Lo Stato aumenta la spesa in armi. E tu? Fai crescere la pace con il tuo 5x1000: CF 96232290583
Nella Piana di Ninive, in Iraq, tra Mosul e Bashiqa, lavoriamo da moltissimi anni. C’eravamo prima ancora che l’avanzata di Daesh (Stato Islamico) nell’area portasse distruzione e anni di feroce occupazione; prima che la battaglia per liberarla portasse con sé ulteriori devastazioni, e un prezzo altissimo per la popolazione civile. Quando c’è stato da ricostruire, quindi, non ci siamo tiratə indietro. E anzi, tra gli impegni di più lungo corso – e con le più grandi soddisfazioni per i risultati ottenuti – c’è stato il nostro “Salamtak” (in arabo “La tua salute”). Sostenuto dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), e dalle generose donazioni delle persone che hanno risposto al nostro appello, “Salamtak” ha potuto operare dal 2018 alla fine del 2023.
Sei anni di lavoro e di cammino condiviso con la popolazione locale, che ha visto la costruzione di centri sanitari dove prima non esistevano, la riabilitazione di quelli esistenti, la formazione di personale specializzato e la sensibilizzazione delle comunità sul diritto alla salute fisica e psicologica, tutto con un solo obiettivo in mente: garantire, soprattutto alle donne dell’area, l’accesso ai propri diritti.
Quello alla salute sessuale e riproduttiva, prima di tutto. Ma anche alle cure pre e post natali, alla pianificazione familiare per poter scegliere se e quando avere figlə; quello al sostegno psicologico, là dove anni di guerre e conflitti hanno confinato questi aspetti di fronte alle emergenze. In un parola: autodeterminazione.
“Salamtak” è stato un intervento importante, perché le donne e le ragazze irachene incontrano ancora molti ostacoli quando si tratta di accedere alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi. Credenze discriminatorie, limitata indipendenza nel processo decisionale, carenza di reddito e di istruzione e mancanza di consapevolezza riguardo alla disponibilità di servizi medici sono solo alcune delle difficoltà che devono ancora affrontare. Come sempre, la guerra comporta per loro un prezzo doppiamente alto da pagare. Per questo, in questi anni, abbiamo cercato di informarle sui loro diritti, accompagnarle nel percorso per rivendicarli, mettere loro a disposizione centri in cui confrontarsi con altre donne e trovare la cura e l’attenzione di operatrici altamente specializzate.
A coordinare il programma in tutti questi anni, la nostra Lia Pastorelli, Desk Programmi di Un Ponte Per.
“’Salamtak’, per noi di Un Ponte Per, ha rappresentato un impegno importante per supportare le popolazioni dell'area di Ninive colpite dagli effetti devastanti della guerra e dell'occupazione di Daesh. Durante questi 6 anni abbiamo affrontato insieme a loro i gravi danni materiali e le sfide psicologiche derivanti da questi conflitti, e abbiamo lavorato per uscire dall’emergenza”, ci racconta.
“Abbiamo assistito in sei anni più di 30.000 persone e ne abbiamo visitate in media 15 al giorno”.
Le persone che abbiamo accolto hanno in media dai 13 ai 65 anni e si sono rivolte ai due Centri per gravidanze a rischio, servizi di maternità, cure materno-infantili, infertilità, sindrome dell’ovaio policistico, diabete gestazionale fino ai tumori ovarici. I maggiori accessi registrati sono state giovani donne tra i 18 e i 34 anni.
Tra di loro, Afrah di 33 anni, con quattro figli, che ha dovuto affrontare sfide significative durante il suo percorso di maternità. Rientrata nell'area dopo aver vissuto 3 anni in un campo per sfollati, Afrah ha conosciuto il programma ‘Salamtak’ attraverso un operatore sanitario della comunità.
“Afrah aveva perso un bambino due giorni dopo la nascita a causa di un’infezione. Era terrorizzata che potesse accadere di nuovo. Con il supporto di ‘Salamtak’, che le ha garantito sostegno psicosociale e assistenza medica, Afrah ha scoperto una disfunzione nella gestazione. Grazie a una diagnosi tempestiva e alle cure necessarie, è riuscita a portare a termine la sua ultima gravidanza in modo sicuro”, ricorda Lia.
Che ci spiega come, insieme al programma, sia cambiato anche il paese. Il modo in cui la comunità – e le donne in particolare – abbiano iniziato a percepire i propri diritti e la capacità di auto-determinarsi. “Abbiamo toccato con mano l’impatto del nostro lavoro: oggi le donne hanno più consapevolezza dei propri diritti e della possibilità di rivendicarli”, ci spiega.
“Nei primi anni abbiamo cercato di migliorare i servizi di salute nei centri sanitari che erano rimasti in piedi durante la guerra. In particolare a Mosul, Bashiqa e Nimrud, zone che hanno pagato un prezzo molto alto, e in cui siamo riuscitə a raggiungere oltre 12.000 persone. A questo tipo di intervento, però, abbiamo sempre voluto accostare anche un lavoro capillare di sensibilizzazione delle comunità: abbiamo organizzato decine di campagne per rompere lo stigma sociale e l’isolamento delle persone che hanno bisogno di supporto psicologico”, ci spiega Lia. “Poi ci siamo concentratə sul potenziamento della presenza di personale medico nei diversi centri sanitari: questo ha permesso un aumento di oltre il 270% di accessi ai servizi garantiti”.
Nell’ultima fase del progetto, che si è conclusa a dicembre 2023, abbiamo stretto la collaborazione con il partner Solidarité International, e ci siamo concentratə in particolare sull’area di Mosul. Un tempo roccaforte di Daesh in Iraq, Mosul porta ancora impressi i segni della guerra.
“Mosul è stata per noi una sfida importante”, ricorda Lia. “Abbiamo voluto aumentare la qualità e l’accessibilità alla salute sessuale e riproduttiva: donne e ragazze hanno rappresentato oltre il 90% delle persone raggiunte. Consultazioni, esami diagnostici di base e screening, cure pre e post-natali, trattamenti terapeutici, prevenzione e cura delle malattie sessualmente trasmissibili, pianificazione familiare, sono stati al centro del nostro lavoro. Senza mai dimenticare i servizi di assistenza sanitaria materno-infantile attraverso consultazioni pediatriche, integrate con la salute mentale e il supporto psicosociale”.
