiche – prosegue Batool – non ha rifugio. Siamo nel 2021 e leggi tribali non scritte prevalgono ancora su quelle dello Stato. E comunque una legge non c’è: è stata redatta ma mai approvata».
LA LEGISLAZIONE-FANTASMA prevede il carcere per abusi su donne e bambini, inserendo una nuova fattispecie di reato nel codice penale, ma il parlamento non la approva, congelato dal veto di alcuni partiti che definiscono la normativa contro la violenza sulle donne un pericolo per la società e per la religione, nonostante l’aumento dei femminicidi durante la pandemia: «In questi mesi alle violenze che sono state denunciate non sono seguiti né arresti né processi né tantomeno protezione per le vittime. Si “risolve” con le leggi tribali, transazioni in denaro indifferenti a cosa vorrebbe la donna», spiega S. di “Al Thawra al-Untha” (La rivoluzione è donna), organizzazione nata dopo la rivolta dell’ottobre 2019 per generare consapevolezza tra le donne rispetto ai propri diritti e agli strumenti di lotta.
«STIAMO IDENTIFICANDO 120 attiviste in cinque governatorati diversi insieme a Un Ponte Per. Faremo formazione, diversa a seconda della regione perché le esigenze sono differenti, e individueremo le necessità delle donne. Sulla base di queste, decideremo insieme le attività da svolgere». Esigenze diverse in luoghi diversi perché l’Iraq non è tutto uguale: «Io ho vissuto nel sud e poi nella capitale – continua S. – ed è a sud che ho visto la vera condizione della donna irachena. A Baghdad le donne escono da sole, studiano, vestono come desiderano. Nel sud no, a decidere per loro è la famiglia e anche le attività più semplici sono una chimera: uscire, vestirsi, studiare, si fa accompagnate da un uomo o con il suo permesso. Ci sono casi di matrimoni forzati di minorenni e di adolescenti costrette a lasciare la scuola in attesa del marito giusto».
IN QUESTO CONTESTO, dice, «parlare di partecipazione politica è fantascienza». L’obiettivo è fornire modelli di riferimento diversi, che dicano che scegliere liberamente è normale. A sud si combatte contro un sistema radicalmente patriarcale («Una mentalità così vecchia che le donne stesse hanno finito per considerarla “giusta”)», a Baghdad le giovani generazioni aprono nuove strade ispirate dal mondo fuori e dalla consapevolezza che «alla base ci sia diseguaglianza di genere»: «Dopo la rivoluzione, l’Iraq è cambiato in modo irreversibile – conclude S. – Prima a guidarci era il fatalismo, la rassegnazione. Ora sappiamo che se gridiamo il governo è costretto ad ascoltare anche le donne».
Un Ponte Per chiede l’immediata cessazione della violenta repressione in atto da giorni a Gerusalemme, a Gaza e in larga parte dei territori occupati, da parte dell’esercito israeliano, nonchè la fine delle deportazioni e degli “sfratti etnici” dal quartiere di Sheikh Jarrah della popolazione Palestinese, che lì vive da decenni. Il bilancio di morti palestinesi in queste ore è impietoso, tra cui tantissimə donne e bambinə.
Ci rivolgiamo a intellettuali, alle forze democratiche e alla società civile israeliana affinché si dissocino dalle violenze attuate dal Governo e alzino la loro voce a sostegno dei diritti della popolazione palestinese.
Chiediamo all’Unione Europea una iniziativa immediata sul governo di Tel Aviv affinché finisca l’inaccettabile repressione, che non si ferma neanche davanti allə bambinə e investe le moschee e altri luoghi religiosi e civili. L’intera comunità internazionale ha il dovere d’intervenire davanti al tentativo delle forze armate israeliane di operare la pulizia etnica incentivando con la violenza, l’esodo della popolazione palestinese.
Esigiamo la fine dell’espansione delle colonie e del sostegno dato alle organizzazioni fondamentaliste, razziste e di destra egemoni tra i coloni.
Non possiamo voltarci dall’altra parte.
In queste ore in tutto il mondo, come in tutta la Palestina, si scende in piazza, per rompere il silenzio e l’indifferenza, a fianco del popolo palestinese.
