Lo Stato aumenta la spesa in armi. E tu? Fai crescere la pace con il tuo 5x1000: CF 96232290583
Il 6 febbraio 2023, un terribile terremoto ha colpito il nord della Siria. Uno dei terremoti più violenti mai registrati, con una potenza 30 volte superiore a quella del sisma che ha colpito l'Irpinia.
La combinazione di un disastro naturale di tali proporzioni e il protrarsi della crisi causata dal conflitto, ha avuto conseguenze devastanti per migliaia di persone già in difficoltà a causa della crisi economica, dei prezzi elevati del cibo e della scarsità di risorse. Molte famiglie si sono trovate senza un tetto e costrette ad affrontare temperature rigide, senza avere accesso ai beni e ai servizi essenziali come cibo, farmaci e cure.
I soccorsi che sono stati resi possibili grazie alle donazioni dellə nostrə sostenitorə, sono stati ancora più preziosi e necessari in quanto sono giunti in un momento in cui la comunità internazionale non stava fornendo alcun aiuto.
Il regime siriano ha infatti tentato di controllare l'organizzazione e la consegna dell'assistenza umanitaria in tutto il paese. Nonostante il nord ovest della Siria sia stata la zona più colpita, l'assistenza umanitaria internazionale qui è stata molto limitata e lenta: il primo convoglio di aiuti delle Nazioni Unite è entrato attraverso il valico di Bab al-Hawa solo il 9 febbraio, ben quattro giorni dopo il terremoto.
In questo scenario di disperazione, Un Ponte Per si è subito attivata per supportare le persone colpite reperendo medicine e dispositivi medici e lanciando la campagna di raccolta fondi Emergenza Terremoto in Siria, un appello urgente per fornire aiuti immediati attraverso il lavoro di Heyva Sor a Kurdistanê/Mezzaluna Rossa Curda (KRC) e Action for Humanity/Syria Relief (AFH), i nostri preziosi partner in Siria occidentale.
Quando le squadre dellə nostrə collaboratorə sono arrivate nelle province di Aleppo e Idlib, la situazione era disperata.
Mohamed ricorda il momento in cui la terra ha iniziato a tremare. Il sedicenne dormiva nella sua casa a Jinderes, città della provincia di Aleppo e una delle aree più colpite dal terremoto. Quando il terremoto ha sventrato la sua casa, Mohammed e la sua famiglia sono rimasti intrappolati sotto le macerie. Solo lui e suo fratello sono riusciti a salvarsi.

“Mi sono svegliato e l'intero edificio tremava. Mi padre ci urlava di uscire. Poi ci è crollato addosso. Non riesco a spiegarlo, sono stati momenti orribili. Ero sotto le macerie, stavo per soffocare. Ho gridato chiamando mio fratello e lui è riuscito a tirarmi fuori. Sono così triste per mia madre, era viva ma non siamo riusciti a salvarla”.
Le prime ore dopo il disastro sono state cruciali.
Grazie alla generosità di moltə sostenitorə che hanno risposto al nostro appello, abbiamo potuto fornire assistenza medica d'urgenza, cibo, acqua potabile e riparo alle persone ferite e in maggiore difficoltà.
Nel giro di poche ore, i nostri partner hanno tirato su 35 accampamenti per offrire rifugio a coloro che hanno perso le loro case. Questi accampamenti hanno dato riparo a circa 5.000 persone, garantendo loro protezione dalle rigide temperature e un posto sicuro dove dormire.
Ma la risposta non si è limitata alla fornitura di alloggi temporanei. Ad Aleppo, una delle città siriane più colpite dal terremoto, nei due quartieri di Shekh Maqsoud e Eshrefiy Shekh, i nostri partner hanno lavorato incessantemente per 24 ore al giorno per evacuare le persone ferite e trasportarle nelle strutture sanitarie locali. A Jinderes, la città di Mohamed, sono stati noleggiati escavatori in modo da liberare e soccorrere le persone ancora vive rimaste sotto le macerie.
Le prime distribuzioni si sono concentrate nelle città di Sarmada, Harim e Atareb, città nelle province di Aleppo e Idlib. Il nostro partner AFH ha mobilitato tre squadre per distribuire pasti pronti alle famiglie che si trovavano in strada e, contemporaneamente, cesti alimentari e kit di emergenza contenenti coperte, teli di plastica per ripararsi dalla pioggia, taniche per l'acqua e prodotti per l'igiene personale a 861 famiglie.
La crisi umanitaria in Siria è ancora in corso, ma grazie alla generosità di molte persone, associazioni, reti di organizzazioni e gruppi informali che hanno contribuito con una donazione o organizzato eventi di raccolta fondi per le vittime del terremoto, migliaia di persone hanno ricevuto assistenza vitale.

La carenza di medicinali e di personale medico, i prezzi elevati dei servizi sanitari privati e la chiusura di molti centri medici (spesso causati dalla distruzione delle infrastrutture) rappresentano la triste normalità in Siria. La guerra, tra le altre cose, ha intaccato duramente la capacità delle famiglie di spendere soldi per la propria salute: le strutture sanitarie a pagamento sono ormai fuori dalla portata di quasi tutta la popolazione. Per questi motivi, dal 2015 il nostro impegno nel nord est della Siria si è concentrato sulla riabilitazione e sul rafforzamento delle strutture sanitarie pubbliche, al fine di garantire a tuttə un accesso libero e paritario ai servizi sanitari. Crediamo che il diritto alla salute sia uno strumento fondamentale per il perseguimento della propria autodeterminazione.