Nel corso degli ultimi mesi, abbiamo lavorato instancabilmente per ampliare il nostro impatto nella comunità delle donne irachene e assicurare assistenza medica e diritto alla salute a tutti e a tutte.
E il 31 ottobre scorso abbiamo finalmente riattivato il reparto di maternità nell’ospedale “Hamam al-Alil”, a Mosul. “Un traguardo importante per assicurare il diritto a una gravidanza serena e a cure di qualità per le donne dell’area”,
sottolinea Lia.
Il nuovo reparto di maternità offre infatti servizi essenziali che comprendono l’assistenza prenatale e postnatale, oltre a programmi educativi che riguardano la pianificazione familiare e l’allattamento al seno. Inoltre, garantisce 2-3 parti sicuri al giorno e fornisce una media di 250 consultazioni al mese alle donne e ai loro bambini e bambine. La struttura serve oltre 39 villaggi circostanti, per un totale di circa 120mila persone.
Ma ‘Salamtak’ ha supportato anche l’unico ospedale pubblico del governatorato di Ninive che si occupa di pazienti ustionati, l’Ospedale Al Hurok di Mosul. Lì abbiamo attrezzato due sale d'emergenza, inaugurate pochi giorni prima del terribile incidente che, nel settembre del 2023, ha colpito la città di Qaraqosh, che hanno potuto così essere operative per rispondere a quell’emergenza.
Il nostro lavoro è sempre stato portato avanti in collaborazione con le autorità locali, e in particolare con il Direttorato della Salute di Ninive, che abbiamo accompagnato per affrontare carenze strutturali e mancanza di personale formato. “Abbiamo coinvolto 112 persone dello staff medico e paramedico del Direttorato nella formazione, così da rendere il nostro intervento non più necessario e permettere alle autorità locali di proseguire in questo percorso autonomamente”, spiega Lia.
“Naturalmente non abbandoniamo nessunə: resteremo sempre a disposizione per consulenze e consigli”, sottolinea.
Continuiamo quindi a camminare a fianco delle donne e delle comunità di Ninive, come abbiamo sempre fatto. Ma poter passare in consegna i centri sanitari al Direttorato alla Salute è per noi un traguardo fondamentale. Significa che l’Iraq, al centro di infinite emergenze umanitarie in questi anni, può tornare lentamente a camminare sulle proprie gambe, ricostruire dalle sue macerie, immaginare un futuro nel quale gli interventi di emergenza non siano più necessari, e si possa semplicemente costruire, insieme.
In Libano Un Ponte Per ha realizzato laboratori fotografici con lə bambinə palestinesi del Campo profughi di Shatila. L'iniziativa di pedagogia popolare, volta a stimolare l'autonarrazione, l'espressione di sè e la consapevolezza delle proprie emozioni, ha portato dei risultati sorprendenti anche in termini di "mappatura dei bisogni" di chi vive la realtà del campo.
Le immagini sono da sempre uno strumento molto forte per raccontare sé stessi e la propria relazione con la realtà. Sono un modo per definire la storia di ognunə e quella del mondo che lə circonda.
Le immagini (e le narrazioni) dei contesti marginali però vengono spesso imposte da altrə, da chi quei contesti non li vive. Succede nelle nostre periferie, che vengono spesso raccontate superficialmente nei media mainstream come luoghi di degrado e sofferenza, senza alcun approfondimento sulle cause profonde di quegli stessi fenomeni.
Insieme a circa 20 di loro, tra i 7 e gli 11 anni, abbiamo organizzato un laboratorio fotografico di autonarrazione, costruendo anche una piccola camera oscura.
“Come vivi la tua casa? Cosa provi quando cammini per strada? Cosa ti piace e cosa non ti piace di quello che vedi?”, sono solo alcune delle domande a cui lə bambinə hanno provato a rispondere attraverso le immagini.
Durante il laboratorio, hanno imparato a costruire anche una piccola camera oscura artigianale con la quale sviluppare le loro fotografie. Ma soprattutto hanno imparato a raccontare una storia, un'emozione e anche sé stessi e la propria storia, tramite l’uso delle immagini.
Sviluppare una conoscenza più profonda del luogo vissuto significa spesso stimolare un senso di appartenenza e di cura per ciò che si ha intorno. Lə bambinə hanno indicato attraverso le immagini quello di cui avrebbero davvero bisogno, costruendo una autonarrazione della propria realtà e della propria identità, che può essere davvero importante in una chiave di 'cittadinanza' attiva, consapevole e partecipe.
[Cittadinanza è forse un ossimoro, in quanto le persone palestinesi in Libano non sono cittadine e il loro status è quello di "rifugiate", ormai da più generazioni]
Il risultato del laboratorio è ciò che potremmo definire una accuratissima “mappa dei bisogni” del campo, davvero potente perché costruita dal basso (in tutti i sensi) e da chi quel contesto lo vive ogni giorno sulla propria pelle, tra privazioni e invisibilità. Sono state davvero giornate emozionanti, che ci indicano come la strada intrapresa sia quella giusta.
L'iniziativa è stata realizzata negli spazi dello Shatila Sport Center, un centro polifunzionale che si trova all'interno del campo profughi dove lə bambinə possono giocare e praticare diversi sport, ricevere un supporto educativo, usufruire di corsi di lingua, disegno e materie artistiche.
Uno spazio ristrutturato, equipaggiato e tuttora sostenuto con i fondi donati a "Emergenza Libano" dalle donazioni private di Un Ponte Per e che oggi è frequentato da circa 100 bambinə.
Ringraziamo Daniele Napolitano per aver immaginato, organizzato e condotto i laboratori, con il supporto delle Corpi Civili di Pace di Un Ponte Per, Majdi Adam e le ragazze di Basket Beats Borders che ogni giorno portano avanti un lavoro straordinario con lə bambinə di Shatila.
