Lo Stato aumenta la spesa in armi. E tu? Fai crescere la pace con il tuo 5x1000: CF 96232290583

Siamo stanche di vivere in un mondo in cui le bambine di oggi saranno le donne uccise di domani.

Ogni giorno, donne, ragazze e bambine sono costrette ad affrontare violenze, abusi e disparità di trattamento a casa, a scuola, nei luoghi di lavoro, nelle loro comunità.

Il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Crediamo che l’attivismo femminista sia una delle chiavi principali per mettere la parola fine alla violenza di genere. Solo sfidando e trasformando le norme sociali, la violenza contro le donne potrà essere estirpata. Per questo, le donne e gli uomini di Un Ponte Per partecipano e aderiscono da sempre alle mobilitazioni organizzate dalla rete Non Una Di Meno in Italia.

I casi di violenza di genere aumentano tragicamente in contesti di guerra, durante le emergenze, le crisi economiche, i conflitti di ogni tipo. Donne, ragazze e bambine sono le prime ad essere emarginate, le prime ad essere colpite, ma le ultime ad essere tutelate. Norme sociali escludenti, ambienti di lavoro non sicuri, ridotto accesso all’istruzione sono tutti fattori che limitano l’autodeterminazione e l’indipendenza economica, portando spesso anche a violenze e matrimoni precoci.

In Asia Occidentale abbiamo creato spazi sicuri per assicurare protezione a donne e bambine sopravvissute alla violenza di genere. E abbiamo costruito cliniche per garantire loro l’accesso alla salute riproduttiva e al sostegno psicosociale.

In Siria, nel corso dell’ultimo anno, abbiamo raggiunto e accompagnato 361mila donne.

Abbiamo agevolato l’incontro e lo scambio tra le donne attiviste di Libano, Iraq, Siria, Tunisia e Libia: donne libanesi che hanno vissuto la guerra civile, giovani attiviste palestinesi che vivono in Libano come rifugiate, donne ezide che lavorano per portare la loro comunità fuori dal dramma del genocidio, ragazze rifugiate siriane che vivono nei campi del Kurdistan iracheno, donne tunisine che promuovono l’uguaglianza attraverso la scrittura creativa e l’arte e donne libiche che lottano contro la violenza e per la libertà di associazione.

La partecipazione attiva delle donne nella società civile, nei movimenti e nelle organizzazioni è cruciale per la prevenzione a lungo termine della violenza di genere, soprattutto nelle zone di conflitto.

L’inclusione delle donne nei processi decisionali non solo promuove la parità, ma arricchisce anche le strategie per affrontare le radici profonde della violenza.

La violenza contro le donne non conosce confini. È uguale ad ogni latitudine, ci colpisce tutte, e combatterla è una lotta comune.

Unisciti a noi contro la violenza di genere. Aderisci alla nostra campagna "Libere di rompere", in difesa dei diritti delle bambine e delle donne.

Crimini di guerra, violazioni dei diritti umani, sfollamento di milioni di persone, crisi umanitaria: il conflitto in Ucraina prosegue e scivola verso un inverno che rischia di essere, se non ci sarà un cessate il fuoco che continuiamo a richiedere con forza, durissimo.

Il conflitto ha un impatto pesantissimo sulla società civile, e le comunità stanno lavorando incessantemente per garantire alla popolazione l’accesso agli aiuti umanitari, sostenere la coesione sociale, rafforzare la fiducia reciproca e garantire, per quanto possibile, sicurezza e stabilità alle persone colpite dalla violenza.

La resilienza del popolo ucraino è stata fin qui eccezionale: la guerra però continua a mietere vittime e distruzioni. La richiesta di una pace giusta non è per il momento raccolta dalla comunità internazionale e questo aumenta la sofferenza dellə civili. Le sfide da affrontare sono molteplici, e richiedono lo sforzo congiunto di tutti gli attori nazionali e internazionali coinvolti.