Grazie al lavoro congiunto con il nostro partner Mezzaluna Rossa Curda (KRC, Heyva Sor a Kurd) abbiamo creato un nuovo sistema di gestione e coordinamento delle ambulanze, con un ufficio centrale e tre centri operativi situati nelle principali aree urbane, in grado non solo di raggiungere le persone nel nord-est del Paese, ma anche di spingersi fino a Raqqa e Aleppo. La rete creata con il supporto della European Civil Protection and Humanitarian Aid Operations (ECHO) e del Consorzio LEARN collega le strutture sanitarie delle aree di Qamishlo, Hassakeh e Malikiyyeh con quelle più a ovest (Raqqa e Manbij). Il collegamento dei vari centri sanitari consente oggi una risposta coordinata alle emergenze in gran parte del nord del paese. Ciò garantisce un accesso migliore e paritario al diritto all'assistenza sanitaria per tutte le persone dell'area.
Attraverso una linea telefonica dedicata utilizzata dalle strutture sanitarie, il centro di coordinamento delle ambulanze ha centralizzato il sistema di trasferimento dei pazienti verso strutture sanitarie specializzate o verso aree dove sono disponibili i servizi necessari. Questo servizio permette di effettuare i trasferimenti in modo più rapido ed efficiente, cercando di evitare perdite di tempo essenziali per salvare vite umane. Le ambulanze servono l'intera area del nord del paese e non sono dedicate a una specifica struttura sanitaria, garantendo una risposta flessibile e tempestiva ai trasferimenti di emergenza. I centri di coordinamento e le ambulanze operano 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Il sistema gestisce oltre 50 ambulanze, dislocate in vari centri operativi.
"Il nostro lavoro prevede il trasferimento di pazienti tra tutte le città del nord della Siria, anche tra ospedali della stessa città, a seconda delle esigenze", spiega Omar Salem, coordinatore del centro ambulanze di KRC. "Quando riceviamo una chiamata di emergenza, viene inviata immediatamente un'ambulanza con una équipe medica per valutare le condizioni del paziente e scegliere la destinazione ospedaliera appropriata", aggiunge. Dopo questa fase solitamente viene effettuato il coordinamento con l'ospedale che riceverà il paziente. Tutte le ambulanze sono monitorate 24 ore su 24 dal centro di coordinamento, finché il veicolo non raggiunge la destinazione specificata. I veicoli sono stati equipaggiati con tutti i dispositivi necessari, come defibrillatori, nebulizzatori, bombole di ossigeno e farmaci.
Grazie a questo servizio, ogni mese vengono trasferiti in media 1.350 pazienti gravemente malati nelle strutture sanitarie più adeguate. I bisogni sono molti e le strutture adatte sono spesso a centinaia di chilometri di distanza. Infatti, "molte persone hanno bisogno di interventi chirurgici che non sono disponibili nella loro città e devono viaggiare in altre zone, ma non possono permettersi di affittare un'ambulanza o organizzare il proprio trasferimento autonomamente, perché sarebbe molto pericoloso per la loro salute", continua Salem. In passato, le persone erano costrette a chiedere prestiti per affittare un'ambulanza o finivano per usare un'auto normale, senza le attrezzature necessarie. Il più delle volte rinunciavano perché le spese diventavano insostenibili.
Con la creazione di questo sistema di coordinamento, siamo invece in grado di trasportare in sicurezza lə pazienti in ambulanza, con personale medico a bordo e in coordinamento con tutti gli ospedali della zona. Anche durante l'emergenza seguita al terremoto, questo servizio si è rivelato essenziale per rispondere alle esigenze della popolazione colpita nell'ovest del paese. Il servizio, infatti, è completamente gratuito per la popolazione. Anche Mohamed Salah, paramedico del centro ambulanze, racconta come le nuove vetture stiano facendo la differenza: "Oggi le persone che hanno bisogno di cure urgenti sanno che possono essere trasferite gratuitamente in qualsiasi struttura sanitaria della Siria settentrionale, non devono più pensare alle spese o usare le normali auto con tutti i rischi che ne derivano". Certo, la situazione rimane complicata, infatti "spesso gli ospedali non hanno tutte le attrezzature necessarie, soprattutto per le malattie renali, epatiche e oncologiche", aggiunge. Molte persone sono costrette a recarsi a Damasco per ottenere dosi di farmaci antitumorali, per questo "sarebbe importante rendere disponibili questi farmaci anche nelle regioni del Nord-Est della Siria dove operiamo" - conclude Salah. Il lavoro è duro, soprattutto quando ci si reca in aree remote e oltre a prestare attenzione a tutto ciò che riguarda la salute del paziente, capita di dover affrontare rischi legati alla sicurezza e alle condizioni stradali. L'autista di ambulanze Ibrahim Mohammed racconta: "Siamo felici quando riusciamo a salvare una persona grazie a un intervento tempestivo. Durante uno dei miei viaggi, l'ambulanza si è rotta. Ho contattato il gruppo operativo principale e un'altra ambulanza è stata inviata dal centro più vicino per completare il viaggio. Alla fine il paziente è arrivato in tempo e gli abbiamo salvato la vita".
Ricostruendo ospedali, reparti di maternità e cliniche. Acquistando ambulanze e formando personale medico, paramedico, infermieristico e ostetrico. Sostenendo reti di associazioni che organizzano campagne di coesione sociale e i comuni che mettono in pratica l'esperimento del confederalismo democratico, esempio di convivenza tra comunità e protagonismo femminile per tutta la regione. Incoraggiando scambi e mutuo-sostegno, perché solo dal basso si potranno trovare soluzioni ai conflitti. Sono tanti i modi con cui è possibile costruire ponti con la Siria, ogni giorno. Noi ci proviamo.
di Edoardo Cuccagna e Cecilia Dalla Negra
E’ un ponte di donne quello che ha scelto di disegnare Rita Petruccioli, l’illustratrice che ha donato il suo lavoro per realizzare la tessera 2023 di Un Ponte Per. Vicine, sorridenti, unite nella loro diversità, per restituire le tante soggettività in campo nella costruzione di cambiamenti possibili, e sempre radicali. “Amo disegnare le donne”, racconta Rita, che viene a trovarci nella nostra sede romana una mattina di inizio primavera. “Credo che quando ad essere rappresentata è una pluralità di donne, in realtà ad emergere sia una base di costruzione della comunità fondamentale. Rappresentare uomini non è la stessa cosa. Costruire comunità è un atto che si compie su tanti livelli: io ho scelto quello della rappresentazione, del tratto e del disegno. E’ complesso, perché bisogna restituire complessità in modo estremamente semplice e comprensibile per le persone”, ci spiega.
