Lo Stato aumenta la spesa in armi. E tu? Fai crescere la pace con il tuo 5x1000: CF 96232290583
La popolazione giovanile in Giordania soffre di un alto tasso di disoccupazione che crea anche tensione sociale tra lə giovani. Per tentare di colmare il gap esistente tra la loro preparazione e l’offerta di lavoro, Un Ponte Per ha lanciato a fine 2022 il progetto “Furas” (Opportunità), grazie al prezioso sostegno dei fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese. Rivolgendosi principalmente alla popolazione giovanile vulnerabile, e in particolare alle comunità rifugiate da Siria, Iraq e Palestina, l’obiettivo del progetto è stato quello di facilitare l’accesso al mondo del lavoro allə giovani attraverso formazioni professionali, che sono state costantemente accompagnate da attività di costruzione della pace, dialogo, sostegno psico-sociale, con il duplice obiettivo di superare stereotipi e discriminazioni.
Rivolto in particolare a giovani con disabilità e vulnerabili, di età compresa tra i 15 e i 30 anni, abbiamo cercato con le formazioni e gli incontri di supportarlə a sviluppare competenze tecniche e professionali.
Iniziato nel novembre del 2022, “Furas” è giunto oggi alla sua conclusione ottenendo ottimi risultati, riuscendo a fornire le opportunità di protezione necessarie e opportunità di sviluppo ad oltre 1.230 ragazzə, e ad oltre 1.000 tra parenti e familiari.

A settembre 2023 abbiamo preparato e avviato i corsi di formazione professionale, selezionando 20 tirocinanti tra i 18 e i 30 anni, dando priorità all'offerta di opportunità alle persone con disabilità, che sono state oltre il 50% del totale dellə partecipanti, giordanə, sirianə, irachenə e palestinesi, favorendo la costruzione di un ambiente in cui la diversità veniva celebrata e abbracciata. Tuttə hanno completato il corso con successo e sono statə poi inseritə nel tirocinio pratico in diversi luoghi di lavoro.
In seguito ci siamo concentratə sul potenziamento delle competenze acquisite: lə partecipanti sono passatə dall'apprendimento in classe all'applicazione nel mondo reale impegnandosi in un programma di formazione di un mese, che ha portato all’ottenimento di contratti di lavoro garantiti in diverse organizzazioni locali.
Grazie alla collaborazione con il partner locale Athar for Youth Development Association, abbiamo potuto avviare anche i “Club di Conversazione”: spazi sicuri per giovani di età compresa tra i 15 e i 18 anni, in cui oltre ad essere formatə sulla costruzione della pace e il superamento di stereotipi e discriminazioni hanno potuto ricevere sostegno e assistenza psico-sociale.

Attraverso attività educative, ricreative e formative, lə educatorə hanno garantito sostegno psico-sociale e un servizio di hotline per donne, ragazze, uomini e ragazzi. Nelle sessioni di dialogo collettivo sono stati affrontati argomenti scelti da loro, tra cui la risoluzione dei conflitti, il rispetto dei diritti umani, il contrasto a fenomeno di bullismo e discriminazione che ancora moltə affrontano quotidianamente.
L’obiettivo principale è stato fornire strumenti che consentissero allə partecipanti di risolvere i conflitti con lə loro pari, sviluppare meccanismi di autodifesa e di reazione positiva, utilizzare le differenze tra loro come una risorsa, promuovere la coesione sociale tra le comunità, essere consapevoli dei propri diritti e i dei diritti delle persone con disabilità senza assumere atteggiamenti discriminatori.
Secondo il nostro partner queste attività erano assolutamente necessarie in un contesto in cui manca formazione su questi argomenti e spazi in cui lə giovani si sentano liberə di esprimersi.
Grazie alla collaborazione con esperti locali di salute mentale, è stato infine possibile fornire consulenze individuali e di gruppo anche accompagnando persone sopravvissute o a rischio di violenza di genere (Gender Based Violence – GBV), donne a rischio di molestie e abusi sessuali e fisici o con mancanza di risorse; così come bambinə a rischio e vittime del lavoro e dello sfruttamento minorile a causa delle condizioni socioeconomiche familiari.
Tutte lə giovani che hanno partecipato ai nostri corsi di formazione hanno poi ricevuto un attestato e hanno partecipato ad un evento finale.

Sradicatə è una serie di articoli che mira a esplorare in profondità i legami intricati tra la crisi climatica e le migrazioni. Una parte essenziale del nostro approccio è stato focalizzarci su paesi target - Italia, Iraq, Tunisia - ritenendo fondamentale cercare di conoscere il punto di vista di coloro che sono coinvoltə attivamente nella gestione diretta della crisi climatica e delle sue conseguenze.
