Amina ha 24 anni, Ghaada soltanto 4. Vivono a Bashiqa, uno dei distretti del Governatorato di Ninive in Iraq.
Fu una falsa accusa verso il marito a far crollare il mondo addosso ad Amina. Infatti iniziò a circolare la voce che fosse un affiliato Daesh (Stato Islamico). L’uomo, estraneo alle accuse, aveva deciso comunque di scappare. Amina cercava di fermarlo, certa che sarebbe andato tutto bene vista la sua innocenza.
Ghaada ama correre e giocare, solo che quando poi è ora di smettere, per mangiare o dormire, non ci riesce. Troppo vivace. Sua madre è preoccupata, Ghaada è aggressiva con il fratellino più piccolo e a volte perde il controllo durante le occasioni pubbliche, gridando o togliendosi i vestiti.
A Bashiqa prima dell’occupazione di Daesh abitavano circa 117.000 persone, in maggioranza Ezide e Shabak, alle quali si aggiungevano le minoranze cristiano-assire e arabo-sunnite. Nel giugno 2014 la maggioranza dellə residenti è costretta a fuggire di fronte all’occupazione. Solo a novembre 2016 la città viene liberata dalle unità Peshmerga (KRG). Ghaada ancora non era nata, sua madre racconta che era già nei suoi pensieri durante quel periodo terribile. Amina ricorda tutto benissimo invece.
Alla fine convince suo marito a non fuggire, ma questo le costa carissimo. Viene portato via dalla polizia e per due anni non ne sa più nulla. Amina è divorata dai sensi di colpa: non dorme più la notte e fa continuamente incubi, perfino da sveglia. La donna ha paura del futuro e nessuno intorno a lei riesce a farla sentire meglio.
Anche la madre di Ghaada è disperata, la sua bambina è testarda oltre ogni dire e nonostante i suoi sforzi non dà segni di miglioramento. Un medico un giorno le dice che Ghaada potrebbe essere iperattiva. La donna non sa più che cosa fare e subisce una forte frustrazione.
Ma facciamo un passo indietro. Nel 2012 viene costruito un centro a Bashiqa, grazie agli aiuti raccolti tra la stessa comunità e a donazioni private. La struttura, pensata in origine come Centro Giovanile, finisce col diventare un Centro polifunzionale con un asilo, un centro di formazione, uno aggregativo e uno spazio per le riunioni. Viene gestito da gruppi di volontarie, giovani e adulte. Poi Daesh distrugge ogni cosa.
Già nei primi mesi del 2017 come Un Ponte Per eravamo tornatə in quei villaggi. Dopo aver effettuato le prime distribuzioni per rispondere all'emergenza, abbiamo identificato quello che era il problema più urgente: il presidio medico e il centro di salute materna erano stati gravemente danneggiati durante l’occupazione. Stessa sorte era toccata al poliambulatorio .
Alla fine del 2017 l’unico presidio medico esistente in tutta l’area era la casa di un dottore. Siamo riuscitə a riallestire il vecchio Centro, garantendo l’accesso gratuito ai servizi di salute riproduttiva e supporto psicosociale a chiunque ne avesse bisogno.
Amina col tempo si convince a rivolgersi al Centro. Nonostante le titubanze iniziali, ha iniziato a un percorso con lo psicologo. Terapie vere e proprie, alternate a sessioni di supporto informale. Gradualmente ha iniziato a controllare l’ansia e l’insonnia, sviluppando tolleranza e accettazione di sé, smettendo di colpevolizzarsi. La luce sembra essere tornata a filtrare nella vita di Amina.
Un’altra nostra psicologa ha preso invece in carico Ghaada. Osserva la bambina, con pazienza. Non le sembra iperattiva, solo un po' vivace come qualsiasi minore della sua età. Si convince a richiedere l’approfondimento di uno psichiatra. Lo psichiatra ribalta il tavolo: Ghaada non è iperattiva, soffre di epilessia. Ha solo bisogno dei farmaci giusti per la sua patologia. La bambina comincia a migliorare a vista d’occhio, continuando parallelamente le sedute con la psicologa. Sua madre racconta come oggi sia diventata una bambina calma e attenta, e che anche lei come madre si sente più preparata a gestire le difficoltà, grazie al supporto ricevuto.
Dall’agosto 2017 abbiamo avviato, grazie al sostegno dell'Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, un intervento di sostegno alla salute riproduttiva e al supporto psicosociale nella piana di Ninive, riaccompagnando letteralmente le persone alle loro case. Il nome del centro è cambiato in Ma’an Na’ud (Torniamo insieme), lo abbiamo completamente ristrutturato ed equipaggiato nel 2017, rendendolo uno spazio aperto alle persone e inclusivo. La sfida è stata quella di far fronte alla mancanza di infrastrutture, garantendo il diritto alla salute anche qui, nella città di Bashiqa.
Con il nostro intervento siamo riuscitə ad assicurare:
- sostegno psicologico e accesso alla salute riproduttiva per migliaia di famiglie di ritorno dalle zone in cui erano state sfollate;
- rafforzamento delle capacità di sostegno psicosociale di oltre 100 persone tra operatorə sociali, insegnanti e psicologhə nelle scuole dell’area;
- formazione per medicə e paramedicə del Direttorato della Salute di Ninive sulla salute mentale, psicosociale e la violenza di genere.
Siamo riuscitə poi ad allargare il nostro progetto. Abbiamo infatti allestito 3 Centri di salute primaria (PHCCs) a Mosul e Hamdaniya (Nimrud) con attrezzature mediche e materiali monouso. Nonostante le molte difficoltà, abbiamo coronato poi un nostro sogno: abbiamo rimesso in piedi ed equipaggiato l’Ospedale Generale di Mosul ovest.
Il nostro Centro a Bashiqa è diventato un punto di riferimento per le donne e le ragazze della zona, qualsiasi sia la loro comunità d’appartenenza. I servizi sono stati garantiti anche durante l’emergenza Covid-19, a distanza quando possibile, ma garantendo la visita in presenza per una serie di eccezioni, come ad esempio le visite ginecologiche per i casi a rischio.
Nell’ultimo anno, il nostro centro polifunzionale Ma’an Na’ud di Bashiqa è riuscito a garantire servizi di salute mentale e psicosociale a 685 persone (di cui 621 donne) e visite mediche ginecologiche specialistiche a 1184 donne.