Con questo obiettivo, insieme ai partner con cui lavoriamo in Ucraina con il progetto “Peace Support Ucraina”, finanziato dai fondi Otto per Mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai abbiamo partecipato alla “Kiev Social Recovery Conference”, che ha visto la partecipazione di istituzioni nazionali e internazionali, agenzie umanitarie, organizzazioni internazionali e locali della società civile e donatori, per identificare insieme le priorità, le necessità e le raccomandazioni sul lavoro che ci attende per la ricostruzione sociale e il rafforzamento della resilienza in Ucraina.

Abbiamo parlato dei risultati raggiunti fino a qui, delle lezioni apprese, dello scenario complesso e delle sfide che ancora ci attendono.

A questo importante incontro ha fatto seguito il giorno dopo quello dell’Ukranian Youth Forum for Joint Action: un forum giovanile in cui lə giovani impegnatə nella costruzione della pace nel paese si sono confrontatə per identificare le necessità e le priorità dellə giovani per la ricostruzione del paese.

L’Ukranian Youth Forum for Joint Action è una piattaforma che tiene insieme movimenti giovanili, associazioni, sindacati e organizzazioni in tutto il paese e coloro che lavorano in supporto all’Ucraina in questa fase di guerra. E’ uno spazio di confronto sulle necessità e sulle visioni dellə giovani, e sul ruolo che possono avere durante e dopo il conflitto.

Sono statə spesso loro infatti ad essere in prima linea nella risposta all’invasione russa del febbraio 2022, lavorando sul fronte umanitario, sostenendo la popolazione sia dentro il paese che nella diaspora, impegnandosi volontariamente per riabilitare le infrastrutture e tenere unite le proprie comunità nelle aree più colpite dalla guerra, servendo nell’esercito e in molti altri modi.

Lə giovani durante la guerra in Ucraina, sia dentro che fuori dal paese, stanno dando forza alla resilienza in tutti i settori della società.

Alle due conferenze, organizzate dal nostro partner rumeno Peace Action Training and Research Institute of Romania (PATRIR), abbiamo partecipato insieme all’Institute for Peace and Common Ground, alla Ukranian Leadership Academy, all’Association of Middle East Studies.

Nell’agosto di 9 anni fa, i miliziani Daesh (Stato Islamico) giunsero sui monti del Sinjar con un obiettivo specifico: sterminare la comunità ezida, una tra le più antiche minoranze religiose del fitto mosaico iracheno.

Decine di migliaia di persone furono costrette alla fuga, mentre a migliaia vennero uccise o ridotte in schiavitù dagli uomini di al-Baghdadi. Fu un genocidio. Eravamo a loro fianco in quei giorni drammatici e fummo testimoni di quanto stava accadendo.

A quasi 10 anni da quei terribili eventi, lo scorso 8 novembre abbiamo accompagnato Farhan e Ghazala, direttore e direttrice programmi di Youth Bridge Organization del Sinjar (Iraq), ad un’audizione a Roma di fronte al “Comitato permanente sui diritti umani nel mondo”, presieduto dall’On. Laura Boldrini nell’ambito della Commissione Affari Esteri della Camera.

Insieme a Farhan e Ghazala, abbiamo chiesto che anche l’Italia riconosca il genocidio ezida, come è già stato riconosciuto dalle Nazioni Unite, dal Parlamento Europeo e da diversi Stati nazionali.

Riconoscere un genocidio significa gettare le basi fondamentali affinché non si ripeta mai più, significa trovare soluzioni per proteggere le persone che lo hanno subito, come ad esempio familiari o parenti, dando loro accesso (e diritto) a qualche tipo di giustizia riparativa.