In particolare, abbiamo voluto approfondire la storia personale delle persone intervistate in relazione alla crisi climatica, riconoscendo che le loro esperienze dirette possono offrire una chiave di lettura fondamentale per comprendere le dinamiche complesse di questo fenomeno globale. Ci siamo concentrate su tre aspetti principali:
La prima sezione raccoglie preziose informazioni su alcuni aspetti del percorso di vita dellə partecipanti;
la seconda, il segmento sul lavoro dell'attivista, è stata concepita con l'obiettivo di raccogliere informazioni dettagliate sulla loro esperienza di attivismo e coinvolgimento personale nella gestione della crisi climatica;
infine, la sezione «Crisi climatica e migrazioni», il cui focus specifico esplora le percezioni e le preoccupazioni dellə partecipanti su questi temi cruciali. Le conclusioni tratte dalle risposte ci offrono una prospettiva preziosa sulla relazione dinamica tra crisi climatica e migrazioni. snsdbsdjfsjsjdnjsdjdsnjdsjsjdsjdjdjdjdjdjjnnnnfnnfnjfjfnjfnjfjfjfjfnjnvjnjndjncjcnjcnjcnjcjcjcjcjjcjcjcsjscjsj dsk




Se in una prima fase (qui in basso) la rubrica Sradicatə ha esplorato in modo più generale alcuni concetti chiave (ad esempio, le definizioni di “crisi climatica” e di “migranti ambientali”, la mancanza di norme giuridiche etc.), in questa seconda fase il focus è stato l'approfondimento di alcuni territori specifici: Iraq, Tunisia, Nepal, Perù e Italia, scelti sia perché si tratta dei Paesi in cui operano le nostre 2 associazioni, sia perché si tratta di territori fortemente colpiti dai fenomeni in oggetto. In questi articoli ci soffermeremo su alcune delle questioni legate alla crisi climatica in questi paesi.




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La rubrica Sradicatə è il risultato del lavoro svolto all’interno del progetto di Servizio Civile Universale "Territori e corpi sacrificabili", una collaborazione tra Un Ponte Per e El Comedor Estudiantil Giordano Liva: una serie di articoli per esplorare i nessi esistenti fra la crisi climatica e le migrazioni. Durante questo percorso ci soffermeremo su storie, concetti e problemi che emergono attorno a questo tema fondamentale, per cercare di capire meglio il nostro mondo e la nostra società contemporanea.
A cura di Giulia Bigongiari, Martina Marcuccetti, Sara Mariani, Alessia Massari, Alessandra Mauceri e Sara Raffaeli.









Secondo i dati diffusi da Reporter Senza Frontiere, che monitora le violazioni commesse nel mondo contro operatori e operatrici dell’informazione, dal 7 ottobre a Gaza sono statə uccisə almeno 105 giornalistə nell’esercizio del loro mestiere. Secondo fonti locali palestinesi, il numero sarebbe però ancora più alto, considerando le migliaia di persone rimaste ancora sotto le macerie o disperse: si toccherebbe la cifra di 130 operatorə uccisə dall’inizio dell’offensiva militare israeliana, pari al 75% di tuttə lə operatorə che hanno perso la vita nell’intero 2023.
A lanciare l’allarme sono tutte le organizzazioni internazionali che monitorano la libertà di stampa nel mondo, tra cui il Commitee to Protect Journalists (CPJ), che da mesi sta tenendo alta l’attenzione per richiedere protezione internazionale verso chi, oggi, rappresenta l’unica testimonianza di quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza.
Già poche settimane dopo l’inizio delle operazioni militari israeliane, il Sindacato della Stampa palestinese aveva definito quanto sta accadendo un “giornalisticidio”: lə operatorə dell’informazione palestinesi non “muoiono” infatti sotto le bombe, ma vengono uccisə, e sono divenutə ormai un target delle forze armate israeliane.
In un contesto nel quale – è bene ricordarlo – è completamente impedito l’accesso alla stampa internazionale, lə giornalistə palestinesi sono lə unichə testimoni di quanto sta accadendo, e continuano a fare il proprio lavoro raccontando in diretta un genocidio che lə colpisce direttamente. Basti pensare al prezzo pagato da moltə di loro, che vivono oggi sfollatə, che hanno visto le proprie case distrutte e le proprie famiglie sterminate: è il caso, tra gli altri, di Wael Dahdouh, veterano di Al Jazeera a Gaza, che ha perduto moglie e figli, tra cui Hamza Dahdouh, anche lui giornalista, ucciso da un bombardamento mirato su un convoglio della stampa.
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In questo video Instagram, Wael Dahdouh esprimeva riconoscenza al pubblico dopo la grande solidarietà ricevuta all'indomani dell'uccisione di suo figlio Hamza. Una perdita avvenuta dopo quella di sua moglie, dei suoi fratelli e di altri parenti e colleghə.
Oggi celebriamo la Giornata mondiale della libertà di stampa, e il nostro pensiero non può che andare a Gaza. Il luogo in cui anche il diritto di informare ed essere informatə viene costantemente violato.
Il divieto imposto alla stampa internazionale di accedere a Gaza rappresenta infatti una gravissima violazione della libertà di stampa e informazione in Europa e in Occidente. Allo stesso tempo, è fondamentale ricordare il preziosissimo lavoro di informazione viene portato avanti quotidianamente da giornalistə di Gaza, la cui voce andrebbe ascoltata e amplificata.