Le chiediamo del suo lavoro, di come è iniziata questa avventura nel disegno, e Rita ci racconta che è sempre stato il suo sogno. “Il mio è stato un percorso classico, iniziato all’Accademia delle Belle Arti di Roma. Con il passare del tempo però ho capito che non volevo solo dipingere e disegnare, ma raccontare storie, e all’epoca l’illustrazione non era una disciplina contemplata nell’Accademia. Sono partita per Parigi, e lì mi sono specializzata in grafica d’arte. Ho iniziato a lavorare in ambito pubblicitario, ma la notte creavo illustrazioni per bambini e bambine che poi proponevo a case editrici e festival. In qualche modo ha funzionato, e sono riuscita a spostare il mio lavoro su l'illustrazione per l'infanzia, cominciando a illustrare classici come l’Iliade e l’Odissea. Gradualmente ho iniziato a capire che volevo prendere il potere sulla pagina, non solo illustrare storie ma crearne. E quindi ho cominciato a fare fumetti”, ci racconta. “Non è stato semplice: venivo dall’idea, ovviamente sbagliata ma molto radicata, che l’illustrazione sia più adatta alle donne, mentre i fumetti sono cose ‘da maschi’”.
Escono così Frantumi (scritto con Giovanni Masi e pubblicato da Bao Publishing) e Ti chiamo domani, la prima graphic novel interamente scritta da lei. A questa riappropriazione, questo mettere se stessa nel processo creativo, Rita arriva grazie anche al percorso con la Casa delle Donne “Lucha y Siesta” di Roma, da anni in prima linea nella battaglia contro la violenza patriarcale. “Molti anni fa abbiamo avviato un percorso insieme”, racconta. “A Lucha sono arrivata grazie a un libro (scritto da Silvia Ballestra, illustrato da Rita e pubblicato da Laterza) che si intitola La città delle dame. Racconta la storia di una donna straordinaria: Christine de Pizan, la prima scrittrice della storia che nel 1.300 ha avuto un particolarissimo percorso di autodeterminazione aprendo un suo laboratorio amanuense. All’epoca, De Pizan rappresenta un caso isolato di donna scrittrice. Si rendeva perfettamente conto che nella comunità che la circondava si parlava estremamente male delle donne e loro non potevano saperlo, non scrivendo e non leggendo. Nel suo La città delle dame allora decide di racconta le vite delle donne forti che hanno fatto la storia”, racconta Rita. Una sorta di “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, ma scritto 600 anni prima. “Una cosa che ci dà la misura di quanto sia lungo il nostro percorso di autodeterminazione”, sorride.
Rita sceglie di portare Christine e la sua straordinaria vita all’interno di laboratori per bambini e bambine, che svolge a Lucha y Siesta e in altri spazi di donne. “L’idea era che prendessero ispirazione dal suo lavoro e immaginassero chi fossero le donne forti che li circondavano. Mi sono resa conto che non ne avevano idea. E’ stata un grande occasione di dialogo e costruzione di conoscenza”, spiega Rita. Che a Lucha si sente a casa perché “è la pratica a cambiare il nostro modo di agire che cambia anche la realtà”. Da quel percorso esce più forte e consapevole delle proprie capacità. Nasce così, tra le altre cose, l’illustrazione della Luchadora, che diventerà il simbolo di resistenza della comunità femminile di Lucha y Siesta quando la casa verrà minacciata di sgombero nel 2019 (la battaglia legale è ancora in corso).
“Diverse persone vicine a Lucha si sono unite per creare una comunicazione che supportasse la Casa in un momento di lotta necessaria”, ricorda Rita. “Tra i progetti realizzati c’è stato quello delle Luchadoras, che si basa su una pratica usata sui social da disegnatori e disegnatrici in tutto il mondo: creare un disegno e invitare a reinterpretarlo e diffonderlo ovunque, ognunə con il proprio stile”, spiega. “Nella rappresentazione del corpo della donna ci sono tante controversie, grandi rischi di cadere nello stereotipo. Creando una call aperta abbiamo dato la possibilità a chiunque di creare un suo modello di luchadora. Questo ha fatto sì che ce ne fossero di etnie, età, conformazioni fisiche molto diverse. Ce n'è una che adoro, davvero potentissima perché ha una mastectomia evidente. L'idea di utilizzare la luchadora viene dal fatto che io sono sempre molto felice di rappresentare donne combattenti, forti, guerriere. Nella mia carriera, ad esempio, mi sono rifiutata di disegnare Didone che si suicida. Era una donna forte, guidava un regno da sola, eppure la ricordiamo solo per l’atto di togliersi la vita per amore”.
Forse anche per questo, Rita ci racconta di essere stata felice di realizzare la nostra tessera, alla luce del lavoro che portiamo avanti per sostenere le lotte di autodeterminazione delle donne nei paesi in cui operiamo. “Vi conoscevo già come associazione che lavora in luoghi di guerra, e sentivo che eravate dalla parte alla quale dare fiducia. L’idea di costruire ponti e non muri mi sembra bellissima da diffondere. Il mio ponte per voi è tutto femminile, perché sono le donne che cambiano la storia”.
E se dovessimo essere noi ad immaginare di rappresentare la nostra luchadora, avrebbe il volto e la forza delle giovani donne che in Iraq, nel 2019, hanno scritto una straordinaria pagina di femminismo e ancora oggi lottano per la propria autodeterminazione. Chissà che un giorno le piccole combattenti ideate da Rita non arrivino anche sui muri di Baghdad.
Siamo estremamente preoccupatə nell'osservare gli eventi di questi giorni in Sinjar (Shengal, in curdo). La nuova escalation di tensioni - cominciate lo scorso 25 aprile e che vanno avanti fino ad oggi - sta mettendo a repentaglio la stabilizzazione di una pace positiva e sostenibile nell'area irachena che, lo ricordiamo, è stata il triste teatro di un genocidio: quello operato dai miliziani Daesh (Stato Islamico) sulla popolazione ezida.
