Lo Stato aumenta la spesa in armi. E tu? Fai crescere la pace con il tuo 5x1000: CF 96232290583
Di Martina Pignatti Morano, Direttrice dei programmi.
Cluj è una cittadina della Romania, a poche ore di auto dal confine con l’Ucraina, dove il trainer norvegese Kai Jacobsen ha deciso di fondare un prestigioso centro di formazione e sostegno all’azione di peacebuilding, PATRIR. Con lui e il suo team abbiamo lavorato dal 2008 per l’advocacy in Italia sui Corpi Civili di Pace, la formazione ai movimenti di resistenza nonviolenta in tutto il Medio Oriente, e con PATRIR abbiamo scritto il primo progetto di coesione sociale e riconciliazione post-Daesh per le aree liberate di Ninive in Iraq. Negli stessi anni PATRIR lavorava con la società civile di diversi paesi dell’Europa dell’Est e dal 2009 al 2014, nell’ambito di un’ampia iniziativa europea e su richiesta del governo finlandese, ha facilitato il Crimea Policy Dialogue per tentare di giungere a una soluzione concertata del conflitto nella regione.
Quando nel febbraio 2022 la Russia ha attaccato l’Ucraina, la città di Cluj si è immediatamente riempita di rifugiatə che scappavano dalle aree bombardate e gli operatori di pace di PATRIR hanno compreso di dover imparare un nuovo lavoro. Si sono quindi rimboccati le maniche, hanno messo a disposizione il loro centro per la raccolta di beni di prima necessità e hanno iniziato a facilitare il dialogo tra agenzie umanitarie e centri di smistamento degli aiuti in Romania, per favorire una risposta efficiente ai bisogni primari. Nel giro di pochi mesi la sola PATRIR ha inviato in Ucraina più di 500 tonnellate di aiuti umanitari inclusi cibo, medicinali ed equipaggiamento medico, in oltre 40 convogli. Mentre organizzava la risposta umanitaria, sostenuta anche dalla raccolta fondi di Un Ponte Per, PATRIR ha lanciato un appello internazionale al coordinamento di tutte le associazioni nonviolente europee con capacità di studio, formazione e sostegno all’azione di peacebuilding, per sostenere le associazioni e istituzioni ucraine che volevano impegnarsi su questo fronte.
Ne è nato il coordinamento All for Peace, di cui UPP ha fatto parte sin dal marzo 2022, appoggiando l’invio di una delegazione comune in Ucraina che ha eseguito una mappatura delle associazioni impegnate nella resistenza nonviolenta, nella documentazione dei crimini di guerra, nella difesa dellə obiettorə di coscienza, nel peacebuilding e peacekeeping civile e nella gestione dei traumi, soprattutto tra la popolazione giovanile. Sono emerse notizie sconosciute ai più, che testimoniavano il grande coraggio di ampie fasce della popolazione ucraina che in varie zone hanno opposto una resistenza civile e disarmata all’occupazione russa, a volte ostacolando l’ingresso dei blindati nei paesi con marce nonviolente, a volte rifiutandosi di collaborare con gli occupanti.
Emergeva però una chiara strategia da parte del governo ucraino di demonizzazione dell’avversario e istigazione della popolazione alla rabbia verso chiunque potesse in qualche modo apparire russofilo. Nella chat di sicurezza che il governo utilizzava per diffondere informazioni vitali sui bombardamenti a centinaia di migliaia di persone, venivano riversate ogni giorno decine di foto di atrocità di cui si accusavano le truppe russe. Sempre più persone sostenevano che un vero ucraino dovesse parlare ucraino, anche se di lingua madre russa; che gli obiettori di coscienza fossero dei traditori e che anche lə giovani che si dedicavano all’assistenza umanitaria invece di combattere, in fondo in fondo, non fossero veri patrioti. Da questa realtà, inevitabile prodotto della guerra che polarizza i punti di vista, è nata la consapevolezza che noi pacifistə dovessimo fare tutto il possibile per la popolazione ucraina che invece si ostina a lavorare per la coesione sociale.
Assieme a PATRIR abbiamo individuato due partner locali con un alto potenziale di trasformazione nonviolenta dei conflitti e gestione dell’impatto della guerra sulla psiche dei più giovani.
Il primo è l’Institute for Peace and Common Ground (IPCG), organizzazione non governativa con 25 anni di esperienza in pratiche di facilitazione e dialogo per aiutare le comunità a raggiungere un cambiamento sostenibile in situazioni conflittuali. Il secondo è la sezione ucraina di Nonviolence International, che ha fondato la Coalizione Ucraina Stop the War (USWC) per appoggiare la resistenza nonviolenta all’occupazione russa.
Grazie al sostegno dell’Ufficio 8x1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, che ha immediatamente creduto nella necessità di sostenere un intervento di peacebuilding in Ucraina, da luglio a dicembre lavoreremo con PATRIR e queste associazioni per il raggiungimento di tre obiettivi specifici: analizzare e dare visibilità internazionale alle azioni di coesione sociale e di nonviolenza in Ucraina che si stanno svolgendo durante la guerra, organizzando anche una delegazione di giovani ucrainə a Bruxelles per portare le loro idee all’Unione Europea; rafforzare con specifiche formazioni e produzione di materiale didattico le capacità dellə giovani, della società civile e delle istituzioni educative di organizzare attività di costruzione della pace e di primo soccorso nella gestione del trauma; sostenere lə giovani e le organizzazioni della società civile nell’attuazione di campagne mediatiche che espongano popolazione e governo ucraini a narrazioni di pace, nonviolenza e resilienza al trauma.
Per raggiungere la piena sostenibilità economica di questo progetto, e ampliarlo per sostenere alcuni media indipendenti russi che diffondono un messaggio critico sulla guerra, abbiamo bisogno del vostro sostegno.
Un Ponte Per l’Ucraina lancia un accorato appello alle donazioni!
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While the international community focuses entirely on the war effort and on humanitarian aid, very little is being done to silence the weapons and to give voice to the people. That’s why we have built a new bridge: to support the Ukrainian youth’s nonviolence grassroots initiatives as they strive to build a stable and lasting peace.
Di Martina Pignatti Morano, Head of Programs.
Photo by Valerio Nicolosi.
The Romanian city of Cluj lies very close to the Ukrainian border, and is where the Norwegian educator Kaj Jacobsen decided to set up his renowned center for peacebuilding training and support, PATRIR. UPP has been working with him and his team since 2008 on advocacy in Italy for the Civilian Peace Corps, the foundation of movements for nonviolent resistance throughout the Middle East, and together we established the first project for social cohesion and reconciliation when Iraq’s Niniveh regions were liberated from Daesh.
In that same period, PATRIR was working with Civil Society in various Eastern European countries on the Crimea Policy Dialogue (2009 – 2014), as part of a pan-European concerted effort, funded by the Finnish government, to end conflict in the region.
When Russia attacked Ukraine in February 2022, many refugees fled to the city of Cluj, and the PATRIR field workers realized they had to a new challenge to face. They immediately got down to work, transforming their centers into collection points for basic needs items and they began coordinating the work of humanitarian aid agencies and Romanian aid provision centers, to ensure efficient action. Over just a few months, 40 PATRIR convoys delivered more than 500 tons of humanitarian aid to Ukraine, including food, medicine and medical equipment.
While working on humanitarian aid distribution, with financial support from Un Ponte Per, PATRIR also launched an international appeal to all European nonviolence associations and institutions for support with peacebuilding education, training and initiatives.
This was the foundation of All for Peace, which UPP joined in March 2022, with the shared objective of sending a delegation to Ukraine to identify associations working on nonviolent resistance, the documentation of war crimes, the defense of conscientious objectors, civil peacebuilding and peacekeeping and trauma management, particularly amongst the youth. As new information emerged, revealing the enormous courage of broad swathes of the Ukrainian civilian population who, unarmed, stood up to the Russian occupation using civil resistance, by blocking the passage of tanks into towns with nonviolent marches and refusing to collaborate with the occupying forces.
It also revealed how the Ukrainian Government wanted to demonize the enemy and foment the population’s fury towards whoever showed support for Russia. Security chat groups used to issue vital warnings of bombing raids to thousands of people every day, distributed photos of the many atrocities committed by Russian soldiers. There were increasing numbers of people who believed that a true Ukrainian must speak Ukrainian, even if their mother tongue was Russian; that conscientious objectors were traitors and that young people focusing on humanitarian aid, instead of fighting, were unpatriotic.
This inevitable polarization of opinions, provoked by the conflict, convinced pacifists like us that we had to do everything possible to encourage social cohesion within the Ukrainian population.
Together with PARTIR, we identified the following local partners to help us meet the challenge of nonviolent conflict transformation and war-related trauma management in young people:
The Institute for Peace and Common Ground (IPCG), an NGO with 25 years of experience in dialogue facilitation to help communities adopt sustainable change in conflict situations; the Ukrainian wing of Nonviolence International, which established the Ukrainian Stop the War coalition (USWC) in support of nonviolent resistance to the Russian occupation.
