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Insieme al Movimento Nonviolento abbiamo ospitato in queste ore la conferenza stampa di Alexander Belik, coordinatore del Movimento per l'obiezione di coscienza in Russia. Un appuntamento per far conoscere la voce di chi rifiuta di imbracciare le armi.

A 50 anni esatti dall’approvazione della legge Marcora, che introdusse il diritto all'obiezione di coscienza in Italia, si è tenuta in queste ore la conferenza stampa di Alexander Belik, coordinatore del Movimento per l'obiezione di coscienza russo. Un movimento nato in Russia nel 2014. L’appuntamento è stato organizzato in sinergia con il Movimento Nonviolento, compagno di strada di questi mesi nel sostegno e nella difesa dellə obiettorə russə, ucrainə e bielorussə. Il diritto di obiezione alla leva militare è stato riconosciuto in Russia nel 1993, eppure la realtà è molto diversa. Secondo Alexander Belik sono circa 20.000 le persone arrestate in Russia per attivismo contro la guerra, «alcunə finiscono nei campi costrittivi per obiettorə, in condizioni disumane, altrə rimangono nascostə per paura di arresti e persecuzioni. Nel tempo i “campi di prigionia” - presenti nei territori ucraini occupati, secondo l'attivista ndr - sono aumentati. Nonostante siano illegali secondo il diritto interno russo e quello internazionale».

Oggi Belik è fuggito in Estonia ed è ancora in attesa di una decisione definitiva rispetto al suo status di rifugiato politico.


Alexander Belik, partiamo dalla sua esperienza personale: era già un obiettore prima dell'invasione russa dell'Ucraina?

Sono il coordinatore del Movimento dal 2016 e da allora do consigli alle persone su come evitare la leva militare. Personalmente però sono un po’ come il figlio del calzolaio che gira in strada con le scarpe bucate. Neanche la mia obiezione è stata mai formalmente riconosciuta. Sono andato al comando militare diverse volte per presentare i motivi medici per cui non ero idoneo alla leva, ma ogni volta mi è stato detto di lasciare il comando perché, secondo loro, ero troppo provocatorio.

In Italia non si sa molto dell'obiezione di coscienza in Russia. Ad esempio, quante persone obiettano?

Non possiamo dare numeri precisi, le cifre esatte, di quante persone stiano obiettando ora alla mobilitazione militare generale. Quello che posso dire è che i nostri social media e i nostri canali telegram, dopo l'inizio della mobilitazione del 21 settembre (data della mobilitazione generale voluta da Putin, ndr), sono cresciuti in modo significativo, passando da circa 1500 contatti a 50 mila. E’ un traguardo davvero significativo. Sappiamo che tutte queste persone ci cercano per avere informazioni su come obiettare e sfuggire al servizio militare. La seconda cosa da dire sui numeri è che un numero imprecisato di obiettorə sono oggi detenutə in condizioni disumane nei campi di costrizione presenti nei territori ucraini occupati. Nel campo di prigionia a Brianka (ndr, situato nel Lugansk) c'erano detenuti 250 obiettorə e disertorə. Dopo la mobilitazione generale di settembre, sono spuntati altri campi di questo tipo nei territori occupati. Sono oggi tra i 5 e i 10 campi di prigionia, e in ogni struttura sono detenuti dai 100 ai 300 obiettorə di coscienza.

La sensazione generale è che il territorio russo sia uno spazio chiuso allə dissidenti. E’ d’accordo? Ci sono spazi di manovra per chi protesta contro la guerra?

Ovviamente durante la prima settimana di conflitto o dopo l’annuncio della mobilitazione di massa, c'è stata una grandissima protesta per le strade e molte persone si sono schierate contro la guerra. Perciò il governo russo ha approvato diverse leggi per reprimere queste opinioni in pubblico. Ora le persone hanno paura di essere catturate dalla polizia e portate in prigione. Pochi giorni fa Ilya Yashin, un oppositore russo, ha pagato il suo dissenso con la condanna a otto anni e mezzo di carcere. Naturalmente esistono ancora in Russia dissidenti, difensorə dei diritti umani e manifestanti che scendono nelle strade, fanno graffiti antigovernativi, opere d’arte contro Putin e contro l'invasione russa. Sono ancora molte le cose del genere che stanno accadendo. Circa ventimila persone sono state arrestate in Russia dall'inizio dell’invasione, perché si opponevano alla guerra. Più di quattrocento fascicoli penali sono stati aperti nei confronti di attivistə pacifiste.

Avete mai avuto contatti con il movimento per l'obiezione in Ucraina?

Certo, abbiamo avuto diversi contatti cordiali con il Movimento Pacifista Ucraino. Non abbiamo avuto ancora occasione di collaborare perché siamo tuttora concentratə sul lavoro in Russia. Naturalmente, lavoriamo con lə obiettorə russə che ora si trovano nel territorio ucraino o nei territori occupati. Ogni nuovə obiettorə russə rappresenta unə militare in più che riusciamo a tenere lontano dal fronte.

Quanto è importante per voi il sostegno del movimento internazionale per la pace?

E’ importantissimo, assolutamente. Grazie a questo sostegno vogliamo giungere al Parlamento europeo e a Ursula Von der Leyen, affinché finalmente venga riconosciuto diritto di asilo in Europa per lə obiettorə di guerra provenienti da Russia, Ucraina e Bielorussia. Si tratta di una petizione congiunta di diverse organizzazioni, come l'European Bureau for Conscientious Objection, War Resisters' International, Connect e.V. e altre organizzazioni come Un Ponte Per che ci stanno sostenendo.

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Durante la conferenza stampa è intervenuto anche il nostro co-presidente Alfio Nicotra: «Così come abbiamo a cuore la popolazione civile ucraina che muore sotto le bombe, sosteniamo chi obiettain Russia, sfuggendo al terrore voluto da Putin. Abbiamo voluto questa conferenza perché, passata una prima fase di simpatia verso lə dissidenti alla guerra, poi la notizia è sparita dai grandi mass media. Come se per giustificare la guerra bisognasse nascondere l'altra Russia, quella che rifiuta di imbracciare le armi. Per questo la testimonianza di Alexander è preziosa. Chiediamo che non siano i popoli a pagare il prezzo delle sanzioni».

“Prima dell’invasione russa vivevo a Kiev. Lavoravo già nell’ambito del dialogo tra le diverse comunità nelle aree controllate dal governo e in quelle di Donetsk e Luhansk. Quando è scoppiata la guerra sono dovuta fuggire in Germania con mio figlio, dove viviamo da allora. Ha 11 anni e per lui, come per lə altrə bambinə rifugiatə, è durissima: deve andare a scuola ma non parla tedesco e non conosce nessuno. Viviamo in questa condizione da oltre 7 mesi. Faccio consulenze per diverse organizzazioni internazionali, e da settembre lavoro con Patrir come esperta di peacebuilding. Nel mio lavoro organizzo e svolgo formazioni sulla costruzione della pace, il dialogo, e il futuro del nostro paese quando la guerra sarà finita”.