Il nostro staff iracheno racconta in una nota quello che sta accadendo: "Nell'ultima settimana, in Sinjar sono aumentati i discorsi d'odio e le mobilitazioni pubbliche per denunciare il ritorno nell'area di alcune famiglie musulmane sfollate. Tante persone si stanno unendo alle proteste per stigmatizzare il ritorno di queste famiglie, perché le ritengono famiglie ex affiliate Daesh e quindi colpevoli di aver partecipato al genocidio perpetrato contro la comunità ezida (maggioritaria nell'area, ndr). Il deterioramento degli eventi di questi giorni in Sinjar, viene sfruttato da un giornalismo sensazionalistico - specialmente sulle piattaforme social - che ha interesse a polarizzare le comunità etno-religiose del Sinjar, anche attraverso l'uso di notizie non confermate e fake news. In questo modo, si soffia sulle tensioni esistenti e se ne creano di nuove. Queste tensioni, che sono sia intra che inter comunitarie, minacciano la pace sociale di uno dei luoghi che più ha sofferto il terrore dell'autoproclamato Califfato. È piuttosto spiacevole che le voci piene di odio siano più forti di quelle del dialogo, della nonviolenza e di anni di sforzi per la coesione sociale tra le comunità e all'interno di esse, con il fine di rifondare la coesistenza pacifica nel distretto".
"Come Un Ponte Per, crediamo fermamente nel dialogo e nella trasformazione nonviolenta dei conflitti come alternativa rispetto all'odio e alla violenza che stanno destabilizzando il Sinjar, anziché mitigare le tensioni e contribuire a sostenere una pace positiva. Invitiamo quindi tuttə lə abitanti del Sinjar e le popolazioni irachene in generale, ad affrontare gli eventi di questi giorni con grande vigilanza ma anche con prudenza, tenendo conto che ciò che viene pubblicato su alcune pagine social e alcuni siti web, sono spesso fake news che mirano soltanto a polarizzare le comunità, destabilizzando così il distretto: un obiettivo che non ha nulla a che fare con l'interesse generale della gente comune e delle varie comunità etno-religiose di Sinjar"- continua la nota.
"Pertanto, chiediamo al Governo di promuovere un'agenda per la giustizia riparativa nel Sinjar e di intraprendere azioni concrete a tal fine. Queste azioni dovrebbero includere (ad esempio) una accurata indagine sulle famiglie rientrate, affinché gli individui che hanno commesso crimini contro la comunità ezida siano perseguiti nelle sedi opportune e assicurati alla giustizia. Invitiamo ancora una volta l'opinione pubblica locale a non farsi trascinare da logiche faziose, figlie di discorsi politici contrapposti che portano avanti soltanto i rispettivi interessi, a scapito della stabilità e della pace nel Sinjar" - conclude la nota del nostro staff iracheno.
In Siria la nuova clinica del campo di Areesha è finalmente realtà. Il campo per persone sfollate nasceva nel 2017, a sud della città di Hasakeh e nelle immediate vicinanze di un grande lago, per rispondere alle emergenze della popolazione siriana in fuga dalla provincia di Deir ez Zor, tristemente nota per gli scontri sanguinari e l’assedio dei miliziani Daesh (ISIS), durato 3 anni. Grazie al nostro partner sul campo, la Mezzaluna Rossa Curda (KRC), siamo subito intervenutə con l’allestimento di una clinica per la popolazione del campo. Inizialmente la struttura sanitaria era un semplice punto di primo soccorso organizzato sotto una grande tenda. Grazie al supporto umanitario dell’Unione Europea e al lavoro sinergico con KRC, la struttura è stata gradualmente migliorata. Siamo riuscitə ad ampliare gli spazi e i servizi offerti, garantendo alla popolazione del campo una risposta sanitaria che garantisce gratuitamente servizi di salute di base e gestione delle emergenze H 24, 7 giorni su 7. Tra i servizi medici assicurati c’è l’assistenza pediatrica, servizi di salute sessuale e riproduttiva, di medicina interna per la cura delle malattie trasmissibili e croniche, supporto psicologico, nonché i trasferimenti in ambulanza verso altre strutture in caso di necessità. Oggi, il campo di Areesha ospita più di 14.000 persone, e la nostra clinica è l'unica a fornire l'insieme dei servizi di assistenza primaria e il trasporto in ambulanza fuori dal campo per le emergenze, infatti è ormai un punto di riferimento per la popolazione. Un pò di numeri per capire meglio: oltre 100 pazienti visitano il centro ogni giorno; 2.900 visite mediche vengono eseguite ogni mese; 250 bambiniə sono natə nella clinica nell’ultimo anno.
Tra il 2021 e il 2022, il campo è stato sottoposto a un processo di ristrutturazione ed espansione, per ospitare nuove persone in fuga dalle operazioni militari turche del 2019 e garantire maggiore sicurezza idrogeologica a chi ci vive. A causa della sua posizione, il campo è infatti soggetto a inondazioni più o meno frequenti da parte del vicino bacino idrico. Per capirci, nel 2021 più della metà del campo è stata completamente allagata. Per questi motivi, buona parte delle tende che danno rifugio alle famiglie è stata gradualmente spostata più a monte, inclusa la nostra clinica che ha dovuto essere smobilitata e trasferita, al fine di rimanere vicini alle persone e garantire che i servizi sanitari fondamentali non fossero interrotti. La nuova clinica è stata finalmente inaugurata lo scorso 19 marzo, tra la felicità dellə abitanti del campo e dell’amministrazione che lo gestisce, mentre il vecchio sito sarà gradualmente dismesso.