L'Italia può svolgere un ruolo fondamentale a livello internazionale per fornire protezione, sostegno e stabilità alla comunità ezida e alle altre minoranze religiose, affinché la storia non possa ripetersi. Il Comitato permanente sui diritti umani si è assunto l’impegno di lavorare in questo senso e speriamo pertanto che sia possibile quanto prima giungere ad un riconoscimento ufficiale. #RecognizeYazidiGenocide

https://www.unponteper.it/it/prodotto/ezidi-in-iraq/

A FIANCO DELLA COMUNITÀ EZIDA

"Noi di Un Ponte Per abbiamo sempre considerato lə attivistə ezidi come carə amicə e coraggiosə difensorə dei diritti umani, in lotta per proteggere il proprio popolo dalle persecuzioni punto quando accompagnavamo delegazioni italiane nel nord dell'Iraq e volevamo far capire alle persone quanto ricco e complesso fosse il patrimonio culturale iracheno, le guidavamo sempre al santuario ezida di Lalish. Ma molti aspetti della loro vita e cultura ci rimanevano sconosciuti. Ad esempio, per anni abbiamo continuato a chiamarlə "yazidi" ignarə che quel nome rappresentasse il tentativo da parte di alcuni di dipingerli erroneamente come seguaci del Califfo omayyade Yazid I o addirittura di attribuire loro la responsabilità dell'assassinio dell'Imam Hussein. Poi, nel 2014, tutto è cambiato. La dimensione delle persecuzioni precedenti che lə ezidi avevano subito nella storia ha assunto i caratteri del genocidio dopo l'avanzata di Daesh e la sua conquista di una vasta area della Piana di Ninive. Daesh ha occupato gli uffici dei nostri partner di tanti progetti, l'associazione "Ezidi Solidarity and Fraternity League", e lə nostrə amicə sono diventatə sfollatə internə che ci hanno dovuto raggiungere ad Erbil e Dohuk. Da quel momento abbiamo iniziato a collaborare con lə attivistə ezidi che volevano documentare le violazioni dei diritti umani che avevano subito, e provare che i massacri, la riduzione schiavitù delle donne, dellə bambinə, le conversioni forzate e l'esilio potevano essere definiti come genocidio. E questa, alla fine, è stata anche l'opinione espressa dall'Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che lo ha stabilito in un report ufficiale del marzo 2015".

Tratto dalla Prefazione di Martina Pignatti Morano al libro "EZIDI IN IRAQ. Storia, memoria e credenze" di Sa'ad Salloum, edito in italiano da Un Ponte Per in una delle primissime pubblicazioni in italiano su questo tema.

Si chiama “La nostra casa protetta”, in arabo “Darna al Aman”, il progetto con il quale Un Ponte Per, grazie al prezioso sostegno dei fondi Otto per Mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, è riuscita ad aprire e sostenere nel tempo tre Spazi Sicuri a Raqqa, destinati a donne, ragazze, bambinə che vivono tra le macerie di una città duramente colpita da anni di conflitto. Grazie alla collaborazione con il partner locale, Doz, Un Ponte Per è in grado di garantire protezione a bambinə, donne e ragazze che devono fare i conti con un presente ancora caratterizzato da guerra e sfollamento.

Gli Spazi Sicuri di Un Ponte Per in Siria sono stati aperti nel 2021. Da allora, forniscono supporto, sostegno e prevenzione per contrastare la violenza minorile e di genere ogni giorno.

Solo nel 2023 hanno accolto e supportato quasi 3.300 persone tra donne, adolescenti, bambinə.

“Si tratta di Spazi che accolgono bambinə, donne e ragazze, organizzati secondo le loro necessità specifiche”, ci racconta Ambra Malandrin, responsabile del progetto. “In ognuno di questi Spazi si svolgono attività individuali e di gruppo, viene fornito supporto individuale e protezione dell’infanzia per la prevenzione delle violenze di genere, dei matrimoni precoci, dello sfruttamento del lavoro minorile. E per garantire alle donne sostegno”.

Le attività svolte sono moltissime, e vengono organizzate secondo i bisogni che i partner locali riscontrano. In quello dedicato allə bambinə, a volte è sufficiente anche soltanto giocare.

“Le attività nello Spazio sono di tipo ludico, sportivo, musicale. Si rivolgono a bambinə che hanno perso tutto a causa della guerra e dello sfollamento, e che per questo non hanno avuto diritto ad un’infanzia normale. Anche essere liberə di giocare diventa allora uno strumento di emancipazione”, spiega Ambra. “Cerchiamo poi di accompagnarlə in un percorso che lə renda consapevoli dei loro diritti e dei pericoli che corrono”.