Inizia così la nostra lunga conversazione con Mariia Levchenko, esperta di peacebuilding che oggi lavora insieme a noi e al nostro partner “Patrir” in Ucraina. Maria è appena tornata da una missione nel paese dove ha realizzato alcuni incontri di formazione con giovani della società civile, nell’ambito del nostro progetto “Peace Support Ucraina”.

“Ho viaggiato da sola, in auto, per realizzare 3 incontri di formazione. Due a Lviv e uno a Chernihiv, a cui hanno partecipato oltre 50 persone. A dire la verità, è stata davvero dura. Prima di tutto per gli allarmi anti-aerei: suonano molto spesso, e bisogna correre ai ripari nei rifugi. Un’altra difficoltà è la mancanza di elettricità e di riscaldamento: adesso in Ucraina fa davvero molto freddo, lavorare in queste condizioni non è facile per chi partecipa. Inoltre bisogna considerare che si tratta di persone fortemente traumatizzate: tutte sono state colpite in modo profondo dalla guerra, e anche quando a questi incontri partecipano giovani che sanno perché sono lì, che vogliono confrontarsi e imparare cose sul dialogo e la costruzione della pace, non sempre è semplice. Spesso hanno paura di parlare, di esporsi, hanno parenti o amicə che stanno combattendo, e ci sono molte emozioni da considerare. Ecco perché solitamente nella prima parte delle formazioni parlo loro di teoria, fornisco strumenti per ragionare assieme, e solo dopo ci concentriamo sulle prospettive future per l’Ucraina. E anche in questo caso, ci sono persone che hanno perso la speranza di costruire la pace perché vivono ogni giorno sotto i bombardamenti”.

Quanto impatta il trauma che hanno vissuto a livello personale sulla possibilità di lavorare nella costruzione della pace?

“La componente del trauma è davvero fondamentale da includere nelle nostre formazioni. Tutte le persone che partecipano hanno disturbi da stress post-traumatico. Ogni persona con cui ho lavorato in questi mesi ha assistito a bombardamenti, distruzioni, è stata a lungo nascosta nei rifugi, vive senza riscaldamento ed elettricità, non ha modo di sentire i propri cari: tenere a mente questa situazione quando ci si siede per parlare è fondamentale.

Inoltre, la società ucraina oggi è molto polarizzata. Prima della guerra eravamo divisə tra est e ovest. Oggi la situazione si è ulteriormente complicata: abbiamo persone rifugiate, sfollate interne, persone che hanno lasciato il paese e non torneranno e persone che invece lo faranno; c’è chi combatte e chi rifiuta di farlo. Cosa ne sarà della società ucraina dopo tutto questo? Come riuscirà ad uscire da questo enorme trauma collettivo? Insegnare allə giovani strumenti utili al dialogo, spiegare loro come usarli nelle proprie comunità, diventa allora fondamentale. Potranno sedersi con altre persone, confrontarsi, dire che anche con tutte queste terribili esperienze ‘siamo ancora umanə, siamo sopravvissutə, e nella nostra unità possiamo trovare la forza di andare avanti’. Dobbiamo costruire una società solida perché quando la guerra sarà finita, il nostro paese non potrà essere basato su odii e divisioni. Se per farlo aspettiamo che la guerra sia finita, sarà troppo tardi”.

Qual è il ruolo della società civile per costruire una pace duratura adesso? E perché è importante farlo mentre il conflitto è ancora in corso? Qui magari possiamo pensare che rispondere all’emergenza significhi solo inviare aiuti umanitari, ma tu non credi che sia così.

“Esattamente. Credo che sia necessario iniziare a lavorare adesso per costruire la pace. Se vogliamo sperare di avere qualche tipo di perdono, di tentativo di comprensione, dobbiamo iniziare adesso. Partendo dalle nostre comunità, spiegando alle persone come lavorare con il trauma, come affrontare l’esperienza terribile che stanno vivendo, ma anche creando spazi per la comprensione e il perdono. Dovremmo perdonare un giorno o l’altro, e se non siamo prontə a farlo questo porterà conseguenze che renderanno lo stato delle cose ancora più orribile”.

Come è cambiato lo scenario rispetto all’inizio della guerra? Hai notato cambiamenti nelle persone, nelle relazioni tra comunità, nel modo in cui viene percepita la Russia?

“Sì, e credo che le organizzazioni internazionali abbiano perso tempo prezioso. Via via che la guerra progredisce è sempre più difficile parlare di pace o di dialogo con le persone. Più entriamo nell’inverno, con la gente rimasta senza acqua, elettricità e riscaldamento, più disperate le persone diventeranno e questo porterà più odio e risentimento. Se non supportiamo le popolazioni adesso, lavorando alla costruzione della pace e al dialogo, non vorranno sentirne parlare in futuro. Attualmente le persone non vogliono comunicare con la popolazione russa, è impossibile. Quando le città vengono bombardate, quando si muore, è naturale che sia così e che il dialogo con l’aggressore non sia possibile. Ma dobbiamo spiegare che quel momento prima o poi arriverà: bisognerà sedersi allo stesso tavolo, negoziare, capire come ricostruire la società. E tutto questo non potrà basarsi su odio e risentimento. Ecco perché le organizzazioni internazionali dovrebbero prima di tutto focalizzarsi sul sostegno al trauma, e poi sulla costruzione della pace”.

Credi che questi incontri di formazione possano anche rappresentare una protezione per chi partecipa? Moltə partecipanti sono costruttori e costruttrici di pace, non sempre bene accoltə nella società per la loro opposizione alla guerra. Si tratta di normali cittadinə, volontariə, che rischiano molto per le loro idee.

“Io credo che il dialogo sia uno strumento essenziale per la sopravvivenza. Se pensiamo ai territori occupati, molto spesso chi tenta di scappare deve negoziare con l’esercito russo: anche solo sapere come parlare in modo adeguato, senza rischiare di esporsi troppo, può salvare delle vite. Credo che tutta la comunità dovrebbe essere formata su queste tecniche. Un altro elemento importante è che questi momenti di formazione e di incontro rappresentano spazi sicuri in cui le persone si sentono libere di condividere e di parlare. Anche solo sedersi e poter piangere insieme per tutto quanto si è vissuto crea un senso di unione e di comunità”.

Cosa ti spinge a fare questo lavoro, a impegnarti così tanto? E cosa immagini per il futuro del tuo paese?

“Sono onesta, a volte per me fare questo lavoro è davvero difficile. Sono ucraina anch’io e quando attraverso il paese, vedendo tutta la distruzione che è stata causata, i palazzi senza vetri in pieno inverno… è dura. Le persone vengono da me, condividono le loro terribili esperienze, piangono. E spesso non posso fare altro che piangere con loro. Sento il loro dolore, è anche il mio. Ma ciò che mi spinge ad andare avanti è che la gente vuole parlarne, vuole condividere e trova ancora speranza nel prossimo. Io stessa trovo speranza in loro, nei partecipanti che vengono alle formazioni, vedo i loro occhi riaccendersi perché vogliono capire, imparare. Continuano a chiedermi ‘come posso usare questi strumenti di dialogo nella mia comunità?’. Parlarne con loro mi dà forza.

