Lo Stato aumenta la spesa in armi. E tu? Fai crescere la pace con il tuo 5x1000: CF 96232290583


Domenica 16 luglio l’Unione europea ha siglato un Memorandum di intesa con la Tunisia. La gestione delle migrazioni è uno dei cinque pilastri su cui verte l’accordo: l’Ue si impegna a fornire ulteriori 100 milioni di euro alla Tunisia per rafforzare la gestione delle frontiere, le operazioni di ricerca e soccorso in mare e le misure “anti-traffico” al fine di ridurre il numero degli arrivi dal paese. La retorica securitaria e del contrasto alle “cause profonde della migrazione” agitata dalla Commissione maschera a stento l’intenzione di bloccare ogni forma di mobilità dalla Tunisia all’Europa, con la conseguenza di impedire a chi cerca protezione di accedere al diritto di asilo.
A partire dall’inizio dell’anno sono 44.151 le persone arrivate in Italia dalla Tunisia e solo una parte di queste è di nazionalità tunisina: si tratta infatti, in maniera crescente, di persone provenienti dall’Africa occidentale che, nel paese nordafricano, vivono una situazione di crescente razzismo e violenza in primo luogo ad opera delle istituzioni.
La firma dell’accordo arriva a convalidare l’operato delle autorità tunisine degli ultimi mesi. Il razzismo istituzionale, che attinge anche alle teorie della cd sostituzione etnica, si è concretizzato in gravi violazioni dei diritti fondamentali da parte delle autorità:
La firma del Memorandum con la Tunisia non solo ratifica la complicità dell’Unione europea con le violente politiche tunisine nei confronti delle persone migranti, ma avviene in totale spregio delle norme e dei principi che – quantomeno sulla carta – vincolano la stessa Ue.
Nelle condizioni fin qui descritte, come può la Tunisia essere considerato un paese sicuro per i cittadini terzi o anche per i propri cittadini? Non si vede nemmeno come possa essere ritenuto un luogo “sicuro” per lo sbarco delle persone soccorse in mare, in particolare per i cittadini di altri Paesi.
Organizzare, supportare e finanziare l’intercettazione sistematica di chi fugge via mare – questo il chiaro obiettivo del rafforzamento della Guardia costiera tunisina stabilito nell’accordo -significa costringere le persone bloccate in mare a rientrare in un Paese che, oltre ad essere attraversato dalla violenza razzista ed essere caratterizzato per una svolta pesantemente autoritaria, è privo di un sistema in grado di garantire la tutela dei diritti e la protezione deз cittadinз stranierз presenti sul territorio.
Ci sembra in questo senso fondamentale una presa di distanza da parte delle organizzazioni internazionali come OIM e UNHCR, affinchè non si facciano strumento di legittimazione e di produzione, in ultima analisi, delle violazioni che deriveranno dall’implementazione del Memorandum in modo simile a quanto accade in Libia. La loro presenza e attività in Tunisia non può essere considerata una reale garanzia di protezione per le.i migranti né può ovviare alla palese violazione del diritto di asilo che rappresenta la politica di blocco implementata dall’accordo. Meccanismi come il reinsediamento o i corridoi umanitari hanno dimostrato in Libia la loro insufficienza. Inoltre, hanno comportato uno slittamento dal piano dei diritti al piano della concessione a pochз della possibilità di lasciare il territorio di uno Stato, incluso il proprio, per cercare protezione. Allo stesso modo lo strumento del rimpatrio volontario, nelle modalità con cui è attuato, presenta profili di grave illegittimità e costituisce una forma di espulsione mascherata.
Con le dovute differenze, la dinamica che si sta sviluppando sembra avere inquietanti tratti comuni con il modello libico tanto nella modalità attuativa quanto nelle conseguenze. Quanto alla prima, si tratta dell’ennesimo accordo tra attori del diritto internazionale che viene pericolosamente sottratto al rispetto delle regole sui trattati e dei sistemi costituzionali interni: nessuna pubblicità nel corso delle trattive, nessun controllo, nessuna ratifica da parte degli organi rappresentativi. Quanto alle conseguenze, anche questo accordo ha come effetto la messa a sistema della violenza indiscriminata come strumento di deterrenza alla mobilità, un crescente ruolo di una Guardia costiera spregiudicata, un sistematico e progressivo svuotamento del diritto di asilo attraverso strumenti umanitari che non hanno un reale impatto in termini di diritti.
A fronte di questa situazione si chiede
ORGANIZZAZIONI FIRMATARIE
Forum Tunisien pour les Droits Économiques et Sociaux (FTDES)
Avocats Sans Frontières (ASF)
Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI)
Un Ponte Per (UPP)
Action Aid
ARCI
EuroMed Rights
Watch the Med – Alarm Phone
In Iraq questi sono tempi di elevato confitto sociale, come hanno dimostrato le proteste di massa che hanno attraversato il paese nel 2019 in quella che è passata alle cronache come la Thawra Tishreen, la Rivoluzione di ottobre. Una rivolta mossa da una giovane generazione di irachenə stanchə di vivere in un paese attraversato dai conflitti, che non garantisce un futuro, e che si è battuta per costruire le basi di uno Stato democratico e inclusivo.
E’ in questo scenario complesso che il ruolo delle organizzazioni della società civile diventa fondamentale per colmare la distanza tra le comunità e le autorità a livello di base, cercando di creare un cambiamento dal basso e promuovere un dialogo costruttivo, garantendo il rispetto dei diritti umani, sociali e ambientali nonché parità di partecipazione a uomini e donne alla vita comunitaria e politica.