Thanks to the financial support of the Soka Gakkai Italian Buddhism Institute through their ‘8x1000’ tax-based charitable wing, which immediately grasped the importance of peacebuilding initiatives in Ukraine, UPP will be working with PATRIR and these three associations from July to December 2022 on three specific goals; to analyze and raise international awareness of social cohesion and nonviolence initiatives launched in Ukraine during the war, including a visit to Brussels by a delegation of young Ukrainians so they can share their ideas with the European Union;
to enhance the skills of young men and women, civil society and educational institutions, through specially designed training sessions and teaching material, to help them develop peacebuilding, trauma management and first aid initiatives; to assist youth and civil society organizations with media campaigns to highlight concepts of peace, nonviolence and trauma resilience to the population and their government.
However, to ensure the total financial sustainability of this project and expand it to include some independent Russian anti-war media outlets, we need your support.
Un Ponte Per Ukraine is launching a heart-felt appeal for donations!
Join us. Protect peace. Support nonviolent resistance.>>
di Fabio Alberti, ex Presidente e fondatore di Un Ponte Per
La prima, la più visibile, quella su cui i giornali e i politici parlano e commentano, è quella della Federazione Russia contro la Repubblica Ucraina. O meglio: del Governo russo, che ha ordinato l’invasione, contro le popolazioni ucraine, che si sono svegliate una mattina con i carri armati sotto casa.
La seconda è una guerra interna tra opposti nazionalismi. Il nazionalismo ucraino, che sventola le bandiere e vorrebbe un paese monoculturale cominciando con l’abolizione della lingua del 20% della popolazione come lingua ufficiale e il nazionalismo russo, quello di Putin e quello che invece di democrazia e diritti per tutti le minoranze ha chiesto separazione ed imbracciato le armi.
La terza guerra è quella per il dominio del globo. È quella tra il cosiddetto Occidente che dopo il crollo economico e istituzionale dell’Unione Sovietica ha deciso di lavorare per la supremazia invece che per l’inclusione. È quella dell’élite oligarchica russa che vorrebbe ripristinare il bipolarismo, il condominio del terrore. È la guerra mondiale a pezzi di cui le prime due sono una parte.
Solo nella prima di queste tre guerre possiamo stare da una parte. È la parte di chi sta sotto. Di coloro la cui vita è stata travolta, che dormono nelle cantine o sono scappatə, di quelləuccisi a freddo sulle strade o da ordigni sganciati da migliaia di chilometri. Ed è anche la parte dei ragazzi russi, mandati a morire con una divisa indosso e la testa riempita di sciocchezze nazionaliste, bruciati nei carri armati, giustiziati a freddo, calati nelle fosse comuni. Ed è anche la parte di chi diserta, di tutte le parti e che da tutte le parti sono incarceratə e sottopostə al linciaggio morale.
Di questa guerra non c’è che un responsabile. Nessuna delle circostanze che possono essere richiamate per descrivere il processo, può, nemmeno per un instante, essere addotta a giustificazione. Né l’accerchiamento militare della Nato, né le violenze contro i russofoni in Donbass, né la presenza di nazisti in Ucraina. Niente di questo può giustificare la scelta di invadere un paese e promuovere un conflitto armato. Perché di scelta si è trattato. Esistono sempre delle alternative, e quella della guerra non è tra queste.
Per questo i movimenti pacifisti non sono “equidistanti”. Per questo chiedono come prima cosa che l’esercito russo si ritiri subito, senza condizioni. Ma nelle altre due guerre non si può essere partigiani. Non degli opposti nazionalismi, né di uno dei due pretendenti signori del mondo. È per questo serve una politica di neutralità attiva dell’Italia e dell’Europa.
Non si può parteggiare con chi vorrebbe una paese etnicamente omogenizzato, purificato nella sua ucrainicità, né con chi ha pensato che la discriminazione subita giustifichi imbracciare le armi e magari farsi un proprio Stato. Questa storia degli Stati-Nazione ha fatto fin troppe vittime negli ultimi due secoli, da quando le élite europee hanno scoperto che l’identità è una potente risorsa politica per prendere e mantenere il potere.
In questa guerra di nazionalismi, occorre stare con chi, nella società civile ucraina e russa, con grande coraggio e sfidando il potere e l’attuale senso comune della gente manipolata dal delirio nazionalistico, continua a lottare contro le discriminazioni e per la costruzione di stati multiculturali, non di Stati “nazionali”. Per quanto mi riguarda l’ultima parola sul tema l’ha detta Abdullah Ochalan dal carcere di Imrali dichiarando che per le popolazioni curde, nonostante le discriminazioni subite e finanche il tentativo di genocidio, non serve uno “Stato Kurdo”, ma uno stato democratico, anzi una confederazione democratica in cui tutti possano convivere.
Poi c’è la guerra geopolitica, che si nutre del nazionalismo per manipolare le masse. È la terza guerra mondiale a pezzi, quella iniziata dagli Stati Uniti dopo il crollo dell’economia e delle istituzioni sovietiche. L’”Occidente” decise allora di puntare sulla supremazia che quell’evento le consegnava per renderla permanente a livello politico, economico e militare. Invece di aiutare la Russia a risollevarsi ed includerla nella casa comune europea, come proponeva Gorbaciov, ha deciso di escluderla, di farle la guerra in Serbia mentre la Nato la circondava militarmente con la politica delle “porte aperte” e l’allargamento ad est.
È la guerra che Putin e l’oligarchia russa hanno deciso di combattere sui corpi degli uomini e delle donne e sul territorio ucraini. Quei carri armati dicono della velleità di ripristino del potere imperiale che fu prima degli zar e poi dell’Urss. La rivendicazione di un’”area di influenza” rivela la volontà del ritorno all’equilibrio del terrore e al bipolarismo. Anche per l’establishment russo dopo l’89 non può esserci un mondo basato sulla cooperazione tra i popoli, ma deve permanere la spartizione ed è così che si è nutrito un nazionalismo esasperato per coprire la progressiva erosione di diritti e democrazia.
In questo scontro tra chi vuole essere il solo padrone del mondo e chi propone un condominio non si può prendere partito. Nasce qui la necessità di una nuova politica estera basata sul concetto di neutralità attiva.
Se non ci fossero le altre due guerre, quella nazionalista e quella geopolitica, il ragionamento di chi vede nella fornitura di armamenti all’esercito ucraino un mezzo per abbreviare la guerra e per ridurre le vittime avrebbe forse un senso. Ma così non è.
Oggi le armi non servono per far finire la guerra, ma per farla durare all’infinito. Il prolungamento della guerra per fare dell’Ucraina, sulla pelle della popolazione, un nuovo Afganistan in cui impantanare la Russia è l’obiettivo dichiarato degli Stati Uniti al cui disegno egemonico la pace non è utile. Più armi significano più morti e più sofferenze.
Se si trattasse solo di un confronto Russia/Ucraina sarebbe tutto sommato facile farlo finire. I termini di un possibile compromesso sono già noti e sono sul tavolo della trattative da tempo, ma la dimensione internazionale della guerra impedisce di trovare un accordo.
Lo testimonia la rapidità con la quale il segretario generale della Nato ha prontamente smentito Zelensky sulla Crimea e confermato la volontà di allargamento ad est dell’alleanza militare. È la Nato che il 29 e 30 giugno si riunirà nuovamente a Madrid per concludere formalmente il processo di trasformazione in strumento militare del dominio globale dell’Occidente adottando il nuovo “concetto strategico” finalizzato al “mantenimento della supremazia”.
Nuovi e più pericolosi conflitti sono all’orizzonte.
Articolo pubblicato sul mensile savonese La Scintilla, maggio 2022 e su www.fabioalberti.it
di Edoardo Cuccagna, Ufficio Comunicazione Un Ponte Per
Nel 1991 come Un Ponte Per volevamo "risarcire" il popolo iracheno per ciò che gli era stato tolto. L’Occidente, troppo impegnato ad esportare “democrazia” con le armi, sembrava non considerare "umana" la carne di quelle persone sotto le bombe.
Da allora, l’idea del risarcimento si è naturalmente evoluta verso il sostegno, camminando insieme a quella parte di umanità. Un percorso che non si è ancora interrotto.
Siamo tornatə a Sulaymaniyah, nel Kurdistan iracheno, per l'undicesima conferenza dell’Iraqi Civil Society Solidarity Initiative, intitolata “Starting over from solidarity” (Ripartiamo dalla solidarietà).
Una conferenza che in verità è stata una settimana di assemblee aperte, uno spazio di confronto reale, militante, a tratti anche duro, in cui la società civile irachena e internazionale sono tornate a condividere strategie per il cambiamento.
Si è discusso di molte cose, ma il grande punto fondamentale rimane la costruzione: costruire una pace giusta, costruire coesione sociale, costruire una nuova società irachena che garantisca i diritti delle donne, il diritto all'educazione per tuttə, giustizia sociale, ambientale, di genere. E si è discusso di come riuscire a tenere insieme tutti questi aspetti, senza sacrificarne nessuno. Si è ragionato su come mantenere unite le diverse reti di attivismo, le diverse ‘anime’ nate in seno alla “Tishreen”, la grande onda di proteste irachene del 2019. Hanno partecipato persone, associazioni e forum per la pace da tutto l’Iraq e il Kurdistan: Baghdad, Falluja, Diyala, Ninive ecc. Tra le persone presenti c’è chi è stato arrestato, ferito, minacciato durante quelle proteste. C’è anche chi ha perso una persona cara.