Le cure per la salute mentale e il supporto alla salute delle donne devono essere ovunque accessibili a tuttə. E devono essere continuative. Un percorso di supporto psicologico non può essere interrotto senza che ne vada della salute delle persone.
Per questo motivo, e solo grazie a chi ci sostiene che ha donato per supportare il nostro intervento in Iraq, siamo riuscitə a non sospendere i servizi essenziali che altrimenti sarebbero stati interrotti tra una fase progettuale e quella seguente. Anche durante quei mesi, abbiamo garantito l’accesso a visite ginecologiche e le terapie di supporto mentale per oltre 200 persone (di cui 95% donne), continuando anche con la somministrazione gratuita dei farmaci. Senza pause.
La madre di Ghaada racconta sempre che non avrebbe mai sperato in un risultato simile per sua figlia. Amina invece durante la sua ultima seduta ci ha confidato: "Sento di essere rinata, sento di nuovo la speranza verso il futuro. Ho voglia di lavorare e di affrontare le sfide che la vita mi metterà di fronte. Ora trovo il tempo e la voglia di prendermi cura di me stessa, ma non dimenticherò il percorso che mi ha portato fin qui. Ormai sono abbastanza forte da capire quando arriva il momento di chiedere aiuto".
28 febbraio 1991 – 28 febbraio 2021. Un ponte lungo 30 anni
Trent'anni fa si concludeva la prima Guerra del Golfo, che aveva avuto inizio con il bombardamento del 17 gennaio su Baghdad: l’Iraq piangeva 150 mila morti.
“La guerra ce la facevano vedere dall’alto: vedevamo le bombe, ma nessuna vittima”.
È uno dei ricordi di Fabio Alberti, il primo presidente di Un Ponte Per. Insieme a un gruppo di pacifistə, all’indomani della prima Guerra del Golfo, decise che non bastava dire “no” a quella guerra che non si era riuscitə a fermare.
Era necessario fare qualcosa per risarcire le donne e gli uomini irachenə che, nei 40 giorni di attacco, furono colpitə da più bombe di quante non ne fossero esplose in tutta la Seconda Guerra Mondiale.
"Ai morti chi ci pensa?", si chiedeva allora Padre Ernesto Balducci. E con un accorato appello chiedeva alla società civile italiana di aderire alla campagna di solidarietà "Un Ponte Per Baghdad", che lanciavamo in quei giorni per dichiararci solidali con la popolazione irachena e raccogliere fondi da destinarle.
Non erano qualcosa che donavamo. Era qualcosa che dovevamo.
Un Ponte Per nacque così: grazie all'iniziativa volontaria di donne e uomini che scelsero di non cedere al silenzio. Di portare corpi e cuori nell’Iraq devastato dalla guerra.
Era il 1991 e sono passati 30 anni. Da quel primo giorno del 1991, per noi le vittime della guerra e dell’embargo non sono più state numeri ma volti.
Da quel momento in poi tutta la nostra mobilitazione per la pace ha avuto questo senso: rendere visibili quei volti, quelle persone, quelle vite.
Questo anniversario vogliamo celebrarlo con un video che tiene insieme i ricordi di Fabio Alberti, Alfio Nicotra - oggi co-Presidente di Un Ponte Per, e Vauro Senesi, che partecipò alla nostra prima delegazione in Iraq, disegnando la nostra prima tessera, e donandoci anche l'illustrazione per quella del 2021.
Per schierarti con Un Ponte Per e sostenere il nostro impegno puoi diventare sociə. Scopri di più cliccando qui.
Il 6 marzo Papa Francesco sarà a Ur, patria di Abramo, uno dei grandi centri urbani della civiltà sumera. Lì, sullo sfondo della famosa ziggurat, avrà luogo un incontro interreligioso che si profila come una delle tappe più significative del suo imminente viaggio in Iraq. A Ur da anni sono attivi, nel campo della riscoperta e salvaguardia del sito, rappresentanti della società civile irachena e italiana. Tra loro esperti internazionali di patrimonio culturale e archeologico iracheno coordinati dall'ong Un Ponte Per.
Tratto da Agensir, del 01.03.21
A Ur Papa Francesco sarà accolto in una struttura normalmente a disposizione degli archeologi del sito e da qui, a poche decine di metri dalla famosa ziqqurat si incontrerà con i rappresentanti delle religioni presenti in Iraq, tra loro anche un esponente della piccola comunità ebraica presente nella capitale irachena.
Nel sito, oggi patrimonio dell’Unesco, sono in corso lavori di sistemazione per dare la degna accoglienza al Pontefice, in quella che è la prima visita di un Papa in Iraq (5-8 marzo) e la prima storica a Ur dei caldei, fissata per il 6 marzo.
Questo lembo di terra tra il Tigri e l’Eufrate, – da dove, secondo la narrazione biblica, Abramo, padre delle tre fedi monoteistiche (Ebraismo, Cristianesimo e Islam), partì accogliendo la chiamata di Dio – rimase il sogno di Giovanni Paolo II. Nei suoi pellegrinaggi giubilari del 2000 Papa Woytjla, si recò prima (febbraio) sul Sinai (Egitto), e il mese dopo in Terra Santa, sul monte Nebo e a Gerusalemme. Il suo desiderio era quello di preparare questi due pellegrinaggi con quello a Ur dei Caldei, in Iraq, dove tutto ebbe inizio. Il viaggio era già pronto a dicembre del 1999 ma fu impedito dalla guerra. Quel pellegrinaggio spirituale ora si compie con Francesco.
Ur si trova a circa 300 km a sud di Baghdad, nel Governatorato di Thi Qar (Iraq del Sud), nell’area di Ahwar, particolarmente ricca di storia e risorse ambientali da preservare come le Paludi mesopotamiche di Maysan e Dhi Qar; Huweiza; Hammar est (Bassora); Hammar ovest e i siti archeologici di Ur, Uruk ed Eridu. Per questo motivo l’area e il sito possono essere un punto di partenza per lo sviluppo socio-economico dell’intera zona. Nel 2018 è stata lanciata la campagna “Urim Initiative”, dal nome dell’antica città di Ur, che vede tra i promotori rappresentanti della società civile irachena e italiana, tra loro esperti internazionali di patrimonio culturale e archeologico iracheno, tra cui archeologi dell’Università La Sapienza di Roma e il team dell’architetto italiano Carlo Leopardi. A coordinare sul terreno la campagna è l’ong italiana Un Ponte Per.
