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Chiara è arrivata in Siria ad agosto, quando i contagi iniziavano a crescere, per formare il personale medico-sanitario dei centri Covid che abbiamo aperto nell’area. In questa intervista ci racconta cosa stiamo facendo per contenere la pandemia.

di Cecilia Dalla Negra – Ufficio Comunicazione di Un Ponte Per*

Chiara si collega da Kobane: la connessione va e viene, il suo sorriso invece resta sempre stabile. Medical advisor, Chiara arriva dalla Lombardia: ha conosciuto da vicino la zona rossa italiana della prima ondata di Covid-19 ed è lì, sul campo, che ha imparato a gestire i casi.

Con noi di Un Ponte Per lavora dal maggio scorso, ed è volata in Siria ad agosto: quando i contagi qui iniziavano a scendere e lì, invece, a crescere pericolosamente. “L’impatto è stato molto forte”, racconta.

“In pochissimi giorni ho visitato tutti i centri Covid che abbiamo aperto a Derek, Tabqa e Mambij che abbiamo aperti all’interno di ospedali già esistenti, mentre un quarto è stato creato dal nulla, adattando una vecchia scuola in disuso”, ci spiega.

Si tratta di località molto lontane tra loro, per raggiungerle sono necessarie diverse ore di viaggio. “Dovevamo capire di cosa ci fosse bisogno: l’equipaggiamento necessario, lo staff da assumere, come iniziare a lavorare. I casi aumentavano di giorno in giorno, bisognava muoversi in fretta”.

Una volta allestiti i centri, è iniziato il processo di reclutamento dello staff medico sanitario: un’impresa difficile, perché il personale in Siria scarseggia, ancora di più nell'area del nord est. Lo staff medico specializzato è raro “e preziosissimo: non possiamo permetterci che si ammali. Ogni medicə qui è insostituibile”, ci spiega Chiara. “Facciamo di tutto per proteggerlə: non bastano neanche per i centri che abbiamo”. Una volta trovate le persone pronte a lavorare nei centri, è iniziata la formazione.

“Per prima cosa ci siamo occupatə dei dispostivi di protezione individuale, fondamentali per tutelare lo staff. Si comincia dalle basi: come indossarli in modo efficace e come toglierli dopo il turno nel reparto, per minimizzare il rischio di contagio”, ci racconta.

“Poi le misure di prevenzione generali: in un centro Covid lə pazienti, così come lə operatorə, non possono muoversi come in un qualsiasi altro reparto. C’è una zona ‘pulita’, dove ci si veste, ed una ‘contaminata’, dove sono curatə lə pazienti. Bisogna sempre muoversi dalla prima alla seconda senza tornare indietro. In seguito abbiamo affrontato la gestione dei casi: i protocolli sanitari, la cura del paziente, l’ossigeno-terapia. Nei nostri centri arrivano pazienti moderatə e severə, coloro cioè che non necessitano di essere intubati”.

Chiara la gestione del Covid e dell’emergenza l’ha conosciuta da vicino in Italia, e proprio per questo non nasconde una certa amarezza nel guardarsi intorno in un paese come la Siria, provato da 10 anni di conflitti, con un sistema sanitario lacerato, fragile, insufficiente.

“La pandemia è globale, certo. Ma non è vero che colpisce tutte le persone allo stesso modo. Se ti ammali in Italia o in Europa sai di avere a disposizione il meglio delle cure e del personale. Ammalarsi qui significa quasi sempre morire. Neanche in una pandemia siamo tuttə uguali”.

Cose banali come procurarsi una mascherina, quaggiù, non sono scontate. “Ci sono famiglie che non possono permettersele. Per strada vengono vendute a 5mila sterline. Basti pensare che con 500 si fa una spesa di base. Capite di cosa stiamo parlando?”, ci spiega Chiara.

“Giorni fa ero a Raqqa insieme allə colleghə della Mezzaluna Rossa Curda. Persone che hanno combattuto in prima linea nella battaglia per liberare la città da Daesh. Mi hanno detto ‘guardati intorno, non c’è una casa in piedi. Secondo te chi ha vissuto tutto questo può avere paura di un virus?’. Ecco credo che abbiano ragione. Le persone qui sono consapevoli dei rischi. Ma se hai vissuto guerra, distruzione, sfollamento, forse quel rischio in fondo è accettabile.

Abbiamo una percezione diversa della vita, della morte, del dolore che siamo in grado di sopportare. Ma non per questo dobbiamo rinunciare a garantire cure e salute a tuttə”.