E poi ci sono lə bambinə, che nonostante tutto continuano a ridere e a giocare. Se fuori fa freddo, fanno palle di neve. Sono la nostra speranza per il futuro, e abbiamo il dovere di aiutarlə”.

Prima di salutarci, Mariia condivide un’ultima riflessione.

“Quando attraverso in auto il mio paese distrutto, avvolto nell’oscurità, e vedo le persone continuare a lottare mi convinco che ci sia ancora speranza. Siamo un paese resiliente, i nostri cuori sono ancora pieni di luce, sono certa che ne usciremo. Chiunque in Ucraina oggi vive sulla sua pelle un trauma: non abbiamo i fondi per ricostruire tutto, ma possiamo parlare con le persone. Avere spazi sicuri in cui sedersi, bere un caffè e parlare insieme: anche solo questo rappresenta una speranza per il futuro”.

Intervista a cura di Federica Rizzo, Coordinatrice generale della Raccolta Fondi di UPP.

Il progetto “Peace Support Ucraina” è sostenuto con i fondi Otto per Mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

Un Ponte Per sostiene pacifistə, obiettorə di coscienza e più in generale le azioni di resistenza civile nonviolenta che la popolazione locale ha messo in campo di fronte all’occupazione russa. La ricerca effettuata da ICIP e Novact, due organizzazioni pacifiste catalane, ha raccolto attraverso interviste ben 235 esperienze di resistenza civile sul campo tra febbraio e giugno 2022.

I risultati sono promettenti: le azioni nonviolente hanno ritardato gli obiettivi militari russi e hanno rafforzato la coesione e la resilienza della popolazione ucraina. Il rapporto include una mappa interattiva delle azioni verificate e alcune raccomandazioni conclusive tese a rafforzare le azioni di resistenza nonviolenta nei contesti bellici e favorire la trasformazione dei conflitti.

Nonostante le narrazioni degli ultras delle armi come panacea di tutti i mali, sin dall'inizio dell'invasione russa, la società civile ucraina si è spontaneamente e coraggiosamente organizzata per contrastare l'occupazione militare. In che modo? Attraverso centinaia di azioni nonviolente, tra cui la disobbedienza civile, le manifestazioni, i blocchi stradali, l'evacuazione dei civili o le campagne di comunicazione. Hanno avuto qualche tipo di risultato? Scopriamolo.

Il rapporto “Ukrainian Nonviolent Civil Resistance in the Face of War”, redatto dal prof. Felip Daza nell'ambito di un progetto congiunto di ICIP e Novact, esamina la resistenza civile nonviolenta ucraina tra il febbraio e il giugno 2022 per identificare le dinamiche organizzative e le caratteristiche delle diverse azioni, la loro evoluzione e gli impatti e i supporti che hanno ottenuto.

Il documento analizza 235 azioni di resistenza civile nonviolenta, raccolte su una mappa interattiva. Il lavoro conferma che alcune azioni di resistenza hanno contribuito a fermare l'invasione nel nord del Paese, ostacolando l'occupazione militare nelle sue prime fasi. Allo stesso modo, la nonviolenza ha creato condizioni e strategie per mantenere alta la coesione sociale e la resilienza delle comunità di fronte alla paura e all'incertezza causate dall'invasione.

La società civile organizzata ha costruito un sistema di evacuazione, trasporto e ricollocazione per le persone colpite dalla violenza. Il lavoro di monitoraggio dei crimini di guerra portato avanti da organizzazioni per la difesa dei diritti umani ha invece innalzato la voce della popolazione colpita, dando la possibilità di denunciare gli abusi.

Secondo l'autore del rapporto Felip Daza, "la risposta civile nonviolenta del popolo ucraino è un'esperienza unica che può servire da ispirazione per altri conflitti armati, ma soprattutto è il seme per ricostruire il Paese e tessere alleanze regionali per fermare la barbarie della guerra".


Metodologia e tipi di azioni

La ricerca si è basata sul lavoro sul campo dell'autore Felip Daza e della fotografa Lorena Sopena.

Durante il loro soggiorno in Ucraina sono stati raccolti dati e testimonianze attraverso interviste a 55 attori politici e sociali del Paese, tra cui rappresentanti di istituzioni pubbliche, ONG, attivisti, accademici e istituzioni religiose.

La raccolta di informazioni ha permesso di realizzare una mappa interattiva con 235 azioni nonviolente verificate e sistematizzate dal 24 febbraio al 30 giugno 2022.

Clicca su play per far partire l'animazione. Clicca sui pallini nella mappa per i dettagli su ogni azione di resistenza nonviolenta.

Le azioni registrate sono suddivise in tre tipologie:
- atti di protesta e dissuasione (148),
- movimenti di risposta nonviolenta  (51)
- misure di non collaborazione con l’occupante (36)

Le azioni più numerose sono state le proteste, comprese manifestazioni e sit-in pubblici, registrate soprattutto nelle aree sottoposte ad occupazione russa nel sud del Paese, durante le prime settimane dell'invasione.

A partire da aprile, le manifestazioni sono state drasticamente ridotte a causa della repressione, con arresti arbitrari e sequestri di attivistə. La resistenza civile ha così adottato una strategia basata su azioni segrete, disobbedienza e non collaborazione con gli occupanti. Per esempio, sono state diverse le lettere di dimissioni dei direttori e delle direttrici nelle scuole di Melitopol, o il rifiuto di alcunə insegnanti di prestare la propria professionalità all'insegnamento dei nuovi programmi scolastici introdotti dai russi.

Le azioni di intervento nonviolento sono state molto popolari all'inizio dell'invasione, come il blocco dei carri armati russi da parte di cittadini e cittadine, o la costruzione di barricate.

Queste azioni hanno avuto un impatto diretto, allontanando gli obiettivi militari della Russia. Il rapporto rileva inoltre che la resistenza civile nonviolenta ha contribuito a fermare l'invasione nel nord del Paese.

Come Un Ponte Per sosteniamo la resistenza civile e nonviolenta della popolazione ucraina, che senza l’uso delle armi ha mostrato grande coraggio e una forte opposizione all’invasore.

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Il nord est della Siria e il Kurdistan iracheno sono stati colpiti dall’aviazione turca

Nella notte tra sabato 19 e domenica 20 novembre 2022 la Turchia ha lanciato un’offensiva militare aerea lungo i confini con il nord est della Siria e il Kurdistan iracheno. Target dell’operazione sono state le principali località a ridosso dei confini, tra cui Kobane, città simbolo della resistenza curda contro Daesh (Isis) tra il 2014 e il 2015.

Si registrano le prime vittime civili (12) e numerose persone ferite.

“E’ arrivata l’ora della resa dei conti”, ha affermato su Twitter il ministero della Difesa turco, annunciando l’avvio dei raid. Da subito si teme un’escalation su vasta scala, come accaduto nel 2019 durante l'“Operazione speciale” che il governo di Ankara scatenò su tutto il nord est della Siria.