"Rivalutare, proteggere e rendere fruibile questo patrimonio innanzitutto agli iracheni, vuole dire avvicinarli alla conoscenza del loro patrimonio e della loro storia" spiega Ismaeel Dawood, Civil society officer per l’ong UPP. “Dopo aver prodotto una analisi approfondita dell’area con esperti e tecnici italiani e iracheni – aggiunge – abbiamo lanciato una proposta alle autorità irachene per creare un centro di accoglienza per i visitatori, con servizi e parcheggi, fuori dell’area archeologica così da preservarla ma al tempo stesso renderla fruibile a flussi sostenibili di turisti”. Vicino al sito sono ancora visibili tracce della guerra del 2003 come una base militare irachena ancora attiva e che si trova lungo la strada principale di accesso a Ur. A riguardo, dice Dawood “stiamo cercando di creare una strada alternativa per arrivare all’area archeologica senza passare necessariamente davanti la base”. In questi anni di lavoro abbiamo coinvolto anche la società civile irachena, soprattutto i giovani, invitati a proteggere il sito con attività di tipo culturale e di studio. Da questo coinvolgimento è nato un altro progetto, “Sumereen”, sempre coordinato da Upp, che “si concentra sulle giovani generazioni e sulle donne, come attori capaci di creare nuovi percorsi per la crescita regionale, creando opportunità di lavoro combinando turismo sostenibile e piani di tutela del patrimonio naturale e culturale dell’area”. “Sumereen” è finanziato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) e dall’Ue attraverso il “Supporting Recovery and Stability in Iraq through Local Developmpent”. “La visita di Papa Francesco rappresenta una grande opportunità per il nostro lavoro – dichiara Dawood che è anche coordinatore di Sumereen.
Il sito di Ur è un patrimonio delle tre religioni monoteiste, raccontato nella Bibbia, e potrebbe diventare un luogo di pellegrinaggio e non solo di turismo culturale. La presenza del Pontefice è anche un riconoscimento dell’importanza del dialogo culturale, umano e interreligioso, segni distintivi dell’Iraq del futuro”.
Nella terra di Abramo. Parole che confermano quanto detto dal patriarca caldeo di Baghdad, card. Louis Raphael Sako, che nel presentare l’incontro interreligioso di Ur ha detto: “Nella terra di Abramo c’è qualcosa di speciale e distintivo che ci travolge con i suoi doni ed è la fede fraterna. Cristiani, musulmani, ebrei e altri condividono l’autenticità della fede di Abramo in un solo Dio e dovrebbero rispettare la bellezza di essere diversi nell’esprimerlo. Tale diversità è ricchezza piuttosto che motivo di disaccordo o litigio”. L’incontro, ha aggiunto, sarà “fraterno, umano e spirituale”.
L’auspicio del patriarca caldeo è che “questa storica visita possa avere impatto su tutti gli iracheni e gli abitanti della regione per camminare verso una fraternità sentita e consolidata che garantisca dignità ad ogni essere umano”.
Subito dopo l’annuncio del viaggio il card. Sako anticipò al Sir alcuni appuntamenti del programma, tra questi proprio l’incontro di Ur: “Stiamo pensando – disse Mar Sako – ad una preghiera con cristiani, musulmani e altre denominazioni religiose. Saranno letti passi della Bibbia e del Corano relativi ad Abramo. Da Ur partirà un messaggio al mondo intero: per i cristiani che sono perseguitati, per i musulmani che soffrono tensioni e divisioni, per tutta l’umanità sofferente ora anche per la pandemia. Siamo tutti, nella fede, figli di Abramo. Abramo è un uomo che ha fiducia nel Signore. Ci sono simboli che possono toccare il cuore di ogni uomo, anche se è un fondamentalista”.
"Magari sei depressə e ha bisogno dello psicologə, a volte invece hai solo bisogno di un amico o un’amica che ti ascolti - che poi è un po’ quello che facciamo tuttə prima di andare da unə specialista".
Camille è in Kurdistan iracheno da circa un anno, coordina il nostro progetto di Salute mentale e supporto psicosociale (MHPSS) nei 4 campi profughi per sirianə intorno ad Erbil. Il campo più piccolo è popolato da circa 2.000 persone, nel più grande ce ne sono quasi 11.000.
Il progetto, nato a fine 2012, è stato rinnovato di anno in anno fino ad oggi. Medici, psichiatrə, operatorə psicosociali, tuttə impegnatə nella salvaguardia della salute mentale delle persone. Se l’idea originaria era quella di supportare il grande numero di sirianə in fuga dalla guerra - "Erano moltissimi i casi gravissimi di persone malate psichiatriche dovuti a stress post traumatico", ci racconta Camille - oggi la situazione è un po’ diversa, anche le difficoltà quotidiane sono differenti.
"Quella che è oggi è diventata la 'normalità' sono i problemi sociali e emotivi delle persone che ormai vivono in un campo per persone rifugiate da quasi 10 anni” - ci spiega. Famiglie intere hanno dovuto dividersi dai loro cari, non tutti riescono a legare con i nuovi 'vicini di casa' ed è "difficile che - in un campo per rifugiatə - si trovino opportunità lavorative".
Le risorse sono perennemente scarse e ogni famiglia si ritrova a sopportare una pressione e uno stress inimmaginabile per chi non vive quel contesto.
"Non capita tutti i giorni di ritrovarsi davanti persone aspiranti suicide o di pazienti psichiatrici non diagnosticati - continua la coordinatrice - è per questo che la nostra sfida, negli ultimi due anni, è stata quella di aumentare il bacino di persone raggiunte dai nostri servizi basilari".
Il supporto di Un Ponte Per si è quindi evoluto da una fase clinica e psichiatrica ad una fase più psicosociale "con la quale diamo un supporto alle persone nel gestire gli stress quotidiani e la frustrazione dettata dalla loro condizione di vita".