Il progetto “Apprendere cooperando: l’educazione alla pace e la cultura del volontariato” è incentrato sull'educazione alla pace e ai diritti umani, sulla promozione culturale, paesaggistica, ambientale del turismo sostenibile e solidale, nonché dello sport come strumento di aggregazione e conoscenza dell’altro. La durata del progetto è di 12 mesi, i posti disponibili sono 7 (tutti senza vitto e alloggio) suddivisi tra Roma (1), Pisa (4), Monza (2). L'obiettivo specifico del progetto è quello di diffondere l’educazione alla pace per contrastare le discriminazioni e promuovere la cultura del volontariato, come strumento per la costruzione di una società solidale da un punto di vista civile, culturale e sociale, impegnandosi per la riduzione delle disuguaglianze e per combattere il cambiamento climatico.
Nello specifico lə 7 operatorə volontariə si dedicheranno alla costruzione di:
Sono disponibili 7 posti, tutti senza vitto e alloggio, così distribuiti nelle varie sedi:
Roma (Un Ponte Per) - via Angelo Poliziano (1 posto)
Pisa (Un Ponte Per) - via Giuseppe Garibaldi 33 (2 posti)
Pisa (El Comedor Estudiantil Giordano Liva) - via Leopoldo Pilla 60 (2 posti)
Monza (Un Ponte Per) - via Antonio Rosmini 75 (2 posti)
Le 25 ore di servizio saranno distribuite su 5 giorni a settimana. E’ requisito necessario la conoscenza di una lingua straniera tra inglese, francese e spagnolo di livello B2. Per molte attività sono infatti previsti scambi ed interazioni con i progetti esteri di Un Ponte Per in medio oriente e di El Comedor Giordano Liva in Asia e America Latina.
Per maggiori informazioni scarica la scheda progetto completa qui.
Per presentare la domanda, clicca qui.
Per avere più informazioni scrivi a info@unponteper.it
Persone ebree, appartenenti alle comunità Rom e Sinti, LGBTQI+ e diversamente abili, militanti comunistə e dissidenti antifascistə, cittadinə slave vennero rastrellate a milioni in ogni parte di Europa, imprigionate, umiliate, spogliate di ogni dignità umana, torturate e uccise con esecuzioni sommarie e nelle camere a gas. Nel nome della “purezza della razza” si cercò con l’orrore di far girare al contrario la ruota della storia, riducendo l’umanità in persone di serie A e persone considerate inferiori a cui era conculcato ogni diritto, compreso quello alla vita.
Il nazifascismo nacque dal grembo fecondo dell’Europa: quello del razzismo, dei nazionalismi, dell’ideologia dei suprematismi bianchi, dei traumi e dalle brutalità prodotte dalla prima carneficina mondiale, dal colonialismo secondo il quale vi sono popoli eletti a cui tutto è dovuto e popoli che devono rinunciare alla propria terra, andarsene o essere sottoposti ad un regime di occupazione ed oppressione.
La MEMORIA non è solo il ricordo doveroso di ciò che è stato ma è anche imperativo affinché quegli orrori non si ripetano MAI PIÙ. In questa giornata così sacra per l’umanità il nostro pensiero va non solo alle vittime di allora ma anche alle popolazioni civili che subiscono la brutalità della guerra, la distruzione delle loro case, ospedali, scuole, università, infrastrutture civili. A chi è privatə del cibo, dell’acqua potabile, delle medicine ed è costrettə al freddo e alle intemperie. Allə bambinə carne da macello di punizioni collettive o di tentativi di pulizia etnica.
Un Ponte Per unisce la memoria di ieri a quella di oggi: lo facciamo nell’impegno quotidiano per far cessare il massacro a Gaza, fermare i bombardamenti in Siria, sostenere lə obiettorə di coscienza russə, ucrainə e bielorussə. Nell’essere al fianco delle società civili irachene, giordane e libanesi e nel sostenere chi in Israele si sottrae alla guerra e si oppone alle politiche di apartheid del loro governo. Ricordiamo come nel preambolo delle Nazioni Unite si affermi che i popoli del mondo si unirono “PER LIBERARE L’UMANITÀ DAL FLAGELLO DELLA GUERRA”.
Un impegno che va portato avanti ogni giorno.
Da mesi proseguono gli attacchi indiscriminati dell’esercito turco sul nord est della Siria. A partire dal 13 gennaio scorso si sono intensificati, causando una situazione di emergenza di cui sta pagando il prezzo la popolazione. La testimonianza del nostro staff sul campo.
“Siamo senza acqua, senza elettricità e gravemente limitati negli spostamenti. Le temperature nel frattempo sono scese sotto lo zero. Non sappiamo dire per quanto ancora riusciremo a garantire servizi salvavita”.
E’ preoccupato Rizwan Ul-Haq, Capo missione di Un Ponte Per nel nord est del paese, all’indomani dei peggiori bombardamenti degli ultimi mesi.
Anche se i media non ne hanno parlato, tra il 13 e il 16 gennaio le forze armate turche hanno effettuato centinaia di bombardamenti su obiettivi civili: sono state colpite stazioni idriche, di carburante e gas, centrali elettriche e ad altre strutture fondamentali, compresi ospedali.
Al momento, il lavoro del nostro staff sul campo è altamente compromesso: “Come operatorə umanitariə chiediamo di poter continuare a fornire assistenza alle persone che da oltre 12 anni stanno subendo gli effetti della guerra in Siria, garantendo loro accesso al supporto di cui hanno bisogno”, sottolinea Rizwan.
Gli attacchi turchi in Siria proseguono da mesi, ma a partire dal 13 gennaio scorso ci sono stati oltre 220 bombardamenti che hanno interessato le aree comprese tra Derik, Qamishlo, Amuda e Kobane, a cui si aggiunge il lancio di altri 112 attacchi via terra. Sono stati colpiti 92 siti civili e le vittime sono 12. Sono già 9 le centrali elettriche messe fuori servizio.
Quella di Swediyeh, che trasportava elettricità e gas per cucinare a circa 1 milione di persone, è stata messa completamente fuori uso. Ben 96 pozzi di acqua sono al momento inutilizzabili e altri 80 lo saranno a breve perché le scorte di carburante, da cui dipende il loro funzionamento, sono in esaurimento.
“L’accesso all’acqua di più di 800 mila persone non è più garantito”, spiegano dal campo. Dal 15 gennaio, 9 servizi vitali su 10 (tra cui quelli relativi a salute, nutrizione, acqua potabile, servizi igienico-sanitari) sono stati fortemente limitati in tutta l’area a causa degli enormi danni riportati.