Siamo orgogliosə di questo risultato, reso possibile grazie al supporto fondamentale dell'European Union Humanitarian Aid. Nonostante la guerra che continua ad affliggere la popolazione siriana e l’emergenza terremoto ancora in atto, lavoriamo per il cambiamento. E’ possibile costruire ponti con la Siria ogni giorno. Noi ci proviamo.
di Chiara Arosio, Project Manager di Un Ponte Per
Lo smarrimento giovanile
Dopo quasi un anno e mezzo di chiusura delle scuole e di didattica a distanza, il senso di smarrimento delle fasce più giovani della popolazione è aumentato sempre di più e la creazione di alleanze nel mondo adulto, finalizzate al benessere dellə ragazzə, è diventata di fondamentale importanza.
Durante la pandemia, infatti, la carenza di luoghi di aggregazione aperti ha disabituato tutta la popolazione, e in particolare lə giovani, a normali rapporti di convivenza, contribuendo ad un isolamento mentale ancora più che fisico: perdita di relazioni con i pari, sovra-esposizione alla rete internet e riduzione dell’attività fisica hanno pesato ancor più gravemente su bambinə e giovani che hanno vissuto, con le loro famiglie, un drammatico impoverimento non solo economico, diventando una “generazione sospesa”. Chiusura scolastica e riapertura precaria e scaglionata, continue quarantene, sospensione di attività sportive, ricreative e sociali (altrettanto importanti da un punto di vista pedagogico), hanno lasciato strascichi negativi che emergono da diversi studi in maniera sempre più evidente. I giorni della pandemia, insieme alla nostra vulnerabilità, ci hanno fatto riscoprire l’importanza del welfare e il ruolo strategico che le organizzazioni possono giocare, mettendo a disposizione la propria esperienza e la propria natura solidaristica affinché insieme sia possibile rispondere ai nuovi bisogni educativi. È proprio a partire dall’analisi di contesto di estrema incertezza, in una fase storica dominata da una emergenza sanitaria globale, che sul territorio di Monza è nato il progetto "Patti educativi di comunità". Si tratta di una partnership tra associazioni e comunità che aveva come obiettivo la prevenzione della povertà educativa sia in senso di dispersione scolastica sia abbandono scolastico. La raccontiamo di seguito.
Il progetto Patti educativi di comunità e la sua rete
Per rispondere al bisogno rilevato è stato importante il coinvolgimento di studenti e il supporto a insegnanti che si trovavano in una situazione di difficoltà. Il progetto "Patti educativi di comunità", finanziato da Fondazione della comunità di Monza e della Brianza, comprende una rete di 11 partner (Arci Scuotivento, ArcoDonna, Banca del Tempo, Gruppo Solidarietà Africa, La Scatola dei Pensieri, Legambiente, Libera, Parada, Silvia Tremolada, Socialtime, Un Ponte Per) e 5 fornitori di servizio (ClownOne Italia Onlus, Cooperativa Pandora, Elianto, Polisportiva Freemoving, VIP Brianza DOC) che hanno messo a disposizione di 9 istituti scolastici di Monza e della provincia (elementari, medie e superiori) 760 ore di percorsi laboratoriali messi a punto con le e gli insegnanti, in base ai diversi bisogni educativi e didattici. Uno degli obiettivi principali del progetto è stato infatti quello di sostenere e collaborare con insegnanti, affinché si potessero realizzare proposte e progettualità che, oltre la didattica, favorissero esperienze educative inclusive e di crescita. Capofila della rete associativa è Un Ponte Per, organizzazione non-governativa, nata nel 1991 con il nome di “Un Ponte per Baghdad” in occasione della Prima Guerra del Golfo. Da più di trent’anni l’associazione sostiene programmi di cooperazione e solidarietà internazionale in Giordania, Siria, Libano, Libia,
Palestina, Serbia, Siria, Tunisia e Ucraina. Tutti i progetti hanno l’obiettivo di promuovere pace, diritti umani, prevenire nuovi conflitti e lavorare su diversi ambiti: educativo, sanitario, umanitario, culturale, di costruzione del dialogo e di coesione sociale.
L’approccio utilizzato all’interno delle missioni umanitarie è di tipo orizzontale, decolonizzato, che vuole favorire le realtà locali e i partner, senza imporre dei modelli e degli strumenti di lavoro, ma offrire aiuto e sostegno nel rispetto delle culture e delle tradizioni di quella nazione. La stessa tipologia di approccio è utilizzata anche in Italia dai comitati di Un Ponte Per, presenti in Piemonte, Toscana, Marche, Campania e Lombardia. Da circa vent’anni il comitato milanese si occupa di sensibilizzare la cittadinanza sulle tematiche della pace e della prevenzione ai conflitti, mentre da 6 anni il comitato di Monza e della Brianza propone a scuole e centri di aggregazione giovanile dei progetti educativi che mirano alla promozione dell’educazione non formale. Grazie a una serie di progettualità, iniziate nel 2018, la rete di associazioni coinvolte ha sviluppato sinergie solide e proficue. Alla base del lavoro di rete vi è la condivisione di obiettivi, valori e strategie comuni, che hanno permesso, negli anni, un ampliamento dell’offerta proposta al territorio. Le peculiarità delle singole realtà vengono rispettate ed enfatizzate: più diversificate sono le associazioni presenti nella rete, più ricca sarà la proposta al territorio. Il lavoro di coordinamento e di gestione della rete presenta delle difficoltà, che riescono a essere superate grazie alla presenza di punti di riferimento e alla costante condivisione degli obiettivi da raggiungere.
L’educazione non formale
Grazie al progetto "Patti Educativi di Comunità", circa 2.600 studenti, appartenenti a 130 classi, hanno avuto l’opportunità da febbraio 2022 a febbraio 2023 di partecipare a laboratori di circo sociale, clownerie, teatro, poetry slam, murales, affrontando tematiche legate all’ambiente, all’arte, alle differenze culturali, alla parità di genere, alla cittadinanza inclusiva, alla disabilità, al conoscere e riconoscere le proprie emozioni e i propri talenti, aprirsi alla relazione e fiducia verso l’altra persona.