ULTIME NEWS

I nostri partner della Mezzaluna Rossa Curda (KRC) e il nostro staff in loco ci fanno sapere che al momento non si registrano spostamenti di massa della popolazione, anche se il livello di allerta resta alto per il timore di un’escalation militare nelle prossime ore. I team di emergenza sono già impegnati per aiutare le persone coinvolte nei bombardamenti a Derik, Debasie e altre località colpite. Le cliniche sono aperte e in funzione, e nessuna attività al momento è stata sospesa.

Nella notte tra il 22 e il 23 novembre sono stati condotti attacchi aerei nell’area di Qahtaniyyeh contro giacimenti di gas e petroliferi, mostrando l’intenzione della Turchia di danneggiare le infrastrutture civili per colpire la popolazione e rendere impossibile all’Amministrazione autonoma la gestione dei servizi essenziali.

Stiamo assistendo ad un'escalation di attacchi contro infrastrutture civili senza precedenti in nord est Siria, sul modello di quanto sta accadendo in Ucraina per mano dell’esercito russo.

“Chiediamo al Governo italiano e a quelli dell’Unione Europea un intervento immediato sulla Turchia, paese della NATO, per far cessare i bombardamenti sulla città di Kobane, sulle altre città del nord est della Siria e sul Kurdistan iracheno. Non è accettabile che una città martire nella lotta all’ISIS sia aggredita impunemente e nel silenzio delle cancellerie occidentali, da un paese che durante il lungo assedio da parte dell’ISIS non ha mosso un dito per fermare i miliziani del califfato nero che hanno goduto invece di complicità e di sostegno.” Lo affermano, in una dichiarazione, lə due co-Presidenti di Un Ponte Per Angelica Romano e Alfio Nicotra.

“Facendo un uso strumentale dell’attentato a Istanbul – prosegue la nota della Presidenza UPP – si sta scatenando una aggressione pianificata da tempo dal Governo di Ankara e che gode della complicità della Russia, visto che Mosca ha consentito l’apertura all’aviazione turca dello spazio aereo siriano, interdetto dal 2019. La guerra in Ucraina e il non agire per fermarla sta avendo un effetto domino nel Medio Oriente e a pagarne il prezzo sono di nuovo i popoli. Occorre agire per bloccare questo effetto domino e per l’immediato cessate il fuoco”.

Qui il testo completo del nostro comunicato stampa

Arrivano le prime notizie dal nostro team sul campo, nelle ultime ore sotto le bombe turche: per fortuna non ci sono danni sulle nostre strutture. Le attività sanitarie e di protezione che portiamo avanti stanno proseguendo.

“Ovviamente siamo in massima allerta rispetto alle sorti della popolazione civile e del nostro staff in loco. Pertanto stiamo rafforzando le misure di sicurezza secondo protocolli prestabiliti, ad esempio evitando la presenza presso edifici e infrastrutture pubbliche che purtroppo possono rappresentare un target per i bombardamenti turchi”, racconta il nostro Luca Magno, responsabile dei programmi di Un Ponte Per nell’area.

Al momento sono state colpite prevalentemente postazioni militari ed alcuni edifici di carattere pubblico, ma ci sono già diverse vittime civili. Speriamo non ci sia un escalation nelle prossime 24/48 ore, anche se la Turchia non esclude operazioni militari via terra.

“Tutto il nord est della Siria che confina con la Turchia è oggi a rischio escalation. In queste ore la popolazione civile non è ancora in fuga e i servizi non sono stati sospesi. Qualora la situazione peggiorasse però non sono escluse sospensioni gravi di servizi fondamentali e fughe di massa”, prosegue Luca.

Ad oggi sono avvenuti attacchi aerei ed alcuni attacchi con droni anche nel nord dell’Iraq.

Durante l’offensiva militare del 2019 ci furono conseguenze enormi in tutta l’area. Furono colpite anche le nostre ambulanze in nord est Siria e due ospedali che avevamo contribuito a ricostruire, mettendo a repentaglio anni di lavoro umanitario a sostegno della popolazione.

“Ci appelliamo a tutte le autorità internazionali e diplomatiche affinché si attivino subito per prevenire ogni possibile escalation militare”, conclude Luca Magno.

UN PONTE PER IN SIRIA

Un Ponte Per è presente nel nord est della Siria dal 2015, anno in cui costruisce legami con le organizzazioni della società civile avviando un ciclo di distribuzioni di aiuti umanitari e medicinali che raggiungeranno migliaia di persone in stato di bisogno.

Stringendo un solido legame con la Mezzaluna Rossa Curda (KRC), UPP avvia un vasto programma di sostegno sanitario, che contribuisce a fronteggiare l'emergenza umanitaria durante la guerra per liberare da Daesh la città di Raqqa, costruendo un sistema di cliniche e ambulanze destinate alla popolazione civile.

Proseguono gli invii di aiuti umanitari e vengono allestite 6 Cliniche mobili, necessarie ad assistere la popolazione coinvolta nella guerra. UPP avvia inoltre specifiche formazioni al personale medico-sanitario della KRC, perché possa intervenire al meglio nel sostegno alla popolazione sfollata e coinvolta nei combattimenti.

Nel corso dei combattimenti per la liberazione della città di Raqqa dal controllo di Daesh, UPP interviene assicurando l’accesso alle cure sanitarie alla popolazione e sostenendo il precario sistema sanitario locale. Acquista numerose ambulanze e allestisce alcuni Centri per la stabilizzazione delle persone ferite, intervenendo direttamente sul fronte dei combattimenti, stabilizzando le persone ferite prima di trasferirle nei più vicini centri sanitari. Parallelamente continua a formare il personale locale, crea una rete di Operatori sanitari di Comunità, che svolgono attività di prima assistenza porta a porta, per raggiungere le aree più remote del governatorato di Raqqa, e avvia un percorso di sostegno a donne e minori vittime di violenza. All’interno dei campi che accolgono le persone sfollate a causa della guerra UPP avvia la costruzione di piccole cliniche per garantire accesso continuativo alle cure.

Al termine dell'emergenza umanitaria, Un Ponte Per resta operativa nel sostegno alla ricostruzione del sistema sanitario, delle cliniche e del principale ospedale di Raqqa, riabilitato nel 2018.

Nel 2019 UPP resta coinvolta nelle operazioni belliche lanciate dalla Turchia nel nord est della Siria. Vengono colpite alcune ambulanze e centri sanitari che UPP aveva allestito insieme alla KRC. Al termine dell’emergenza, che causa danni enormi alle infrastrutture e moltissime vittime, UPP riprende il suo lavoro in ambito sanitario, si concentra sulla protezione di donne e minori e costruisce un sistema di smaltimento dei rifiuti sanitari, garantendo la gestione sicura a tutti gli ospedali e alle cliniche sostenute nel corso degli anni. Interviene nell’emergenza causata dalla pandemia di Covid-19, creando reparti temporanei di terapia sub-intensiva inesistenti nell’area, per la gestione dei casi più gravi. A settembre 2022 completa la riabilitazione dell’ospedale “Al Hilal” di Raqqa, che diventa interamente pediatrico e passa nelle mani dell’Amministrazione locale.