“Il problema non è che a Gaza non possano entrare i giornalisti occidentali”, ha scritto di recente Hossam Shabat, giovane giornalista palestinese. “Il problema è che noi giornalisti palestinesi non siamo rispettati. Io e i miei colleghi ogni giorno rischiamo la vita per raccontare questo genocidio. Nessuno conosce Gaza meglio di noi. Se tenete a quanto sta accadendo qui, amplificate la nostra voce. Non abbiamo bisogno di giornalisti occidentali per raccontare le nostre storie: siamo capaci di farlo da soli”.
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Hossam Shabat, in una delle tante dirette da Gaza
Anche Youmna El Sayed, a cui la nostra amica Rita Petruccioli ha dedicato il bellissimo ritratto in copertina per la campagna “Libere di Rompere”, ha raccontato al Manifesto:
“In Occidente si pensa che i giornalisti palestinesi debbano necessariamente essere affiliati a un qualche gruppo politico e dunque non possano essere oggettivi. È ridicolo. Quando i giornalisti stranieri entrano a Gaza, lo fanno con l’aiuto di un fixer palestinese, di un traduttore palestinese. Parlano con funzionari palestinesi e con la popolazione palestinese. Quelle sono considerate storie credibili, ma le nostre no”.
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Youmna El Sayed, mentre esplode una bomba israeliana alle sue spalle.
E allora, dedichiamo questo 3 maggio a tuttə lə giornalistə di Gaza. A chi ha perduto tutto, a chi è statə uccisə, a chi dopo 6 mesi di massacri ininterrotti continua ogni giorno a fare il proprio lavoro con professionalità e coraggio. E rinnoviamo il nostro appello ad amplificare le loro voci, uniche testimonianze dirette del genocidio in corso ai danni della popolazione palestinese.
“Sono molto orgoglioso di questo grande risultato” - ci ha raccontato Bahman Qadir, il nostro collega iracheno che coordina il progetto Tatweer, un ambizioso programma che portiamo avanti dal giugno del 2020.
“Dopo aver avviato la seconda fase e aver istituito il centro, siamo riusciti a coinvolgere più di 50 organizzazioni locali a Baghdad e nelle province circostanti. Il centro rappresenterà un crocevia per lo scambio di esperienze e buone pratiche tra le organizzazioni”, ha aggiunto Bahman all'indomani dell'inaugurazione del nuovo centro. Un risultato reso possibile dalla sinergia con tanti partner locali iracheni, come l'organizzazione Al Mesalla.
Oggi la società irachena sta affrontando una fase di forte contrazione dei diritti, per questo il ruolo delle organizzazioni della società civile diventa fondamentale: per operare un cambiamento dal basso, promuovere il rispetto dei diritti umani, sociali e ambientali nonché parità di partecipazione alla vita comunitaria e politica sia per gli uomini che per le donne.
Per essere più efficaci, però, le organizzazioni locali hanno bisogno di sostegno, per riuscire a farsi largo tra le maglie di una burocrazia complessa e costruire spazi di agibilità autonomi e orizzontali. Un sostegno esterno che deve essere rispettoso dei processi culturali e sociali specifici del paese.
“Vogliamo dare alle organizzazioni della società civile irachena la possibilità di avere un impatto maggiore nella promozione del diritti umani, civili e ambientali; renderle in grado di rispondere in modo efficace ai bisogni della comunità, e di collaborare in modo fruttuoso con le autorità”, continua Bahman.

"Le organizzazioni irachene infatti hanno bisogno di aumentare la loro capacità di advocacy, dare adeguato spazio a giovani e donne nella leadership, avere la possibilità di imparare come operare e la disponibilità di spazi in cui incontrarsi e crescere insieme. Con questo obiettivo, già nella prima fase del progetto Tatweer, avevamo aperto dei centri a Erbil, Basra e Mosul. Oggi finalmente anche a Baghdad", ci racconta.
Gli spazi aperti insieme sono spazi sicuri per scambi di buone pratiche, incontri, workshop e seminari. Nel nuovo spazio abbiamo già iniziato un corso intensivo di formazione per le organizzazioni locali, in materia di buona governance amministrativa, pianificazione strategica, raccolta fondi e scrittura di proposte per accedere autonomamente ai fondi della Cooperazione internazionale. Inoltre forniremo nei prossimi mesi una serie di sessioni di consulenza legale e specialistica su questioni amministrative, logistiche e degli appalti, nonchè sulla gestione finanziaria e delle risorse umane. Tutto questo è stato progettato affinché le organizzazioni irachene possano camminare sulle loro gambe e il nostro supporto non sia più necessario.
“Il nostro principale obiettivo è sostenere la società civile nella creazione di realtà e strutture che la rappresentino per creare un cambiamento sociale positivo, perché lavorino in modo efficace, trasparente, democratico, nel rispetto dei diritti umani e del lavoro. Da quando abbiamo iniziato, stiamo riuscendo ad accompagnare tante persone”, conclude Bahman con tanta soddisfazione.
Grazie alla campagna “Libere di rompere": cure immediate e protezione per donne e bambine sopravvissute a violenze.
I casi di violenza di genere aumentano tragicamente in contesti di guerra. Salari più bassi, ambienti di lavoro non sicuri, un ridotto accesso all’istruzione espongono le donne a minore accesso ai servizi e a matrimoni precoci. Tutti fattori che aumentano il rischio di violenza di genere.