Arrivare a parlare con le persone dei loro problemi, la mancanza di reddito, l’elaborazione di un lutto, non è per niente facile. Ed è per questo che il progetto ha accolto un numero crescente di operatorə che provengono dalla stessa comunità che vive nel campo, al fine di costruire un tessuto sociale fiducioso, più aperto al confronto e al dialogo.
Infatti - "É dimostrato che se si riesce a costruire una rete forte di supporto comunitario psicosociale, in cui il team è costituito da persone del luogo, diminuiranno le persone che hanno bisogno di un supporto psicologico o psichiatrico vero e proprio" - racconta con orgoglio Camille.
Sono aumentate col tempo le sessioni mutuali di gruppo, con le stesse persone del campo protagoniste di attività in cui si supportano a vicenda. Il nostro staff le guida, stimolando la creazione di reti e scambi di buone pratiche. Le attività sono molteplici e divise per fasce d’età: adultə, bambinə, adolescenti. "Per tuttə incoraggiamo la presenza della famiglia in modo da raggiungere una consapevolezza diffusa su temi del supporto psicologico, al fine di far diventare 'supportanti' lo stesso ambiente e le relazioni sociali"- ci spiega. Naturalmente sono mantenute le terapie individuali laddove necessarie.
Il 2020 è stato l’anno della pandemia che ha aggravato ulteriormente la situazione dei campi in Kurdistan, nello specifico però - racconta Camille - "ci siamo resə conto che le connessioni sociali faticosamente costruite si erano danneggiate nonostante fossero un punto ormai fermo nell’affrontare le difficoltà abituali".
Ciò è accaduto perché, in mancanza di infrastrutture adeguate a fronteggiare una pandemia, le autorità locali erano preoccupatissime dalla catastrofe che anche un solo caso di contagio avrebbe potuto portare nei campi per persone rifugiate. Così le misure preventive sono state durissime, come ad esempio limitare al massimo l'accesso e l'uscita dai campi. Il lockdown ha impattato tantissimo sulla qualità della vita delle persone. Perdendo infatti la libertà di movimento i redditi derivanti da "lavoro a giornata" sono stati totalmente compromessi.
Capiamo come una stessa pandemia, se è vero che colpisce a livello macro differentemente, anche nello stesso campo profughi ha cagionato bisogni e disagi più o meno gravi. "Prendiamo il caso dellə minori - continua Camille - se la scuola viene chiusa, non è lo stesso se unə bambinə ha a disposizione un pc in casa oppure no, se ha dei genitori che lə aiutano, se ci sono i soldi o meno per rispondere alle esigenze quotidiane".
Spesso cerchiamo infatti di supportare lə bambinə, così da tranquillizzare i genitori, migliorando le condizioni di tutta la famiglia.
Nonostante gli anni di supporto alle spalle e la costruzione di legami di fiducia ben radicati, permangono purtroppo ancora degli stigmi sociali piuttosto pesanti sul tema della salute mentale. Come la storia di Aeen.
Camille se la ricorda bene Aeen, ricorda come sono cambiati i suoi occhi grazie al supporto psicosociale e alle terapie. Come lei sono tante le persone che sono state meglio, che passano al centro ormai soltanto a salutare, fare due chiacchiere, ringraziare.
"Sono contenta che abbiamo avuto l'occasione di raccontare la storia di Aeen - ci dice Camille - perché è una storia comune a moltissime altre persone. É la storia di una donna che ha perso la propria casa, le sue certezze, nonché alcuni familiari. Si è sentita mancare la terra sotto i piedi. Sono momenti nella vita che farebbero male a chiunque, ma allo stesso tempo che chiunque potrebbe trovarsi a vivere".
Purtroppo non sempre è facile entrare in contatto con le persone e la salute mentale rimane un taboo sociale ancora radicato. Le malattie psichiche sono associate spesso alla pazzia, agli spiriti malvagi, alla possessione. "É complesso combattere tali stigmi. Aeen dice che non le importa che la mi chiamino pazza, è soltanto contenta di poter stare meglio. Questa è la grande sfida per noi qui: far si che le persone accettino di essere seguite e supportate. Proprio come ha fatto Aeen"- conclude.
Gli occhi di Aeen, gli occhi di chi torna a svegliarsi dopo un lungo incubo che sembrava non poter finire. I suoi occhi ci raccontano più di qualsiasi parola come forse stiamo percorrendo la strada giusta, di fianco alle persone in difficoltà, con Aeen, con Camille.
Di Anna Camposampiero, da Intersezionale del 6 febbraio 2021.
Un po’ di storia, prima di tutto.
Il 2 agosto del 1990 Saddam Hussein ha invaso il Kuwait, rivendicando diritti sul “grande Iraq”. Il 5 agosto le Nazioni Unite hanno emesso la risoluzione N. 660, chiedendo il ritiro senza condizioni e successivamente hanno dato vita alla coalizione di “Volenterosi” di cui hanno fatto parte anche l’Italia (chi ha una certa età ricorda “My name is Cocciolone”) che partirà per ristabilire l’ordine internazionale, con l’operazione Desert Storm (Risoluzione N. 678) il 16 di gennaio 1991, sotto il comando di Norman Schwarzkopf.
Il 6 agosto 1990 le Nazioni Unite hanno votato l’applicazione dell’embargo all’Iraq (risoluzione N. 661). La definizione di embargo della Treccani dice testualmente: “Provvedimento di interruzione delle relazioni economiche con uno Stato, totale o parziale.” Secondo la Carta delle Nazioni Unite “il Consiglio di sicurezza può decidere l’adozione di misure di embargo contro uno Stato colpevole di una minaccia alla pace, di una violazione della pace o di un atto di aggressione per reprimere violazioni gravi dei diritti umani.” In sintesi, l’embargo comprende l’impossibilità di avere normali scambi finanziari e commerciali con i paesi che accettano di applicare le restrizioni stabilite.
Possiamo dire che nel ‘90 la “legittimazione” dell’applicazione di sanzioni era riscontrabile nella violazione del diritto internazionale generata dall’invasione di uno Stato sovrano. Ho usato le virgolette perché sarebbe utile aprire una discussione seria sull’uso delle sanzioni, spesso unilaterali e per motivi assolutamente arbitrari, con un impatto sulla popolazione sottostimato nei migliori dei casi.