A Raqqa non esistono infatti luoghi dedicati all’infanzia, e non è raro vedere bambinə giocare tra le macerie, o tra gli scheletri di palazzi distrutti, con il rischio che possano imbattersi in ordigni inesplosi. “Uno dei risultati più importanti che abbiamo riscontrato è stato proprio quello di garantire loro un posto in cui giocare in modo sicuro. Ci dicono spesso che nello Spazio si sentono a loro agio perché possono vestirsi, dire, fare ciò che vogliono. Bisogna tenere presente che circa il 60% di loro non va a scuola, quindi avere sessioni educative e una regolarità nella loro vita quotidiana rappresenta un grande sostegno, che lə aiuta a crescere e sviluppare le proprie capacità”, sottolinea Ambra. “Quando e se lo staff specializzato che opera nello Spazio riscontra problemi individuali più seri, o questioni di sicurezza, può agire in modo immediato e supportare lə bambinə a livello individuale, coinvolgendo anche le famiglie”, spiega. Tra gli obiettivi del lavoro, infatti, c’è il contrasto alla violenza e allo sfruttamento del lavoro minorile.

Per quanto riguarda lo Spazio dedicato a donne e ragazze, anche qui si svolgono molte attività create “per conoscersi, creare legami e relazioni, renderle consapevoli dei loro diritti. Cerchiamo di ricostruire quella rete sociale che il conflitto ha distrutto, e di superare le difficoltà che ancora le donne hanno a muoversi e abitare lo spazio pubblico”, spiega Ambra. “Prima di avviare il nostro intervento, sapevamo che solo il 7% delle donne aveva accesso a servizi di protezione dalla violenza di genere a Raqqa. E anche se la guerra adesso sembra lontana, i suoi effetti sono ancora una realtà quotidiana per loro. Poter accedere a questi Spazi diventa centrale, un primo passo nel percorso di riappropriazione della loro autonomia, libertà, emancipazione”, racconta Ambra.

Recentemente, grazie al supporto dell'Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, abbiamo iniziato a lavorare su un altro tassello importante: “Un servizio di trasporto sicuro da e per gli Spazi, individuando le zone di Raqqa e dei dintorni più svantaggiate da questo punto di vista. Oggi siamo in grado di raggiungere le aree da cui arrivano le donne e lə bambinə che frequentano i nostri Spazi, e accompagnarlə in modo sicuro nel percorso da e verso casa. Una cosa molto importante”, sottolinea. “Inoltre, usiamo il servizio di trasporto anche per accompagnarlə a giocare a calcio ad esempio. Abbiamo identificato un luogo adatto, privo di pericoli, e lə accompagniamo perché possano sfruttarlo in sicurezza”. Un servizio dedicato anche alle donne: l’obiettivo è che si sentano libere e sicure non solo dentro lo Spazio, ma anche nel tragitto che devono percorrere per raggiungerlo”, conclude Ambra.

Contrastare la violenza di genere in ogni sua forma resta l’obiettivo centrale dell’intervento di Un Ponte Per nel nord est della Siria, dove anni di conflitto hanno reso lə bambinə e le donne particolarmente esposte a rischi, discriminazioni e difficoltà di ogni tipo. Accompagnarle nel loro percorso di riappropriazione del diritto alla vita, alla sicurezza, libere dalla violenza di genere resta il primo passo da compiere per costruire un futuro più giusto per tutti e tutte.

Una nuova operazione militare turca, che prosegue a fasi alterne dal 2019, torna a spaventare la popolazione. E a danneggiare gravemente le strutture civili.