Per essere più efficaci, però, le organizzazioni locali hanno bisogno di sostegno. Per farsi largo tra le maglie di una burocrazia complessa e costruire spazi di agibilità autonomi e orizzontali. Un sostegno esterno che deve essere rispettoso, tuttavia, dei processi culturali e sociali specifici del paese.
Ecco perché il progetto biennale “Tatweer”, finanziato dall’Unione Europea, è stato pensato e realizzato dai nostri colleghi e colleghe irachene. E da loro viene portato avanti, con grandissimi risultati.

“Vogliamo dare alle organizzazioni della società civile irachena la possibilità di avere un impatto nella promozione del diritti umani, civili e ambientali; renderle in grado di rispondere in modo efficace ai bisogni della comunità, e di collaborare in modo fruttuoso con le autorità”, ci spiega Bahman, collega iracheno che incontriamo a Roma, in visita per qualche giorno al nostro quartier generale.
“Le organizzazioni irachene hanno bisogno di aumentare le loro capacità di advocacy, dare adeguato spazio a giovani e donne nella leadership, avere la possibilità di imparare come operare e la disponibilità di spazi in cui incontrarsi e crescere insieme. Con questo obiettivo abbiamo aperto 3 centri: spazi aperti e sicuri per scambi di buone pratiche, incontri, workshop e seminari sui temi del rispetto dei diritti umani, ambientali e di genere”, ci racconta.
I centri oggi sono a Erbil, Basra e Mosul, quest’ultima roccaforte di Daesh in Iraq durante una delle pagine più buie della storia irachena, ed hanno già accompagnato e sostenuto la nascita e il lavoro di oltre 40 piccole organizzazioni locali.
“Il primo centro ad aprire le porte è stato quello di Erbil, nell’estate del 2020, subito dopo la pandemia e il lockdown. Nel febbraio del 2021 abbiamo aperto quello di Mosul, che opera in tutta l’area di Ninive e delle aree liberate da Daesh. Infine quello di Basra, inaugurato nel maggio del 2021”, racconta Bahman.
Sono tanti in campi in cui nel centri si opera per sostenere le organizzazioni. Prima di tutto le consulenze legali: “Abbiamo avvocatə ed espertə che forniscono gratuitamente consulenze specifiche a cooperative, gruppi di volontariato, ong locali, sindacati. Forniamo supporto anche a livello amministrativo e gestionale. Tutto quello che usiamo per le formazioni viene poi reso disponibile online, attraverso una piattaforma, cosicché chiunque possa beneficiarne e migliorare il proprio lavoro. Dopo aver formato i membri delle organizzazioni, lə aiutiamo ad accedere a piccoli bandi per rendere sostenibile il loro intervento. Seguiamo tutto il processo: dalla creazione dell’organizzazione locale all’accesso ai fondi fino alla conclusione dei progetti e alle azioni di advocacy”, racconta.
“Il nostro principale obiettivo è sostenere la società civile nella creazione di realtà e strutture che la rappresentino per creare un cambiamento, perché lavorino in modo efficace, trasparente, democratico, nel rispetto dei diritti umani e del lavoro. Da quando abbiamo iniziato, siamo riuscitə ad accompagnare tante persone”, spiega Bahman con grande soddisfazione.
Fino ad oggi, grazie a “Tatweer” sono stati finanziati 24 micro-progetti. Di questi, 17 avevano a che fare con il rispetto dei diritti umani e con le tematiche ambientali.
Perché in Iraq, oggi, la questione dell’accesso ai diritti resta centrale, soprattutto per la generazione nata dopo l’invasione a guida statunitense del 2003, cresciuta con la promessa di un paese libero e democratico, ma che ancora si trova a combattere contro corruzione, mancanza di lavoro, sfruttamento delle risorse. E con il cambiamento climatico, una piaga che preoccupa lə giovani irachenə in modo particolare.

“L’Iraq oggi è uno dei 5 paesi al mondo più a rischio dal punto di vista ambientale”, riflette Bahman. “Oltre alle conseguenze del cambiamento climatico, che affrontiamo qui come in tutto il mondo, ci sono anche questioni relative al nostro contesto: l’inquinamento, la costruzione delle dighe turche e iraniane che controllano il flusso dei nostri fiumi – il Tigri e l’Eufrate –, la grave siccità che sta interessando il sud del paese, i combustibili fossili che inquinano le falde acquifere, la depredazione del territorio per l’estrazione del petrolio. Siamo estremamente preoccupatə”, racconta.
E anche a suo parere, dopo il 2003 le sfide per l’Iraq sono state, e restano, moltissime. “Da 20 anni la popolazione irachena tenta di costruire un sistema democratico, ma ci sono ancora molti ostacoli a causa della corruzione, della mancanza di esperienza della classe politica, delle regole di applicazione della Costituzione. Il paese continua a cadere periodicamente in spirali di conflitto a cui si aggiungono le tensioni tribali e tra le comunità. La Thawra del 2019 ha dimostrato che le nuove generazioni vogliono un cambiamento reale. Vogliono uno Stato e un paese di cui poter andare fierə. Ecco perché è così importante sostenere le organizzazioni della società civile: perché sono i/le giovani ad animarle, cercando di costruire dal basso quel cambiamento che dall’alto non arriva. Hanno perso fiducia nelle autorità e non vogliono più restare fermə ad aspettare: cercano di creare un cambiamento almeno a livello di comunità perché le generazioni che verranno dopo di loro non siano costrette a vivere lo stesso presente”, conclude.

di Silvia Abbà – Coordinatrice internazionale di ICSSI* e autrice del libro "Il mio posto è ovunque. Voci di donne per un altro Iraq".