C’eravamo anche noi di Un Ponte Per, perché crediamo ostinatamente nella costruzione della pace senza le armi e senza le bombe. Per noi non c’è altra strada: bisogna sostenere la gioventù irachena nella sua lotta, ascoltarla, imparare, conoscere i suoi sogni, crescere insieme. Antonio Papisca ci ricordava sempre che “la pace non è il suo nome ma ciò che la fa, la pace è verbo più che sostantivo, la pace impossibile è l’unica possibile”.

Erano tantissimi i forum locali presenti a Sulaymaniyah: un sistema capillare di spazi di confronto decentralizzati che uniscono poi le forze nell’Iraqi Social Forum. Come ad esempio il Fallujah Peace Forum, che contrasta la presenza massiccia di milizie a Fallujah e lavora per la coesione sociale, o il Diyala Social Forum, in prima linea per la difesa dell’ambiente e dei fiumi nel governatorato di Diyala.
C’era ‘Humat Dijla’ e ‘Save the Tigris’, un insieme di attivistə locali e internazionali impegnatə nella salvaguardia dei due grandi fiumi della Mesopotamia, ridotti per diversi tratti a poco più di ruscelli inquinati. La salvaguardia delle acque contro la desertificazione è un atto di profondo coraggio di fronte ad un sistema politico indifferente, che ignora le istanze della popolazione, facendo della corruzione e della speculazione la propria cifra distintiva.
C’erano anche i membri del Community Peacemaker Team, impegnatə nella campagna #EndCrossBorderBombinginIraqiKurdistan che si batte contro i vergognosi bombardamenti (turchi e iraniani) di confine sui piccoli villaggi sperduti delle montagne curde, dove poche persone resistono, gli ospedali sono lontani, le strade ancora sterrate.
Erano presenti Batool, Ramiiz, Sahar, Salman, Lodia, Kamaran, Carrar, Harith solo per citare alcuni dei loro nomi. I loro occhi sono profondi e gentili, la loro voce è ferma e coraggiosa mentre racconta con passione la voglia di cambiare. Nessunə tra loro è statə risparmiatə da minacce, violenze, arresti. Diversə sono stati costretti a fuggire in Kurdistan per questi motivi, esuli nel proprio stesso paese.
Ahmad è scappato in Kurdistan da Baghdad nel 2019. Nel 2011, quando era molto giovane, era già stato arrestato qualche giorno per aver partecipato alle proteste. “Mi caricarono su un’ambulanza, credevo di andare in ospedale”. Una notte di circa 3 anni fa capì di essere seguito mentre tornava verso casa. Una macchina si trovava dietro di lui e degli uomini scesero furtivi, probabilmente per rapirlo. Ahmad si attaccò con tutte le sue forze a un palo della luce, mentre gli uomini cercavano di portarlo via. Si attaccò alla vita, letteralmente. Riuscì a resistere il tempo necessario affinché giungessero sul posto altre persone, permettendogli di fuggire. Corse a casa, fece rapidamente i bagagli e scappò via.
Non è più tornato a Baghdad.
Jamel invece è un attivista, membro della campagna ‘Difendi lə difensorə dei diritti umani’. Racconta le grandi violenze verso lə attivistə, non senza un certo grado di disillusione - “Possiamo solo provare a contenere il fenomeno”. Si chiede come proteggere le persone prima che la violenza accada (e non soltanto dopo). Una sera dopo cena, insieme ad Harith hanno chiesto al nostro gruppo quanto fosse letto Gramsci in Italia. Una risposta precisa non abbiamo saputo articolarla. Fossimo riuscitə sarebbe stata forse deludente. Ma da quel momento è cominciata una discussione politica entusiasmante, durata ore e ore.

In Iraq oggi più del 60% della popolazione ha meno di 24 anni. Ragazzə che attendono disperatamente risposte ai loro sogni, risposte che ancora oggi si sostanziano in due principali alternative: andare via per cercare fortuna altrove, o scegliere le armi ed entrare in una milizia. Abbiamo scelto di non sottometterci a questo triste dualismo, sostenendo l’affermazione sociale e politica di giovani attivistə affinché abbiano le capacità e il coraggio per costruire insieme una pace giusta e una società immune da nuove recrudescenze di violenza. Lavoriamo per dare spazio al paese che resiste, che non smette di vivere e costruire, di vibrare di umana speranza alla ricerca di una vita dignitosa.
Dall’imperativo morale e politico di sostenere queste persone è nato ICSSI, che come Un Ponte Per abbiamo scelto da subito di sostenere perché crediamo, come credeva Sartre, che ‘ogni scelta individuale riguardi l'intera umanità’.
Ma come funziona praticamente ICSSI? Proviamo a dare qualche risposta:

I valori di ICSSI coincidono con tanti degli ideali rivendicati dalle proteste irachene del 2019. In quelle proteste tantissimə attivistə sono statə minacciatə, feritə, costrettə a fuggire o hanno perso la vita. Per questo in diversi momenti dell’assemblea ci sono stati momenti di cordoglio e raccoglimento.
A distanza di 3 anni però, la “thawra” (rivolta) irachena sembra alle spalle.
Secondo le stesse protagoniste quel livello di mobilitazione è oggi irripetibile.
Allora perché continuare a parlarne?
La rivoluzione giovanile del 2019 - anche rispetto alle Primavere Arabe - è ancora oggi un modello inimitabile di mobilitazione per diverse ragioni: ad esempio, a detta di moltissime attiviste irachene, ha rappresentato la prima partecipazione femminile di massa ad un processo politico. In questo senso la rivoluzione del 2019 ha fatto la storia, costituendo una rottura sociale così forte, dalla quale è impossibile tornare indietro. Alcune donne di quelle proteste sono oggi in parlamento, elette tra i nuovi partiti indipendenti. Ciononostante, come ci hanno spiegato le stesse attiviste presenti, la strada da percorrere è ancora lunga.
Shadha, dell’Iraqi Women Network crede che il primo obiettivo da porsi sia ancora oggi quello di “includere le donne - e in particolare le donne delle minoranze - nei processi decisionali, lasciando loro le posizioni di leadership”.
In un passaggio particolarmente d’impatto, Shadha riferisce all’assemblea di aver sentito, con piacere, che tutti gli uomini presenti concordano sull’importanza della parità di genere. Ma la triste realtà è che ancora oggi “le donne in posizione di vertice sono troppo poche”.
Questi i medesimi propositi della piattaforma SheRevolution e del progetto Al Thawra Untha (La rivoluzione è donna) che come Un Ponte Per sosteniamo. Le attiviste affermano continuamente quanto sia urgente creare uno spazio sociale sicuro per le donne, in cui sentirsi effettivamente libere di esprimersi, di lottare, di guidare i processi.
Le ragazze sono ben consapevoli di come il discorso sulle donne sia spesso avvolto da una nuvola di ipocrisia. “In tanti dicono di supportarci, ma le decisioni che contano arrivavano ancora dall’alto, dagli uomini”.
SheRevolution e Al Thawra Untha lavorano in prima linea per cambiare le norme tradizionali. Lamentano che in Iraq manca ancora una militanza femminista su larga scala ed è proprio ciò che vogliono costruire - “Vogliamo dare voce a chi finora non l’ha mai avuta”.
Grazie al loro lavoro già oggi esistono assemblee femministe locali, disseminate in tante province, come a Baghdad, Basra, Najaf, Tanniqa ecc. Sono assemblee partecipate da tante ragazze e anche qualche ragazzo, che appoggia la causa - “perchè la norma patriarcale opprime anche loro”.
Raccontano di essere stanche dello stigma, stanche di essere puntualmente vittimizzate dai media. Secondo Harith - “il problema è il sistema patriarcale globale, non il singolo uomo orientale o la singola società. Le donne sono costantemente vittimizzate e noi siamo esauste”.
Le Tishreen hanno completamente ribaltato l'idea delle donne vittime. Le ragazze delle proteste hanno spezzato con i loro corpi i ruoli di genere precostituiti, dimostrando quanto grande sia il loro peso in ogni cambiamento possibile.
Siamo felici di constatare che l’assemblea ICSSI è un luogo di discussione aperta, dove donne e ragazze irachene non hanno timore a prendere la parola, facendo valere la propria posizione anche al costo di alzare la voce.

Il 5° giorno di assemblea ICSSI si è tenuto in un luogo speciale. Un luogo che “il Ponte” conosce da tanto tempo: il monastero di Padre Jens a Sulaymaniyah. Il prete svizzero è una figura mitica, tale da andare oltre l’appartenenza confessionale del suo abito. È un uomo tuttora legatissimo a Padre Dall'Oglio, rapito a Raqqa nel 2013 (e mai liberato).