L’embargo all’Iraq ha causato più di un milione di vittime, di cui la metà bambinə, direttamente legati alle conseguenze delle restrizioni di importazione, esportazione e trasferimenti economici da e verso il Paese. Privare milioni di persone di sostentamento fino al punto di ridurle in fin di vita è una vera e propria violazione dei diritti umani e ciò avviene mentre si applica l’embargo per reprimere violazioni gravi dei diritti umani (leggi sopra). Un ossimoro come le “guerre umanitarie”, che a partire da quegli anni abbiamo cominciato a sentire troppe volte per giustificare meri interessi economici e politici.
13 anni dopo, nel 2003, ritroviamo un paese distrutto nella sua economia senza che chi ha fortemente voluto l’embargo, gli USA, abbia alla fine ottenuto il rovesciamento di governo auspicato. Non si può dimenticare la farsa della falsa costruzione di prove (chi non ricorda il segretario di stato Colin Powell al Consiglio di Sicurezza ONU, agitando provette di “antrace” mentre dichiarava con certezza l’esistenza in Iraq di armi di distruzioni di massa?) che danno vita alla cosiddetta seconda Guerra del Golfo.
In questo caso, però, viene meno la “copertura” delle Nazioni Unite, con i voti contrari di Francia, Germania e Cina (le nazioni con più interessi economici in Iraq nonostante l’embargo, o grazie all’embargo). Un raggruppamento ristretto: in testa gli USA di George Bush e l’UK, del “caro” Tony Blair, che poi ha candidamente ammesso di essersi sbagliato, sostenuti dalla Spagna di Aznar e dalla Bulgaria, ha dato il colpo di grazia a un paese martoriato dall’embargo di cui sopra, e ha proceduto poi alla sua vivisezione e spartizione per il grande business della ricostruzione. Saddam Hussein è stato giustiziato, dopo un processo, nel 2006.
Questo l’antefatto, di cui molto si parla, perché sono passati 30 anni dalla Prima Guerra del Golfo, ma quello che vorrei raccontare è in parte anche personale, e, come sempre si dice, il personale è politico.
Il 2003 era sulla linea temporale vicino al 2001 di Genova e del primo Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre, e al 2002 del Foro Sociale Europeo di Firenze.
I venti di guerra di Bush e l’arroganza di Colin Powell sembravano potentissimi, ma l’energia del movimento dei movimenti era inarrestabile. Con meno tecnologia di quella a disposizione oggi, qualche difficoltà in più, ma molta più fermezza, il 15 febbraio del 2003, il movimento contro la guerra organizzava, a livello mondiale, una manifestazione di protesta per le minacce di una nuova guerra contro l’Iraq.
IL NEW YORK TIMES AVEVA DEFINITO L’OPINIONE PUBBLICA LA NUOVA SUPERPOTENZA MONDIALE CHE AVREBBE POTUTO FERMARE L’ESCALATION. NOI CI SENTIVAMO PARTE DI QUEI 110 MILIONI DI PERSONE. IO ERO PARTE DI QUEL POPOLO.
Nel 2021 ci saranno molti anniversari, tra cui la prima Guerra del Golfo di cui sopra, e quello della ONG “Un ponte per Baghdad” diventata poi “Un Ponte Per” a seconda dei luoghi in cui operava (Iraq, Libano, Serbia dopo la guerra dei Balcani, ma anche progetti in Italia, etc.).
Io ero una volontaria nel comitato di Milano, e quando l’associazione ha deciso di organizzare una delegazione italiana che si recasse nel cuore del paese (e del problema) per manifestare quel 15 febbraio a Baghdad, non ho esitato e sono partita.
È stato un viaggio che mi ha cambiato letteralmente la vita, ma non è (solo) di questo che vorrei scrivere, e non vorrei nemmeno sembrare nostalgica. A distanza di 30 anni dalla prima guerra, vorrei riflettere sulla atomizzazione del movimento contro la guerra, oggi che di guerre ce ne sono infinite, anche vicino a “casa”, e le cui conseguenze danno vita, a cascata, a fenomeni migratori che vengono di volta in volta considerati “emergenziali”, insieme alle crisi economiche, climatiche, e di vario titolo che spostano masse di persone.
Quindi, uso la memoria e il ricordo di quel viaggio per porre quesiti a cui non ho risposte, ma che se condivisi posso magari stimolare un dibattito su quanto oggi sia necessario uscire dal “campismo” e di quanto manchi un movimento forte contro la guerra. Non pensate che sia un problema a sé stante, la guerra è parte fondante di quella società neoliberista che se ne nutre, anche da un punto di vista economico.
Siamo partitə come una piccola armata Brancaleone, apparentemente, ma con quell’organizzazione che solo chi ha forti legami con il territorio riesce ad avere. UPP (Un Ponte Per, in acronimo, come è sempre stata chiamata da chi l’ha bazzicata) lavorava nel paese da quel lontano 1991, con piccoli e medi progetti. A Milano avevamo un bel comitato. Io ho cominciato a farne parte nel 2002, mentre mi riprendevo da un matrimonio sbagliato e cercavo dove fare politica in mezzo a un’offerta veramente vastissima di fermento e voglia di cambiare le cose.
UPP aveva l’abitudine di organizzare viaggi di conoscenza. Si accompagnavano i sostenitori dei progetti di affido a distanza in Libano, o in Serbia in mezzo alla popolazione rifugiata post guerra dei Balcani; si portavano le persone a vedere con i propri occhi cosa comportava l’embargo inumano costante e continuativo in Iraq. Anche localmente si faceva tanto: noi volontariə andavano nelle scuole, vendevamo i datteri – più secchi, più piccoli di quelli che si trovano sotto Natale nei supermercati, ma più ricchi di umanità e politica – e i cestini fatti con le foglie di palma da datteri per finanziare i progetti. Io ci scherzavo sempre, dicendo che erano datteri radioattivi, perché la prima guerra del Golfo aveva lasciato uranio impoverito in tutto il sud del Paese, da dove provenivano i datteri.