Parlando con giovani irachene e iracheni stupisce quanto la Storia – quella che abbiamo letto sui libri di scuola – si intrecci alle concrete storie personali, come i grandi eventi si siano incastonati nelle loro esistenze quotidiane determinandone il corso, la geografia, le tempistiche. Sahar Salam è una donna di Baghdad di 29 anni, da 3 anni lavora con Un Ponte Per come responsabile del progetto “Al Thawra Untha” (La rivoluzione è donna), finanziato dal ministero degli Affari esteri olandese.
“Ho vissuto tutta la mia vita a Baghdad, tranne due anni, dal 2008, quando la mia famiglia è stata costretta a trasferirsi in un altro governatorato. La prima settimana dopo il nostro ritorno a Baghdad abbiamo ricevuto una busta con dei proiettili dentro e ci siamo detti ‘O restiamo, o ce ne andiamo per sempre’. Abbiamo deciso di rimanere e rischiare. Per fortuna ci è andata bene”
Sahar fa riferimento agli anni di conflitto civile che hanno seguito l’intervento militare a guida statunitense della coalizione internazionale. La seconda guerra del Golfo, iniziata a marzo del 2003, ormai 20 anni fa. Lei è cresciuta nel nuovo Iraq, in un paese senza dittatori, formalmente democratico, in cui le donne dovevano essere – finalmente – libere. Eppure, le proteste scoppiate nell’ottobre 2019, che hanno portato migliaia di persone nelle piazze delle città irachene, parlano di corruzione endemica, di mancanza di servizi di base e gravi inefficienze. Sono il sintomo di una profonda crisi di legittimità del sistema settario inaugurato all’indomani della cacciata di Saddam Hussein e del partito Ba’th dal potere. Proteste simili, però, erano già scoppiate negli anni precedenti. La vera novità, questa volta, è stata la partecipazione massiccia delle donne, nelle piazze e negli spazi virtuali dei social media.

“Prima del 2019 c’erano state diverse altre proteste, più piccole, che non avevano avuto alcun effetto reale. La Rivoluzione di ottobre è stato un momento storico per il femminismo perché le donne erano in prima linea”, racconta. Oggi, le nuove generazioni denunciano le storture di quello che doveva essere il nuovo Iraq, e in particolare le giovani donne alzano la testa per ribadire a gran voce il proprio diritto a esistere, a scegliere per sé e per il proprio paese.
“Essere femministe significa assicurarsi che le donne siano trattate in modo equo. Difendere i loro diritti a prescindere dal contesto di provenienza, dalla religione, dalla nazionalità”, spiega Sahar. Le voci delle attiviste e femministe irachene ci guidano nella tessitura di nuove alleanze di cui, oggi, abbiamo estremamente bisogno per costruire, insieme, un mondo in cui tutte potremo essere libere.
*Iraqi Civil Society Solidarity Initiative (ICSSI) è una coalizione irachena e internazionale di attivisti/e che si batte per la giustizia, il rispetto dei diritti umani e la pace in Iraq. https://www.iraqicivilsociety.org/

“Insieme a mio fratello coltivavamo 8.000 alberi: avevamo ulivi, limoni e viti. Ne abbiamo persi 3.000 a causa di Daesh (ISIS), per colpa dei continui combattimenti. Ma non sapevamo che il peggio doveva ancora venire: quest'anno ne abbiamo persi altri 3.000 per mancanza di acqua”
Era stato questo il racconto di Ahmad a Daniela Sala, raccolto in un bellissimo reportage pubblicato sul Guardian nel 2021. Purtroppo non è cambiato molto da allora, e il nord della Siria continua a soffrire di una fortissima carenza d’acqua. Le cause possono ricercarsi nel cambiamento climatico ma anche (e forse soprattutto) nelle dighe a monte del fiume Eufrate - in Turchia - che taglieggiano impietosamente il flusso d’acqua che arriva in Siria. Un altro problema enorme è quello dei rifiuti, più di un decennio di guerra non ha lasciato solo ferite nei corpi delle persone. L’intero paesaggio è in gran parte ancora ridotto in macerie e la quantità di detriti presenti in ogni dove è spaventosa.
"Durante le tempeste di sabbia delle zone più desertiche, si possono osservare vere e proprie nuvole di rifiuti che fluttuano a mezz’aria"
Ce lo ha raccontato la nostra co-presidente Angelica Romano, tornata da pochi giorni da un viaggio nel Paese insieme ad Alfio Nicotra, anche lui co-presidente di Un Ponte Per.
Dopo anni di ricostruzioni di ospedali e strutture sanitarie, nonché di aperture di cliniche nei campi profughi, dal 2019 abbiamo iniziato a lavorare sul riciclo e il corretto smaltimento dei rifiuti medici, in supporto di oltre 36 strutture sanitarie nei governatorati di Hasakeh, Raqqa e Aleppo. La protezione ambientale ed ecologica è uno degli assi principali di impegno delle Municipalità autonome del nord est della Siria (NES). Lo scorso anno qui, insieme al nostro partner Mezzaluna Rossa Curda (KRC), alle autorità locali e grazie al sostegno della Area Metropolitana de Barcelona (AMB) e della Fondazione Prosolidar abbiamo gettato le basi per il primo progetto-pilota di raccolta differenziata e riciclaggio dei rifiuti a livello municipale in NES. Non solo rifiuti sanitari, ma anche rifiuti comuni, prodotti dalle famiglie. Qui sotto il racconto video di Angelica e Alfio.