Gli obiettivi principali del progetto sono stati la necessità di prevenire e combattere le nuove povertà educative, la dispersione scolastica, il fallimento educativo di un’alta percentuale di giovani attraverso un approccio partecipativo, cooperativo e solidale di tutti gli attori in campo che con grande impegno valorizzano e mettono a sistema tutte le esperienze e tutte le risorse del territorio. Sulla base dell’approccio orizzontale non è stata imposta una strategia, ciascuno ha la possibilità di fare le proprie attività in piena libertà.
La componente ricreativa e non performante dell’educazione non formale, aiuta ad accorciare le distanze con lə bambinə e lə ragazzə, affinché il divertimento porti a rompere il ghiaccio e crei un’opportunità di apprendimento ed insegnamento. Ad esempio il laboratorio di circo ha la componente del divertimento e artistica ma il focus non è sulla performance. A partire dal gioco si affrontano tematiche educative importanti e rilevanti per le persone coinvolte. Nei laboratori di teatro vengono analizzati i sentimenti alla scoperta del riconoscimento delle differenze, difficoltà e fragilità proprie e altrui. L’educazione non formale è una risorsa in grado di offrire uno spazio alternativo alla lezione formale. L’obiettivo principale non è quello di insegnare un’attività e non è importante la riuscita, quanto piuttosto il processo di avvicinamento ai giovani, la capacità di far emergere le difficoltà, le emozioni e i talenti dei partecipanti ai laboratori.
Patti come strumenti
Lo strumento dei Patti educativi di comunità, previsto dal Piano scuola ministeriale 2021-2022, è stato il dispositivo che ha formalizzato e reso efficaci le alleanze tra diverse componenti del mondo adulto (scuola, associazionismo, cultura, sport) che lavorano mirando al benessere dellə giovani studenti. Per costruire un Patto educativo di comunità è necessario che la scuola e la comunità locale condividano un’idea di scuola aperta e diffusa: aperta nel senso di disponibile ad accogliere iniziative educative nate dal territorio, diffusa nel senso di disposta a valorizzare e riconoscere come parte del processo educativo anche attività che si svolgono fuori dalle aule scolastiche con contenuti educativi.
I Patti Educativi di Comunità si basano sulla promozione di tematiche sociali e culturali, legate alla cittadinanza attiva, in un’ottica che ha tenuto conto delle esperienze di cambiamento e di accrescimento delle competenze trasversali, al fine di attivare, anche in modo graduale: forme di coinvolgimento concrete, connessioni tra scuola e territorio attraverso il volontariato locale, la riduzione delle diseguaglianze, lo sviluppo della cultura della solidarietà e del volontariato anche relativo a tematiche specifiche (ecologia, legalità, solidarietà, inclusione), il supporto e l’elaborazione di proposte relative all’educazione civica, percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (PCTO). Si tratta di progetti che coinvolgono l’intera comunità, perché le attività si svolgono anche in luoghi extra scolastici (orti, centri di aggregazione). Nella realtà concreta dei territori, spesso non esiste un vero livello di comunità. È però possibile costruire e ricostruire legami sociali intorno a bambinə e ragazzə che frequentano una scuola, riconoscendo, insieme, che la loro educazione come cittadinə responsabilə, attivə e solidali è l’investimento più importante per quel territorio e per quella comunità. Oltre alla scuola, le associazioni e i comitati dellə genitori (insieme alle associazioni educative, agli enti pubblici e ai CSV) sono i principali attori di una possibile alleanza, che deve sempre avere la scuola come regista del processo educativo diffuso. I soggetti firmatari, con il patto intendono costituire una comunità educante. Una comunità che allestisce tempi e spazi ove possano avere luogo processi di scambio e confronto fra tutti i soggetti coinvolti nel tema dell’educazione dellə bambinə, dellə ragazzə, della comunità stessa. Gli oggetti di lavoro possono essere molteplici. L’insegnamento obbligatorio dell’educazione civica e i percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, potranno rappresentare un terreno fertile sul quale immaginare proposte positive di collaborazione, su indicazione dei referenti scolastici e con la messa in gioco delle peculiarità di ciascuna organizzazione, in collaborazione con gli enti locali.
Ogni soggetto all’interno del patto ha la possibilità di promuovere e sperimentare nuove forme di collaborazione con la scuola in un’ottica di comunità educante; le organizzazioni del territorio hanno l’opportunità di mettere a disposizione la propria esperienza, le proprie peculiarità e la propria natura solidaristica, in sinergia con l’ente pubblico, le istituzioni scolastiche, lə studenti, la cittadinanza e il territorio. In questo quadro, ogni associazione e/o ente aderente può elaborare una proposta progettuale, i cui requisiti vengono concordati di volta in volta con le rispettive scuole di riferimento, secondo le normative vigenti e le possibilità che potranno essere create.
Prospettive
Educare significa accompagnare le persone a sviluppare i propri talenti. Questo approccio, nel nostro progetto, ha chiamato in causa tutta la comunità, ricordando a ciascuno le proprie responsabilità educative, personali e sociali. Una comunità è educante solo se fondata sul riconoscimento e la valorizzazione di rapporti autentici dove prevale un effettivo ascolto reciproco. In quest’ottica le comunità territoriali hanno assunto il ruolo attivo per: mettere a disposizione spazi e strutture per lo svolgimento di attività didattiche volte a finalità educative, arricchire l’offerta formativa con il coinvolgimento di diversi attori territoriali, fornire una visione comune ad un progetto organizzativo, pedagogico e didattico legato anche alle specificità e alle opportunità territoriali. Il connubio tra la rete scolastica e quella associativa ha portato sul territorio monzese e brianzolo un accrescimento del senso di cittadinanza attiva e della qualità educativa della fascia giovanile della popolazione, quella più colpita dalla pandemia, contribuendo ad abbattere barriere sociali e a costruire dei veri e propri ponti tra studenti. In ottica futura, sarebbe importante riuscire ad entrare nella programmazione scolastica; molte volte il progetto viene approvato all’inizio dell’anno solare, che non corrisponde però all’inizio dell’anno scolastico. Per una programmazione efficace a scuola bisognerebbe riuscire a proporre le attività tra maggio e giugno per poterle poi iniziare con il nuovo anno scolastico. Per questo è fondamentale sviluppare rapporti costruttivi con referenti delle scuole e delle associazioni per riuscire a organizzarsi, coinvolgere e condividere le potenzialità di interventi che via via possono rinnovarsi e sperimentare nuove vie creative e coinvolgenti.