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Conclusa la II edizione della scuola femminista “Lina Ben Mhenni”

La prima edizione si era svolta nel 2021 a Kelibia, sotto lo slogan “Pensiamo queer, agiamo intersezionalmente”, ed era stata un grandissimo successo. Quindici giovani artistə e attivistə, selezionatə attraverso un bando, avevano partecipato a momenti di scambio di pratiche e dibattito sul femminismo queer e intersezionale, presentando poi i loro progetti, rappresentativi di una nuova e giovane generazione di femministe tunisine.

Quest’anno è tornata e si è appena conclusa con un nuovo successo la Scuola di scrittura femminista organizzata dall’Associazione Lina Ben Mhenni – creata dalla famiglia della giovane attivista e giornalista tunisina prematuramente scomparsa – e che siamo particolarmente felici di sostenere insieme all’Ambasciata del Canada in Tunisia. Con l’Associazione portiamo avanti dal marzo 2022 anche “Kutub Hurra” (Libri a Porti Aperti), un “ponte” ideale fatto di libri in viaggio tra la Tunisia e le carceri italiane. Un progetto fortemente voluto dai genitori di Lina Ben Mhenni, per colmare il vuoto di testi in lingua araba negli istituti penitenziari italiani. L’Associazione ci ha donato moltissimi libri raccolti in vita dall’attivista che sono stati portati in diverse carceri della Toscana.

Per questo siamo statə particolarmente felici di tornare a collaborare con la Scuola femminista anche nel 2022.

L’Associazione ha scelto quest’anno il tema “Scrivere per creare, scrivere per resistere”, decidendo di concentrarsi sulla scrittura femminista attraverso dibattiti, tavoli di lavoro e scambi di buone pratiche a cui hanno partecipato attivistə, scrittorə e giornalistə molto notə nel panorama culturale giovanile tunisino.

“E’ importante ricordare che la scrittura, l’elaborazione del pensiero e l’auto-riflessione non sono mai stati un terreno facilmente concesso alle donne. Hanno conquistato il diritto alla parola nonostante l’opposizione maschile, creando spazi di resistenza all’egemonia patriarcale”, ricordano le ideatrici della Scuola. “Ma sono state proprio la scrittura, l’autobiografia, la narrativa, la poesia e il giornalismo a rappresentare le forme più efficaci di resistenza, e oggi possiamo parlare di linguaggio esclusivo, approccio di genere alla scrittura, destrutturazione del sistema patriarcale. Molti movimenti femministi hanno reso la scrittura una pratica militante, che ha aperto la strada a molte donne per portare le proprie storie personali nel dibattito pubblico”, proseguono.

Durante questa edizione della Scuola, aperta come sempre a chiunque volesse partecipare – donne, persone della comunità Lgbtqi+ e persone che si identificano nel genere femminile - attraverso un bando gratuito, si è discusso della scrittura femminista come strumento per reclamare agibilità politica nello spazio pubblico. “Proprio come ha fatto Lina in vita – concludono lə attivistə – attraverso racconti personali, poesia, scrittura giornalistica politica, abbiamo voluto offrire uno spazio di comune riflessione alle donne”.

Da un lato il sabotaggio al Nord Stream, i referendum farsa sull’annessione alla Russia delle zone occupate, la mobilitazione dei coscritti dichiarata da Putin e il continuo richiamo alla possibilità di uso dell’arma atomica. Dall’altro noi, costruttorə di pace delle carovane di “Stopthewarnow”, che da marzo attraversano i territori di guerra portando aiuto umanitario e sostegno politico alla società civile. Con particolare attenzione a chi obietta.

Come ci ha scritto il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi: “Una piccola luce di pace nelle tenebre terribili della violenza”. Quella partita per Kiev il 26 settembre, sia pur in numeri più contenuti delle diverse carovane, era forse la più politica. Una Carovana di cui ci siamo fattə carico noi di Un Ponte Per insieme al Movimento Nonviolento, con il sostegno di tutte le associazioni di #Stopthewarnow. Con lo scopo, in primo luogo, di sollevare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sullə giovani che disertano o si dichiarano obiettorə di coscienza sia in Ucraina che in Russia, chiedendo misure di protezione da parte dell’Ue e l’apertura delle frontiere per accoglierlə.

Svuotare la guerra togliendo “la carne da macello” dai campi di battaglia significa dire che esiste un’altra strada da percorrere, che uccidere e morire non è l’unica opzione. In Ucraina, nel 2021, erano più di 5mila lə obiettorə di coscienza al servizio militare, riconosciuta dalla legislazione, ma immediatamente sospesa con la legge marziale che dichiara tutti i maschi dai 18 ai 60 anni mobilitabili nel conflitto e richiamati alle armi. In Russia, crollata la parodia della “operazione militare speciale” con la quale il governo aveva cercato di non allarmare la popolazione, l’annuncio della mobilitazione generale parziale ha dato il via alla legittima fuga dal paese di tantissimə giovani, come dimostrano le file alle frontiere.

Abbiamo denunciato, anche all’ambasciatore Pierfrancesco Zazo che ci ha ricevuti all’Ambasciata italiana a Kiev, che erano inaccettabili le chiusure alle frontiere di paesi come la Finlandia e la Lituania, ed era assolutamente anacronistica la decisione, annunciata dalla von der Leyen appena il 1° settembre, di restrizioni nei visti d’ingresso per lə cittadinə russə.

Di grande commozione l’iniziativa assunta con alcuni esponenti del movimento pacifista ucraino di un comune presidio simbolico alla statua di Gandhi, in uno dei giardini della capitale. Per la giornata internazionale della nonviolenza, il 2 ottobre, abbiamo anche letto un brano attualissimo dell’attivista nonviolento e statista indiano sulla necessità del bando delle armi nucleari, e di sottrarre l’umanità a questa terribile minaccia.

Prima di Kiev c’eravamo fermatə a Cernivtsi, città ucraina al confine con la Romania, dove con l’università locale, una delle più importanti ed antiche del paese, patrimonio Unesco, abbiamo avviato un progetto di collaborazione per educazione alla pace e alla nonviolenza. Un progetto che Un Ponte Per sta portando avanti con il partner rumeno Patrir (Peace Action, Training and Research Institute of Romania), rivolto allə giovani dell’Ucraina in tutto il paese.

Tra gli incontri a Kiev quello con diversə attivistə sindacali che, pur non facendo mancare il sostegno e l’adesione alla resistenza all’invasore, ci hanno illustrato il gravissimo peggioramento delle condizioni di vita dei ceti popolari, il pesante aggravarsi della disoccupazione e la contrazione dei diritti dellə lavoratorə. La legge marziale ha vietato il diritto di sciopero e consentito settimane di lavoro di 60 ore, spesso senza adeguare i salari, il cui pagamento in alcuni casi è rinviato a quando l’invasore russo dovrà risarcire il popolo ucraino dei danni prodotti. Il governo ha aggravato questo quadro con la legge 5371 sul lavoro, rendendolo sempre più precario al punto da cancellare il diritto al mantenimento del posto per le lavoratrici in maternità.