Padre Jens è infatti cresciuto spiritualmente nella comunità monastica di Dall’Oglio, "Mar Musa". Un giorno però, decise di affrancarsi dal suo maestro e fondare tra le montagne del Kurdistan una sua comunità, "Deir Maryam" il nome prescelto. Il suo lavoro continua con coraggio la tradizione di accoglienza, attivismo e dialogo col mondo musulmano, seguendo l’eredità spirituale del suo mentore. Tra il 2014 e il 2017, mentre il sedicente Califfato mostrava più forte tutto il suo terrore, Padre Jens aprì materialmente le porte della sua chiesa ai profughi iracheni e siriani in fuga da Daesh. Una foto nel suo studio lo racconta ancora oggi: la chiesa del suo monastero venne riadattata ad accampamento per le persone bisognose. Ancora oggi ‘Abuna’ (“nostro padre”, così lo chiamano i suoi ospiti) accoglie coloro che ne hanno bisogno. Nel momento peggiore della crisi siriana (200 persone circa ospitate, tra cui 60 minori) organizzò una scuola per bambinə, con corsi di curdo, di arabo, di inglese, corsi che ancora vanno avanti. Oggi in una piccola palestra sotto il monastero si fanno corsi di teatro e di kick boxing per ragazze. Il monastero è davvero un’oasi di pace e spiritualità, un luogo speciale dove portare avanti le attività dell’assemblea. Abbiamo deciso di passare una giornata con lui perché a prescindere dalla fede personale di ognunə, crediamo profondamente nel suo operato di pace e umana solidarietà.

L’ultimo giorno di assemblea ICSSI è stato invece itinerante. Il 16 marzo ci siamo recatə ad Halabja, la cittadina curda di confine tristemente nota per uno dei più grandi attacchi chimici della storia. Il 16 marzo scorso è stato il 34° anniversario di quel massacro, un crimine contro l’umanità in cui persero la vita circa 5000 civili in un solo giorno. Molte di più le persone che poi svilupparono malattie degenerative, congenite e disabilità.
Halabja si trova al confine con l’Iran. Era il 14 marzo del 1988 - la guerra tra Iran e Iraq era agli sgoccioli - quando venne occupata dall’esercito iraniano. Due giorni dopo la repressione decisa da Saddam Hussein fu tremenda: sulla città vennero lanciate bombe cariche di gas iprite. “L’odore di quei gas ricordava il profumo delle mele” - raccontano i superstiti - “per questo le persone non si coprirono immediatamente il naso e la bocca, ma anzi respirarono i gas a pieni polmoni”. Poco dopo, come raccontano le terrificanti immagini dell'epoca, una distesa immensa di corpi umani crollò a terra, esanime, ricoprendo l’intera cittadina di Halabja. Il monumento del ricordo di quella tragedia è un luogo struggente: al suo interno ci sono foto, nomi, testimonianze, documenti ufficiali che ricostruiscono i fatti. Nel cimitero della cittadina sono presenti diverse enormi fosse comuni. È veramente dura. Ci chiediamo come sia stato possibile tutto ciò, come l’umanità possa essere arrivata a tanto. Difficile trovare una risposta. Conoscere questa storia è importantissimo perché un simile errore non si ripeta mai più. Ma se il passato non si può cancellare, ad Halabja si guarda anche al presente e al futuro: abbiamo conosciuto un’organizzazione di donne curde, che lotta ogni giorno con coraggio per difendere i propri diritti e proteggere l'ambiente, la natura che nonostante l’orrore ha saputo resistere. Da pochi mesi queste donne hanno aperto un’officina in cui si ricicla la plastica, attraverso raccolta sul territorio e trasformazione in materiali scolastici. Allo stesso tempo conducono progetti di riciclo innovativo e laboratori di educazione ambientale nelle scuole. Vogliono che Halabja, conosciuta al mondo per l’atrocità che abbiamo raccontato, diventi una città verde, una green city a 0 impatto ambientale, un esempio vivente di ciò che il cambiamento può essere.
Una visione meravigliosa che sosteniamo e speriamo anzi di vedere presto realizzata in tutta la sua potenza.

Lasciamo Halabja con le parole di Sahar, femminista irachena di 27 anni, che ringraziamo perché ha trovato il coraggio di mettersi a nudo con questo pensiero prezioso:
“Parliamo quindi di Halabja.
Una breve lezione di storia da parte mia, Sahar, supportata da wikipedia perché Dio non voglia che i libri di storia iracheni ne parlino.
Vedete, posso dirvi i nomi di ogni generale europeo che ha fatto parte della seconda guerra mondiale, ma non conosco la vera storia irachena, no signore, non qui!
[...] cosa significa oggi vivere con una persona che una volta era il tuo nemico?
Sono un’irachena di 27 anni, nata e cresciuta a Baghdad e questa è la prima volta che visito la città dove nel 1988 è stato commesso un crimine contro l'umanità.
Ho pianto e mi sono vergognata di conoscere così poco di questo luogo, non solo, ho passato la maggior parte di questi anni senza pensare a ciò che era successo lì. Lo stavo evitando.
Mi odio per essere una persona che ignora la storia della sua stessa gente, la mia gente, il mio popolo. [...] La gente che vive ad Halabja è anche la mia gente.
Dovrei camminare ogni 16 marzo per strada urlando a squarciagola "cosa abbiamo fatto per ricordare Halabja? Perché ci comportiamo ancora come se non fosse mai successo!”
Anche il silenzio è un crimine. E non tutti gli assassini hanno in mano un coltello.
Si possono uccidere migliaia di persone semplicemente stando in disparte "oh questa non è la mia lotta, questa non è la mia guerra".
Piangere non risolverà il problema Sahar, ma allora cosa?”
Dopo una settimana di incontri e assemblee finisce la nostra esperienza a Sulaymaniyah. Torniamo a casa con la convinzione che le sorelle e i fratelli iracheni non si arrenderanno. Speriamo di tornare presto a incontrarci perché, per dirlo alla maniera di Gramsci, che poi è la stessa di Sahar - “l'indifferenza è il peso morto della storia”. E di morti, in questa particolare storia, ce ne son state fin troppe.
"Guardo le immagini che arrivano dall’Ucraina e non riesco a dormire la notte. Qui abbiamo vissuto le stesse cose, ci rivediamo in quelle donne che hanno dovuto lasciare i figli e le figlie più piccole a sconosciuti per portarli in salvo. Siamo solidali con tutte le donne coinvolte nel conflitto perchè pagano un prezzo altissimo".
A parlare è Um Jewan, della Mala Jin (Casa delle Donne) di Qamishlo, attiva dal 2011 nel nord est della Siria, con cui un Ponte Per collabora da anni per fornire sostegno alle donne siriane sopravvissute alla violenza domestica.
Um Jewan continua, ricordando come è iniziata: "Avevo questa idea, questa urgenza, volevo mobilitare le donne, formare un gruppo di donne che si aiutassero a vicenda", e aggiunge con un sorriso, "Ho detto a mio marito: o mi supporti in questa cosa oppure chiedo il divorzio".
Lavorare con donne come Um Jewan ci ricorda quanto si può costruire condividendo quello che ognuno può dare. Il nostro staff locale, internazionale e italiano risponde alle loro richieste di rafforzare il network delle donne per continuare a migliorare la capacità di risposta ai casi di violenza di genere che accolgono, quando le donne della loro comunità si rivolgono a loro.
Um Jewan ci racconta che di recente stanno aumentando i casi di violenza di genere online e di revenge porn. Um Rodi, la coordinatrice della prima Mala Jin aggiunge che questa tendenza ha portato anche ad atti estremi, come il suicidio di ragazze molto giovani che non sono riuscite a sopportare lo stigma sociale delle comunità in cui vivono.
In occasione di questo 8 marzo, Um Jewan e Um Rodi organizzeranno, insieme alle altre compagne, due sessioni di gruppo: una coinvolgerà i genitori di adolescenti per fornire strumenti e informazioni utili sulla genitorialità e ad accrescere la consapevolezza sui matrimoni precoci; un’altra sessione tratterà il tema dei diritti delle donne e coinvolgerà anche gli uomini "perché vogliamo che gli uomini siano nostri alleati in questa lotta", aggiunge Um Jiwan.
Durante gli anni, Un Ponte Per ha realizzato corsi di formazione sui diritti delle donne e la violenza di genere indirizzati allo staff e alle operatrici della Mala Jin, organizzando con loro attività ed eventi in occasione di iniziative come la Giornata Internazionale delle Donne.
Um Jewan ci saluta con un bilancio: "Quando abbiamo aperto la Mala Jin nel 2012 nessuno della nostra comunità ci voleva. Avevano paura che saremmo entrate nelle loro case ad impicciarci e non accettavano l’idea che fossimo noi donne a lavorare direttamente sulle questioni femminili, in particolar modo sulla violenza di genere. Poi le donne hanno iniziato lentamente a chiedere il nostro supporto. Oggi sono sempre di più le donne e le ragazze che si rivolgono a noi. Al momento ci sono 74 Case delle Donne nel Nord della Siria. Il cambiamento sta avvenendo, parlare di alcuni temi è ancora un tabù ma le donne continuano a farsi avanti rivendicando i loro diritti”.
Siamo dalla parte dei popoli, delle persone, dell'umanità.