La mancanza di carburante, acqua ed energia sta creando gravi limitazioni al nostro lavoro. Le restrizioni di movimento impediranno a breve di portare servizi e assistenza alla popolazione. L’assenza di corrente elettrica e acqua nelle cliniche e nelle strutture sanitarie che sosteniamo renderà impossibile garantire assistenza sanitaria e cure, anche salvavita, alle persone colpite.
La gravità della situazione ha già costretto i nostri operatori sul campo a fare scorta di carburante laddove possibile, in modo da poter garantire alcuni spostamenti e il funzionamento dei generatori, necessari per mantenere operative cliniche e ospedali.
Undici grandi città e paesi, così come oltre 2.700 villaggi e 1.900 scuole, sono al momento completamente senza elettricità.
Ma l’escalation non sta risparmiando i campi per persone sfollate, all’interno dei quali lavoriamo da anni per garantire assistenza sanitaria alle persone. Dal 15 gennaio infatti nei campi non arriva più carburante, e gli abitanti non hanno la possibilità di riscaldarsi o cucinare. Il blocco dei trasferimenti di carburante stanno paralizzando anche il trasporto di beni salvavita, come forniture mediche e cesti alimentari.
Stiamo assistendo a una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali e delle leggi umanitarie internazionali, completamente calpestate dalle forze armate turche.
Nel nord est della Siria operiamo ormai dal 2015, con interventi di ricostruzione del sistema sanitario locale in collaborazione con numerosi partner locali. In questi anni insieme abbiamo garantito la riabilitazione e la creazione di oltre 15 cliniche e ospedali e di un sistema di ambulanze, garantendo il diritto alla salute alla popolazione colpita da 12 anni di conflitto.
Abbiamo assistito in prima persona a numerose crisi, ed esprimiamo la nostra viva preoccupazione per questa ennesima escalation, rimasta fuori dall'attenzione internazionale.
Disegni sulle pareti, tappeti, giocattoli, matite. E colori, colori da per tutto. Quelli che nella città di Raqqa, in Siria, devastata da 12 anni di guerra, non ci sono più da tanto tempo.
Tornano a vivere invece nello Spazio Sicuro per bambinə che abbiamo aperto in città per creare un luogo in cui recuperare ciò che resta della loro infanzia, travolta da un conflitto di cui non hanno alcuna colpa.
Entrandoci vengono accoltə con calore dallə operatorə locali e dal sorriso dolce di Lasu, Specialista in Protezione di Un Ponte Per.
Il loro compito è accompagnare lə bambinə sopravvissutə a violenze, traumi o esposte ad abusi e lavoro minorile con servizi di assistenza psicologica gratuita. Molto spesso, tutto questo avviene giocando.
“Si potrebbe pensare che si tratti di semplice assistenza, ma questa iniziativa salva vite umane”, ci ha raccontato Lasu quando lo abbiamo incontrato nello Spazio Sicuro a Raqqa, durante la nostra ultima visita in Siria, lo scorso settembre. “Riporta sorrisi sui volti dellə bambinə”, e sorride anche lui mentre ce lo spiega.
“Lavoriamo ogni giorno per garantire loro protezione, aiutandolə a identificare i rischi e dando loro gli strumenti necessari per denunciare episodi di violenza, sfruttamento o abuso. Penso a un’iniziativa che abbiamo organizzato di recente in occasione della Giornata Internazionale contro il lavoro minorile. Abbiamo svolto alcune attività per creare consapevolezza sia tra lə bambinə dello Spazio Sicuro sia nella loro comunità. Durante l’evento, uno dei nostri bambini ha manifestato disagio e l’operatrice lo ha subito notato. Il bambino ha poi rivelato di essere lui stesso coinvolto nel lavoro minorile. La scoperta di questa realtà gli aveva spezzato il cuore”, ricorda Lasu.
L’operatrice è quindi riuscita a indirizzare quel bimbo verso il supporto specifico di cui aveva bisogno. “Questa storia rappresenta solo un caso tra tanti, ma aiuta a comprendere l'efficacia delle attività che svolgiamo e l'importanza di creare spazi a misura di bambinə”, sottolinea.
La guerra in Siria ha comportato costi altissimi per la loro salute mentale: già da piccolissimə hanno subito bombardamenti, distruzione, sfollamento, affrontando lutti terribili come la perdita dei genitori.
Sei anni dopo la battaglia di Raqqa, che liberò la città dal controllo dello Stato Islamico (Daehs) che l’aveva scelta come sua roccaforte, lə bambinə crescono ancora tra le macerie. Il 60% di loro non va a scuola, l’80% degli edifici è distrutto. Spostandosi per la città non è raro vederlə giocare tra le macerie di palazzi distrutti, o scoprire che per loro la scuola è diventata un lusso.
Ecco perché lo Spazio Sicuro di Raqqa è così importante. Per loro, e anche per noi.
Tra le piccole frequentatrici più assidue ci sono anche Miriam, Bissan e Ghazal. Tre sorelle originarie di Aleppo, nate e cresciute sotto la guerra. Come tutte le bambine e i bambini che abbiamo conosciuto nello Spazio Sicuro, anche loro hanno vissuto “esperienze difficili da gestire persino per un adulto”, come ci ha raccontato Nada, la loro madre adottiva, quando l’abbiamo incontrata a Raqqa.
“Hanno perso il loro fratello di 10 anni e poi, in un altro bombardamento, la mamma”. Mariam, Bissan e Ghazal sono fuggite dalla loro casa di Aleppo e sono arrivate a Raqqa dove oggi vivono con il padre e Nada.
L’esperienza di perdere unə o entrambi i genitori è tra le più diffuse e difficili da gestire, lasciando lə bambinə con un grande senso di solitudine e insicurezza.
“Mariam, Bissan e Ghazal erano timide e non volevano mai trascorrere il loro tempo con altrə bambinə”, ci ha raccontato Nada. “Due anni fa io e il padre le abbiamo portate nello Spazio Sicuro di Un Ponte Per e nell’ultimo anno stiamo vedendo grossi progressi. Interagiscono di più e hanno amici sia qui che scuola”.
E sono state proprio le tre bambine a raccontarci quanto amino lo Spazio, perché lì possono “cantare, disegnare, ed esprimere le nostre opinioni”.