Prima di partire, ci siamo trovatə un paio di volte per fare “formazione” e conoscerci. Se la memoria non mi inganna eravamo circa una quarantina in partenza dall’Italia. A Baghdad avremmo trovato altre 160 persone circa. Di tutte le nazionalità. Io ricordo una ragazza indiana, che aveva viaggiato da sola, ma che voleva essere lì a dire alla popolazione di Baghdad che non era stata dimenticata. La popolazione. Non Saddam. Ecco, una delle cose che ha caratterizzato quel momento: non vi era discussione sul fatto che essere contro la guerra non voleva dire essere automaticamente a favore di Saddam. Eravamo contro la guerra “senza se e senza ma”.
Ricordo la mia amica Sabrina, di Verona, che aveva deciso di unirsi al viaggio senza avere riferimenti, rispondendo all’appello, e che ancora oggi è mia amica nonostante la vita ci abbia portato su strade diverse, ma non politicamente distanti.
Era anche l’epoca in cui cattolici e movimenti camminavano insieme, con un obiettivo comune. La campagna delle bandiere della pace appese ai balconi era stato un crescendo. Poco prima della nostra partenza nella strada in cui abitavo se ne vedevano poche: la mia e quella di pochi altri balconi, ma al mio ritorno… uno spettacolo. TUTTA la strada, tutta la città, ovunque si vedevano bandiere della pace appese. Era diventato praticamente impossibile trovarle… e la cosa utile era che il dibattito, le voci che si levavano da tutte le parti, partiti, organizzazioni, associazioni, personalità, la cosiddetta gente comune, non parlavano di chi era Saddam Hussein o del ruolo che aveva nel paese, ma chiedevano che non si usasse “la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali”, che è quello che dice la nostra Costituzione all’articolo 11.
Così, mentre noi atterravamo ad Amman, in Giordania, perché non si poteva atterrare a Baghdad, perché oltre all’embargo vi era la No Fly Zone, il divieto di sorvolo e atterraggio (e quindi immaginate lo scambio merci come avveniva, per quelle che riuscivano ad entrare), in Italia si organizzava la manifestazione a Roma. Noi in Giordania siamo arrivatə di sera, e abbiamo aspettato la tarda notte per partire, in modo da poter arrivare alla frontiera con l’Iraq con la luce dell’alba, perché era più sicuro viaggiare di giorno in territorio iracheno.
Se chiudo gli occhi ricordo ancora la colonna di pick-up bianchi su cui viaggiavamo, l’alba nel deserto, l’arrivo alle porte della città con il monumento con le due spade incrociate che abbiamo visto poi abbattere, e il cartello con scritto “fiume Tigri” e ho pensato: sono nel sussidiario delle elementari. Sono in Mesopotamia, sono dove è nata la civiltà. Un’emozione fortissima.
Il costo del mio viaggio è stato coperto da amici e amiche. Ci tengo a dirlo, perché io non guadagnavo abbastanza per coprire tutto il costo da sola. E si sono unite persone che hanno deciso che io li potevo rappresentare e mi hanno aiutato economicamente. E molte di loro sono poi andate a Roma. Persone che non era abituate alle manifestazioni, ma che si sono sentite in dovere di esserci.
Mi ha raccontato la mia amica Claudia, una di queste persone, che a Roma avevano messo un maxischermo per fare il collegamento con noi che manifestavano laggiù, a Baghdad, e che quando ha visto il mio faccione a tutto schermo, ha capito di aver fatto la cosa giusta. Un bellissimo ricordo e legame tra tutte le piazze di quel giorno. In Italia erano 3 milioni. La più grande manifestazione contro la guerra, senza e senza ma.
Noi sul ponte che attraversa Baghdad, con il nostro striscione di UPP, urlando e cantando, carichə come non mai. Con noi anche gruppi di giovani che volevano fare gli “scudi umani”: rimanere in loco anche in caso di bombardamento sperando di fare da deterrente, in quanto europeə (ricordo un gruppo di spagnolə abbastanza nutrito) o statunitensi (pochə, ma c’erano anche loro).
Mentre noi eravamo a Baghdad si attendeva la risposta di Hans Blix , in merito alle ispezioni in corso in Iraq per decidere se c’erano o meno le prove dell’esistenza delle armi di distruzione di massa, io ho chiesto cosa avremmo fatto noi delegazione, in caso di attacco durante la nostra presenza. L’ho chiesto al capomissione di UPP, Rochi. La sua risposta mi fa sorridere ancora oggi: “Andiamo tuttə all’hotel Rashid e speriamo ci vengano a prendere”. Beata la nostra convinzione che ci ha dato la forza e l’incoscienza di essere laggiù quando serviva.
Intanto io scoprivo con i miei occhi gli effetti dell’embargo all’Iraq. Siamo riuscitə anche ad andare, una parte della delegazione, a Bassora, nel sud del paese dove Un Ponte Per aveva dei progetti di aiuto per gli ospedali che si occupavano dellə bambinə natə con malformazioni dovute alla presenza dell’uranio impoverito, lasciato dopo la prima Guerra del Golfo, e mai bonificato anche a causa delle restrizioni imposte dall’embargo.
Se a Baghdad le persone ci abbracciavano durante il corteo, ci fermano per strada, ci riconoscevano come “amici”, a Bassora ricordo che il clima era più diffidente. E la situazione più difficile. Ricordo le statue dei generali iracheni con il dito puntato verso l’Iran, a imperitura memoria del nemico di una lunga e sanguinosa guerra (durante la quale, giusto per sottolinearlo, Saddam era “un figlio di p****a, ma il nostro figlio di p****a” come girava voce in ambiti USA), ricordo gli sguardi spenti dei medici a cui morivano bambinə tra le mani senza poter fare nulla, e anche gli aiuti che portava UPP erano troppo poco rispetto alla tragedia umanitaria in corso.
E ricordo il volo per Bassora. Già perché nonostante la No Fly Zone, nonostante l’embargo, si volava. Con aerei di fabbricazione cinese (ricordate il voto contrario alle Nazione Unite? Così si spiega… perché tra gli effetti dell’embargo ci sono anche quelli di arricchire chi riesce ad aggirarlo). Io ho sempre patito la pressurizzazione degli aerei, e mentre mi rendevo conto che i miei timpani non stavano soffrendo come al solito, realizzavo anche che stavamo volando a quota molto bassa. Per evitare di essere abbattuti, mi è stato detto con un sorriso triste, visto che non è consentito il traffico aereo. E dal finestrino vedevo, con chiarezza data la bassa altitudine, carri armati abbandonati, pozzi di petrolio con la tipica fiammata in cima, e deserto. Il contrasto tra la nostra presenza e uno stato di vita in perenna emergenza e difficoltà. L’ho già detto vero che quel viaggio mi ha cambiato la vita?