Nella Municipalità di Hasake abbiamo trovato terreno particolarmente fertile per questi primi progetti, in cui la collaborazione tra le autorità locali e la cittadinanza è fondamentale per il buon esito degli stessi. Ovviamente sono state svolte attività di sensibilizzazione “casa per casa”, per prepare la popolazione ad una nuova modalità di raccolta dei rifiuti. Oggi possiamo dire che il sistema di raccolta differenziata messo in piedi sta funzionando, coinvolgendo anche alcune cooperative locali nella raccolta dei rifiuti porta a porta.
“I rifiuti vengono raccolti dalle case, per essere poi portati in un luogo adibito allo smistamento e al riciclo” - racconta Rovand Abdo, co-presidente del Dipartimento per l’Ambiente della Municipalità di Hasake, una donna davvero in gamba che conferma il nesso importantissimo tra leadership femminile e ambiente. Un binomio che sosteniamo fortemente, e che spesso oggi viene racchiuso dal termine “eco-femminismo”. Ricordiamo che la Siria è ancora una delle aree del mondo con i tassi più alti di violenza di genere e con un’offerta di servizi di protezione davvero limitata. Per questo l’esempio di Rovand è ancora più rivoluzionario. Possiamo ascoltarla nel video qui sotto, in cui mostra i risultati del progetto “Zero Rifiuti” che stiamo portando avanti al suo fianco.
Come è possibile vedere nel video, principalmente in queste prime fasi del progetto, è stata avviata la raccolta differenziata e il riciclo di plastica/metalli, carta e rifiuti organici. Con i rifiuti organici si producono concimi e fertilizzanti. “Ottimi per il terreno” - aggiunge Rovand, mostrando orgogliosa i campi agricoli in cui viene utilizzato con il fine di incrementare gli spazi verdi della città.
“Nella prossima fase del progetto, cercheremo di espanderci in altri quartieri, in modo che altre persone possano beneficiare di questo programma perché ha effetti benefici sull'ambiente, l'agricoltura, l'igiene, la salute umana e in generale sulla riduzione del fenomeno dei rifiuti"
conclude la co-presidente Rovand Abdo con grande determinazione, e speriamo con tutto il cuore che possa accadere. Forse è solo una goccia, come dice il nostro co-presidente Alfio Nicotra o forse è il preludio ad un cambiamento più grande verso un'economia circolare altamente sostenibile.
Un Ponte Per è presente nel nord est della Siria dal 2015, inizialmente con l'invio di carichi umanitari destinati alla Mezzaluna Rossa Curda, per poi strutturare il proprio intervento dal 2016, quando sono stati avviati diversi progetti per ricostruire il sistema sanitario dell'area e offrire sostegno alla popolazione in fuga da Daesh.
Elena Popova, responsabile del Movimento dellə Obiettorə di coscienza russo, invia questo importante aggiornamento (originariamente pubblicato sul sito del Movimento Nonviolento italiano) sulla recente decisione da parte del governo russo di mettere fuori legge l’organizzazione.
Insieme al Movimento dellə Obiettorə di coscienza russo, fondato nel 2014 da un gruppo di attivistə per aiutare lə giovani ad evitare la leva, abbiamo fornito supporto giuridico e psicologico online allə obiettorə di coscienza di tutte le regioni della Russia, incluse le persone appartenenti alla comunità LGBTQ+. Dona ora per aiutarci a sostenerlə.
***
Da venerdì scorso, 23 giugno, il Movimento dellə obiettorə di coscienza è stato ufficialmente dichiarato dalle Autorità come “agente straniero” nella Federazione Russa.
Il Ministero della Giustizia ci accusa di aver diffuso informazioni ritenute false sulle azioni, le decisioni e le politiche del governo, oltre a opporci alle azioni militari della Russia in Ucraina. Per l’attuale governo della Federazione Russa queste accuse sono sufficienti a giustificare la messa fuori legge della nostra organizzazione.
Questo fatto, pur essendo una dimostrazione dell’efficacia del nostro lavoro, è anche fondamentalmente un’applicazione discriminatoria della legge che calpesta i diritti umani e le libertà universalmente accettate.
Il nostro team ha lavorato incessantemente durante il fine settimana per adottare misure per la sicurezza dei membri del nostro Movimento dedicato alla comunità che serviamo. Un numero significativo dellə nostrə volontariə e coordinatorə vivono ancora in Russia e ora affrontano un rischio maggiore di pressioni e persecuzioni statali. Nonostante queste crescenti minacce, rimaniamo impegnatə a sostenere coloro che resistono alla guerra e alla coscrizione forzata.
Vogliamo assicurarvi che il Movimento dellə obiettorə di coscienza continuerà la sua missione. Rimaniamo fermi nei nostri principi e valori, dedicati a educare le persone al loro diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare.
Questa situazione sottolinea l’importanza della nostra partnership con la comunità globale.
Cogliamo l’occasione per ricordarvi l’importanza del vostro continuo supporto. Che si tratti di amplificare la nostra voce, fornire opportunità di sensibilizzazione o assistere con gli sforzi di raccolta fondi, i vostri contributi sono inestimabili in questi tempi difficili.
Grazie per essere statə con noi. Apprezziamo profondamente il vostro continuo impegno e supporto.
Cari saluti,
Elena
“Per fermare la guerra è necessario fare altra guerra”
Ce lo ripetono ogni giorno a media unificati mentre i governi occidentali continuano ad inviare sul campo armamenti sempre più sofisticati e devastanti. Questa ostinazione a non vedere il pantano in cui l’Europa è stata gettata dall’invasione russa dell’Ucraina – invasione che condanniamo fermamente - rappresenta un vero e proprio annebbiamento della ragione. Più la soluzione militare del conflitto si dimostra impossibile e più ci si incaponisce nel percorrerla. Dal 24 febbraio 2022 noi di Un Ponte Per abbiamo sostenuto che nessuna delle due parti, Ucraina e Russia, è in grado di vincere questa guerra e che solo il negoziato, accompagnato da un immediato cessate il fuoco, può contribuire a fermarla, aprendo una discussione vera su un sistema di sicurezza comune in cui nessuno Stato possa sentirsi minacciato da un altro.