Oggi, ciò che si sente risuonare tra le pareti dello Spazio Sicuro di Raqqa sono le risate dellə bambinə. Quelle risate che vogliamo continuare a proteggere e assicurare, grazie all’impegno dellə nostrə operatorə, e delle tante persone che sostengono da lontano il nostro lavoro.
Anche a quelle risate, che speriamo possano tramutarsi in forza per affrontare il futuro, abbiamo voluto dedicare la nostra campagna di Natale “Libere di Rompere”. Scopri cosa puoi fare per sostenerci su www.liberedirompere.unponteper.it.
In un paese martoriato dal conflitto, schiacciato dal peso di una crisi umanitaria ed economica, donne e bambine devono lottare per conquistare spazi sicuri in cui potersi affermare, abbattendo stereotipi e superando enormi difficoltà.
Di Cecilia Dalla Negra – Communication Manager di Un Ponte Per
Dodici anni di conflitto, oltre 6 milioni di persone sfollate interne, 14 milioni in stato di necessità: sono i numeri di un’emergenza che lentamente scompare dalle cronache, considerata non più tale anche dai donatori internazionali. Sono i numeri di una guerra che prosegue, anche quando sembra che le armi tacciano, lasciando alle sue spalle un tessuto sociale da ricostruire. È la Siria del 2023, in cui nell’ombra e tra molteplici restrizioni continuano a muoversi le donne. Quelle che da sempre, in contesti di conflitto, pagano il prezzo più alto. Quelle che vengono doppiamente oppresse, dalla guerra e da sistemi patriarcali che da quei conflitti vengono solo rafforzati. Ma che non si arrendono, e con determinazione tentano di costruire un futuro libero dalla violenza di genere abbattendo il muro degli stereotipi e dell’oppressione.
La violenza di genere (Gender Based Violence - GBV) continua infatti ad essere una componente centrale della crisi umanitaria siriana, e colpisce in modo persistente la vita di milioni di donne, ragazze, bambine. Una violenza che assume molti volti: dagli abusi fisici ai matrimoni precoci, dallo sfruttamento sessuale all’oppressione sociale, passando per la mancanza di spazi di autodeterminazione, indipendenza economica, libertà di movimento, di studio, per le più piccole anche solo di gioco.
È una Raqqa distrutta, ancora preda delle sue stesse macerie, quella in cui operiamo con i nostri Spazi Sicuri per donne e bambine, anche grazie al sostegno dei fondi Otto per Mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.
Una città “che sta cercando di riprendersi dalla devastazione con tutte le sue forze, ma che è ancora estremamente instabile”, ci racconta Aliya, Coordinatrice del team di Protezione di Un Ponte Per, che da anni lavora per garantire a donne e bambine luoghi protetti in cui esprimersi, conoscersi, provare a superare insieme i traumi grazie al supporto di team specializzati e al prezioso lavoro dei nostri partner locali.
“Le persone che vivono qui nella maggior parte dei casi non sono originarie di Raqqa, ma hanno alle spalle un vissuto di molteplici sfollamenti”, prosegue Aliya. “Non si sentono a casa, e soprattutto per lə più piccolə è urgente creare spazi sicuri in cui possano vivere liberamente la propria infanzia: andare a scuola, giocare, crescere in sicurezza”, racconta. Anche l’impossibilità di accedere all’educazione o di completare i propri percorsi di studio è una forma di violenza, a cui ragazze e bambine in Siria continuano ad essere sottoposte a causa della guerra: si stima che siano state oltre 2 milioni solo nel 2021 quelle costrette ad abbandonare la scuola.
“Credo che sia un desiderio condiviso ovunque nel mondo quello di vedere i bambini e le bambine avere accesso all’educazione e condurre una vita normale. A Raqqa questo è ancora impossibile. Da quando abbiamo aperto gli Spazi Sicuri 2 anni fa, se ne sono registrati oltre 3mila. E’ stato subito evidente quanto fossero importanti per le famiglie. Cerchiamo di accompagnarli/e nella loro crescita, farlə giocare, godersi la propria infanzia; dare loro strumenti di cura di base completamente assenti in una vita di conflitto e sfollamento. E nel frattempo cerchiamo di sostenere le famiglie, e le madri in particolare, per capire se le bambine sono esposte a rischio di lavoro minorile o matrimoni precoci, per prevenire la violenza”, continua Aliya.
Le adolescenti e le giovani donne che sono sopravvissute alla guerra affrontano oggi molteplici livelli di violenza e discriminazione, anche in base all'età, al loro stato civile, alle condizioni di sfollamento. Violenze che si consumano tra le mura domestiche, fra le tende dei campi profughi, nei luoghi di lavoro, per strada. Sono donne penalizzate da un sistema sociale che ancora fatica a riconoscere loro un ruolo attivo: hanno meno probabilità di avere accesso al reddito e sono esposte a condizioni economiche estremamente svantaggiate. Anni di conflitto non hanno fatto che esacerbare questa condizione, portando la società a ripiegarsi su se stessa. Eppure, sono spesso proprio queste giovani donne a dover portare sulle spalle il peso di famiglie in cui mariti, padri e fratelli sono morti, sfollati, feriti. Un paradosso che le schiaccia tra la necessità di sopravvivere e la difficoltà di essere accettate come motore di una società che tenta di riprendere in mano il proprio futuro.
“Alle giovani donne viene chiesto di assumersi responsabilità da adulte per via delle necessità familiari, ma allo stesso tempo sono esposte alla violenza di genere a casa come sui luoghi di lavoro. Fornire spazi sicuri in cui possano incontrarsi, parlarsi, creare rete per sostenersi a vicenda, diventa allora fondamentale”, ci spiega Aliya.
Ma difficoltà e discriminazioni sono trasversali, e non risparmiano le donne più anziane. Coloro che si sono viste costrette ad affrontare gli ultimi anni delle proprie vite lontane da case che sono state distrutte, tra le tende dei campi profughi, spesso sole e con problemi di salute da affrontare. Ecco perché, in una prospettiva femminista, la Gender Based Violence (GBV) è da considerare come parte di un sistema più ampio e complesso, cheva oltre l’aspetto umanitario e interroga le condizioni del conflitto tanto quanto le norme sociali e le disparità nelle relazioni di potere. Che opprimono, limitano e controllano la vita di bambine, ragazze e donne. Una rete in cui si intersecano più livelli di vulnerabilità, che è necessario affrontare nel loro complesso.