*articolo uscito originariamente su Secondo Welfare il 12/04/2023
Il 20 marzo del 2003 cominciava l’invasione illegale che ha costruito un mondo più insicuro ed ingiusto, sostituendo alla diplomazia e al diritto internazionale la forza delle armi. Fu una guerra non solo contro il popolo iracheno ma anche contro i popoli del mondo e l’opinione pubblica internazionale che si era mobilitata in ogni angolo del pianeta per fermare il massacro. Non aver ascoltato quella che il New York Times definì ‘la seconda potenza mondiale’, ovvero il movimento contro la guerra, è stato un atto di miopia e di arroganza che ci ha precipitato nel caos attuale, dividendo i popoli e alimentando i pozzi di odio contro l’Occidente.
In questi decenni Un Ponte Per ha testimoniato le atrocità inferte dalla guerra al popolo iracheno, oltre ai crimini commessi dalla precedente dittatura. Siamo statə sotto le bombe con le vittime, abbiamo subito minacce e rapimenti dellə nostrə cooperanti, abbiamo denunciato i crimini di guerra con le bombe al fosforo bianco su Falluja, le esecuzioni sommarie, la distruzione di case ed edifici pubblici, gli arresti arbitrari e la vergogna delle torture nel carcere di Abu Graib. Non c’è niente di cui essere orgogliosə rispetto a quella guerra, mossa in base ad accuse - le fantomatiche armi di distruzione di massa - palesemente costruite a tavolino e completamente false.
Per questo attendiamo da 20 anni che il Tribunale Internazionale dell’Aja metta sotto processo l’ex Presidente Usa George W.Bush e l’ex Primo ministro britannico Tony Blair che guidarono l’invasione di un paese sovrano.
L’Iraq di oggi con la sua straordinaria società civile è cresciuto nonostante le scelte sbagliate imposte a suo tempo dal Governatore Usa Paul Bremer, basate sulla divisione dell’Iraq su base etnica e religiosa, imponendo dall’alto una Costituzione non rappresentativa dei valori democratici, dell’eguaglianza delle persone e dei diritti umani e civili.
Le parole d’ordine del movimento dellə ragazzə irachenə che dal 2019 al 2022 hanno tenuto le piazze del paese manifestando contro corruzione, milizie private e di partito, divisioni settarie e società patriarcale, chiedendo l’allontanamento delle truppe Usa e iraniane dal territorio iracheno, devono essere sostenute dalla comunità internazionale al fine di ripristinare anche la sovranità nazionale di questo paese.
Sono queste le voci che, a 20 anni da quegli eventi vergognosi, vogliamo che siano ascoltate.





Oggi chiudiamo la campagna di raccolta fondi di Un Ponte Per “Emergenza terremoto in Siria” lanciata un mese fa, a poche ore dal terremoto.
La risposta di chi ha donato è stata talmente sbalorditiva da raggiungere una cifra che ha superato in breve tempo l’obiettivo che ci eravamo prefissatə: 109 mila euro. Vi ringraziamo per tutta la solidarietà dimostrata.
Quando il 6 febbraio scorso lə nostrə colleghə ci hanno svegliatə nel cuore della notte, abbiamo deciso di fare l’unica cosa che era umano fare. Aiutare e farlo subito. Non c’era tempo da perdere.
Mentre il nostro staff, che vive e lavora nel nord est della Siria ci rassicurava sul loro stato di salute e su quello degli edifici che ospitano le nostre cliniche e Spazi Sicuri destinati alle donne sopravvissute alla violenza, ci informava anche che da un’altra parte, nel nord ovest del paese, era avvenuta una catastrofe.
Grazie a tantissime donazioni di singole persone, associazioni e gruppi informali che si sono attivate per organizzare eventi di raccolta fondi, abbiamo portato soccorsi immediati, rispondendo alla richiesta di aiuto dei nostri due partner locali: Action for Humanity/Syria Relief (AFH) e Heyva Sor a Kurdistanê/Mezzaluna Rossa Curda (KRC).
Siamo riuscitə a organizzare carichi di aiuti che hanno raggiunto in poche ore le zone più colpite della Siria, Aleppo e Idlib, nonostante molte difficoltà logistiche e un carico umanitario bloccato ad un check point controllato dal regime di Damasco per oltre 10 giorni.
Grazie alle donazioni arrivate, solo nelle prime 48 ore abbiamo contribuito a:
- allestire 2 rifugi temporanei a Idlib e Jandairis e altri 35 accampamenti nelle 15 principali città del nord per ospitare 5.000 persone rimaste senza un tetto ad affrontare temperature rigide
- evacuare i due quartieri di Aleppo, Shekh Maqsoud e Eshrefiy Shekh, e trasportare le persone ferite presso le strutture sanitarie locali
- noleggiare 3 macchinari pesanti per rimuovere le macerie ed estrarre le persone intrappolate negli edifici crollati
- distribuire 1.200 pasti caldi, 400 kit di emergenza (coperte, materassi, teli di plastica) a 400 famiglie (2.400 individui) e 400 ceste alimentari
- nel campo di Maram e nei centri di accoglienza vicini (nel governatorato di Idlib), dare assistenza medica alle donne incinte e a bambinə con problemi respiratori a causa della polvere respirata
- fornire elettricità a 5 cliniche e scorte di farmaci salvavita ai presidi medici attivi sul territorio
- distribuire l’acqua a 23.700 persone accolte nei rifugi dei governatorati di Idlib e Aleppo
Il lavoro dei nostri partner è stato enorme. In condizioni umane e professionali difficili, non solo per la pioggia, il freddo, il sequestro dei convogli, le attese ma anche per le perdite di familiari, colleghə, amicə e per la paura rinnovata ad ogni nuova terribile scossa.