Ogni settimana Chiara fa il punto con lo staff sanitario per capire cosa è andato bene e cosa è andato male. Si finisce per diventare amicə più che colleghə. Come con il giovane anestesista appassionato del suo lavoro, che solo dopo due mesi nei reparti Covid ha rivelato di avere una moglie immunodepressa a causa di una leucemia. “Nonostante il rischio ha lavorato: sapeva di essere più preparato dellə altrə e voleva passare il testimone. Quando ha capito che lə colleghə ce l’avrebbero fatta, ha fatto un passo indietro".

"Qui funziona così: incontri continuamente persone che mettono la propria comunità davanti ai bisogni personali”.

Ed è grazie a questo impegno che oggi, nonostante le difficoltà, i dati sono incoraggianti. “Abbiamo un tasso di mortalità in ospedale del 10%: questo significa che le persone si fidano, e arrivano quando siamo ancora in tempo per salvarle. Lo staff sta lavorando bene: nessunə si è ancora ammalatə, e questo per noi è un grandissimo risultato”.

Probabilmente è stanca, Chiara. Qualche giorno fa stava prendendo una pausa all’aria aperta, fuori dall’ospedale di Tabqa. “Vicino a me c’era un signore molto anziano. A un certo punto dalla finestra si è affacciato un infermiere con una signora altrettanto anziana. Dopo giorni in condizioni critiche era riuscita finalmente ad alzarsi. Il marito era venuto a salutarla sotto la finestra. Si sono scambiati un sorriso così grande che mi ha commossa. Se togli la fatica, la preoccupazione, la frustrazione, è questo che resta: l’umanità delle persone, la bellezza delle piccole cose”. Mentre ce lo racconta, Chiara ancora si commuove.

“Vedi queste cose è pensi ok, qualcosa di buono lo stiamo facendo. Resto ancora un po’, ti dici. Se gli abbiamo regalato quel sorriso, allora abbiamo fatto il nostro dovere”.

*Questo articolo è stato pubblicato sul Notiziario di Un Ponte Per di dicembre 2020. Per riceverne una copia gratuitamente a casa, o leggerlo online, clicca qui

La guerra, l'occupazione da parte della Turchia, la pandemia e le strumentalizzazioni geopolitiche sulla pelle di milioni di persone: in Siria nuove sfide si sono aggiunte ai fardelli di chi ha già subito un conflitto che dura ininterrottamente dal 15 marzo del 2011.

La mancata proroga a luglio della Risoluzione 2504 delle Nazioni Unite, che negli ultimi 6 anni aveva consentito l'ingresso di aiuti umanitari nel nord est della Siria, sta compromettendo l'arrivo di medicinali e cibo a 3 milioni di persone.

Nell'area siamo presenti dal 2015 e, insieme ai nostri partner locali lavoriamo ogni giorno per sostenere il sistema sanitario locale, garantire cure e medicine a tutte e a tutti nelle cliniche della Mezzaluna Rossa Curda che sosteniamo.

Sin dal primo giorno dell’emergenza Covid-19 ci siamo attivatə per portare avanti campagne di prevenzione e sostenere il personale medico locale per poter gestire una pandemia di queste proporzioni.

Per questo siamo fierə di essere riuscitə a inaugurare, insieme alla Mezzaluna Rossa Curda, 3 reparti Covid-19 negli ospedali delle città di Derek e Tabqa e in una scuola di Mambij, che è stata riconvertita a reparto. Stiamo lavorando per aprire un quarto presidio in un ospedale di Mambij.

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In totale, saranno garantiti 195 posti letto per pazienti in condizioni moderate e gravi prima inesistenti.

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Ma il lavoro da fare è ancora tantissimo.

Per questo abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi, per poter rendere sempre più efficace questo intervento e non permettere che nessunə sia lasciatə indietro.

Per sostenerci, clicca qui.

Mani. Mani che misurano, tagliano, immaginano. E poi cuciono, insieme, la propria libertà.

E’ una foto a raccontare l’anima di “Darfat”, in lingua curda “opportunità”, un progetto a cui siamo particolarmente legatə, che abbiamo lanciato nel 2019 in Iraq.

Nello scatto si vedono mani di donne fare cose, insieme. Ritrovare una forza che era stata loro tolta, grazie all’unione, a un sogno comune, all’ascolto reciproco, a quel lenire l’una le ferite dell’altra che da sempre le accompagna.