Un Ponte Per ha creato in Siria spazi sicuri per dare protezione a donne e bambine sopravvissute a violenza di genere e matrimoni infantili. E supportato cliniche per garantire salute riproduttiva e sostegno psicosociale.
Lasu, Specialista in Protezione a Raqqa con Un Ponte Per, racconta:
“Lavoriamo per garantire protezione e diritti a bambinə esposti a violenze, lavoro minorile, matrimoni precoci. Lə aiutiamo ad identificare i rischi e forniamo loro gli strumenti necessari per denunciare episodi di violenza e abuso, diffusi specialmente tra le bambine e le ragazze”.
In Siria, donne e bambine pagano il prezzo più alto della guerra. Sono le prime a perdere l’opportunità di studiare, ad essere esposte a violenze, ad essere discriminate. E le ultime ad essere supportate.
Nel Nord Est Siria dopo 13 anni di conflitto ancora 2 milioni di persone sono in stato di necessità. L’emergenza colpisce le donne e le bambine in maniera diversa e contribuisce ad aumentare violenza di genere, disuguaglianze economiche, matrimoni infantili e lavoro minorile. Difendere i diritti di donne e bambine in Siria è fondamentale per garantire protezione e partecipazione attiva nella vita pubblica del loro paese.
Un Ponte Per è presente in Siria dal 2015 per portare cure, medicine e protezione a tutte e a tutti, ricostruendo un sistema sanitario pubblico e gratuito e fornendo servizi essenziali per la salute come cliniche da campo, ospedali, formazione e protezione per il benessere psico-fisico della popolazione, in particolare donne e bambinə.
“Hanno vissuto cose che nemmeno noi adulti avremmo potuto gestire. Quando siamo arrivati a Raqqa non giocavano con i loro compagni di scuola, non avevano nemmeno amici, non si fidavano di nessuno. Erano cupe e timide. Oggi sorridono e riescono a stringere relazioni con i loro coetanei", racconta Nada, la madre di Mariam (8), Bissan (11) e Ghazal (13).
La Siria continua ad essere schiacciata tra crisi umanitaria ed economica. I bisogni umanitari sono ai massimi storici dopo più di 12 anni di guerra e sulla scia dei devastanti doppi terremoti che hanno colpito la regione a febbraio. Secondo l’Onu, quasi 12 milioni di persone – più della metà della popolazione della Siria – non hanno abbastanza cibo e altri 2,9 milioni rischiano di patire la fame.
Nel 2020 Un Ponte Per ha aperto a Raqqa 3 Spazi Sicuri per garantire luoghi sicuri, protezione e benessere psicologico a donne e a bambinə.
Nei nostri Spazi Sicuri, le operatrici anti-violenza e le operatrici per la tutela dellə minori si coordinano per garantire un percorso di supporto psico-sociale specialistico, a seconda del caso.
In particolare, grazie alla campagna “Libere di rompere”:
Un Ponte Per ha lanciato la campagna di raccolta fondi “Libere di rompere” a dicembre 2023 per garantire protezione dell’infanzia, partecipazione economica e accesso alle cure a donne e bambine in Siria nei tre Spazi Sicuri a Raqqa e nelle cliniche e ospedali presenti in tutto il Nord Est della Siria.
La campagna è nata per rispondere alla crisi dei diritti delle donne e bambine nel paese: a Raqqa, il 60% dei bambini e delle bambine non va a scuola; nel paese, ogni anno il 25% delle bambine è costretta a sposarsi prima di compiere 18 anni; solo 7 donne su 100 sopravvissute a violenza di genere hanno accesso a sostegno psicologico e servizi di protezione; il sistema sanitario è al collasso e specie nei campi per persone sfollate la salute è un’emergenza.
La campagna “Libere di rompere” ci ha permesso di sostenere le bambine e le donne siriane che, tra tanti ostacoli, oggi stanno rompendo muri di stereotipi e di oppressione per ricostruire la propria dignità e determinare il proprio futuro.

di Fabio Alberti, fondatore di Un Ponte Per
Un velo grigio sembra ricoprire Kathmandu quando la si vede dall’oblò. Atterrati si constata che non è nebbia, ma inquinamento. Kathmandu è una delle città più inquinate del mondo, complice la collocazione in una conca e lo sviluppo della motorizzazione civile. Uno sfrecciare continuo di moto che fanno lo slalom tra i pedoni, piccole auto coreane e cinesi e vecchie Api riconvertite a taxi collettivi. Un ingorgo continuo. A parte questo Kathmandu è una città meravigliosa, immersa in una contenuta spiritualità che accompagna la vita di uomini e donne nepalesi e resa manifesta dell’onnipresenza di templi e tempietti, indù, buddisti, indo-buddisti, dedicati a un vasto pantheon di dei, compresa una dea vivente. Ci sono più tempi a Kathmandu che chiese a Roma, in un paese in cui ancora si celebrano matrimoni misti senza che uno dei due coniugi debba cambiare religione. Un paese governato da un fronte di sinistra, marxisti leninisti e maoisti inclusi, ma dove la privatizzazione dell’istruzione e della sanità imposta dal Fondo Monetario Internazionale si percepisce per strada dall’enorme numero di cliniche e scuole private e agenzie per lo studio all’estero e dove lə abitanti delle baracche sulla riva del fiume sono minacciatə da sfratto collettivo in onore del processi di “beautification” della città imposto dalla nuova vocazione turistica suggerita dalla Banca Mondiale, come via di sviluppo dopo la ricostruzione in grandissima parte dal terremoto del 2015.