L’economia di guerra costituisce una pista di lavoro che la delegazione consegna ai sindacati italiani ed europei, affinché non abbandonino lə lavoratorə ucrainə e facciano pressioni sulla Ue per far rispettare gli standard europei sul diritto del lavoro. Quanto alla nostra proposta di trovare un punto d’iniziativa comune con lə lavoratorə russə c’è stato detto che i tempi non sono maturi e che si dovrà aspettare la “vittoria” dell’Ucraina. Dovremo, con grande intelligenza e capacità creativa, insistere invece per imporre un protagonismo dellə lavoratorə di entrambi i paesi per rompere lo schema amico-nemico. Serve anche a questo un nuovo e forte movimento per la pace.

Articolo originale uscito su Sinistra Sindacale, 9 ottobre 2022.

Beirut. Il 16 settembre di 40 anni fa, gli uomini di Bashir Gemayel, supportati dall’esercito israeliano, entrarono armati nel campo profughi palestinese di Sabra e Shatila. Quello che successe nei due giorni seguenti è rimasto drammaticamente nella storia. Quest’intervista ripercorre come una comunità dilaniata dal dolore abbia saputo rialzarsi e continuare a vivere, senza aver mai ottenuto giustizia.

di Rima Krayim e Edoardo Cuccagna

Gemayel era il leader delle Falangi e nuovo Presidente di un Libano lacerato dalla guerra civile. Aveva perso la vita soltanto due giorni prima in un attentato, probabilmente di matrice siriana. I fedayn palestinesi di Arafat avevano già lasciato il paese, adempiendo ad un accordo siglato sotto l’egida delle Nazioni Unite. Gli accordi invece non furono rispettati da Ariel Sharon, potente Ministro degli Interni israeliano, che con le sue truppe invase Beirut ovest. Neanche le forze internazionali di interposizione (tra cui centinaia di soldati italiani) rispettarono i patti, abbandonando il paese prima del previsto.

I Falangisti restarono nel campo quasi due giorni, mentre i soldati israeliani rimasero a presidio degli ingressi affinché nessuno potesse fuggire, permettendo di fatto che l’eccidio fosse compiuto. Quello che era successo nel campo «Ce lo dissero le mosche. Erano milioni e il loro ronzio era eloquente quasi quanto l'odore» - raccontò nel suo reportage il giornalista inglese Robert Fisk. Un enorme campo minato di corpi giaceva a terra senza vita per tutto il chilometro quadrato di superficie del campo di Shatila. Alla fine di un massacro durato due giorni, si stimerà che le vittime siano state oltre 3.000, tra uomini, donne, anziani, bambinə, barbaramente uccisə. Un genocidio le cui vittime non hanno ancora ricevuto giustizia e per cui nessuno ha pagato mai.

A 40 anni dal massacro di Sabra e Shatila, abbiamo intervisato Mr. Kassem, fondatore e presidente di Beit Atfal Assomoud, una storica organizzazione palestinese nata per sostenere lə orfanə dei campi. Come Un Ponte Per supportiamo Assomoud dal 1997 con i sostegni a distanza e il programma Family Happiness, grazie al quale fino ad oggi siamo riuscitə a garantire allə bambinə educazione, assistenza medica, supporto psico-sociale. Nel frattempo i campi profughi sono ancora lì e continuano le enormi privazioni a cui sono costrettə lə palestinesi.

Mr. Kassem, cosa ricorda di quei giorni bui?
Quando ci fu il massacro mi trovavo in Francia. Ricordo che contattai un mio amico membro del consiglio di amministrazione di Beirut. Gli chiesi di iniziare a soccorrere subito lə figliə dellə martiri che avevano perso la vita. Un fotografo giapponese ci offrì un grande aiuto con la stampa. Riuscimmo così a dar vita rapidamente al primo progetto per bambinə, si chiamava "Isaad Al-Osra".

A 40 anni dagli eventi, come è cambiata la comunità palestinese in Libano?
Prima del 1982 la nostra gente aveva grande orgoglio e senso di appartenenza. C’era una grande solidarietà diffusa e un forte senso di comunità. Le persone si conoscevano bene e si prendevano cura le une delle altre. Il campo era la casa di tuttə noi. Con il massacro e la guerra dei campi è scomparso tutto ciò. Il campo di Shatila ha perso identità, cultura, ha perso il suo sentire comune. Il cambiamento nelle relazioni è avvenuto in senso peggiorativo. Cerchiamo con il nostro lavoro di ricostruire coesione sociale, senza la quale è davvero complesso affrontare i problemi quotidiani.

Assomoud è nata nel 1976, dopo un altro massacro, quello di Tal Al Za’atar. Come si è evoluta l'attività dell'organizzazione da allora?
Volevamo dare una risposta civile e umanitaria al massacro di Tal Al-Za'atar, costruire degli spazi sicuri e dei luoghi dove lə orfanə del massacro potessero sentirsi protettiə All’inizio lə bambinə con noi erano circa 180. Nel 1982, dopo il massacro di Sabra e Chatila, abbiamo iniziato a sostenere bambinə con l’obiettivo di lasciarlə con i parenti se possibile, piuttosto che vivere negli orfanotrofi. Per rispondere alla guerra che continuava in Libano, avviammo tante nuove attività per supportare bambinə, non solo nei bisogni essenziali, ma anche a livello di salute mentale e gestione del trauma.

Costruimmo il nostro primo centro proprio nel campo di Shatila, ed è ancora considerato un piccolo esempio per gli altri centri. Oggi il centro ospita anche un ambulatorio dentistico e un asilo per bambinə dai 3 ai 6 anni. Negli anni purtroppo sono aumentati i casi di abbandono scolastico, così abbiamo cominciato i corsi di recupero e il supporto educativo. Poi sono cominciati i corsi di Dabke (la danza tradizionale palestinese), di cucito e di cultura palestinese, al fine di salvaguardare la nostra identità e sostenere le famiglie.


Quant’è importante l’istruzione per chi cresce nei campi?
Israele ha occupato le nostre terre ma non può avere il controllo delle nostre menti, perciò l'istruzione è una priorità per lə palestinesi. Vogliamo offrire allə giovani le migliori opportunità di apprendimento, perché è la cultura la nostra unica arma. La vita nei campi scorre difficile, le privazioni sono tante e le leggi libanesi non aiutano: ancora oggi non ci è permesso avere proprietà immobiliari e svolgere alcuni mestieri. La frustrazione è tanta e il supporto psicologico specialistico che diamo alla popolazione è fondamentale. Non ci sono alternative rispetto a quello che offriamo, specie a livello di scuola materna, servizi psicologici e assistenza dentistica.

Alcunə bambinə studiano all'Unrwa e c'è una piccola percentuale tra loro che studia nelle scuole pubbliche, dove non c’è posto neanche per lə bambinə libanesi. In questo senso sì, i nostri servizi sono essenziali. Purtroppo in Libano più dell’ 80% dell’istruzione è privata.
Avremmo bisogno di borse di studio per scuole e università, e di formazioni professionali affinché lə ragazzə possano imparare un mestiere.