Noi chiudiamo questa campagna ma l’emergenza è tutt’altro che finita. Sono migliaia le persone sfollate e in stato di necessità che hanno ancora bisogno di sostegno.
Continueremo a lavorare nelle 32 strutture sanitarie che sosteniamo in Siria, dove siamo presenti dal 2015 per ripristinare un sistema sanitario pubblico e gratuito e condizioni di vita dignitose attraverso servizi di protezione di donne e bambinə, salute riproduttiva e servizi di assistenza medica specializzata.
Seguiremo il lavoro dei nostri due partner nelle zone colpite dal terremoto. Ci conforta sapere che siamo stati/e insieme un pezzo importante della risposta a questa catastrofe e che grazie a tutte le persone che hanno donato abbiamo aiutato insieme migliaia di persone che in una manciata di secondi hanno perso tutto, ancora una volta.
Grazie di cuore a tuttə.
Alle 4:17 della notte tra il 5 e il 6 febbraio 2023 e nuovamente la mattina del 6 febbraio attorno alle 11.30 due scosse di terremoto – 7.8 la prima, 7.5 la seconda - hanno colpito Turchia e Siria.
Sono decine le città interessate dal sisma, centinaia gli edifici ridotti in macerie. Le vittime, al momento, hanno superato quota 10.000.
Duramente colpita anche l’area del nord est della Siria, dove siamo presenti da anni. Il nostro staff locale è fortunatamente al sicuro per ora, ma in tantə hanno dovuto lasciare le proprie case. Sono loro ad aggiornarci continuamente, e a farci sapere che le famiglie sfollate in stato di bisogno sarebbero già 11mila.
A questo link la testimonianza di una nostra collega raccolta dal Corriere della Sera.
Nel nord est la città ad avere avuto la sorte peggiore è Jindires, nel distretto di Afrin, dove si continuano a cercare persone sotto le macerie. Tanti gli edifici che sono collassati, già pesantemente danneggiati in passato dai violenti attacchi turchi.
Esprimiamo tutta la nostra vicinanza alle famiglie delle vittime e siamo come sempre al fianco dellə nostrə colleghə e di tutte le popolazioni colpite dal terremoto.
Ci stiamo attivando con il nostro staff locale per rispondere a questa emergenza, e per sostenere al meglio la popolazione con distribuzioni di cibo, kit di primo soccorso, tende e qualsiasi cosa sarà necessaria per fronteggiare questa ennesima crisi.
Dal 21 settembre in Russia migliaia di persone cercano di lasciare il paese per salvarsi dal reclutamento forzato. Hanno scelto di non partecipare alla guerra e sono costrette a scappare, cercando rifugio nei paesi vicini.
Lo stesso accade in Ucraina, dove è negato il diritto all’obiezione di coscienza e ben 971 persone sono state incriminate per aver scelto di non arruolarsi e combattere. Nel paese l’obiezione di coscienza al servizio militare è punita con la reclusione da 3 a 5 anni.
Ad ottobre eravamo a Kiev con lə attivistə del Movimento Pacifista Ucraino sotto la statua di Mahatma Gandhi nell’Oasi di Pace del giardino botanico. Da qui, insieme allə pacifistə ucrainə, abbiamo aderito alla campagna Object War lanciando un appello ai governi europei affinché riconoscano lo status di rifugiato allə obiettorə, allə disertorə e allə renitenti alla leva militare di Russia, Ucraina e Bielorussia.
Altre voci si sono unite alla nostra in queste ultime ore, schierandosi a fianco dellə obiettorə di coscienza russə, ucrainə e bielorussə che hanno scelto di abbracciare la nonviolenza e la resistenza civile.
Sono la nostra speranza per rifiutare la guerra e far prevalere la pace!
"Un proiettile in meno, un morto in meno..." . Trentuno anni sono passati da quando Vauro Senesi sottoscrisse la campagna di solidarietà con il popolo iracheno “Un Ponte Per Baghdad”. Oggi si unisce alla campagna #ObjectWar per proteggere l'obiezione di coscienza in Russia, Ucraina e Bielorussia.
“Gino Strada diceva che la guerra è sempre una bugia. Ma la bugia più grande è che si possa fare una guerra per costruire la democrazia". Ringraziamo Michele Santoro per questo autorevole appello per la pace con cui ha scelto di sostenere la campagna #ObjectWar, in difesa dell'obiezione in Russia, Ucraina e Bielorussia.
“C’è una guerra e bisogna difendersi. Ci sparano addosso coi razzi e dobbiamo farci dare un po’ di razzi che distruggano i razzi dei nostri nemici. Poi dobbiamo sparargli addosso, prima che ci sparino loro. Allora ci servono armi più moderne e più potenti di quelle che usano i nostri nemici. Esprimo tutta la mia solidarietà per quelli che scappano e difendono la vita, fregandosene delle patrie e delle bandiere”. Con questo prezioso contributo video Ascanio Celestini ha scelto di sostenere la campagna #ObjectWar.
Le sagge parole di Padre Alex Zanotelli ricordano i rischi indicibili che uno scontro nucleare causerebbe alla sopravvivenza stessa dell’umanità. Per questo non esistono guerre giuste, per questo è importante difendere chi ha il coraggio di dire NO.
L’appello di Marco Tarquinio, Direttore di Avvenire, per difendere l'obiezione di coscienza.
“Sovvertire la logica della guerra non è facile soprattutto quando la violenza si scatena sotto la forma dell’aggressione. Ma è possibile, bisogna crederci, bisogna avere questo coraggio, questa forza, questa generosità: il coraggio di obiettare, di dire NO!”.
Partecipa alle spese legali di unə obiettorə di coscienza in Ucraina.
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