Rivendicare il proprio diritto ad un’infanzia normale tra le macerie della guerra; essere libere di giocare e imparare; costruire la propria indipendenza economica libere dalla dipendenza maschile o poter accedere alle cure negli ultimi anni della propria vita, diventano allora spazi di autodeterminazione preziosi e necessari, che è fondamentale costruire e difendere.
“Ecco perché continueremo a supportare la società civile che lavora a Raqqa per garantire sostegno alla propria comunità. È questo che vogliamo fare”, afferma Aliya.
“Vogliamo continuare a costruire reti di donne che si sostengano a vicenda nel loro percorso di rafforzamento e autodeterminazione. Vogliamo continuare a fornire opportunità di incontro, spazi sicuri per loro e per lə loro bambinə”.
“Peace Support Ukraine” (PSU) è un progetto sostenuto dai fondi Otto per Mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e implementato con i partner ucraini Institute for Peace and Common Ground, Ukrainian Leadership Academy, Association for Middle Eastern Studies e il partner rumeno Patrir. Il progetto ha l'obiettivo di rafforzare la società civile ucraina e sostenere la partecipazione attiva della gioventù locale nelle iniziative di coesione sociale e stabilità, portando la voce delle giovani generazioni alle istituzioni locali e internazionali.
Di Alessia Massari e Edoardo Cuccagna

Da luglio 2022, Peace Support Ukraine mira a rafforzare le capacità dellə giovani ucrainə di impegnarsi nella coesione sociale, nella resilienza al trauma della guerra e nella creazione di spazi affinché le loro opinioni siano ascoltate e incluse nel processo di ricostruzione del paese.
Ne abbiamo parlato con Laura Pistarini Teixeira Nunes, Programme Manager per Peace Support Ukraine, che ci ha raccontato gli sviluppi del progetto e l’apporto della società civile ucraina alla costruzione della pace.
“Il progetto si divide in tre linee di lavoro. La prima riguarda il supporto allə giovanə, portata avanti dall'Ukrainian Leadership Academy, che si è impegnata nella produzione di podcast con il fine di informare il pubblico, ucraino e internazionale, sulle iniziative e sulle visioni dellə giovani riguardo al futuro del proprio paese. Con l’inizio della guerra, infatti, il loro coinvolgimento è stato altissimo", ci racconta Laura.
"Inoltre, l'Ukrainian Leadership Academy ha creato una serie di corsi online, il cui pubblico di riferimento è rappresentato nuovamente da giovani, dalle scuole superiori fino a giovani lavoratorə. I temi trattati dai moduli dei corsi riguardano la resilienza personale, la gestione dei contesti di crisi, ma anche dei dialoghi internazionali", prosegue.
“Il corso ha raggiunto direttamente più di 350 persone, superando gli obiettivi previsti del 77%, a sottolineare che la società civile ucraina ha interesse nei confronti delle azioni portate avanti da Peace Support Ukraine nel territorio”, ha spiegato Laura con soddisfazione.
“La seconda linea di lavoro è un altro segno dell’entusiasmo rivolto verso il progetto. Insieme al partner Institute for Peace and Common Ground, vengono infatti svolte formazioni, sia in presenza che online” aggiunge. Il focus in questo caso è incentrato sui temi legati alla resilienza – come il supporto al trauma, la mediazione, il dialogo e gli approcci conflict sensitive.
“A livello pratico, l’obiettivo è mettere insieme una metodologia per presidi, insegnanti, psicologhə e mediatorə sulle tecniche di gestione del trauma e in generale su un approccio educativo che tenga conto sia del conflitto in corso, che dei traumi subiti”, spiega.
“In luoghi di crisi, lə insegnanti sono lə primə ad essere in difficoltà: l’obiettivo di questi corsi e del manuale è proprio quello di fornire loro una metodologia adatta al contesto di crisi che possa essere applicata nel sistema scolastico ucraino”.

La cornice del progetto viene arricchita dalle azioni dell’Association for Middle Eastern Studies e dal suo network di attivisti/e nei territori occupati dell'est ucraino. Lə attivistə di questa rete operano con la società civile per portare avanti una resistenza non militare (al momento l'unica possibile in molti territori); attraverso incontri periodici con il network e con missioni di monitoraggio in zone occupate, il loro obiettivo è quello di promuovere l'esperienza della resistenza nonviolenta, portata avanti dalla società civile in Ucraina.
A riguardo, Laura ci ha spiegato l’obiettivo ultimo del network: “La diffusione della narrativa nonviolenta e delle storie personali dellə attivistə fa sì che venga posta attenzione su narrative alternative che sfidano la polarizzazione interna, i luoghi comuni e le visioni “bianco-nere” della realtà. Un esempio di questo tipo è l’opinione condivisa da alcunə secondo cui le comunità nei territori occupati asseconderebbero l’occupazione russa, il che non è vero. Invece la conoscenza e la condivisione delle storie delle persone che hanno vissuto e resistito all’occupazione e alla oppressione può alimentare un senso di coesione sociale”.
Questo, secondo Laura, sarà importante soprattutto quando la società civile ucraina si ritroverà a fare i conti con il periodo post-bellico e dovrà ricercare un comune denominatore. Perché se è vero che la guerra rende i popoli apparentemente più uniti, con essa nascono fratture sociali che sono molto lunghe da ricomporre. “Purtroppo il livello di oppressione è molto alto, dunque il lavoro del network viene quotidianamente ostacolato”, precisa.
La ricostruzione del tessuto sociale è anche oggetto di formazioni e facilitazione di spazi di confronto organizzati insieme a Patrir, come le due conferenze “Kyiv Social Recovery” tenute a maggio e novembre 2023. Lo scopo di questi incontri è quello di sostenere la ricostruzione del tessuto sociale, supportando le comunità nella trasformazione e nella gestione delle loro esperienze legate al conflitto. L’importanza dell’inclusione della società civile ucraina va di pari passo con la ricostruzione fisica di infrastrutture e la riabilitazione di servizi base per la popolazione colpita dalla guerra, al fine di contribuire nel modo più efficace, inclusivo e sicuro possibile alla ripresa post-conflitto. Il processo di ripresa stesso dovrebbe essere “conflict sensitive” per prevenire il rischio di ulteriori violenze nel paese.