Nei giorni in cui la tragedia palestinese è tornata ad imporsi alle cronache, ricordando al mondo la sua urgenza, il governo turco è tornato a bombardare il nord est Siria, compiendo un attacco tra i più duri dell’ultimo anno. Non lo hanno raccontato i media, ma dal 5 al 10 ottobre scorso le forze armate turche hanno condotto un'aggressione durissima contro la popolazione dell’area. Questa volta sono stati presi di mira target civili, infrastrutturali ed energetici. I bombardamenti hanno colpito oltre 150 siti nei governatorati di Hassakeh, Raqqa e Aleppo, provocando decine di vittime e distruggendo centrali elettriche e idriche, che hanno comportato il taglio di acqua ed elettricità in tutta la regione.

Come denuncia l’Amministrazione Autonoma, i danni alle infrastrutture hanno avuto un impatto gravissimo su 4,3 milioni di persone, mettendo completamente fuori uso 18 centrali idriche e 11 centrali elettriche, tra cui quella di Sweidiya, che fornisce gas ed elettricità a tutte le regioni del nord est; e quella di Qamishlo, che sostiene 40mila famiglie. Attacchi che hanno reso impossibile la distribuzione di energia elettrica e acqua almeno fino al 18 ottobre. Una situazione già denunciata in passato dalla società civile, che lancia l’allarme sulla diffusione di malattie come il colera a causa della mancanza di acqua pulita. I due ospedali di Al-Jazira e Kobane sono stati messi completamente fuori servizio.

“Non è la prima volta che ci troviamo a fronteggiare le drammatiche conseguenze degli attacchi turchi nell’area”
Luca Magno, Desk Programmi Siria di Un Ponte Per

Le lezioni scolastiche sono state interrotte, lasciando a casa migliaia di studenti che frequentano 48 scuole. Il numero totale di siti civili presi di mira dalle forze armate turche è arrivato a 104, nel corso di 580 incursioni aeree e terrestri da Derik fino a Al-Shahba, che hanno colpito la quasi totalità del nord est Siria. Durante l’aggressione, sono state uccise almeno 50 persone e altrettante sono rimaste ferite. La popolazione, già alle prese con una grave crisi idrica dovuta alla siccità dei mesi estivi, si trova adesso in grave difficoltà e il livello dei danni provocati a servizi essenziali eccede la capacità di risposta delle organizzazioni umanitarie che operano sul campo. Come fanno sapere lə nostrə colleghə locali, le operazioni militari hanno provocato la distruzione di numerose centrali elettriche e, di conseguenza, messo in ginocchio gli ospedali locali e causato gravi danni alle scorte di medicinali che è necessario conservare nei frigoriferi. Ma la situazione peggiore, avvertono, è quella che si registra nella regione della Jazira, dove la mancanza di acqua pulita sta rischiando di creare danni importanti.

Non è la prima volta che ci troviamo a fronteggiare le drammatiche conseguenze degli attacchi turchi nell’area” ci racconta Luca Magno, Desk Programmi in Siria di Un Ponte Per. “Stiamo lavorando con i nostri partner per fare la nostra parte e fornire nuovi generatori e pannelli solari, assicurare assistenza medica attraverso le Unità mobili per coprire i bisogni dei villaggi e dei campi per persone sfollate colpiti, come quello di Washokhani. La gente è molto spaventata, dobbiamo rassicurarla, far sentire che non è sola e che siamo pronti a ricostruire quello che la guerra distrugge, ogni volta che sarà necessario”.

“Se sembra un genocidio, se ‘suona’ come un genocidio e se i responsabili lo chiamano genocidio, allora è un genocidio” cit. Andrew Murray, vice presidente di Stop the War Coalition

Nelle ultime ore le vittime dei raid israeliani sulla striscia di Gaza sono arrivate a 10.000, di cui quasi la metà è rappresentata da bambinə. Ormai da settimane Israele bombarda campi profughi, ospedali, ambulanze, centrali elettriche e infrastrutture idriche.

A Gaza i panifici non fanno più il pane e a breve l’unica acqua rimasta alla popolazione civile sarà quella del mare.

Ottantotto dipendenti delle Nazioni Unite e 175 operatorə sanitariə sono rimastə uccisə dai bombardamenti israeliani.