“C’è chi inneggia alla guerra, anche nucleare, incurante dei dolori che porta; chi si fa alfiere di vari interessi, randellando quotidianamente chi la pensa in maniera critica, azzerando il confronto e trasformando il dialogo in una assurda polarizzazione: amico di Putin se sei per la pace o difensore della democrazia se aderisci all’invio di armi per l’Ucraina. Perfino il Papa è stato dichiarato ‘pacifista estremista’, come se invocare la pace fosse da vigliacchi o peggio, da inetti, incapaci di ‘prendere una posizione’”
Lo scriveva, con grandissima lucidità, Gianni Minà nel suo ultimo editoriale pubblicato pochi giorni prima di morire. Parole attualissime. Che relazione esiste tra il voler sostenere il popolo ucraino e la decisione britannica di avvelenarlo con l’invio di armi all’uranio impoverito? Nonostante ciò che sostengono i Generali di sua maestà, le conseguenze dell’uso di questi armamenti sulla salute della popolazione sono più che acclarati. Secondo una ricerca scientifica riportata dal "The Guardian" i tassi di leucemia in Iraq in conseguenza dell’uso di proiettili all’uranio impoverito durante la guerra sono peggiori rispetto a quelli registrati dopo il bombardamento di Hiroshima. Il bombardamento di Falluja ha provocato un aumento del 1.260% dei tumori infantili e del 2.200% dei tassi di leucemia. In Giappone aumentarono del 660%, circa 12 anni dopo la bomba (quando i livelli di radiazione hanno raggiunto il picco). A Falluja, l’aumento c’è stato in un lasso di tempo molto più breve, in media solo da 5 a 10 anni dopo i bombardamenti.
La prova che lə irachenə fossero statə espostə alle radiazioni risiede anche nel tasso di mortalità infantile, dell'820% più alto rispetto al vicino Kuwait. Per non parlare delle centinaia di soldatə italianə che si sono ammalatə in seguito all’esposizione in luoghi in cui si erano sprigionate particelle liberate dall’alta combustione indotta dall’uranio impoverito, e che sono poi morti nel tempo.
Anche per questo non ci sarà vittoria portata dalle armi. Ce lo insegna la storia di questo ultimo trentennio in cui nessuna guerra è stata vinta. George Bush, che ebbe l’ardire di dichiarare la vittoria in Iraq e in Afghanistan, è stato smentito dai fatti successivi, con decine di migliaia di morti e la crescita in tutto il Medio Oriente del terrorismo jihadista, arrivato anche in Europa. La guerra è sempre un pessimo investimento per i popoli, arricchisce la lobby delle armi e i mercanti di morte, ma porta in grembo nuovi odi ed ingiustizie.
Per questo ci ribelliamo al presunto “realismo” di chi pianifica nuovi muri e nuove cortine di ferro nel nostro continente. Di chi ci vuole armatə fino ai denti distraendo immense risorse dalle spese sociali a quelle militari. Ci pare un atto di cecità inaudita perché non solo non mette la guerra fuori dalla Storia, ma la pianifica al punto da farla diventare il dominus a cui dovranno sottostare le future generazioni.
L’idea stessa di Europa, quella pensata sotto il fascismo dai confinati di Ventotene, muore ogni giorno schiacciata da un atlantismo acritico e da un’idea muscolare delle relazioni internazionali.
Ma le nuove generazioni non vogliono essere carne da cannone per i vecchi e nuovi potenti del pianeta. Per questo sosteniamo lə obiettorə di coscienza in Russia, Ucraina e Bielorussia. Per questo guardiamo con attenzione alle mobilitazioni dellə ragazzə contro la devastazione ambientale causata da un modello economico sempre più incompatibile con la sopravvivenza delle specie viventi.
Vediamo nello slogan “Donna, vita, libertà”, nato nel Kurdistan siriano e fatto proprio dalle donne iraniane, qualcosa di molto simile a quello che fu per l’umanità lo slogan “Liberté, Égalité, Fraternité”. Della straordinaria presa di coscienza delle donne in Asia Occidentale ne è testimonianza il bel libro della nostra Silvia Abbà - “Il mio posto è ovunque. Voci di donne per un altro Iraq” - che abbiamo contribuito a pubblicare e che vi invitiamo caldamente a leggere.
Una nota canzone italiana dice “solo la pace è l’unica vittoria”. Per questo continuiamo ogni giorno ostinatamente a tessere la tela dei portatori di speranza.
Editoriale di Alfio Nicotra - Co-Presidente di Un Ponte Per - in apertura del nuovo numero della nostra rivista semestrale - n. GIUGNO 2023 >>
Nello scorso fine settimana, la capitale austriaca ha ospitato il Vertice internazionale per la Pace in Ucraina. Un incontro promosso dalla società civile internazionale per definire un contributo “dal basso” a percorsi di pacificazione, partendo da una forte richiesta di “cessate il fuoco” che sfoci in negoziati concreti e condivisi. Tra lə promotorə del Vertice di Vienna anche la coalizione italiana “Europe For Peace”, di cui Un Ponte Per fa parte insieme alla Rete Italiana Pace Disarmo. Ha partecipato in nostra rappresentanza Fabio Alberti, fondatore di Un Ponte Per, che racconta la due giorni di incontri nell'articolo uscito su Servizio Pubblico di Michele Santoro. Qui di seguito il testo:
“Cessate il fuoco subito, senza se e senza ma, salvate vite umane e cominciate a trattare”. Da Vienna emerge unanime questo appello, pur nella differenza dei punti di vista che convivono in un movimento ampio e plurale come il movimento per la pace. Insieme è stato preso l’impegno a continuare la mobilitazione in tutti i paesi, più di 40 quelli qui rappresentati, fino ad una settimana di mobilitazione globale dal 30 settembre all’8 ottobre prossimo.