Un Ponte Per sostiene Assomoud da molti anni con progetti comuni e sostegni a distanza, ha un ricordo particolare che la lega a noi?
Conobbi Fabio (Fabio Alberti, fondatore di UPP, ndr) di Un Ponte Per negli anni ‘90, proveniva da Baghdad e venne a trovarci in Libano. Ci siamo capiti subito e cominciammo a lavorare insieme: il programma fu chiamato "Jeser Ela… Baghdad, Jeser Ela… Shatila”, Un Ponte Per… Baghdad, Un Ponte Per…Shatila. Da allora prosegue il nostro legame di amicizia e cooperazione, e speriamo vada avanti anche in futuro.

40 anni dopo il massacro, in Libano è in atto una profonda crisi economica, la pandemia, le tensioni politiche. Come influenzano questi fattori la causa palestinese e il diritto al ritorno in Palestina?
Più soffriamo, più continuiamo a sostenere il diritto al ritorno. La crisi economica, le tensioni religiose e politiche hanno ovviamente colpito tuttə noi, oltre al terribile aumento dei prezzi e alle continue interruzioni di corrente elettrica. La situazione è ulteriormente peggiorata con il Covid 19 ma nonostante tutto ciò non rinunceremo mai al nostro diritto al ritorno.
Conserviamo ancora le fotografie e le chiavi delle nostre vecchie case in Palestina.

A 40 anni di distanza, come Un Ponte Per continuiamo a chiedere giustizia per la memoria delle persone uccise e per coloro che sono sopravvissute. Nessuno ha ancora pagato per il crimine di Sabra e Shatila, nessuno ha risarcito lə palestinesi o ha chiesto scusa per quello che è stato un vero e proprio atto di genocidio.
Dedichiamo il nostro cordoglio più sincero ai fratelli e alle sorelle palestinesi che 40 anni fa furono brutalmente uccisə, ai loro familiari, e a tutto il popolo palestinese che da più di 70 anni subisce ingiustizie indicibili.
Con dolore, tristezza, ma anche con tanta dignità.

Dal 4 agosto 2020 il Libano non si è rialzato. Mancano acqua potabile, elettricità, si formano code infinite per comprare un po’ di pane. A pochi giorni dal triste anniversario crollano i silos simbolo dell’esplosione in mondovisione, mentre i parenti delle vittime continuano a chiedere verità sullo spaventoso evento.

Di Giovanna Gagliardi, Comitato Nazionale di Un Ponte Per

Richard ricorda quel pomeriggio a Beirut con gli occhi sgranati, come se la luce vermiglia che invadeva il cielo della sua città gli fosse visibile tuttora. "Mio fratello ha lasciato l'ufficio pochi minuti prima che il vetro della finestra, ridotto in mille pezzi, piovesse sulla sua postazione. Io, invece, ero a casa. Non ho mai sentito mia madre urlare così forte in tutta la mia vita. Dallo spavento siamo uscitə in strada, volevamo andare lontano, in auto, ma guidare era impossibile, schegge volavano per aria e sulle nostre teste incombeva un'immensa sfera arancione."

Quel 4 agosto 2020, giorno dell'esplosione al porto di Beirut, è stato un punto di non ritorno per moltə libanesə, già vessatə dalla crisi economica che ha travolto il Paese l'inverno precedente. Per l'80% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà, l’accesso ai beni primari è tutt’altro che scontato. La spirale inflazionistica ha trascinato la lira libanese così in basso da richiederne 29.000 per acquistare un dollaro, a fronte di un rapporto di 1.500 a 1 del 2019. "Il pane è caro, l'acqua manca, la corrente manca. Che vita è questa? Se potessi andrei via dal Libano". Non è raro assistere a rapidi scambi di battute tra sconosciutə, in strada o sul service, dal tenore di un'amara litania sullo status quo.

Nei giorni del grande Eid, la festa del sacrificio a conclusione del pellegrinaggio alla Mecca, la tensione ai forni è sfociata in colluttazioni violente, alla ricerca di un capro espiatorio che giustificasse la scarsità di cereali e il rincaro dei prezzi. A farne le spese sono stati soprattutto lə profughə sirianə, fuggitə dalla guerra che dal 2011 ne attanaglia il Paese, designatə a gran voce dai politici locali come colpevoli dell'attuale carenza di pane.

Anche i rubinetti nelle case languono. Le infrastrutture per l’approvvigionamento di acqua potabile lasciano a secco gran parte dellə abitanti del Libano, costrettə a rivolgersi a compagnie private per il riempimento delle cisterne che coronano i tetti degli edifici, elemento diffusissimo del panorama cittadino.

All’ora del tramonto Beirut piomba nel buio. La rete elettrica, connotata da una cronica incapacità di rispondere ai bisogni della popolazione, è collassata una prima volta nell’ottobre 2021, in un blackout lungo 24 ore. Dai campi profughi ai condomini più abbienti della capitale, chi può ricorre in maniera sempre più massiccia ai generatori privati, con costi aggiuntivi che ricadono su una cittadinanza già molto provata.

Nell’oscurità risplendono i bagliori delle fiamme. Presso il sito dell’esplosione del 2020, dei grossi silos contenenti tonnellate di grano, hanno preso fuoco nelle scorse settimane, a causa della calura estiva che batte le strade lungo la costa. Il 31 luglio parte di essi è collassata senza che vigili del fuoco ed esercito fossero riusciti a domare l’incendio. La fisionomia del porto cambia ancora a un passo dall’anniversario di quel 4 agosto di due anni fa, a dispetto di quanto voluto dai parenti delle vittime, che hanno chiesto di preservare i silos in memoria di quel tragico giorno, bloccando i tentativi delle autorità di demolirli per motivi di sicurezza.

“Sono cresciuto ad Ashrafie, al centro di Beirut. Non c’è una famiglia, tra quelle che conosco, che non abbia subito danni dall’esplosione al porto. Non ce n’è una un cui membro non ne sia stato ferito. Prendi me, la mia vita è stata irrimediabilmente colpita. Non vedevo più futuro in Libano.” Per questo Richard ha deciso di trasferirsi a Larnaca, Cipro, un piccolo centro a tre quarti d’ora d’aereo da Beirut, dove grazie ai suoi risparmi ha potuto dare avvio a un’attività commerciale.

Non tuttə però hanno le risorse per ricominciare. Nei momenti di sconforto, le voci di imbarcazioni che salpano alla volta dell'Europa corrono di bocca in bocca. "Tariq al bahar", la via del mare diviene il progetto di chi non riesce a lasciare il Paese in altro modo, di chi è stanco e non vede vie d’uscita.

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Takoua Ben Mohamed è una graphic journalist, produttrice e fumettista di origine tunisina. Nel dicembre 2021 è stata eletta da La Repubblica ‘Donna italiana dell’anno’, insieme a Liliana Segre e Ambra Sabatini. Qualche mese fa, Takoua ha disegnato la nuova tessera di Un Ponte Per per il 2022. In questi giorni è stata con noi in Iraq per un laboratorio di fumetto rivolto ad attiviste irachene e sudanesi.
Ce lo ha raccontato in quest’intervista.