Nel mentre, diverse prove suggeriscono l'uso israeliano di bombe al fosforo bianco, tanto nel nord di Gaza quanto nel sud del Libano. Inutile girarci intorno: stiamo assistendo a un genocidio, il cui obiettivo ultimo sembra essere quello di “svuotare” completamente Gaza, riducendola ad una landa desertica “ripulita” dalla sua popolazione.

Come donne e uomini per la pace ci chiediamo, quale livello di atrocità è ancora sopportabile prima che la comunità internazionale imponga un cessate il fuoco? A quanti altri crimini di guerra, a quante altre migliaia di vittime saremo costrettə ad assistere prima che si fermi questa punizione collettiva su una popolazione inerme?

Occorre fermare subito il massacro, occorre un cessate il fuoco.

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“Acqua per Gaza” è la nostra campagna per rispondere alla crisi derivante dall’assedio completo del popolo palestinese da parte di Israele.

Attivati oggi stesso per la popolazione palestinese e aiutaci a portare acqua a Gaza. Con la tua donazione forniremo soccorso immediato garantendo acqua potabile a 2000 famiglie e sostegno a ciò che resta delle attività agricole locali.

Consegnato il 27 ottobre un carico di libri in lingua araba nella Casa Circondariale “Regina Coeli” di Roma, destinati alla popolazione carceraria arabofona. Si tratta del 6° istituto penitenziario italiano coinvolto nell’ambito del nostro progetto “Kutub Hurra – Libri Liberi”, che lega Italia e Tunisia.

E’ stato consegnato il 27 ottobre scorso presso la Casa Circondariale “Regina Coeli” di Roma un carico di libri in lingua araba destinato alla popolazione carceraria arabofona detenuta.

I libri sono stati consegnati nell’ambito del nostro progetto “Kutub Hurra – Libri Liberi”, che dal 2022 portiamo avanti insieme all’Associazione tunisina “Lina Ben Mhenni”, creata in memoria dell’attivista prematuramente scomparsa, che ha lasciato in eredità una vasta collezione di libri in lingua araba.

Il progetto è promosso grazie ad una vasta rete di realtà italiane che operano all’interno dei penitenziari, e l’obiettivo è costruire un ponte di libri che attraversi il Mediterraneo.

La consegna è stata resa possibile dalla collaborazione con l’Associazione “Fuori Riga” e dalla Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Roma, Valentina Calderone, presenti all’iniziativa.

La Casa Circondariale “Regina Coeli” è l’ultima coinvolta in ordine di tempo: prima i libri sono stati consegnati a Livorno (Casa Circondariale “Le Sughere” e Casa di Reclusione di Gorgona)Pisa (Casa Circondariale “Don Bosco”)Padova (Casa di Reclusione “Due Palazzi”) e Firenze (Casa Circondariale di Sollicciano).

Dalla prima consegna di libri, avvenuta nel maggio del 2022, “Kutub Hurra” è riuscito a raggiungere oltre 1.000 detenutə arabofonə in 6 istituti penitenziari in Italia (altri 6 sono in via di coinvolgimento), consegnando oltre 350 volumi nel corso di 4 spedizioni dalla Tunisia, grazie alla cooperazione tra 8 organizzazioni italiane e tunisine.

Il progetto punta a creare un ambiente carcerario più inclusivo, attraverso la fornitura di opportunità di lettura ai detenuti e detenute arabofoni e l’utilizzo dei libri come strumento di emancipazione.

In questo senso, i libri diventano un mezzo per promuovere il dialogo culturale. Avere a disposizione letture e letterature in arabo significa anche essere consideratə nella propria interezza e dignità, punto di partenza necessario per qualsiasi percorso di inclusione e riabilitazione. 

Vi terremo aggiornatə sugli sviluppi del nostro "ponte di libri" attraverso il Mediterraneo.

Ogni atto contro civili inermi, la presa di ostaggi e la violazione della dignità delle vittime è per noi di Un Ponte Per motivo di sdegno e di condanna.