Queste le risultanze di due giorni molto intensi di lavori in cui 400 delegatə da tutti i continenti sono statə impegnatə nel summit promosso da due delle più antiche organizzazioni pacifiste, l’International Peace Bureau, nato nel 1891 e Nobel per la pace nel 1910 e la Woman International League for Peace and Freedom, che nel 1915 raccolse la chiamata contro l’inutile strage della Grande guerra di decine di organizzazioni femminili. Promotrice del summit anche la rete italiana Europe for Peace, più volte citata come esempio di capacità di unità e presente con una consistente delegazione che ha visto, insieme alla Rete Pace e Disarmo, CGIL, Sant’Egidio, Le Acli, il Movimento Nonviolento, Un Ponte Per, Papa Giovanni XXIII, la carovana #StopTheWarNow. Numerosa anche la partecipazione statunitense che dalla guerra del Vietnam è stata costantemente impegnata a frenare il militarismo del loro paese.
Al centro del dibattito innanzi tutto le vittime, centinaia di migliaia sia ucraine che russe, come hanno testimoniato lə rappresentanti ucrainə la cui descrizione delle sofferenze delle popolazioni hanno commosso la sala, e ricevuto la solidarietà dellə partecipanti russi e bielorussi che si battono contro la guerra con grave rischio personale. La guerra – ha detto il presidente del Movimento Pacifista ucraino Yuri Sheliashenko - la guerra è “innanzitutto l’uccisione di massa di esseri umani” e non è mai ineluttabile ma “è sempre una scelta”. La scelta di uccidere altri esseri umani che l’obiettore di coscienza Vitaly Alekseenko – il cui messaggio è giunto alla conferenza - ha respinto pagando con il carcere da cui è stato recentemente rilasciato anche grazie alla pressione internazionale. Una solidarietà confermata insieme alla volontà di stringere ulteriormente la collaborazione con la società civile ucraina, russa e bielorussa.
Nessun dubbio sulla condanna della invasione russa, ribadito nel comunicato finale. “Nessun errore dell’Occidente, nessuna minaccia da parte della Nato, nessun calcolo geopolitico potrà mai giustificare la decisione di invadere un paese e di bombardare la sua popolazione” ha detto una rappresentante ucraina raccogliendo un fragoroso applauso dalla sala anche quando ha implorato “smettete di combattere subito” poi ci sarà tempo per discutere, ma intanto smettete di uccidere. I tempi dei negoziati sono lunghi e – come ha ricorda l’ex colonnella dell’esercito statunitense Ann Wright – possono durare anche molto a lungo, come ad esempio quelli dopo la guerra di Corea, ma nel frattempo è necessario che non si continui a morire. Il cessate il fuoco immediato e senza condizioni è il punto centrale e unificante del movimento globale, che “non significa riconoscere nessun diritto territoriale alla Russia, ma solo far cessare le uccisioni e dare una possibilità alla pace” come è scritto nel documento di convocazione.
Di “errori” l’Occidente ne ha fatti tanti, a cominciare dal non aver proposto alla Russia un sistema di sicurezza condivisa alla fine del bipolarismo, dall’aver allargato un’alleanza che avendo esaurito il ruolo per cui era sorta avrebbe dovuto essere sciolta e per non aver fatto nulla per prevenire lo scoppio della guerra boicottando anche le prime trattative, come dettagliatamente ricostruito dal prof. Jeffrey Sachs già consulente del presidente Gorbachev. Una responsabilità anche occidentale, quindi, evidente, ma che non giustifica. Una cosa è infatti spiegare, sulla base delle leggi della geopolitica le dinamiche che portano allo scoppio di una guerra e un’altra è utilizzare questo per giustificare la scelta di invadere un paese.
Il movimento per la pace è convinto, come dimostrano i sondaggi, di rappresentare la grande maggioranza dell’opinione pubblica, in Occidente, ma in particolare nel Sud Globale. Su questo importanti sono state le testimonianze dellə delegatə dei paesi del Sud del mondo, numerosə da tutti i continenti. La gran parte dei paesi del mondo, che rappresentano il 75% della popolazione mondiale, non ha aderito alle sanzioni economiche, pur condannando l’invasione russa perché – ha detto la prof.ssa indiana Anurada Chenoy, “non si fida dell’Occidente” sulla base dell’esperienza di 500 anni di colonizzazione e teme che da questa guerra emerga un consolidamento di una posizione di dominio globale occidentale. Questa posizione, ha aggiunto è condivisa da paesi democratici e non democratici e spiega la nascita di numerose iniziative di pace che provengono dall’emisfero Sud. “Il Sud propone cooperazione e l’Occidente risponde competizione, il Sud propone multipolarismo e l’Occidente risponde unipolarismo”. È la evocativa sintesi proposta dalla prof.ssa Chenoy, concetto ripreso in un applauditissimo intervento del Vice-Presidente colombiano Davis Choquehuanca. “Occorre porre termine alla politica della divisione proposta dall’Occidente” ha detto, aggiungendo la necessità di una politica globale ispirata a unità, armonia e cooperazione non solo tra le nazioni ma anche con la madre terra.