Partecipa alle iniziative in Italia. Qui sotto l’elenco aggiornato da BDS Italia:
- Bari, venerdì 14/05 ore 17.30 in Piazza Prefettura
- Bologna, sabato 15/05 ore 18 in Piazza dell'Unità
- Brescia, sabato 15/05 ore 16.30 in Largo Formentone
- Cagliari, venerdì 14/05 ore 18 in Piazza Garibaldi
- Catania, domenica 16/05 ore 18 in Piazza Stesicoro
- Empoli, sabato 15/05 ore 17:00 in Piazza della Vittoria
- Firenze, sabato 15/05 ore 16 in Via de' Martelli
- Livorno, sabato 15/05 ore 17.30 in Piazza Grande
- Messina, sabato 15/05 ore 17.00 Passeggiata a mare
- Modena domenica 16/05 ore 11 in Piazza Torre
- Napoli, sabato 15/05 ore 16 in Piazza Plebiscito
- Padova, sabato 15/05 ore 11 in Via 8 Febbraio
- Parma, sabato 15/05 ore 15 in Piazza Garibaldi
- Pavia, sabato 15/05 ore 17 in Piazza della Vittoria
- Varese, sabato 15/05 ore 10:30 davanti alla Prefettura
- Verona, venerdì 14/05 ore 16 in Piazza Brà
- Vicenza, sabato 15/05 ore 10.30 in Campo Marzo
Dieci anni esatti di guerra. 500 mila morti. Sei milioni di persone sfollate e rifugiate. L’80 % della popolazione ridotta in condizioni di povertà e due milioni e mezzo di bambinə che non possono frequentare la scuola. Il regime di Assad, intanto, con buona pace delle vittime, è rimasto al suo posto. È questa la mostruosa contabilità della guerra in Siria, una tragedia umanitaria dalle dimensioni indicibili
Eppure, ormai da tempo, la popolazione siriana è abbandonata al suo destino. Figurarsi ora che il mondo è abitato dal Covid 19. Non per tuttə però la Siria è scivolata nell’oblio, è il caso del friulano Stefano Di Bartolomeo, medico specialista in Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale di Udine che è rientrato da pochi giorni da una missione di tre settimane nel nord est del paese, insieme a lui la collega Chiara Pravisani.
Al suo attivo – oltre a un diploma in Medicina tropicale conseguito a Londra e un dottorato di ricerca e una specializzazione in Igiene ed Epidemiologia – Di Bartolomeo ha un lungo curriculum “di guerra”. A partire dalla fine degli anni Novanta ha infatti preso parte a diverse missioni umanitarie internazionali con la Croce Rossa e con Medici Senza Frontiere. È stato in Sud Sudan, in Eritrea e in Darfur. E ancora in Yemen, in Myanmar e in Iraq, a Mosul durante la sua caduta. E poi in Kenya, Ucraina, Siria, appunto, e in Nigeria. Missioni lunghe, di mesi, compiute prendendo periodi di aspettativa, questa volta invece – essendo questo un tempo di emergenza sanitaria – ha impiegato le ferie maturate.
La missione in Rojava
«C’era la necessità – spiega Di Bartolomeo che incontriamo all’ospedale di San Daniele, dove attualmente presta servizio – di medici anestesisti per l’avvio di tre rianimazioni Covid nel nord est del paese, una missione breve con l’ong italiana Un ponte Per (realtà che dal 1991, a partire dalla guerra in Iraq, lavora in Medio Oriente, ndr), così la collega Pravisani e io ci siamo resi disponibili insieme al primario di rianimazione di Rimini e un altro medico di Rieti. Si è trattato di affiancare il personale sanitario locale, in un momento difficile e in una realtà complessa, in cui al conflitto si sovrappone la pandemia, proprio in questo momento infatti è in corso una nuova ondata di contagi. Per altro quando abbiamo lasciato la Siria, il 29 marzo, nel Paese c’erano reagenti per processare i tamponi e dunque diagnosticare il Covid, per poco più di due settimane».