Kathmandu accoglie così, dal 15 al 19 Febbraio, con le sue contraddizioni e grazie a una potente mobilitazione di forze sindacali e alla NGO Federation of Nepal – migliaia di ONG affiliate che operano in tutti i campi, quasi un apparato statale – le migliaia di attivistə convenutə qui da tutto il mondo e soprattutto dall’Asia meridionale. Forse più che un Social Forum Mondiale, infatti, questo è stato un Forum continentale: dal subcontinente indiano erano presenti veramente in massa, delegazioni numerose, fatte di attivistə, ma anche di semplici partecipanti ai tanti movimenti sociali che animano la vita politica del Nepal, dell’India, del Pakistan, dell’isola di Ceylon, del Bangladesh. E poi presenze, sia pure più limitate, dalle Filippine, dalla Corea, dall’Africa. Pressoché simboliche le presenze europee e americane. Dall’Italia, oltre a Un Ponte Per, erano presenti Legambiente, impegnata dal network in difesa delle montagne di alta quota, oltre all’ Unione Inquilini e qualche organizzazione locale. Sono stati tre giorni di discussioni molto seguite, conferenze, presentazione di progetti, convergenze su azioni comuni: oltre 400 incontri su un arco molto ampio di tematiche tutti di alto livello e molti che riportano lotte sociali. Come nello stile dei Forum Sociali nessuna conclusione ufficiale, ma tante dichiarazioni su temi diversi che nel loro insieme compongono di fatto il programma politico dell’alternativa possibile. Il forum era organizzato in un parco nel centro della città, con gradi tendoni che accoglievano i seminari, intorno ad una grande piazza centrale contornata di piccoli stalli che offrivano cibo, prodotti di artigianato locale, il più delle volte legati a progetti di rafforzamento dell’autonomia economica femminile, oltre a materiale di documentazione su attività e tematiche. Una organizzazione spaziale che favoriva lo scambio e l’incontro tra le persone che hanno brulicato quello spazio spostandosi tra un seminario all’altro. Qui la parola socialismo è ancora pronunciata con un senso forte, ma più ancora pronunciata è la parola colonialismo che ricorre sistematicamente e in diverse forme e aggettivazioni in quasi tutti i dibattiti. Quello che l’Europa ha messo sotto il trappeto facendo finta di dimenticare da dove viene la propria ricchezza, qui è ancora sopra il tavolo e attende di essere affrontato. Ne è stato un esempio il seminario sulla “Decolonizzazione dell’aiuto allo sviluppo” a cui come Un Ponte Per abbiamo partecipato nel percorso di preparazione di una campagna per la istituzione di una giornata della memoria delle vittime del colonialismo.

“Non vogliamo più il vostro aiuto né sottostare alle condizionalità che imponete per concederlo, tra cui la riconoscenza” è stato detto “dovete invece ancora riparare il danni della colonizzazione cui si aggiungono quelli del debito climatico”; “Devono essere i riceventi e non i cosiddetti donatori a decidere dove come e quando allocare i fondi”. Una posizione radicale soprattutto contro gli aiuti di Stati e della Banca Mondiale che spesso comportano l’obbligo di privatizzazione e liberalizzazione delle economie. Ma anche le ONG occidentali non sono state risparmiate. Il sud, almeno questo sud presente qui, che è cresciuto e ha fatto rete grazie al processo dei fori sociali mondiali, è consapevole di non aver bisogno di andare a lezione dagli europei e di saperne spesso di più dei “ragazzini che, senza conoscenza specifica del luogo, arrivano qui e pensano di poter dare direttive”. Risulta chiaro qui che il rapporto tra le ong del nord e quelle del sud deve cambiare. Anche il cambiamento climatico, altra tematica pervasiva; come pervasivo è ormai il danno che le popolazioni di questi continenti subiscono e prevedono di subire a seguito del continuo innalzamento del clima, prevalentemente causato dall’industrializzazione europea e statunitense che hanno scaricato nell’atmosfera una quantità di gas serra molto superiore a quella che gli sarebbe “spettata” in un modo equo. Qui il tema del riscaldamento climatico non è solo questione delle politiche da seguire per evitare il continuo crescere della temperatura, aspetto sul quale l’impegno dei movimenti sociali è molto alto, ma è anche un tema di giustizia climatica che reclama l’esistenza di un debito ecologico dell’occidente verso il sud globale che deve essere saldato e che si aggiunge al debito coloniale. La guerra, invece non è stato un tema molto trattato. L’impressione è che la guerra in Ucraina è dai più considerata una piccola guerra intra-europea, “inter-bianca”, con un certo fastidio nei confronti di entrambi i contendenti, la Nato e la Russia. Gli occhi sembrano piuttosto puntati con preoccupazione sul mar cinese meridionale, come il luogo in cui si rischia lo scoppio della guerra globale, quella tra l’Occidente e la Cina. Naturale e unanime identificazione invece con la lotta del popolo palestinese, contro la decennale occupazione. È una solidarietà spontanea tra ex colonizzati e colonizzati, anche con qualche sporadico eccesso. Comunque, la bandiera più sventolata in questo forum è stata la bandiera palestinese, una bella differenza con i precedenti incontri nei quali il Forum aveva tenuto un atteggiamento più prudente non prendendo posizione e ritenendo la questione almeno in parte controversa. I danni che Netanyahu ha fatto all’immagine di Israele e del popolo ebraico, misurati qui e cioè presso la grande maggioranza della popolazione mondiale, sono incalcolabili. Qui ci si rende conto davvero quanto la popolazione bianca del globo sia un’eccezione, e di come l’Europa sia un’area marginale. E di questa nostra piccolezza sarà bene ci rendiamo conto.