Dalla parte della popolazione civile ucraina che soffre sotto le bombe, è costretta a fuggire o a resistere in bunker sotterranei.
Dalla parte della popolazione civile russa che pure soffre le conseguenze della guerra: i fratelli, le sorelle, le madri, i padri, le vedove di chi muore per ordine di Putin, senza senso alcuno.
L'Unione Europea che per la prima volta rivendica l'acquisto di armamenti è quanto di più lontano avremmo voluto sentire da un'istituzione che è nata per promuovere la pace, la cooperazione e la prevenzione dei conflitti armati.
La dichiarazione di un piano straordinario di riarmo di 100 miliardi di euro annunciato dalla Germania e che rischia di contagiare anche l’Italia e gli altri paesi della UE, è semplicemente irresponsabile. Le spese militari mondiali sono quasi raddoppiate negli ultimi 20 anni: hanno reso il mondo più sicuro, impedito le guerre, creato stabilità e sicurezza per tutti? E’ avvenuto l’esatto contrario: Iraq, Libia, Siria, Yemen, Afghanistan e ora Ucraina sono lì a ricordarci che ogni corsa al riarmo porta al disastro e che solo investendo nella pace si possono evitare le guerre.
Vogliamo una nuova architettura di sicurezza europea - basata sulla cooperazione e il multilateralismo, senza testate nucleari dall'Atlantico agli Urali. Costruiamo ponti di solidarietà tra i popoli e non muri e contrapposizioni militari.
CONTRO PUTIN, CONTRO LA NATO, PER LA PACE, AL FIANCO DEI POPOLI UCRAINO E RUSSO
Il Governo italiano e la stessa Unione Europea dovrebbero attenersi ad una posizione di "neutralità attiva" e non allineamento, operando innanzitutto per abbassare la tensione, creare canali di dialogo, avvicinare i popoli, rispettando pienamente l’art.11 della nostra Costituzione.
Neutralità attiva non significa stare con le mani in mano ma agire per la pace:
1. Dichiarando l'indisponibilità dell'Italia alla partecipazione al conflitto, ritirando i militari oggi schierati nell'Europa orientale, evitando di inviare nuove armi nelle zone del conflitto.
2. Formalizzando la propria contrarietà all'ulteriore estensione ad Est della Nato.
3. Avviando una nuova politica estera basata sul multilateralismo e la cooperazione pacifica tra le Nazioni.
Riteniamo i Patti militari come la NATO, la loro stessa esistenza ed ulteriore estensione, una minaccia alla sicurezza dei popoli.
Chiediamo che l'ONU, messa ai margini dall'insensata espansione dei patti militari e dalle violazioni del diritto internazionale figlie del ricorso alla guerra per la risoluzione delle controversie internazionali, diventi l'attore principale della Comunità internazionale in un mondo sempre più multilaterale.
In queste ore drammatiche in cui la guerra ci ricorda essere la piaga peggiore del nostro pianeta, non possiamo che schierarci dalla parte dell'umanità.
Siamo vicinə alle persone che in Ucraina sono sotto le bombe, in balia delle sirene, in attesa della prossima terribile esplosione.
Sosteniamo il coraggio del movimento pacifista in Russia che, scendendo nelle strade, ha scelto deliberatamente da che parte stare, nonostante le minacce e gli arresti di massa.
Scendiamo in piazza, mobilitiamoci. Non facciamoci azzittire dal fragore delle bombe e dalle logiche di potenza.
Partecipiamo in massa e con parole d’ordine chiare ed inequivoche alla Manifestazione nazionale del 5 marzo a Roma.
Cessi l'aggressione all'Ucraina, si ponga fine subito allo spargimento di sangue, si arrivi ad un negoziato sotto l'egida dell'ONU. Ponti di pace, non fronti di guerra.
Comitato Nazionale di Un Ponte Per
"Sono davvero contenta di essere l’autrice della nuova Tessera 2022 di Un Ponte Per. Ho scoperto di essere la prima fumettista donna a realizzare la tessera. Sono onorata che la scelta sia caduta su di me. Conoscevo da tanto tempo UPP, poi una sera a Lucca, Claudio Calia [n.d.r. già autore della graphic novel ’Kurdistan. Dispacci dal fronte iracheno’ insieme a UPP] mi ha parlato tanto dell’associazione. Così ho curiosato sulle attività ‘del Ponte’ in Medio Oriente, finché un bel giorno Claudio mi ha chiesto di sostituirlo in un laboratorio sul fumetto che UPP stava organizzando in Iraq e a Napoli. Alla fine in Iraq, per vari motivi, non sono più riuscita ad andare. Spero ci sia in futuro questa possibilità”.
Takoua è una fumettista, producer e autrice della graphic novel Il mio migliore amico è fascista, il suo ultimo libro.
Le storie che racconta trasudano coraggio: il coraggio necessario per vincere gli stereotipi razziali e religiosi.
Abbiamo scelto la sua proposta per la nuova tessera di UPP perché incarna benissimo i valori in cui i nostri soci e le nostre socie si riconoscono. “Ponti, non Muri” per noi significa conoscere e abbracciare l’altrə, rinunciare alle sovrastrutture coloniali per un nuovo rapporto col mondo.
Takoua nei suoi primi 30 anni ne ha passate tante, come testimonia in prima persona nell’intervista che ci ha concesso.
Grazie Takoua, siamo onoratə anche noi che sia proprio tu l’autrice della nuova tessera!
Takoua, un nome difficile da imparare
“A maggio 2021 è uscito ‘Il mio migliore amico è fascista’, in cui racconto l’amicizia improbabile tra me e Marco, l’amico fascista del titolo. Siamo passati da perfetti nemici a migliori amici. La verità è che avevamo contribuito entrambi alla costruzione di un muro di pregiudizi che poi solo a fatica siamo riusciti ad abbattere. Nel libro però non parlo solo del rapporto con Marco. Parlo di tante cose: di storia, di islamofobia, di bullismo, cyberbullismo, di razzismo verso chi come me proviene da un altro luogo. Non ho subìto tutto ciò solo dai compagni ma anche e soprattutto dagli insegnanti.
L’adolescenza nella periferia romana non è stata semplice. All’inizio non sapevo la lingua e disegnavo per comunicare.
Io e Marco eravamo compagni di banco. Una nostra insegnante aveva deciso così, nonostante le nostre proteste. Una linea col pennarello indelebile separava a metà il nostro banco, ovviamente tracciata di comune accordo. Nessuno di noi due voleva avere a che fare con l’altro/a.
Marco si dichiarava fascista, ma non sapeva cosa volesse dire. Il fascismo per lui rappresentava tutto ciò che odiava in me. Ovviamente lo odiavo anch’io. Per gli insegnanti invece ero la poverina, che andava salvata a tutti i costi. Eppure non sapevano nulla di me. Vedevano il velo che portavo sulla testa e tanto gli bastava. Neanche mi chiamavano con il mio nome, una mancanza di rispetto che non potrò mai dimenticare. Di sicuro non sarei la Takoua di oggi se non avessi vissuto quelle esperienze. Capii ben presto che troppe cose non mi tornavano.
La storia che studiavo a scuola era profondamente eurocentrica, basti pensare al colonialismo. Si studiava che l'Italia era andata in Libia, in Somalia, in Eritrea per “civilizzare”. Non si studiava cosa c’era prima in quei paesi o i danni profondi causati dal colonialismo. Per fortuna mio papà era insegnante in Tunisia, quindi tornavo a casa e mi facevo raccontare ‘l’altro’ punto di vista.
Conoscere la storia tunisina ha rappresentato una ricerca sulla mia identità. Chi sono io? Durante l'adolescenza vivevo una “doppia vita”. Fuori scuola facevo attivismo, ascoltavo cosa dicevano le persone grandi. A scuola invece andavo malissimo: mi ero imposta di non studiare le materie degli insegnanti che non mi rispettavano. Ed erano la maggioranza. A scuola noi ragazzi/e di seconda generazione non venivamo considerati/e. Gli insegnanti dicevano sempre “voi stranieri” e “noi italiani”. Ricordo che un giorno una maestra chiese cosa avevamo fatto nel weekend.
Io risposi che ero andata ad una manifestazione per la Palestina. La maestra rimase scioccata [n.d.r. ride]. Iniziò a dubitare di quello che raccontavo, a chiedersi chi fosse mio padre, mia madre...
Oggi la realtà è molto diversa rispetto ad allora. Le insegnanti hanno più esperienza, ma sono i ragazzi e le ragazze a cambiare la scuola. E non parlo solo di giovani di seconda o terza generazione. Per tuttə è ormai normale avere diversità attorno a sé, differenze. Siamo in una fase transculturale. Puoi vedere ragazzə discutere con i propri genitori: la bambina magari difende la libertà personale di una sua amica con il velo, al contrario di sua madre che lo indica come un simbolo di oppressione. La figlia conosce meglio il mondo di sua madre. Certo il razzismo o il bullismo ci sono ancora, non sono scomparsi”.