Molto interesse quindi per le proposte che vanno nella direzione del negoziato, dopo quella della Cina, l’iniziativa brasiliana, dei Capi di Stato africani, la proposta indonesiana, che si aggiungono al tentativo di mediazione turco, fallito, o fatto fallire, nel marzo 2022 e a quella Vaticana che, si è appreso durante la conferenza, sta per essere lanciata insieme a decine di premi Nobel per la pace.
Tutte iniziative di pace che la conferenza non giudica nel merito, ma che appoggia e sosterrà attivamente nel loro insieme. E’ questo un altro impegno indicato nel comunicato finale, perché, è stato detto, è necessario che la comunità internazionale a partire dalle Nazioni Unite – molo criticate per l’inazione – agisca attivamente anche perché la guerra riguarda tuttə. La guerra non fa vittime solo in Ucraina o in Russia, ma ha fatto vittime, in particolare in Africa, per la crescita dei prezzi alimentari, ha fatto aumentare i costi energetici in tutto il mondo creando milioni di poverə, sta provocando una restrizione degli spazi democratici in tutti i paesi e, come nessun intervenuto ha mancato di ricordare, può portare all’olocausto nucleare.
Articolo di Fabio Alberti, uscito l'11/06/2023 su serviziopubblico.it
Di seguito il testo della “Dichiarazione di Vienna per la Pace” elaborata dalle organizzazioni partecipanti – qui scaricabile in formato PDF.
Noi, organizzatorə del Vertice internazionale per la Pace in Ucraina, chiediamo ai leader di tutti i paesi di agire a sostegno di un immediato cessate il fuoco e di negoziati per porre fine alla guerra in Ucraina.
Siamo una coalizione ampia e politicamente diversificata che rappresenta i movimenti per la Pace la società civile, compresə lə credenti, in molti paesi. Siamo fermamente unitə nella convinzione che la guerra sia un crimine contro l'umanità e che non esista una soluzione militare alla crisi attuale.
Siamo profondamente allarmatə e rattristatə dalla guerra. Centinaia di migliaia di persone sono state uccise e ferite, e milioni di persone sono sfollate e traumatizzate. Città e villaggi in tutta l’Ucraina, così come l'ambiente naturale, sono stati distrutti.
Morti e sofferenze ben più gravi potrebbero ancora verificarsi se il conflitto dovesse degenerare fino all'uso di armi nucleari, un rischio che oggi è più alto di qualsiasi altro momento dalla crisi dei missili di Cuba.
Condanniamo l'invasione illegale dell'Ucraina da parte della Russia. Le istituzioni create per garantire la Pace e la sicurezza in Europa hanno fallito e il fallimento della diplomazia ha portato alla guerra. Ora la diplomazia è urgentemente necessaria per porre fine al conflitto armato prima che distrugga l'Ucraina e metta in pericolo l'umanità.
Il cammino verso la Pace deve basarsi sui principi della sicurezza comune, del rispetto internazionale dei diritti umani e dell'autodeterminazione di tutte le comunità.
Sosteniamo tutti i negoziati che possano rafforzare la logica della Pace invece dell'illogica della guerra.
Affermiamo il nostro sostegno alla società civile ucraina che difende i propri diritti. Ci impegniamo a rafforzare il dialogo con coloro che in Russia e Bielorussia mettono a rischio la propria vita per opporsi alla guerra e proteggere la democrazia.
Invitiamo la società civile di tutti i paesi a unirsi a noi in una settimana di mobilitazione globale (da sabato 30 settembre a domenica 8 ottobre 2023) per un cessate il fuoco immediato e per negoziati di Pace che pongano fine a questa guerra.
Vienna, 11 giugno 2023
"Tutti dobbiamo fare la nostra parte, per essere all'altezza del compito della Pace" (Albert Einstein).
Al via il nuovo bando per la terza annualità dei Corpi Civili di Pace, che Un Ponte Per svolgerà in collaborazione con ACQUE CORRENTI ETS nelle 3 sedi estere di Romania, Libano e Giordania. Per ognuna delle tre sedi saranno selezionatə 4 volontarə.
La scadenza unica per tutte le candidature è prevista per le ore 14.00 del 30 giugno 2023. E' possibile presentare una sola domanda di partecipazione al bando e per uno ed un solo progetto. Possono presentare la candidatura anche coloro che hanno già svolto il Servizio Civile.

Di cosa si occupano i Corpi Civili di Pace?
L’istituzione dei Corpi Civili di Pace rappresenta una novità quasi assoluta nel panorama europeo e mondiale, è infatti possibile rifarsi solo parzialmente ad altre esperienze.
Furono previsti dalla legge di stabilità italiana del dicembre 2013 grazie ad un emendamento presentato da Giulio Marcon (SeL) e al lavoro portato avanti da reti, Ong e associazioni nell’ambito della più vasta campagna “Un’altra Difesa è possibile!” per l’istituzione di una Difesa civile, non armata e nonviolenta in Italia.
Nel dicembre del 2015 dal Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale arriva il decreto, con il quale viene approvato il prontuario di progettazione per l’avvio della sperimentazione (giunta oggi alla terza annualità). Associazioni, enti ed Ong possono iniziare a scrivere i progetti, e i CCP vengono previsti all’interno del cappello istituzionale del Servizio Civile Nazionale.
L’intervento dei Corpi Civili di Pace sarà realizzato nei seguenti campi di azione:
a) sostegno ai processi di democratizzazione, di mediazione e di riconciliazione;
b) sostegno alle capacità operative e tecniche della società civile locale, anche tramite l’attivazione di reti tra persone, organizzazioni e istituzioni, per la risoluzione dei conflitti;
c) monitoraggio del rispetto dei diritti umani e del diritto umanitario;
d) attività umanitarie, inclusi il sostegno a profughə, sfollatə e migranti, il reinserimento sociale dellə ex-combattenti, la facilitazione dei rapporti tra le comunità residenti e profughə, sfollatə e migranti giunti nel medesimo territorio;
e) educazione alla pace;
f) sostegno alla popolazione civile che fronteggia emergenze ambientali, nella prevenzione e gestione dei conflitti generati da tali emergenze.