Testo e foto di Fabio Alberti, articolo uscito originariamente il 1°marzo 2024 su serenoregis.org

di Fabio Alberti, fondatore di Un Ponte Per
"Ho negli occhi la scena tremenda delle onde di un mare nemico che dopo aver inghiottito decine di persone sballottola quanto rimane di una scialuppa della speranza, incagliata e poi distrutta, vicino a Crotone. Solo l’ultimo naufragio noto. Quanti quelli ignoti non lo sappiamo per definizione.
Ma sappiamo che ce ne saranno molte altre perché è in funzione una condotta forzata che costringe masse crescenti a emigrare, una sorta di idrovora che nessuno sembra voler spegnere.
Quindi prendete questo come uno sfogo. E perdonate qualche imprecisione.
Ma mi chiedo perché su centinaia, forse migliaia, di comitati, associazioni, organizzazioni di assistenza, soccorso, difesa dei diritti delle persone migranti non se ne trova nemmeno una che chieda al governo italiano e all’Unione Europea qualcosa di concreto per tutelare il diritto di chi vive nel Sud Globale a restare nella propria terra in dignità e sicurezza? Perché dobbiamo sentire dalla Lega il fatidico e peloso “aiutiamoli a casa loro” e non c’è invece da parte nostra un’indicazione concreta di cosa significa?
Perché continuiamo ad accettare e ripetere la locuzione “fuggono dalla guerra e dalla fame”, come se guerra e fame fossero fortunali di mezz’estate e non prodotti delle politiche umane, senza mai nominare chi la guerra e la fame la provoca, la organizza, la pratica.
Non abbiamo altro da chiedere oltre all’accoglienza? E se lo abbiamo perché non lo facciamo con lo stesso tono di voce? Perché le manifestazioni che facciamo sulla questione dell’emigrazione non portano alto in prima fila il cartello “Basta sfruttamento coloniale”?
Questa concentrazione sulla questione dell’accoglienza (non mi si fraintenda, necessaria e doverosa) ha finito però per spostare la questione dell’emigrazione da una questione politica e di diritti ad una mera questione umanitaria, per cui sembra quasi che l’accoglienza sia un piacere che si debba fare per buon cuore, “umanitaria”, appunto. E non, se non un diritto, come dovrebbe essere diritto di ogni essere umano poter stabilire la sua residenza dove desidera, almeno un dovere, dell’Europa, essendo essa stessa con ogni evidenza, per debito ecologico, per traffico di armi, per passato coloniale, causa del male che tenta di confinare oltre frontiera.
Perché questa è la verità che sappiamo tuttə, ma troppo poco viene detta.
Le guerre da cui chi migra fugge sono alimentate, quando non provocate, volute, organizzate come parte della lotta per l’accaparramento di terre e materie prime per l’industria del Nord. Certo ci sono cause locali, che si intrecciano però a lasciti del colonialismo e soprattutto all’attività che le ex potenze occupanti continuano imperterrite a produrre nel voler determinare governi e politiche. E non pochi sono stati i leader africani che per aver denunciato le ingerenze delle vecchie potenze coloniali hanno avuto problemi, Thomas Sankara per dirne uno.
Le condizioni climatiche avverse che costringono alla migrazione sono diretta conseguenza della produzione industriale occidentale, dato che è stato calcolato che le popolazioni africane hanno prodotto meno di un decimo dell’anidride carbonica causata dall’ipersviluppo europeo. Esiste quindi un debito europeo verso l’Africa che dovrebbe imporre l’accoglienza di una quota rilevate dei 216 milioni di potenziali sfollati ambientali previsti dalla Banca Mondiale. Altro che umanitaria. Qui l’accoglienza è un dovere.
La fame che costringe a cercare altrove fonti di vita non viene dal nulla e nemmeno “dalla natura”, ma tra l’altro, dalla trasformazione dell’agricoltura di sussistenza in monoculture per l’esportazione derivante dall’integrazione nel mercato mondiale, con i cui proventi le frazioni più ricche della popolazione comprano beni prodotti al nord, importati spesso a scapito di produzioni locali cui è stata negata la protezione a seguito di trattati commerciali liberisti.