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E’ stata scattata all’interno di un laboratorio di cucito: quello che abbiamo aperto nel campo per rifugiatə sirianə di Barika, a Sulaymaniyah, nel Kurdistan Iracheno. Un’avventura che ci ha portato a mettere insieme macchine da cucire, aghi, fili, metri e colori, per realizzare un sogno di indipendenza, per uscire da vissuti di violenza.

“Darfat” ha avuto come scopo la formazione professionale e l’avviamento al lavoro di donne sopravvissute due volte: alla guerra, come rifugiate dal proprio paese martoriato; e alla violenza, spesso subita tra le pareti domestiche.

L’idea di costruire il laboratorio è nata dalla voglia di supportarle, prima di tutto. E dalla consapevolezza che donne indipendenti economicamente saranno donne in grado di liberarsi da quella violenza.

Tutte le mani che abbiamo incontrato avevano alle spalle un passato difficile, in realtà familiari complesse. Abituate al lavoro di cura di figlə, parenti malati, genitori anziani. E spesso a proteggersi da mariti violenti.

Con lo sguardo puntato verso il medesimo orizzonte di liberazione – perché la violenza di genere ci riguarda tutte, ovunque – ci siamo rimboccatə le maniche e abbiamo costruito un progetto insieme. Che oggi, a distanza di 2 anni, cammina completamente sulle proprie gambe.

Nel 2019 abbiamo cominciato attrezzando il laboratorio e organizzando le formazioni professionali: grazie all’aiuto di una sarta locale abbiamo portato avanti 200 ore di corsi e un tirocinio per la vendita dei prodotti. Online, nei mercati iracheni, ma anche in Italia attraverso i nostri canali: era il Natale dello scorso anno quando le borse di “Darfat” arrivavano a Roma, dove le avremmo vendute perché il ricavato tornasse nelle mani di chi le aveva realizzate.

Oggi, siamo alle porte di un secondo Natale insieme.

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“Darfat” ha però raggiunto un obiettivo per noi ancora più importante. La vendita diretta di prodotti ha dato modo alle donne di avere strumenti per la costruzione di un’indipendenza economica, e oggi portano avanti il lavoro artigianale in modo del tutto indipendente, senza il nostro aiuto.

Tra le mani che abbiamo in questo percorso ci sono anche quelle di Farah, Aysha e Suhaila.

Farah, 39 anni, è fuggita da Raqqa quando la città era ancora la roccaforte di Daesh (Stato Islamico) in Siria. Ha vissuto nel campo di Barika per 8 anni prima di riuscire a trovare una sistemazione in città, a Sulaymaniyah, per se stessa e per i suoi 5 figlə. “Faccio la sarta da 15 anni. Quando ho saputo che si sarebbe aperto un laboratorio di sartoria nel campo ho deciso di esserne parte. La cosa migliore che ha prodotto? Mio marito ha cambiato il modo di guardarmi. Il mio lavoro l’ha costretto a considerarmi un membro attivo di questa società. Era la prima volta che lavoravo fuori casa”, racconta. Una casa dove spesso subiva violenza domestica. “Questo progetto mi ha dato indipendenza economica, la possibilità di contribuire alla vita familiare e di uscire di casa, avere contatti con altre persone”.

Farah è convinta che iniziative come questa siano fondamentali “per dare la possibilità alle donne di mostrare le loro capacità alla società, essere più forti, stare a testa alta davanti a chi vorrebbe opprimerle e poter gridare forte, insieme, il proprio ‘no’”.

Aysha ha 35 anni e viene da Derik, nel nord est della Siria. Nel 2016 è fuggita, trovando rifugio nel campo di Barika. “Ho visto l’annuncio dell’apertura di un laboratorio di cucito e ho pensato che era proprio ciò di cui avevo bisogno. Mio marito ha gravi disabilità in seguito alla guerra, avevo già un po’ di esperienza con il cucito e ho pensato che sarebbe stata una buona occasione per aiutarlo. Questa iniziativa ha cambiato la mia vita, soprattutto la routine quotidiana all’interno del campo. Vivere in un campo con i tuoi figli e restare sempre a casa è davvero dura. Andare al laboratorio non è solo riunirsi per cucire, ma sapere di avere uno spazio sicuro in cui, giorno dopo giorno, siamo diventate amiche, come una famiglia. Ci aiutiamo, parliamo dei nostri problemi, lavoriamo in squadra”.