Al ritorno ho girato nelle scuole, nelle piazze, dove si organizzavano presidi contro la guerra, insieme a chi con me cercava di spiegarne l’assurdità.
NON CI SIAMO RIUSCITə.
Quei 110 milioni di persone, l’opinione pubblica mondiale. Tutta quella retorica. Non abbiamo inciso di un millimetro. La notte tra il 19 e il 20 marzo sono rimasta incollata davanti al televisore guardando quelle piccole scie verdi di missili che si abbattevano su Baghdad mentre piangevo ricordando tutti i volti, i sorrisi, l’anziano che mi ha offerto dell’acqua mentre passeggiavano per il suk di Baghdad, la signora che mi ha abbracciato durante il corteo, la bellezza della Moschea che abbiamo visitato… la vita di tutte quelle persone bombardata, distrutta. E nemmeno sapevo o immaginavo cosa ne sarebbe stato dopo di quel paese, che ancora oggi patisce le conseguenze nefaste di quella “democrazia” esportata a suon di bombe.
“Hanno fatto un deserto, lo chiamano pace”, un modo di dire che da secoli continuiamo a vedere…
Non siamo riuscitə a fermare quella guerra, a cui ne sono seguite un’infinità di altre, che hanno avuto sempre meno bisogno di legittimazione internazionale. L’opinione pubblica mondiale si è opposta sempre meno, e tutto ciò ha segnato profondamente il movimento contro la guerra.
Insieme alle divisioni del variegato mondo della “sinistra”, agli opportunismi, alla società civile da andare a “salvare” dal dittatore di turno (prima amico, poi nemico, poi di nuovo amico con i tendoni in piazza a Roma, poi distrutto e ucciso) per lasciare alle spalle distruzione, guerre interne, flussi di migrazioni epocali strumentalizzate da destra e da “sinistra”.
Tuttə, nessunə esclusə, abbiamo “smobilitato”. Io stessa, piano piano, ho lasciato Un Ponte Per per svariate ragioni che non importa ricordare ora, e ho cominciato ad occuparmi di America Latina. Molte delle persone che sono scese in piazza quel 15 febbraio o che hanno appeso la bandiera della pace al proprio balcone, non erano “militanti” come si suole dire, ma erano mosse da senso di ingiustizia e reale volontà di pace, e non hanno avuto seguito, risposta, credito. E sono tornate nelle loro case, rimanendoci.
A distanza di tanti anni, con davanti guerre su guerre, le cosiddette primavere arabe, silenzi su silenzi, io sento fortemente la necessità che si rimetta la guerra – la pace? – al centro del dibattito politico.
Come? Non ne ho idea. Io sono “tornata” a iscrivermi a Un Ponte Per, perché prima di tutto ho bisogno di tornare a studiare cosa accade in quei luoghi da cui mi sono virtualmente allontanata, ma che ho conservato nel cuore, con il ricordo di quell’alba nel deserto e di quel cartello sul fiume Tigri.
Un Ponte Per è cambiata, come sono cambiata io, ma conserva quell’autorevolezza e competenza di cui sento estremamente bisogno per cercare di comprendere ciò che accade, e dove potrò, darò il mio contributo.
******
Diventa sociə di Un Ponte Per. Costruiamo insieme ponti di solidarietà e di pace >>
di David Ruggini – Capo ufficio di Un Ponte Per a Beirut
La situazione in Libano si sta rapidamente deteriorando a causa dell'aggravarsi della crisi sanitaria ed economica. Dal 14 gennaio 2021 è entrato in vigore un lockdown inizialmente previsto fino al 25 gennaio, ma poi esteso dalle autorità libanesi fino all'8 febbraio. Ma i nostri partner locali ci informano che, vista la gravità della situazione sanitaria, si parla già di una ulteriore estensione fino a fine febbraio.
Se da una parte questa soluzione potrebbe alleviare le difficoltà del sistema sanitario pubblico e privato, messo in ginocchio dalla pandemia, rappresenta in realtà una catastrofe da un punto di vista economico per la maggior parte della popolazione locale che ad oggi sta realmente lottando per la sopravvivenza.
In seguito alla scelta scellerata di riaprire il paese durante le feste sotto la pressione dei diversi settori economici, il Libano ha visto esplodere in maniera esponenziale il contagio nelle prime due settimane del nuovo anno: i contagi giornalieri sono saliti a quota 5.000, con una media di 60-70 vittime al giorno. Se ad un primo sguardo i dati possono non sembrare gravi, basta guardare al dettaglio dei report dell’OMS per capire che in Libano la percentuale di trasmissione locale è del 21.7%, tra le più alte al mondo.
La rapida saturazione degli ospedali sia pubblici che privati ha portato quindi le autorità locali a decretare un nuovo lockdown per rallentare la diffusione del virus e permettere al sistema sanitario di reagire.
Come già detto questa scelta sta provocando un disastro a livello economico soprattutto nelle fasce più vulnerabili, ricordiamoci che a fine 2020 i dati parlavano di quasi il 60% della popolazione locale sotto il livello di povertà.
Il tasso di cambio non ufficiale ha raggiunto ormai le 9.000 LBP per 1 $, i conti correnti delle famiglie libanesi sono sempre più inaccessibili e nessuna inchiesta viene portata avanti nei confronti delle banche e delle loro scelte unilaterali di bloccarne l'accesso.
Anche dal punto di vista sanitario la situazione è drammatica: sempre più medicinali scarseggiano nelle farmacie, gli appelli per cercare bombole di ossigeno per lə malatə di Covid di media gravità si sono moltiplicati sui social media, nessuno sa più nulla dell'inchiesta relativa all'esplosione del porto del 4 agosto e in tutto ciò la classe politica è in impasse totale per la formazione del nuovo governo.