L’infanzia tunisina e l’arrivo in Italia
“Sono arrivata in Italia che avevo 8 anni. Sono la settima di otto figli. La mia infanzia in Tunisia non è stata semplice. Papà era stato costretto a fuggire dal regime. L’ho conosciuto solo quando sono arrivata in Italia. La mamma però non ci ha mai fatto pesare nulla. Ricordo che nonostante tutto, eravamo felici. A casa mia la porta sul retro dava sul deserto del Sahara. Eravamo liberi/e. Potevamo giocare quanto volevamo, sempre in sicurezza. Qui a Roma naturalmente è molto diverso, non puoi giocare fuori casa da sola. Eppure la dittatura era lì, non qui. Ero serena, nonostante quello che accadeva intorno: la polizia entrava continuamente in casa. Mia madre aveva mio padre in esilio, il fratello morto in carcere, la sorella sindacalista. Si è ritrovata a diventare un’attivista senza volerlo. Venivano spesso in casa altre donne, parenti o mogli dei dissidenti. in quegli anni molte donne hanno subito violenze dalla polizia. Così si creavano dei gruppi femminili di mutuo supporto, che hanno aiutato tantissime donne ad andare avanti, nonostante tutto.
Quando sono arrivata in Italia abitavamo a Valmontone, un piccolo comune vicino Roma. Non era poi così diverso dalla Tunisia. C’erano tanti prati, tanta libertà. Nonno Giovanni e nonna Ada [n.d.r. i vicini di casa] si prendevano cura di me quando i miei erano occupati. Non è stato uno shock trasferirmi in Italia. Lo shock vero è arrivato dopo: con l’attentato dell’11 settembre mutarono gli sguardi della gente. Ci spostammo a Roma e tutto mi sembrava diverso. Sentivo una grande diffidenza, non capivo.
Prima di allora nessuno sapeva niente di Islam, delle persone musulmane. Poi tutto è cambiato. Non potevo ignorare la gente che mi sputava mentre camminavo per strada.
L’arrivo a Roma coincise anche con la mia adolescenza. Cominciarono i problemi. Le scuole medie sono state terribili, quelle superiori ancora peggio. Ho avuto problemi con gli/le insegnanti, con i compagni, le compagne, durante il tragitto sui mezzi pubblici. Devo dire che senza quelle esperienze non sarei la Takoua di oggi, mi hanno fatto crescere”.
«Ok, ma adesso ci racconti perché porti il velo?»
“Quando ho compiuto 12 anni ho cominciato a portare il velo, di mia irremovibile volontà. In realtà non è che fosse una vera e propria scelta. Era più che altro una prova. A 12 anni non sapevo niente di religione. I miei genitori non erano d’accordo e sono persone molto praticanti. Per un po’ di tempo ho indossato il velo di nascosto. Uscivo di casa e lo mettevo mentre andavo a scuola. Sarà durato qualche settimana… ma la Takoua dodicenne lo ricorda come un tempo lunghissimo: significava disubbidire ogni giorno ai miei genitori. Non era tanto il velo che volevo sperimentare, quanto lo sguardo degli altri su di me. I miei genitori sono persone colte, consapevoli di ciò a cui andavo incontro. Perciò non volevano. Mi ripetevano che ero troppo piccola, ma la mia testardaggine era più forte. Il primo feedback arrivò da Marco, l’amico fascista del libro. Mi disse che ero una talebana, una terrorista.
Gli chiesi che cosa significassero quelle parole. Marco non lo sapeva e neanche io. Così è cominciata la mia storia con il velo, poi con gli anni il suo significato è cambiato. Quello che è rimasto costante è che il velo mi ha sempre messo in situazioni scomode. Ancora oggi mi permette di capire immediatamente chi ho di fronte.
Marco mi diceva che con il velo non sarei mai potuta essere italiana. Tutto ciò ha temprato il mio carattere, ha lasciato che mi imponessi per quella che sono, senza cercare l’accettazione altrui a tutti i costi. Tante ragazze che conosco non ce l’hanno fatta. Portavano il velo ma dopo qualche anno, per la pressione sociale, hanno deciso di toglierlo. Io le capisco, è la stessa pressione che ho subito io. Tantissime volte ho pensato di toglierlo, soprattutto nel periodo degli attentati ISIS. Portare il velo in un contesto che ti rifiuta, non è una scelta che fai una volta per tutte, è una scelta che va rifatta tutti i giorni. Anche le persone che dovrebbero essere dalla mia parte, come le femministe o chi difende i diritti delle donne, hanno spesso una visione ristretta ed eurocentrica: sono vittime di un razzismo più subdolo perché non è riconosciuto.
Le domande sul velo non è che non mi piacciono. Dipende sempre dal punto di vista da cui si fanno: mi dicono che nei miei libri parlo del velo, ma io parlo di ciò che succede a chi lo porta. Se mi chiedi perché porto il velo, io una risposta non te la do. Per me è una questione molto intima. Non sono tenuta a soddisfare la curiosità delle persone. Se invece mi si chiede la mia esperienza con il velo, non c'è problema: è il tema di cui tratto nel libro. Una volta una signora, dopo una presentazione, mi ha detto "brava! Ma noi siamo venuti per sapere perché porti il velo”, allora un’altra signora le ha risposto “sì, ma lei non è tenuta a risponderti!”.
Io sono rimasta in silenzio e loro si sono messe a litigare” [n.d.r. ride].
Takoua diventa italiana!
“Dopo ventidue anni e mezzo in Italia, lo scorso anno ho avuto finalmente la cittadinanza!
Ho perso tantissime occasioni di studio per questo motivo. Lo Ius Soli è sentito come un problema, sia a destra che a sinistra. Quando oggi vado nelle scuole chiedo a ragazzi/e che cosa significa per loro essere italiani.
Mi rispondono “essere nati in Italia”, punto.
Gli adulti rispondono sempre “essere nati in Italia” e poi aggiungono tutta una serie di cose che dovrebbe fare di te un vero italiano. Come ad esempio abbandonare la propria lingua d’origine, la propria religione, i propri usi e costumi.
Le giovani generazioni sono diverse. Non gli importa del colore della pelle. Il cambiamento è più rapido di quello che percepiamo, per loro è tutto normale. Più vado avanti e più mi stufo di parlare con gli adulti, mi caricano di negatività. Finisco col chiedermi perché faccio tutto questo. Poi però parlo con ragazze/i e mi torna il sorriso”.

Oggi 23 dicembre è un giorno di festa, infatti inauguriamo il nuovo reparto di salute mentale e supporto psicosociale dell’ospedale Al Salam di Mosul est. L’ospedale Al Salam, prima dell’occupazione di Daesh e la completa distruzione dell’edificio nel 2017, era il più grande della Piana di Ninive: un’area ricchissima di minoranze religiose e per questo motivo particolarmente invisa ai miliziani del Califfato.
La struttura riceve quotidianamente tra 6.000 e 10.000 pazienti da tutta la provincia, ma il Dipartimento di Salute Mentale era purtroppo fortemente limitato – sin dalla liberazione da Daesh – negli spazi e nei mezzi a disposizione. Grazie al finanziamento della Cooperazione Italiana (AICS) siamo finalmente riuscitə ad ultimare il nuovo reparto, aperto a tutta la popolazione.
Da oggi il nuovo reparto disporrà di circa 240 mq di spazi inclusivi, nuove attrezzature che permetteranno terapie cognitive, trattamenti farmacologici, valutazioni psicologiche e supporto ai comitati medici e scolastici.
L’intero spazio è stato completamente spostato nel nuovo edificio e dispone di ben 7 sale - con l’aggiunta di 8 posti letto - dedicate ai servizi di salute mentale.
Abbiamo costruito il nuovo reparto con lo scopo di sostenere la salute mentale, il supporto psicosociale e la salute materno-infantile dell’intera provincia di Ninive, a servizio della popolazione vulnerabile, sfollata, rifugiata e rientrata in Iraq dopo il recente conflitto con lo Stato Islamico.
Dal mese di febbraio grazie al nostro progetto sono state supportate oltre 10.145 persone, tra le quali moltissime presentavano stress post traumatico e disturbi di vario genere. Più di 3.000 donne, adolescenti e bambinə hanno potuto avere accesso a servizi di salute riproduttiva e specifiche consulenze pediatriche, grazie alla presenza di psicologhe, ginecologhe, ecografiste e pediatrə. Inoltre siamo riuscitə a garantire circa 1.000 sessioni di supporto psicosociale, individuale e collettivo. Grazie al nuovo reparto l’ospedale distrutto da Daesh torna ad essere il centro nevralgico per la salute mentale della città’ di Mosul, a cui faranno capo anche gli altri due ospedali della città.

Il nostro cammino a sostegno della popolazione di Mosul e della Piana di Ninive va avanti sin dall’inizio dell’emergenza umanitaria del 2014. Sempre a fianco alle persone che hanno bisogno di supporto per tornare a sorridere.