“L’idea di base è fornire un approccio integrato e incentrato sulle persone. Agli eventi e alle formazioni, saranno aggiunti anche due filoni di ricerca: uno sul concetto di “human-centred recovery”, con le peculiarità specifiche legate al contesto ucraino; e un altro sul modo in cui l’invasione su larga scala abbia impattato sulle giovani generazioni, focalizzando i problemi e i temi percepiti come più urgenti dallə stessə giovani.
Come sostiene Laura: “Non sta a noi costruttorə di pace immaginare un futuro per l’Ucraina, ma sta alla società ucraina immaginare ed essere sostenuta in modo autentico nel costruire il futuro del proprio paese”.
Il progetto Peace Support Ukraine è reso possibile, oggi, anche dalla presenza dei Corpi Civili di Pace di Un Ponte Per, che attualmente si trovano in Romania, paese di transito per le persone che hanno lasciato l’Ucraina dopo l’inizio della guerra, e che ad oggi sono più di 80mila. Con il supporto dei Corpi Civile di Pace, viene data loro l’occasione di integrarsi nella società rumena attraverso attività comunitarie, corsi di lingua e advocacy a livello locale ed internazionale per il rispetto dei diritti delle popolazioni sfollate.
Con il progetto di salute "Salamtak" ("La tua salute) lavoriamo ormai dal 2018. Lo abbiamo lanciato in Iraq, nel Governatorato di Ninive, per rafforzare e rendere autonomo il sistema sanitario iracheno.
Si tratta di un'area che ha pagato un altissimo prezzo negli anni recenti della guerra: occupata militarmente da Daesh, ha vissuto anni di violenza, distruzione, conflitto.
Dopo la liberazione da Daesh, siamo statə tra lə primə a tornare nell'area di Mosul. Per ricostruire dalle macerie, e continuare a camminare a fianco della popolazione.
Con "Salamtak" in questi anni siamo riuscitə a garantire supporto alla salute mentale e servizi di salute riproduttiva a migliaia di persone: donne, bambinə, famiglie sfollate che ancora oggi stanno facendo faticosamente ritorno nelle aree liberate, anche se spesso versano ancora in macerie. Zone dove manca tutto: soprattutto strutture sanitarie che possano garantire il diritto alla salute alla popolazione locale.
Ed è nell’ambito di "Salamtak", realizzato insieme a Solidarités International in coordinamento con il Governo iracheno, che nelle scorse settimane è stato ufficialmente inaugurato un nuovo reparto di maternità nella Clinica di base di Hamam al-Alil, vicino a Mosul.
L'inaugurazione si è svolta alla presenza del Direttore sanitario di Ninive, del Direttore del sotto distretto di Hamam al-Alil, di attivistə della società civile e leader della comunità.
Nel corso degli ultimi mesi abbiamo garantito formazione per il personale sanitario, fornito supporto logistico, arredi e e attrezzature mediche per allestire il reparto e riabilitato le infrastrutture che lo avrebbero ospitato.
In precedenza, lə abitanti di Hamam al-Alil per avere accesso a cure adeguate e rispondere alle esigenze di donne, mamme e bambinə, dovevano intraprendere lunghi viaggi per raggiungere gli ospedali di Mosul. L'accesso alle cure essenziali per la popolazione locale è molto più semplice grazie alle iniziative che abbiamo potuto realizzare.
Il nuovo reparto di maternità si occupa di 2-3 parti al giorno e fornisce una media di 250 consultazioni al mese alle donne e allə loro bambinə, evitando loro il peso del viaggio e rispondendo alle esigenze di 39 piccoli villaggi nei pressi di Mosul, abitati da oltre 120mila persone.
La Clinica offre servizi essenziali che comprendono l’assistenza pre e post-natale, oltre a programmi educativi che riguardano la pianificazione familiare e l’allattamento al seno.
"Salamtak" vuole anche rafforzare la capacità di prevenire e gestire le malattie legate alla salute sessuale e riproduttiva, alla salute materna e infantile e alle malattie non trasmissibili, assicurando al personale medico-sanitario formazione continua e aggiornamenti professionali.
Siamo orgogliosə di aver ottenuto questo risultato, portando un nuovo reparto di maternità in un'area ancora gravemente colpita dagli effetti della guerra.
Grazie al contributo di tantə donatorə abbiamo potuto compiere molti passi avanti in questi anni per sostenere la popolazione locale irachena, e assicurare assistenza medica alle donne e il diritto alla salute per tuttə nelle zone più colpite dalla guerra.
La fase IV del progetto “Salamtak” è stata realizzata grazie al sostegno dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS).
Di Asmae Dachan*

Dopo oltre 12 anni di guerra e terrorismo, l’economia della Siria è in ginocchio. Il cambiamento demografico ne è un segno tangibile: delle 22 milioni di persone che abitavano il paese prima dell’inizio delle ostilità, oggi circa 7,5 milioni sono sfollate interne e altrettante sono profughe nei paesi limitrofi, Turchia, Libano, Giordania e non solo. Il tessuto produttivo è decimato, la disoccupazione ai massimi storici, come l’inflazione.
La maggior parte delle persone rifugiate non intende tornare perché mancano le condizioni minime di sicurezza, con fermi, arresti e sparizioni forzate denunciate anche dall’ Ufficio per gli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) e dal Syrian Network for Human Rights.
A dissuadere lə sirianə dal rientro in patria ci sono, inoltre, il perdurare della violenza e la povertà. Secondo l’Onu, il 90% della popolazione vive sotto la soglia della povertà. La lira siriana continua a perdere valore, mentre i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati sensibilmente e la popolazione è ormai esasperata.