Questo modello sperimentale si propone l’obiettivo di ricercare soluzioni alternative all’uso della forza militare per la risoluzione dei conflitti. Competenze, capacità e sensibilità particolari, che non mancheranno allə giovanə che sceglieranno di impegnarsi su “nuovi fronti”, saranno anche sviluppate da una formazione mirata e qualificata, appositamente prevista dal decreto interministeriale.
L'ultima volta dei CCP
L'ultima occasione in cui partirono i Corpi Civili di Pace fu il 2019, destinazione Libano. Sei ragazzə arrivarono a Beirut.
Fu un'annata particolarmente sfortunata a causa dell'insorgere del Covid 19 e della pandemia. Ciononostante lə CCP di Un Ponte Per sono riuscitə a portare il nostro sostegno alle comunità rifugiate (palestinese e siriana) in Libano. Auguriamo maggiore fortuna allə ragazzə per questa annualità!

È da poco rientrata dal Libano la delegazione di attivistə di Un Ponte Per composta da Bianca Farsetti e Giulia Torrini. Hanno trascorso una settimana nel campo profughi palestinese di Shatila, a Beirut, tra sport, solidarietà e amicizia.
Bianca e Giulia non erano sole. Sono arrivate accompagnate dalle preparatrici atletiche del Centro Storico Lebowski di Firenze, il primo club sportivo calcistico ad azionariato popolare.
Lo scopo della missione: allenare 3 gruppi di giovani calciatorə del Palestine Youth Club di Shatila, che ormai da anni è un punto riferimento per lo sport popolare del campo, dedicando particolare attenzione alle ragazze e al potenziale che lo sport può offrire nel loro cammino di emancipazione e autodeterminazione.
Abbiamo trovato un grandissimo entusiasmo che ci fa davvero ben sperare sulla possibilità di organizzare nuovamente iniziative di questo tipo. Ce lo racconta la nostra Giulia.
Conosciamo bene il valore dello sport a tutte le latitudini. Ma in un luogo come il campo di Shatila, diventa inestimabile. Lo sport qui assume quella che Giulia chiama “una ragione di sopravvivenza psicologica”.
A Shatila si ha come la sensazione che manchi l’aria. Non è esattamente un posto sicuro dove crescere. Bianca ce lo racconta così:
“Siamo ad uno degli ingressi del campo profughi di Shatila, nato nel 1948 per ospitare poche persone. Oggi ce ne vivono circa 25mila. La situazione è davvero critica. Le case sono accalcate, non c’è acqua potabile e il sole non arriva mai. Molti bambini soffrono la carenza di vitamina D”.
Il campo profughi di Shatila, nato nel 1948 e tristemente famoso per il massacro del 1982, è uno dei luoghi più sovraffollati del pianeta. La città di Beirut non fornisce alcun servizio municipale alle persone che vivono nel campo. L'energia elettrica arriva grazie ai generatori di corrente, che funzionano solo finché c'è carburante disponibile.
Una rete intricata di cavi elettrici penzola sopra gli stretti vicoli. La fornitura elettrica improvvisata si interrompe per ore e ore quasi ogni giorno. Lə residenti devono ricorrere a piccoli generatori che riempiono le anguste case di fumi di benzina. L'acqua che scorre dai rubinetti ha un sapore salato. Quella potabile deve essere acquistata.
Oggi, a causa della grave crisi economica in Libano, la peggiore degli ultimi cento anni secondo la Banca Mondiale, lə rifugiatə palestinesi nei campi affrontano sfide ancora più difficili, soprattutto nel garantire a bambinə e giovani una crescita sana e positiva.
La povertà sta aumentando a livelli estremamente preoccupanti. A tutto ciò si aggiunge la situazione storica svantaggiata delle persone rifugiate palestinesi in Libano, le quali da decenni si trovano escluse socialmente a causa dell'impossibilità di godere della maggior parte dei diritti civili e socio-economici.
Un Ponte Per è presente nel campo di Shatila dal 1997, con progetti di solidarietà e sostegni a distanza per accompagnare gli studi di bambinə palestinesi.
Tra le attività che sosteniamo a Shatila:
Ce ne parla il nostro capomissione in Libano David Ruggini.
“Siamo all’entrata del Centro Sportivo che abbiamo costruito all’interno del campo di Shatila. Qui sosteniamo i progetti del Palestina Youth Club. Nel Centro in questo momento ci sono attività sportive. Durante la settimana vengono svolte anche attività educative”.
Durante la permanenza della delegazione, nel Centro Sportivo che Un Ponte Per sostiene, ci sono state lezioni di ju-jitsu, oltre ai corsi di basket, calcio e boxe, che vanno avanti a livello continuativo ormai da più di un anno. Lo spazio è oggi frequentato da circa 100 bambinə del campo. Nel video Giulia ci mostra il Centro Sportivo.
“Siamo al piano più alto di questo edificio dove si trova il Centro Sportivo che Un Ponte Per ha contribuito a costruire. Questa è la sala dove ci sono le attività sportive: qui si fa basket con le bambine palestinesi di Shatila, boxe e ju-jitsu“.
Gli ultimi saluti dal campo prima di ripartire li lasciamo ancora a Giulia, che traccia un bilancio di questa grande esperienza umana di solidarietà.