É un luogo dove la civiltà umana conserva nascosta la sua culla e insieme il suo mistero, nonostante la tirannia del tempo e la crudeltà che gli uomini hanno dimostrato. La Mesopotamia è un posto antico, il più antico forse: come diceva il Maestro Battiato veniamo un po’ tuttə dalla più alta civiltà dei Sumeri. In realtà anche Toon, un ragazzo belga di 34 anni, in qualche modo proviene da lì ed è lì che ha scelto di tornare. All’università studia Storia, arriva in Iraq quasi 10 anni fa e sceglie di dedicare tutto il suo tempo e la sua passione alla conservazione dell’immane patrimonio archeologico e ambientale iracheno. Così comincia a fare volontariato con l’Iraqi Civil Society Solidarity Initiative (ICSSI), dopo aver preso contatto con attivistə locali. Partecipa all'Iraqi Social Forum a Baghdad nel 2013, visita per la prima volta il sito di Ur, la grande Ziqqurat, la casa di Abramo e le paludi mesopotamiche. Ne resterà folgorato fino ad innamorarsene. “Un paradiso del genere, come ha potuto sopravvivere alle guerre, ai bombardamenti, agli sversamenti di materiali tossici di ogni tipo?” - ancora oggi si chiede. In effetti è un piccolo miracolo che tutto ciò sia arrivato fino a giorni nostri, vista la triste storia recente dell’Iraq. Nel 2014 conosce noi di Un Ponte Per e da quel momento comincia il nostro cammino insieme.
“Da allora ho abbracciato il mio percorso al fianco della società civile irachena, collaborando con ‘Save the Tigris’, una rete di attivistə ambientali della Mesopotamia che lotta quotidianamente per salvare il grande fiume da una morte annunciata”.
Dall'anno scorso Toon è coordinatore del progetto di Un Ponte Per “Sumereen”, un progetto finanziato da UNDP e Unione Europea, che sta avviando un sistema di salvaguardia ed eco-turismo per gli antichi siti archeologici sumeri e la zona umida delle paludi irachene.

Le paludi di fianco al deserto: bufali acquatici che sguazzano immersi fino alle corna nell’acqua torbida, come fossero ippopotami nella valle tra i due fiumi. “Mi pare incredibile che le paludi siano state introdotte nel patrimonio dell’UNESCO solo nel 2016. Sono un paradiso delle zone umide. Hanno una propria cultura, usi, costumi e tradizioni sumere antichissime. Circa 5/6.000 anni di storia”- spiega il nostro coordinatore.
E in effetti lə abitanti delle paludi, vivono e lavorano ancora in un rapporto simbiotico e totalmente sostenibile con il loro ambiente naturale, come se il tempo e gli eventi non li avessero mai disturbati nella loro routine. Fanno affidamento sulla palude per il cibo e le risorse, sempre mantenendo un equilibrio perfetto con l'ecosistema. Forse è questo il segreto della loro sopravvivenza: la cultura delle paludi è in totale armonia con l'ambiente. Ed è questo ciò che ci piacerebbe preservare. Vorremmo che le persone anziane tramandassero i mestieri tradizionali allə giovani. Purtroppo i tristi eventi che il Paese ha attraversato negli ultimi 40 anni hanno messo a rischio questo ecosistema e la sua stessa sopravvivenza.
“Con Sumereen ci proponiamo di contribuire alla conservazione del patrimonio mesopotamico, attraverso la costruzione di un intero ecovillaggio nelle paludi di Hammar, completamente in materiali ecologici, seguendo i saperi tradizionali. Il primo del suo genere in Iraq. Inoltre lavoriamo allo sviluppo e alla conservazione del sito archeologico di Ur, con l’avvio di un tour turistico sostenibile” - racconta Toon. La grande Ziqqurat di Ur, che tutti/e abbiamo visto sui nostri libri delle elementari, è ancora lì, in piedi dopo quattro millenni e ora ammirabile in totale rispetto del luogo grazie ad un sistema di passerelle che ne protegge le superfici, anche queste predisposte nell’ambito del nostro progetto Sumereen.
Passerelle sulle quali è passato anche Papa Francesco, durante la sua visita irachena dello scorso marzo.
Allo stesso tempo il progetto vuole contribuire alla conservazione e allo sviluppo dell'artigianato tradizionale fornendo formazioni professionali allə giovani sulla produzione di barche per attraversare la palude, di case costruite interamente con le canne che la natura offre, di tappeti e degli ottimi dolci derivati dai datteri.
“Il nostro obiettivo non è il turismo di massa” - spiega T. - “non ci interessa. I siti del patrimonio sono molto precari, perciò i flussi di visitatori devono essere regolati. In questo senso parliamo di eco-turismo”. Oltre alla conservazione del patrimonio, il nostro progetto mira a sostenere lə giovani irachenə per dare vita ad un’economia circolare del luogo. Come commenta il nostro coordinatore - “La creazione di posti di lavoro per giovani è uno degli obiettivi più urgenti al momento in Iraq, dove il numero di giovani disoccupatə è altissimo. Ma vogliamo che la creazione di posti di lavoro sia armonizzata in maniera perfetta con la conservazione del patrimonio naturale e culturale”. Troppo a lungo i principi ecologici e della sostenibilità ambientale sono stati percepiti - non solo in Iraq - come interessi contrapposti allo sviluppo economico e alla creazione di posti di lavoro. Fortunatamente sono sempre di più lə giovani interessati alla giustizia ambientale e alla sostenibilità, lo dimostra la grande rete di ragazzi e ragazze che compongono le organizzazioni Save the Tigris e Humat Dijlah, ormai da anni in prima fila sulla questione ambientale in tutto l'Iraq.
“Questo significa che c'è terreno fertile per promuovere uno sviluppo basato sui principi sostenibili. Le organizzazioni locali come Humat Dijlah hanno un ruolo vitale nel promuovere la protezione delle risorse idriche irachene. Sono le stesse attiviste e attivisti a stimolare un dialogo e un controllo sulle autorità locali affinché venga rispettata la legislazione, e venga monitorato costantemente lo stato dei fiumi e delle zone umide”.
Nonostante il patrimonio mesopotamico sia noto praticamente in tutto il mondo, molti dei numerosi siti non sono stati accessibili negli ultimi decenni. Anche lo stesso popolo iracheno non vi ha avuto accesso per molto tempo. Un paradosso, vista l’importanza della cultura sumera per la storia dell’umanità ma - “il mondo forse è finalmente pronto a scoprirli di nuovo - afferma orgoglioso Toon - e il numero di turisti locali e internazionali sta aumentando di nuovo in Iraq”.
Infatti per la prima volta da tanto tempo arrivano al sito di Ur gruppi di turistə su base giornaliera. La domanda è in aumento.
Molte persone sono interessate ai souvenir delle paludi, come tappeti, ceramiche, cesti di canna, modelli di barche, formaggio, datteri e altri oggetti, anche se - “Lo voglio ribadire: non ci interessa un turismo di grandi resort, multinazionali e grandi gruppi finanziari. Puntiamo ad un numero di visite che possa sostenere la conservazione dei siti con profitti adeguati per la locale comunità accogliente”- chiarisce il nostro coordinatore. L'ecovillaggio funzionerà quindi come una sorta di primo villaggio modello ecosostenibile, costruito e gestito dalla comunità nativa del luogo, all'interno delle stesse paludi, circondato da nient'altro che acqua, canneti e bufali.
“Per me le paludi mesopotamiche restano un luogo dove venire a stare in pace, lontano dalla frenesia della città, dove il ritmo del tempo scorre in modo diverso. Dove la vita è rimasta più o meno la stessa per millenni” - conclude Toon.

“Essere una figlia della mia comunità significa tante cose. Ha significato rimanere qui, durante la guerra e le crisi più dolorose. So bene quello che ha passato la mia comunità. Perciò quando grazie al mio lavoro spunta un sorriso sul volto di qualcuno, questo non è mai solo un sorriso. È un orgoglio, che porto con me ogni giorno” - racconta Haleen. La psicologa quarantenne lavora ormai da quattro anni in una delle nostre cliniche in Nord Est Siria, proprio vicino a casa sua, nel posto in cui è nata. Prima c’è stata la guerra civile e la terribile occupazione di Daesh, poi i bombardamenti turchi, infine il Covid 19. Sono moltissime le sfide che la donna ha dovuto affrontare in questi anni: “Amo il mio lavoro perché mi permette di occuparmi delle donne e di bambinə della mia terra. Anche se in realtà ci occupiamo di tuttə, a prescindere dal genere e dalla fascia d’età”.
I numerosi conflitti nell’area hanno lasciato tante cicatrici. Alcune sono visibili, mentre altre sono nascoste alla vista: sono i traumi psicologici e la perdita di speranza verso il futuro - “Mancano totalmente le opportunità lavorative” - ci spiega la donna - “alcuni nostri pazienti, oltre ai propri cari, hanno perso case, terreni e fabbriche a causa della guerra”.
Gli sfollamenti continui da un luogo all'altro, anche per brevi periodi, hanno frantumato l’unità delle famiglie e impattato sulla psiche di bambinə, costretti a cambiare continuamente una scuola dopo l'altra. “Proviamo a supportare i/le minori attraverso sessioni di sostegno psicologico, quando le famiglie sono consenzienti. Facciamo fino a 3 sessioni al giorno dedicate ad adolescenti, bambinə, donne, uomini, adulti e anzianə, al fine di alleviare la frustrazione dovuta alla pandemia. Purtroppo la sfida più grande rimane lo stigma sociale associato al supporto psicologico e alla salute mentale, dovuta alla non-conoscenza dell’argomento da parte di tante persone”- ammette la psicologa.