I regimi corrotti, inghiottiti di risorse, che tengono in ostaggio popolazioni sottraendo futuro e risorse sono spesso regimi “amici”, sostenuti, foraggiati, alle volte insediati da paesi occidentali. E le politiche economiche che non hanno permesso lo sviluppo sono spesso consigliate, quando non imposte da un fondo monetario dominato dagli Stati Uniti e dalle nazioni europee.
Tutto questo è noto a tuttə. O almeno a noi. Non è tutto, certo, ma è parte rilevante del fenomeno.
Perché allora chiediamo a gran voce la revisione, o la cancellazione a seconda della radicalità o del punto di vista di ciascuno, della legislazione che impedisce alle persone migranti di entrare in Europa e non chiediamo, manifestiamo, petizioniamo allo stesso modo e con la stessa forza ad esempio per chiedere una revisione delle politiche commerciali, dai BIT, agli accordi di libero scambio, attraverso i quali l’Unione Europa e l’Italia con essa, continua a mantenere ragioni di scambio ineguali con i paesi africani?
Perché accettiamo che siano sul palco degli incriminati solo coloro che, milizie o scafisti, sono solo l’ultimo anello di una catena di cause che portano alla morte di migliaia di persone che ha all’origine multinazionali del crimine che saccheggiano le risorse sfruttando chi lavora con paghe da fame.
So benissimo che c’è chi, molto meglio di me ha già detto queste cose e che sulle politiche estere e commerciali italiane ed europee verso l’Africa ha studiato e scritto. Che non sto dicendo nulla di nuovo, ma non me ne vogliate se dico che il confronto pubblico sembra essere solo tra chi chiede accoglienza e chi non la vuole dare. Invece la responsabilità delle politiche estere, economiche, commerciali, militari, in sostanza neocoloniali, italiane ed europee come causa dell’emigrazione non sembra essere all’ordine del giorno e quindi nemmeno quella delle azioni per rovesciarle.
Forse c’è bisogno di costruire una piattaforma per una nuova politica estera che abbia seriamene al centro il diritto di restare oltre che quello di emigrare. Avrebbe forse anche più forza la lotta per l’accoglienza, perché inserita in un processo che almeno chiede, se non può ancora prevedere, una riduzione e poi una fine di questa epocale deportazione delle genti d’Africa (e non solo) che non il mare, ma la politica, trasforma in corpi portati dai flutti."
** Per “politica dell’accoglienza” intendo qui le politiche rivendicative, di advocacy, le campagne che concentrano l’attenzione solo sull’aspetto umanitario dell’accoglienza finendo per essere a scapito, di fatto, di un discorso sui diritti, di una analisi delle cause e quindi della rivendicazione di azioni di modifica delle politiche estere e commerciali italiana ed europea necessarie per porre fine all’obbligo di emigrazione.
Articolo pubblicato originariamente il 2 marzo 2023.
Sono passati due anni dal 24 febbraio 2022, data di inizio dell’invasione russa in Ucraina.
Da quel giorno il dibattito pubblico è stato avvelenato da una logica bellicista che ha finito per sfigurare il volto stesso dell’Unione Europea. Noi di Un Ponte Per ci siamo unitə alle carovane di “STOP THE WAR NOW”, portando solidarietà alla popolazione aggredita e ci siamo rafforzatə nella convinzione – dimostrata dall’incancrenirsi del conflitto - che non esista soluzione militare della guerra.

Non abbiamo mai chiesto la resa dell’Ucraina, che ha, ovviamente, il diritto di resistere all'invasore. Ma abbiamo ricordato ai Governi di leggere per intero l’art.51 della Carta delle Nazioni Unite, in cui si afferma il diritto a difendersi del Paese aggredito; ma fintantoché il Consiglio di sicurezza ONU, ovvero la comunità internazionale, non abbiano assunto le misure necessarie per ripristinare la pace e la sicurezza attraverso il negoziato e la diplomazia. Da due anni abbiamo invece assistito alla totale cancellazione di ogni atto di diplomazia e alla rinuncia della politica a scegliere altre vie da quella delle armi e dello scontro militare.
Dopo due anni di guerra, in Ucraina sono più di 14 milioni le persone che necessitano di assistenza umanitaria, circa 6,5 milioni di persone hanno lasciato il paese e 3,5 milioni sono sfollate. In Russia, Putin sta rafforzando la repressione del dissenso e la criminalizzazione dei pacifisti - come dimostra la condanna di Boris Kagarlistky a 5 anni di carcere -, mentre continua a nascondere i numeri dei soldati uccisi o feriti, stimati attorno ai 300mila.
Occorre fermare il massacro su entrambi i fronti e continuare a chiedere il ritiro delle forze russe occupanti.
Sin dall’inizio ci siamo attivatə per supportare la popolazione ucraina nell’affrontare le drammatiche conseguenze di questa guerra e per difendere pacifistə e obiettorə di coscienza in Russia, Bielorussia e Ucraina.
Abbiamo supportato lə attivistə russə fuggitə all’estero nel costruire campagne di controinformazione e di condanna della guerra da diffondere all’interno del paese.