L’area in cui hanno operato è quella curda del Rojava – da sempre invisa al Governo di Damasco – che abbiamo imparato a conoscere per il ruolo fondamentale giocato nel contrasto all’Isis (ben presto dimenticato dall’Occidente) e per uno straordinario esperimento di autogoverno. Un territorio che ha subito anche l’occupazione turca e che da luglio 2020 – a causa della mancata proroga, su pressione di Cina e Russia, della risoluzione 2504 delle Nazioni Unite che negli ultimi 6 anni aveva consentito l’ingresso di aiuti umanitari – ha difficoltà nell’approvvigionamento di medicinali e cibo. Anche l’arrivo dei vaccini è un miraggio, un percorso ad ostacoli pure per il progetto Covax, l’iniziativa dell’Oms per la distribuzione globale ed equa dei vaccini.
Guardare il mondo dalle aree di crisi
«È un privilegio – racconta il medico – poter lavorare in questi contesti, vedere con i propri occhi quel che accade, essere d’aiuto. Si resta legati per sempre a un popolo, tanto più oggi che con strumenti come whatsapp si può rimanere in contatto, ho potuto rivedere colleghə, infermierə e traduttorə. Ero stato nel nord est della Siria nella fase delicata della liberazione di Raqqa, la città che era diventata roccaforte dello Stato Islamico. Oggi la situazione è più rilassata, ma gli equilibri sono precari e il contesto può cambiare velocemente. Di ricostruzione se ne vede pochissima, la devastazione è ancora impressionante».
«L’ong “Un ponte per” – prosegue Di Bartolomeo – , presente in quest’area dal 2015, gode di grandissima fiducia sul territorio, insieme al partner locale, la Mezzaluna Rossa Curda, negli anni ha realizzato molto, noi abbiamo contribuito all’avvio delle tre terapie intensive Covid, nelle città di Derek, Tabqa e Mambij. Le criticità sono numerose, a partire dalla formazione del personale locale, basti pensare che se in Italia tra chi si ammala di Covid e necessita intubazione la mortalità è del 30%, in contesti come lo Yemen tale percentuale arriva a sfiorare anche il 90%. Questo per dire che non basta aprire un reparto di rianimazione, serve molto altro. In ragione di ciò, quello che cerchiamo di fare è lavorare avendo come obiettivo standard elevati, il più possibile vicini ai nostri. Negli anni la cooperazione umanitaria è cambiata molto, è finito il tempo della “medicina eroica” in cui si partiva all’insegna dell’“andiamo e facciamo, sarà sempre meglio di niente”, al contrario, si traccia una linea di qualità al di sotto della quale non si può stare».
Gli chiediamo delle persone che ha incontrato, la voce e gli occhi si aprono in un sorriso pieno di emozione. «In questo lavoro incroci storie che ti fanno capire quanto il nostro benessere sia una bolla – spiega Di Bartolomeo –. Penso a un’amica farmacista trentenne che mi ha confidato di sentirsi come se addosso di anni ne avesse cinquanta, sulle sue spalle ha il mantenimento della famiglia, ne va fiera, ma è un peso complicato da portare, i suoi fratelli sono riusciti a raggiungere l’Europa tramite le rotte migratorie che ben conosciamo, viaggi pericolosissimi e dall’esito incerto, ma che rappresentano l’unica speranza di futuro per tante famiglie. Se si cercasse di capire quello che accade in Siria, se si avesse idea della devastazione di questi Paesi, lo sguardo dell’opinione pubblica sul fenomeno dell’immigrazione sarebbe ben diverso, più umano. Ho vissuto diversi contesti di guerra, ma alla sofferenza non ci si abitua mai».
Intanto le preoccupazioni del regime siriano sono ben altre, domenica scorsa, infatti, è stato annunciato che il 26 maggio si terranno le elezioni presidenziali, le seconde da quando il paese è in guerra. Elezioni non libere e dall’esito scontato.
Anna Piuzzi
Articolo pubblicato sul settimanale diocesano di Udine, La Vita Cattolica, edizione del 21 aprile 2021.
Chi siamo
Menu
close
Cosa facciamo
Menu
close
Partecipa
Menu
close
Sostieni
Menu
close
Notizie
Menu
close
Iscriviti
Iscriviti alla nostra newsletter per restare aggiornato sui nostri progetti.
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionali
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Statistics
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.The technical storage or access that is used exclusively for anonymous statistical purposes. Without a subpoena, voluntary compliance on the part of your Internet Service Provider, or additional records from a third party, information stored or retrieved for this purpose alone cannot usually be used to identify you.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.