Alcunə pazienti infatti si sentono timorosə ed esitanti quando gli si chiede del servizio psicologico fornito dal nostro centro. La paura dello stigma e di ricevere incomprensione da parte dellə altrə è molto forte all'interno della comunità. Le persone preferiscono perciò rivolgersi al supporto “psicosociale”, più che ai servizi psicologici in senso stretto. A tal proposito Haleen ci racconta la storia di Farah, un’altra donna siriana di quarant'anni, del suo stesso paese, arrivata al centro con gravi problemi di stress e ipertensione.
“Stavo tenendo un incontro di gruppo sulla gestione dello stress e le relazioni sane tra genitori e figliə, quando è arrivata Farah. Sembrava una donna timida e spaesata, ma piacevolmente stupita dalla discussione a cui stava assistendo. Alla fine dell’incontro mi ha chiesto se fosse possibile tornare nel centro insieme ai suoi figli. Le ho risposto che andava bene e non c’erano problemi, così si è convinta a partecipare”.
Farah decide quindi di unirsi ad una sessione di gruppo sulla "gestione dello stress", insieme ad altre quattro donne, ma - “all'inizio della sessione era molto esitante e rispetto alle altre donne partecipava meno. Sembrava agitata e prendeva la parola a fatica. A fine sessione le ho spiegato quanto fosse normale sentirsi a disagio, dopotutto era solo la seconda volta che ci incontravamo, rassicurandola che con il passare degli incontri avrebbe acquistato sicurezza”. Effettivamente Farah, sotto lo sguardo benevolo di Haleen, comincia gradualmente a rilassarsi ed inizia a interagire con le altre pazienti. “Con il passare del tempo, ho visto Farah diventare una donna nuova: ora riesce a comunicare con gli altri senza problemi, discute spesso di attualità e dei problemi economici. Durante una sessione di brainstorming un’altra donna le ha proposto di lavorare con lei alla preparazione dei pasti. Farah ha accettato la proposta con entusiasmo. In effetti è davvero un’ottima cuoca, un giorno ci ha portato dei piatti che aveva cucinato per tutte noi: erano buonissimi!”
Farah ha iniziato a praticare le tecniche di gestione dello stress nella sua routine quotidiana e la sua situazione è migliorata. Ormai parla in pubblico senza difficoltà, intrattiene buoni rapporti con i vicini di casa ed è riuscita a fare amicizia con diverse donne. Il tutto grazie ad Haleen, una donna come lei, della sua stessa terra.
Le donne continuano a rappresentare le parte di società più colpita dalle guerre e dai conflitti. Spesso rimangono sole, orfane dei genitori, vedove dei mariti e con tutto il peso della gestione familiare da portare avanti, come spiega la psicologa - ”Alle donne mancano tante cose, a partire dal sostegno economico-alimentare. Spesso rinunciano a mangiare per mettere cibo in tavola per la propria famiglia. Se fossero aiutate economicamente starebbero meglio, anche a livello psicologico”. Un altro punto davvero urgente riguardo alle donne, rimane quello della consapevolezza di sé e dei propri diritti: “Tante donne non escono neanche di casa. Come potranno mai farsi un’idea sul mondo? Come conosceranno i loro diritti? In questi processi è fondamentale il supporto delle nostre operatrici, provenienti dalla nostra comunità (CHWs). É il solo modo per combattere e prevenire i matrimoni precoci, purtroppo ancora molto presenti in questo contesto”.
Con le famiglie spezzate dalla guerra e dagli sfollamenti forzati, un altro problema grave è quello del lavoro minorile, infatti - “Il numero delle donne vedove è aumentato durante la guerra, spesso sono lə bambinə ad avere il compito di provvedere alle spese e al cibo delle famiglie. Nonostante molte madri rifiutano l'idea del lavoro minorile, lə bambinə iniziano a lavorare anche di nascosto”. Nelle aree dove lavoriamo non esiste per questi bambini altro supporto che il nostro centro di cura. “Una delle più grandi sfide da affrontare è la mancanza endemica di centri di sostegno psicologico e di spazi sicuri per bambiniə. Noi facciamo molto, ma non è abbastanza”.
In un contesto così complesso affrontare una pandemia - in una situazione sanitaria disperata e senza strutture adeguate - non ha fatto che peggiorare le condizioni economiche e sociali. Infatti: “Sin dalle prime fasi della diffusione del Covid, c'è stato il panico nella regione. Il numero delle persone bisognose di supporto psicologico è cresciuta costantemente, ma a causa delle regole di allontanamento sociale, le persone che effettivamente usufruivano dei servizi è andata diminuendo. Senza menzionare lo stigma e la vergogna associati ai contagi veri e propri”.
Le persone hanno dovuto indossare guanti e mascherine durante le sessioni, sono stati ridotti il numero dei posti a sedere disponibili durante ogni sessione, in modo da garantire il distanziamento sociale. Continua la psicologa - “All'inizio rispettare le regole di prevenzione è stato difficile, ma con le formazioni e i consigli del team medico tutto è diventato più facile. Avere a che fare con il Covid è diventato quasi normale”. Nonostante le regole stringenti, le sessioni sono tornate a crescere - “grazie alla consapevolezza e allo sforzo fatto dal team di educazione sanitaria (CHWs), le persone conoscono meglio la malattia. Così il panico iniziale si è affievolito. La sensibilizzazione ha funzionato, ci siamo adattati utilizzando gli strumenti a distanza, come i social media e gli spazi online di conversazione e discussione”.
Haleen sembra felice del suo lavoro, ha gli occhi di chi si alza la mattina con una missione importantissima da svolgere, anche se - “il lavoro non è stato sempre semplice. All'inizio ho dovuto affrontare alcune sfide: non avevo un locale dedicato per condurre le sedute e usavo una sala d'attesa della clinica. Ora abbiamo uno spazio preposto al sostegno psicologico e un luogo che preserva la privacy e la dignità di beneficiariə, affinché le persone possano sentirsi sempre a loro agio mentre sono nel centro”. Haleen spera di essere d’esempio per tante donne che come lei vogliono davvero rendersi utili alla propria comunità - “C’è ancora tanto da fare , abbiamo bisogno di spazi a misura di minore e di un medico specializzato per il trattamento delle malattie psicologiche più gravi. Ma guardate me, ho iniziato in questo centro in una sala d’attesa e ora ho una piccola stanza e uno spazio per fare il mio lavoro. Non ho mai perso la speranza e i miei sforzi sono stati ricompensati”.
di Priscilla Peroni, Protection Programmes Desk Officer di Un Ponte Per
Oggi si celebra l’inizio dei 16 Giorni di Attivismo contro la violenza di genere in Italia ed in tutto il mondo. Da anni lavoriamo accanto e assieme alle donne e ragazze nel Nord est siriano che continuano a vivere in uno stato di emergenza che si protrae da più di una decade.
Accanto all’emergenza sanitaria continua quella che è stata definita la Shadow Pandemic (pandemia ombra), quella della violenza di genere su donne e ragazze.
Le misure di prevenzione COVID ed i frequenti lockdown, hanno rallentato ma non hanno fermato il lavoro incessante del team di Protezione di UPP e Doz per mettere su uno spazio dedicato alle donne e ragazze di Raqqa (WGSS – Women and Girls Safe Space) – una città che si sta ricostruendo dopo anni di negazione dei loro diritti seguiti ai conflitti, gli sfollamenti e l'occupazione di Daesh.
Questo spazio vicino all’ospedale di Raqqa è un luogo privato per sole donne e ragazze, dove poter svolgere attività di gruppo, ricreative, supporto psicosociale, formazione ed informazioni sui loro diritti e la loro salute. In questo luogo poi anche le donne e adolescenti sopravvissute alla violenza di genere ricevono servizi di supporto individuale non stigmatizzanti, gestiti da operatrici locali formate e supportate da UPP.
Oggi le donne dei nostri spazi si sono riunite assieme alle operatrici dei nostri spazi sicuri per parlare di diritti, scambiare esperienze e unirsi alla campagna globale contro la violenza di genere. Non è retorica. Con orgoglio la nostra collega, specialista in contrasto alla violenza di genere, ci dice che siamo qui, insieme siamo forti e vogliamo il cambiamento:
“Questa giornata per me rappresenta un monito per le donne e per il mondo in generale: la violenza non può essere mai giustificata e nessuno la merita, né a Raqqa né in qualsiasi altro posto”.
Come riportano oggi le Nazione Unite in un comunicato stampa, nonostante l’emergenza ancora in atto, scarseggiano i fondi per fornire supporto a donne e ragazze sopravvissute alla violenza di genere: solo il 7% delle comunità in tutta la Siria ha accesso a servizi dedicati alla violenza di genere.
Grazie al supporto della Cooperazione italiana, Un Ponte Per e Doz hanno allestito uno spazio per donne e bambine (WGSS – Women and Girls Safe Space) e assieme a loro continuano tutti i giorni i loro impegno per i loro diritti e per rispondere alla violenza di genere.