In tutta la nostra storia abbiamo assunto il punto di vista delle vittime civili, senza discriminazioni di nazionalità, colore della pelle o di sapore coloniale. Per noi ogni vittima è una sconfitta dell’umanità, un crimine che andrebbe combattuto dalla comunità internazionale muovendosi per far cessare la violenza e non aggiungere orrore ad altro orrore.

L’equazione Gaza=Hamas è per questo inaccettabile perché dispone ad una vendetta collettiva su una popolazione inerme, che non può scappare da nessuna parte e che vede, quartiere dopo quartiere, l'intera area avviarsi verso la distruzione totale. Per questo chiediamo all’Unione Europea e alla comunità internazionale di utilizzare ogni pressione per indurre il governo israeliano a cessare l’assedio di Gaza e consentire i soccorsi e la protezione delle persone civili a cominciare dai soggetti più deboli e vulnerabili.
Lə civili (compresə bambinə) uccisə durante il raid in Israele non avranno giustizia se a questa strage si aggiungeranno nuovi eccidi di altrə bambinə e civili. Così come non hanno avuto giustizia lə bambinə palestinesi assassinatə in questi anni dall’ occupazione spietata e cieca dei loro territori.

Occorre fermare il massacro, occorre fermare le armi!

Esprimiamo allarme e preoccupazione anche per lə operatorə umanitariə che sono a Gaza intrappolatə e che sono testimoni di quanto di terribile sta accadendo alla popolazione civile, il cui numero di vittime, ora per ora, sta crescendo esponenzialmente.

Diamo tutta la nostra solidarietà all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) che ha perso, sotto i bombardamenti di questa notte, 9 persone dello staff.

Troviamo incredibile ed irresponsabile che l’Unione Europea, proprio mentre si cinge d'assedio un’area tra le più densamente popolate del mondo, discuta di possibili interruzioni dei fondi della cooperazione diretti alla popolazione palestinese.

Chiediamo il rilascio di ogni ostaggio israeliano così come rinnoviamo la nostra richiesta di liberazione dellə prigionierə politichə palestinesi ingiustamente detenuti.

Il massacro e la distruzione di Gaza davanti all’immobilismo della comunità internazionale, possono incendiare l’intera Asia Occidentale, rafforzando le componenti settarie fondamentaliste, con il rischio di espansione del conflitto.

Occorre svuotare i pozzi di odio, ricostruire fiducia nel diritto internazionale, lavorare per sostituire alla logica della guerra e delle armi quella del dialogo e del negoziato. Dalla società civile araba e israeliana si levino le voci degli uomini e delle donne di cultura contro questa deriva bellicista.

Costruiamo i ponti tra le società civili perché come scriveva Vittorio Arrigoni dobbiamo “restare umani, anche quando intorno a noi l’umanità pare si perda”.

Il ricorso alla forza delle armi, alla militarizzazione del territorio, alla costruzione di muri, al sistema di apartheid, alla negazione dei diritti elementari del popolo palestinese non hanno reso più sicuro Israele.

Solo un vero processo di pace e di decolonizzazione dei territori palestinesi e l’applicazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite può contribuire a ricostruire la fiducia reciproca in un quadro di rispetto dei diritti fondamentali di tutte e tutti.

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Foto di una messa a Qaraqosh, dopo la liberazione da Daesh


Siamo profondamente addoloratə dalla notizia del tragico incendio
divampato durante un matrimonio in una cittadina del Nord dell'Iraq, che ha causato la perdita di così tante vite innocenti. Si parla di almeno 100 vittime e più di 150 persone ferite, alcune con ustioni gravissime. A Qaraqosh lavoriamo da oltre 10 anni, sin da prima dell'occupazione di Daesh (Stato Islamico), a fianco delle minoranze religiose con programmi di peacebuilding, ricostruendo scuole e strutture sanitarie.

In queste ore abbiamo ricevuto richiesta di sostegno dall'ospedale “Al Horuk” di Mosul, l'unica struttura pubblica del Governatorato di Ninive che è specializzata nella cura delle ustioni. Stiamo già sostenendo questa struttura e proprio ieri avevamo finito di equipaggiare i due Pronto Soccorso dell’ospedale, che sono stracolmi in queste ore.