L’esperienza in Iraq è stata per me emozionante e arricchente. Non sapevo in che situazione mi sarei trovata. Dell’Iraq conoscevo poco, e le responsabili del progetto sono state eccezionali nel mettere insieme tante donne con background così diversi per esperienze di vita, famiglia, professione”. Inizia così il racconto che Takoua Ben Mohamed, fumettista e illustratrice famosa in Italia per graphic novel come “Sotto il Velo” e “La rivoluzione dei gelsomini”, ci fa del suo primo viaggio in Iraq.

Una missione, la sua, organizzata nell’ambito del nostro progetto “Al Thawra Untha” (La rivoluzione è donna), pensata per guidare una tre giorni di laboratori sul graphic journalism, organizzati con numerose attiviste irachene e sudanesi che si sono scambiate per tre giorni racconti di vita, esperienze di lotta, buone pratiche, idee sull’attivismo, all’indomani delle rivolte che hanno attraversato i loro paesi, e che le hanno viste protagoniste di pagine inedite di femminismo e partecipazione.


“Abbiamo iniziato con un gioco semplice, una serie di domande in fila a cui ognuna doveva rispondere”, racconta Takoua. “Così ho avuto modo di capire chi avessi davanti: non erano tutte donne arabe e irachene: c’erano anche curde ed ezide. E poi le attiviste sudanesi. E’ stato molto emozionante tenere insieme tutti questi pensieri, background, esperienze di vita. Tra loro c’era chi era attivista in prima linea durante le proteste; chi aveva perso persone care durante le guerre, chi invece aveva scelto di diventare attivista senza urgenze politiche o sociali, solo per vocazione”, spiega.

È partita da sé e dal suo lavoro, Takoua, raccontando ciò che fa e l’importanza del graphic journalism e del fumetto che “non deve essere banalizzato, anzi è un mezzo prezioso ed efficace per raggiungere le giovani generazioni e far passare loro messaggi politici anche molto importanti”, sottolinea. “Nei laboratori ho spiegato alle donne presenti come arrivare a realizzare un fumetto partendo dalle proprie storie ed esperienze personali. Abbiamo fatto un gioco per cui dovevano scrivere su un foglio 5 parole con cui si descrivevano e poi ne parlavamo. Dalla storia di quelle parole scelte si arrivava poi a un racconto: c’è chi ha scritto pazienza, chi forza, tutte parole che dietro avevano aneddoti, storie, famiglie, vita vissuta. A partire da questo sono emersi racconti importanti, alcuni direttamente connessi al tema del femminismo e dell’attivismo, altri meno”, prosegue.

 

 

Donne diverse, che hanno condiviso esperienze diverse. “C’era un’attivista sudanese, che ha spiegato la natura dell’etnia Nubi alla quale appartiene e le difficoltà che ha vissuto a causa dei conflitti sanguinari durante la sua infanzia; c’era una ragazza che ha scelto di studiare Ingegneria petrolifera, in un ambiente totalmente maschile, e si è vista ridicolizzare dai suoi stessi docenti; c’era una ex combattente curda che ha ricordato gli anni terribili di Saddam Hussein. E c’era chi, più semplicemente, ha raccontato le proprie difficoltà come donna all’interno del contesto politico, sociale e familiare patriarcale”, racconta Takoua.

Perché in fondo, a prescindere da provenienze, esperienze e storie anche molto diverse tra loro, “noi donne siamo tutte accomunate dalle stesse battaglie e dalla stessa lotta al patriarcato”, spiega.

Un’esperienza “davvero molto emozionante”, che speriamo porti a nuovi viaggi, nuovi incontri, e magari un nuovo libro in cui raccontarli.

 

 

L’invasione russa dell’Ucraina avviata nel febbraio 2022 ha sconvolto l’opinione pubblica mondiale, e imposto alle realtà da sempre impegnate nella costruzione della pace di compiere un nuovo passo in questa direzione. E’ nato così un nuovo “ponte”, lanciato da Un Ponte Per verso la popolazione e la società civile ucraina e russa per sostenere i suoi sforzi nel ristabilire la pace il prima possibile.

Forti della nostra trentennale esperienza nel peacebuilng in luoghi di crisi come l’Iraq e il nord est della Siria, abbiamo iniziato a collaborare da febbraio 2022 con altre organizzazioni specializzate in questo genere di intervento per dare visibilità e sostegno alle azioni di pace e coesione sociale, resistenza nonviolenta, obiezioni di coscienza al servizio militare e resilienza al trauma delle società civili ucraina e russa.

Una delegazione di Un Ponte Per si è recata a Leopoli ad aprile e giugno 2022 per portare aiuti umanitari unendosi al convoglio pacifista “Stop the war now e per incontrare la società civile locale.

Duecento persone e 50 mezzi, appartenenti a 89 organizzazioni della società civile italiana, hanno raggiunto la città di Leopoli per portare medicinali, cibo e beni di prima necessità destinati alla popolazione.

Abbiamo poi deciso di privilegiare il sostegno al nostro storico partner rumeno PATRIR, con cui abbiamo sviluppato e implementato un programma di costruzione della pace in Iraq nel biennio 2016-2018. Insieme abbiamo mappato i partner locali che in Ucraina richiedevano interventi civili di pace e ci siamo impegnatə a lavorare su questo tipo di azioni.

In questo contesto è nato il nostro progetto “Peace Support Ucraine, sostenuto dai fondi Otto per Mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

A luglio è quindi partita ufficialmente la nostra missione in Ucraina, nell’ambito della quale Martina Pignatti Morano, Direttrice dei programmi di UPP, sta incontrando insieme a PATRIR partner e giovani attivistə impegnatə nella costruzione della pace e nel sostegno alle migliaia di persone che si trovano oggi sfollate e in stato di necessità.

Stiamo conoscendo un mondo di persone che non vengono rappresentate dalle narrazioni mediatiche, e che lavorano instancabilmente.

“E' iniziato il nostro viaggio in Ucraina con gli operatori di PATRIR per il lancio del programma di peacebuilding a sostegno dei giovani ucraini”, racconta Martina.

“Mentre 10 razzi russi colpivano a Mykolaiv le Università di Costruzioni Nautiche e di Pedagogia, abbiamo fatto tappa all'Università di Chernivtsi, uno dei cinque edifici universitari più belli del mondo, patrimonio UNESCO. Se ci fosse una graduatoria dei campus più generosi, questo forse sarebbe il primo: da marzo ha accolto nei suoi dormitori circa 5.000 persone sfollate”.

Mentre le armi proliferano, gli aiuti umanitari scarseggiano. Per studenti e docenti che sono costrettə a partire per il fronte, l’università sta acquistando lacci emostatici, medicine, giubbotti antiproiettile.

Abbiamo incontrato e raccolto la testimonianza di Serhij Lukanjuk, responsabile umanitario dell’ateneo, che sta sfruttando tutte le sue conoscenze in diversi paesi europei per chiedere aiuti. Che non arrivano a sufficienza. Ecco le sue parole:

Continuiamo a credere in una pace giusta, e a lavorare per costruirla. Per saperne di più sul nostro lavoro in Ucraina, clicca qui.

Il racconto del nostro viaggio in Ucraina prosegue sui nostri canali social:
Facebook: @Un Ponte Per
Instagram: @unponteper

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