A coordinare il loro lavoro c’è Suhaila, parte dello staff locale di Un Ponte Per. Rifugiata anche lei, ma dall’Iran, ha 30 anni e vive nel Kurdistan iracheno da 16 anni. “Durante questo progetto ho visto gioia e bellezza nei sorrisi di queste donne. Sorrisi che mancavano da molto, troppo tempo. Cucendo, hanno potuto garantire a loro stesse e alle loro famiglie sussistenza economica, certo. Ma hanno anche alleviato il loro dolore, il senso di solitudine. Le ho viste ogni giorno aiutarsi a vicenda, lenire una le ferite dell’altra. Ho visto le loro famiglie cambiare il modo di guardarle, trattarle con maggiore rispetto e minore violenza. Oggi si sentono importanti per la loro comunità, sentono di avere un posto nella società. E sono certa che riusciranno a costruire il proprio futuro, libere”.

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*Il progetto è stato sostenuto dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), della Provincia Autonoma di Bolzano, Fons Català de Cooperació al Desenvolupament. La foto è di Florent Vergnes, tutti i diritti riservati.

Grazie alle tante donazioni ricevute da chi ci sostiene, siamo riusciti/e fare molte cose per il Libano insieme ai nostri partner locali in questi mesi.

Da quando quel 4 di agosto una doppia esplosione ha devastato la città di Beirut, Un Ponte Per ha inviato mensilmente le donazioni ricevute. Il Libano stava già attraversando la sua peggiore crisi economica e sociale, aggravata dalla pandemia di Covid-19 che ha dato il colpo finale ad un paese in cui la classe media è scivolata nella povertà.

I primi fondi raccolti si sono dimostrati essenziali a fine agosto per portare avanti il primo lavoro di soccorso medico, distribuzione di kit igienici e aiuti, pulizia delle strade e degli edifici.

Le ultime donazioni sono state distribuite ad ottobre. Abbiamo lanciato un ponte verso associazioni e collettivi libanesi che dal basso e con estremo coraggio e ostinazione hanno sin dal primo momento fatto la differenza.

“L'azione umanitaria è uno stile di vita e non solo un lavoro”

Abbiamo supportato il progetto medico di AMEL, un’organizzazione indipendente libanese che si è mossa sin dall’inizio dell’emergenza per fornire visite mediche a casi sospetti da Covid-19 e aumentare la consapevolezza sulla prevenzione (in materia di igiene, distanziamento fisico, modalità di trasmissione).

 “Adottiamo un'etica femminista e privilegiamo le voci delle lavoratrici migranti in ogni aspetto del nostro lavoro”

Abbiamo sostenuto il lavoro di ARM, un collettivo di attiviste femministe libanesi che ha risposto ai bisogni immediati delle lavoratrici migranti e delle donne rifugiate che stanno affrontando la perdita della casa, del reddito, la mancanza di libertà o dei mezzi per tornare nel loro paese di origine e la mancanza di accesso ai beni di prima necessità per sopravvivere

Le attiviste di ARM hanno distribuito cesti alimentari e fornito rifugio presso i loro 3 Centri di accoglienza, spazi dove le lavoratrici migranti possono non solo avere un tetto ma costruire reti, accedere a informazioni, corsi, assistenza e supporto a lungo termine.

"Ogni tanto occorre alzare lo sguardo e guardare al cielo"

Attraverso il lavoro di AL-JANA (Arab Resource Center For Popular Arts), una piccola e radicata associazione che riesce a trasformare le sfide in opportunità attraverso la creatività, abbiamo organizzato attività culturali e di comunità. Una è stata realizzata sui tetti del campo palestinese di Al-Rashidiyeh, nel sud del Libano. Da noi, all’epoca della prima ondata di Covid-19, ci furono i balconi: usati per fare musica, parlarsi da lontano, ricordarsi di essere, nonostante le chiusure e le difficoltà, una comunità. Nei campi palestinesi del Libano però, di balconi non ce ne sono. Troppo poco lo spazio, troppo dure le condizioni di vita. Quando tutto manca però, restano i tetti.

“Vogliamo mescolare culture, lingue, esperienze e tattiche di basket. Vogliamo imparare giocando assieme”

La squadra di basket femminile Basket Beats Borders, nata all’interno del campo palestinese di Shatila, si è da subito attivata all’indomani dell’esplosione di Beirut. Grazie anche alle donazioni che abbiamo ricevuto,  i nostri amici e amiche sono riusciti/e a consegnare 75 cesti alimentari a 75 famiglie in stato di bisogno, provate da una terribile crisi economica e dalla pandemia.

C'è molto da fare, e stiamo facendo il possibile per sostenere e accompagnare la popolazione inviando sul campo le donazioni che raccogliamo.

Donazioni che permettono di far accadere cose come queste: persone, che camminano a fianco di altre persone.

Per continuare a renderlo possibile, clicca qui.

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