In coordinamento con i nostri partner stiamo verificando cos’altro possiamo fare nella risposta all'emergenza. Al momento, il nostro staff locale sta distribuendo maschere e guanti, e sta invitando tutti i nostri contatti a donare sangue, di cui c’è urgente necessità. Fortunatamente nessuno del nostro staff locale è stato colpito ma lo sono state diverse persone a loro care.

In questo giorno di dolore e tristezza, desideriamo esprimere dall’Italia le nostre più sincere condoglianze alle famiglie delle vittime e a tutte le persone colpite da questa terribile tragedia. Tutta la nostra vicinanza alla popolazione irachena.

Riteniamo molto grave quanto è accaduto a Khaled El Qaisi, ricercatore italo-palestinese, arrestato lo scorso 31 agosto dalle forze di sicurezza israeliane mentre passava le vacanze a Betlemme con la famiglia. Come Un Ponte Per diffondiamo l’accorata lettera della madre e della moglie di Khaled - in cui si raccontano la sua storia, il suo lavoro e le sue professionalità - affinché la Farnesina faccia tutto il possibile per ottenerne l’immediata liberazione. Nella speranza che possa tornare al più presto in Italia da uomo libero.

LETTERA APERTA:

"Il 31 agosto Khaled El Qaisi, rispettivamente marito e figlio delle scriventi, è stato trattenuto dalle autorità israeliane ed è tuttora prigioniero in virtù di una misura precautelare in attesa di verifica di elementi per formulare un’accusa. Lo scorso giovedì Khaled, che ha doppia cittadinanza, italiana e palestinese, attraversava con moglie e figlio il valico di frontiera di “Allenby” dopo aver trascorso le vacanze con la propria famiglia a Betlemme, in Palestina. Al controllo dei bagagli e dei documenti, dopo una lunga attesa, è stato ammanettato sotto lo sguardo incredulo del figlio di quattro anni, della moglie nonché di tutti i presenti che erano in attesa di poter riprendere il proprio percorso. Alle richieste di delucidazioni della moglie non è seguita risposta alcuna, piuttosto le sono state sottoposte domande per poi essere allontanata col proprio figlio verso il territorio giordano, senza telefono, senza contanti né contatti, in un paese straniero. Nel tardo pomeriggio la moglie e il bambino sono riusciti a raggiungere l’Ambasciata Italiana solo grazie alla umana generosità di alcune signore palestinesi. Khaled, traduttore e studente di Lingue e Civiltà Orientali all’Università La Sapienza di Roma, stimato per il suo appassionato impegno nella raccolta e divulgazione e traduzione di materiale storico palestinese, è tra i fondatori del Centro Documentazione Palestinese, associazione che mira a promuovere la cultura palestinese in Italia. La famiglia, gli amici ma anche chi ha semplicemente avuto occasione di conoscerlo sono in fremente attesa di avere aggiornamenti. Al momento ancora non ha potuto incontrare il suo avvocato e sono ancora poche le notizie che si hanno riguardo alla sua incolumità. Dal consolato e dal legale abbiamo saputo solo che affronterà un’udienza giovedì 7 settembre. Immaginiamo intanto Khaled in completo isolamento, senza contatti col mondo esterno, senza percezione reale dello scorrere del tempo, sotto la pressione di continui interrogatori, in pensiero angosciato per la sorte del proprio figlio e di sua moglie lasciati allo sbaraglio con l’unica immagine negli occhi relativa alla sua deportazione in manette. La situazione è dunque gravissima. Attendiamo con grande ansia la risoluzione di questa ingiusta prigionia. Chiediamo a chiunque ne abbia il potere, che si accerti delle condizioni di salute di Khaled e che soprattutto eserciti tutte le pressioni necessarie per la sua celere liberazione.

Le scriventi:

Francesca Antinucci, moglie; Lucia Marchetti, madre"

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