Insieme ai nostri partner locali, oggi lavoriamo nelle scuole ucraine per rafforzare la coesione sociale dellə giovani, con programmi dedicati alla gestione del trauma, al primo soccorso psicologico e all’educazione alla pace. Sono più di 200 le scuole che abbiamo coinvolto in questo percorso. Le stesse scuole sono state coinvolte nella realizzazione di podcast, affinché lə ragazzə possano raccontare le proprie storie, con le speranze e i desideri di chi sta crescendo con le bombe nelle orecchie.
Con i nostri Corpi Civili di Pace, stiamo lavorando all’inclusione della comunità ucraina rifugiata in Romania, con un particolare focus su donne e giovani.
Negli ultimi 6 mesi abbiamo continuato a sostenere le spese legali di pacifistə minacciatə, come Olga Karatch di “Our House”, che da anni si batte per i diritti umani in Bielorussia e per il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare. Olga è perseguitata e rischia la pena di morte nel proprio paese, dove è considerata “terrorista”. Proprio ieri le è stato riconosciuto a Montecitorio il premio Alexander Langer.
Ci uniamo all’appello di Olga, lanciato da un palco romano lo scorso ottobre: “L’Unione Europea deve tornare a svolgere il suo ruolo per la pace, schierandosi fermamente per il cessate il fuoco e attivandosi per una soluzione politica del conflitto”. Parole che abbiamo fatto nostre.
Fermiamo questa spirale autodistruttiva, gridiamo insieme il nostro NO alla guerra. Solo la pace è un buon investimento.

83 anni fa. Il 19 di febbraio del 1937, i coloni italiani, spalleggiati dal Regio Esercito, si lanciano per le strade di Addis Abeba in quella che è stata definita "la più furiosa caccia al nero che il continente africano avesse mai visto".
Uomini, donne e bambinə etiopi furono linciati per strada, fu dato fuoco alle loro abitazioni e distrutte le proprietà. Ventimila etiopi, forse 30.000, persero la vita.
In questa ricorrenza, che in Etiopia è celebrata come il giorno della memoria, vogliamo ricordare le troppe vittime della colonizzazione italiana.
La strage di Addis Abeba, come quella di Debora Libanòs, come i bombardamenti all'iprite, come la deportazione in campi di concentramento della popolazione del Gebel, come tanti altri crimini, per troppo tempo sono state espunte dalla memoria collettiva cancellando oltre mezzo milione di vittime nei 70 anni di colonizzazione italiana.
L'oblio del colonialismo, in Italia come in Europa, impedisce di comprendere le dinamiche a monte delle migrazioni e dei conflitti in Asia Occidentale e Nord Africa ed espone al rischio di ripetere quella storia.
Per questo applaudiamo e facciamo nostra la proposta di istituzione di un "giorno della memoria delle vittime nel colonialismo italiano" e proponiamo alle organizzazioni della società civile italiana di dar vita a una campagna comune per ottenere l'istituzione di tale giornata.
Per adesioni di singoli e organizzazioni scrivere a decoloniale[at]unponteper.it
Da oltre 25 anni operiamo nei campi palestinesi in Libano e conosciamo molto bene le possibili conseguenze sulla vita di queste persone della scelta di alcuni Governi, tra cui l'Italia, di sospendere i finanziamenti all’Agenzia Onu UNRWA.
"Tagliare i fondi all'UNRWA significa non solo retrocedere sui servizi che vengono offerti nel campo di Shatila o in Libano, ma in tutta la diaspora palestinese che possiamo trovare anche in Siria e in Giordania", ha dichiarato David Ruggini, Capo Missione in Libano di Un Ponte Per.
Nel 2022 l'UNRWA ha portato assistenza a circa 5,9 milioni di persone palestinesi, garantendo istruzione, servizi sanitari e cibo. La sospensione dei fondi voluta rappresenta una fetta spaventosa - circa il 57% - di quel budget che consente di offrire questi servizi di sussistenza.
Un taglio che rischia di privare lə bambinə palestinesi della possibilità di andare a scuola o di avere accesso all’acqua o alle cure mediche essenziali. In altre parole, significa lasciare che queste persone perdano, con ogni probabilità, quel minimo di dignità e accesso ai diritti che manda avanti la loro vita.
"Se continueranno queste politiche verso l'UNRWA, lə bambinə palestinesi non avranno scuole, ospedali o servizi medici a cui rivolgersi", ci ha detto Mr. Kassem, fondatore di Beit Atfal Assumoud, organizzazione palestinese con cui portiamo avanti il nostro programma di Sostegno a Distanza Family Happiness in Libano.
Quello a cui stiamo assistendo sembra essere l'ennesimo atto di punizione collettiva nei confronti di una delle popolazioni più vessate dell’ultimo secolo. Le conseguenze di queste scelte colpiranno la vita di milioni di persone che, in molti casi, non hanno neanche mai messo piede a Gaza o in Palestina.
“Acqua per Gaza” è la nostra campagna per rispondere alla crisi derivante dall’assedio completo del popolo palestinese da parte di Israele.
Attivati oggi stesso per la popolazione palestinese e aiutaci a portare acqua a Gaza. Con la tua donazione forniremo soccorso immediato garantendo acqua potabile a 2000 famiglie e sostegno a ciò che resta delle attività agricole locali.