Eppure, da settimane le piazze della Siria sono tornate ad animarsi di manifestanti, non solo nell’area ribelle del nord-ovest, dove di fatto non si sono mai interrotte, ma anche nella città di Daraa, periferia di Damasco, e a Sweida. Tra le aree più povere c’è proprio la Siria del nord-ovest, dove vivono circa 4,5 milioni di persone, di cui almeno 2 milioni sfollate, che secondo l’Ocha rischiano di non ricevere più nemmeno il pane a causa delle politiche di chiusura dei valichi di frontiera imposte dalla Russia in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Frontiere siriane ostaggio della politica
La Russia, nel suo ruolo di storica alleata del regime di Assad, oltre a partecipare attivamente ai bombardamenti e ad avere da anni le sue navi da guerra nei porti di Latakia e Tartous, in sede di Consiglio di Sicurezza ha sempre posto il veto sulle risoluzioni che riguardano la Siria. Nonostante la guerra all’Ucraina, la Russia continua ad avere una grande influenza anche nelle decisioni che riguardano la chiusura e l’apertura dei valichi di frontiera che collegano la Siria e la Turchia, che costituiscono l’unica possibilità per la popolazione delle aree del nord del paese di ricevere gli aiuti umanitari, indispensabili per la sopravvivenza.

Gli accordi per garantire la sopravvivenza: il confine con la Turchia
Dopo lunghe trattative, lo scorso 8 agosto è stato raggiunto un accordo con il governo siriano e la Russia per riaprire il principale valico di frontiera dalla Turchia per consentire la consegna di aiuti umanitari. Per i prossimi 6 mesi, il valico di frontiera di Bab al-Hawa, che collega la Turchia meridionale alla Siria del nord-ovest, sarà accessibile e consentirà all’assistenza tanto necessaria di raggiungere milioni di persone nel nord-ovest della Siria. Bab al-Hawa è stato utilizzato dal 2014, quando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha autorizzato le consegne di aiuti transfrontalieri oltre le linee di conflitto. Da allora, circa l’85% degli aiuti umanitari sono passati da Bab al-Hawa. L’accordo prevedeva anche l’autorizzazione per le Nazioni Unite a utilizzare per altri 3 mesi i valichi di frontiera di Bab al-Salam e Al-Ra’ee, originariamente aperti all’inizio di quest’anno come parte della risposta di emergenza al disastro del terremoto che ha colpito la Siria e la Turchia il 6 febbraio.
Siria oggi: il nord-ovest e l’arma del veto
La regione nord-occidentale è l’ultima roccaforte dell’opposizione in Siria e gli aiuti vengono consegnati dalla Turchia attraverso un meccanismo transfrontaliero autorizzato per la prima volta dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 2014. Nel luglio 2023, un primo tentativo di rinnovare l’accordo presso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu è fallito a causa del veto della Russia.
Il primo progetto di risoluzione, presentato da Brasile e Svizzera, richiedeva una proroga di 9 mesi e includeva un paragrafo sull’espansione delle operazioni transfrontaliere, sull’aumento dei finanziamenti, sul rafforzamento delle attività di recupero precoce e sull’azione umanitaria contro le mine. Sebbene 13 dei 15 paesi del Consiglio abbiano votato a favore della risoluzione, questa è stata respinta dal voto negativo della Russia, uno dei 5 membri permanenti. La Cina, altro membro permanente, si è astenuta. L’ultimo accordo prevede la consegna di forniture salvavita alle popolazioni del nord-ovest, nonostante la preoccupante carenza di finanziamenti che ancora ostacola la risposta umanitaria.

La crisi umanitaria in Siria
Questa notizia arriva mentre i bisogni umanitari sono ai massimi storici dopo più di 12 anni di guerra e sulla scia dei devastanti doppi terremoti che hanno colpito la regione a febbraio. Secondo l’Onu, quasi 12 milioni di persone – più della metà della popolazione della Siria – non hanno abbastanza cibo e altri 2,9 milioni rischiano di patire la fame.
A giugno, il capo delle missioni umanitarie dell’Onu Martin Griffiths aveva avvertito che “12 anni di conflitto, collasso economico e altri fattori hanno spinto il 90% della popolazione al di sotto della soglia di povertà”. Lə operatorə umanitariə hanno avvertito i membri del Consiglio di sicurezza all’inizio di questa estate che la popolazione siriana sta affrontando una “crisi umanitaria in continuo peggioramento”.
Ramesh Rajasingham, capo rappresentante dell’Ocha, ha dichiarato a luglio che “nonostante queste gravi vulnerabilità, il piano di risposta umanitaria del 2023 per la Siria è finanziato solo per il 12,4%”. Rajasingham ha inoltre ammonito che, in assenza di finanziamenti urgenti, lə operatorə umanitariə dovranno fare “scelte difficili anche quest’anno”. La crisi dei finanziamenti “senza precedenti” in Siria ha anche costretto agenzie come il Programma alimentare mondiale dell’Onu ad annunciare vasti tagli alle forniture di aiuti, comprese riduzioni delle razioni alimentari mensili.
Assistenza ridotta ai rifugiati: il caso Giordania
La Giordania ospita la seconda più alta percentuale di persone rifugiate pro capite al mondo, con oltre 660mila rifugiatə, prevalentemente provenienti dalla Siria, registratə presso l’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Un recente rapporto dell’Unhcr sulla situazione socioeconomica delle famiglie rifugiate in Giordania, durante il primo trimestre del 2023, ha mostrato che quasi 9 su 10 erano indebitate.
Il rapporto Food Security in Numbers per il primo trimestre del 2023, pubblicato dal World Food Program, ha mostrato che l’importo medio del debito tra le persone rifugiate sia nei campi sia nelle comunità ospitanti in Giordania è aumentato del 25% nell’ultimo anno. A luglio, il Wfp ha ridotto la propria assistenza di un terzo a tutte le persone beneficiarie nelle comunità ospitanti, colpendone 346.000, secondo l’ultimo rapporto Jordan Country Brief del Wfp
L’assistenza ricevuta da tutti i 119mila beneficiariə che vivono nei campi è stata ridotta di un terzo a partire da agosto, si legge nel documento del Wfp, a causa di «un grave deficit di finanziamento senza precedenti. Siamo profondamente preoccupati per il potenziale deterioramento della sicurezza alimentare delle famiglie.
Nonostante abbia dato priorità alle famiglie più povere ed abbia gradualmente escluso circa 50mila persone dall’assistenza, il rapporto ha mostrato che il Wfp ha ancora bisogno di un totale di circa 30 milioni di dollari per continuare a fornire assistenza a livelli ridotti da ottobre a dicembre 2023.
*Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Diritti.