Questo solo per indicare alcune delle possibili ragioni per cui dal 25 gennaio a Tripoli, nel nord del Libano, sono esplose violente manifestazioni contro la crisi, il lockdown e soprattutto contro i rappresentanti politici locali ritenuti responsabili del disastro.
Tripoli è la seconda città del paese per grandezza ma è anche tra le prime per povertà: il nord e l’Akkar infatti sono tra le regioni più povere e chiaramente più colpite dalla crisi economica. Pur essendo una città portuale non è mai stato pianificato né portato avanti un serio sviluppo dei suoi possibili servizi, neanche dopo l'esplosione del porto di Beirut, mostrando quando la classe dirigente la consideri solo in ottica clientelare, per il serbatoio di voti che rappresenta.
A questa esplosione di rabbia il governo centrale sta rispondendo con la repressione e la criminalizzazione delle persone che sono scese in piazza.
Per arginare la protesta sono stati impiegati principalmente reparti dell'esercito supportati dalle Internal Security Forces, ed i risultati si vedono: in quasi 4 giorni di proteste ci sono state oltre 500 persone ferite e una vittima.
Sia le ferite riportate dallə dimostranti che alcuni video testimoniano come l'esercito abbia utilizzato proiettili reali per respingere lə manifestanti che si scagliavano contro i luoghi che rappresentano l'autorità locale. La classe politica ha invece sostenuto la tesi che le proteste fossero orchestrate senza però fare chiaro riferimento a partiti politici specifici.
La situazione a Tripoli resta tesissima anche perché una soluzione - sia essa politica o economica - è ben lontana da essere trovata.
Nella Piana di Ninive, una delle zone colpite più fortemente da Daesh in Iraq, si torna lentamente alla normalità. Per alcuni mesi i nostri centri hanno bloccato le attività, continuando online laddove possibile. Con i contagi relativamente stabili alcune attività riprendono, ne cominciano di nuove e c’è anche una sorpresa.
Quando succede - ovunque operiamo - è sempre una gioia. Se però accade in un piccolo villaggio tra Erbil e Mosul, in un territorio a lungo occupato da Daesh, allora è una vera e propria festa. Stiamo parlando della recente inaugurazione della nostra nuova “Officina di Pace” a Tobzawa, in Iraq. Un vero e proprio Centro giovanile dove lə giovani del luogo possano esprimersi, fare sport e attività ricreative, seguire corsi professionalizzanti. Alcune personalità locali hanno partecipato all’inaugurazione del centro.
Ci sono stati interventi, canti, performance e anche uno spettacolo di karate. Tantissimi volontarie locali ci hanno aiutato a realizzare il tutto.
Speriamo di riuscire ad aprire sempre nuove “Officine”, ovunque ce ne sia bisogno, portando un po’ di serenità e di pace dove sembrava fosse impossibile.
La Piana di Ninive per noi è un’area molto sensibile. Qui, negli anni, abbiamo ricostruito e riattrezzato scuole e Centri giovanili dopo i 3 lunghi anni di occupazione da parte di Daesh. Che, quando non ha devastato ogni cosa, ha soffiato sui conflitti intercomunitari e interetnici scavando baratri di odio e risentimento tra le persone, distruggendo il tessuto sociale.
Nelle nostre “Officine di Pace” sono benvenute persone sunnite, ezide, sciite, cristiane, di ogni comunità.
Lavorano e fanno attività insieme, fianco a fianco, nonostante tutto.
E’ stato così per molto tempo. Poi è arrivato il Covid e ha allontanato i corpi, li ha isolati, atomizzando quel barlume di normalità che timidamente era tornato nella vita di alcune persone. Ma se da un punto di vista clinico questa pandemia colpisce con maggiore durezza le persone anziane, sembra ormai chiaro che psicologicamente le persone più danneggiate dalla situazione siano proprio bambinə e adolescenti: costrettə in isolamento, in molti casi non possono andare a scuola, né svolgere attività sportive, culturali, ricreative.
Questo non solo in Iraq o in Siria, ovunque. Certo che la pandemia non colpisce però allo stesso modo dappertutto. Crescere a Mosul, in un’ex roccaforte Daesh dilaniata dalla guerra, dalle violenze e dal terrore, non equivale a crescere a New York o a Berlino. E’ per questo che siamo particolarmente felici delle tante attività giovanili che stanno ripartendo. Abbiamo organizzato tanti nuovi corsi e attività sportive e culturali nei nostri Centri, rispettando naturalmente tutte le regole di prevenzione anti-contagio.
Pallavolo, biliardino, skatebord, corsi di artigianato e lavoro a maglia, visite culturali per riscoprire il proprio patrimonio dimenticato. Come ad esempio la visita al santuario sciita dell'Imam Reza, in cui il leader religioso ha accolto il gruppo di ragazzie spiegando loro i fondamenti del peacebuilding presenti nella religione e l’importanza del rispetto e del dialogo inter-religioso. Ile giovani hanno fatto un tour nel sito con particolare attenzione agli ingenti danni lasciati dalla guerra. Un’altra visita culturale è stata organizzata al santuario di Nimrud.
Altre interessanti novità sono spuntate tra i corsi professionalizzanti da poco introdotti, in collaborazione con la Northern Technical University di Mosul: sono infatti stati attivati il corso di fotografia, di hair stylist, di sartoria e di riparazione degli smartphone.
Tutto un altro settore in cui le cose stanno lentamente ripartendo è quello del supporto scolastico allə studenti. Tutoraggi di matematica, inglese, e materie scientifiche stanno sostenendo lə ragazzə della Piana, che dopo mesi di didattica a distanza hanno difficoltà o sono rimasti indietro...
Nei nostri Centri proviamo a dare gli strumenti per tornare quanto prima in carreggiata. Una piccola biblioteca sta nascendo, nonostante sia ancora modesta e con pochi volumi, progettiamo di incrementarla giorno dopo giorno. Con calma e senza fretta ma con tutto l’amore e il coraggio che questa terra martoriata merita.
Ci sarà un giorno in cui la pandemia finirà. In cui mascherine, gel per le mani e distanziamento fisico saranno un ricordo lontano. Resteranno - purtroppo - tutte quelle odiose disuguaglianze tra popoli. Noi proviamo a colmarle, giorno dopo giorno, sul campo. Insieme. Ricominciando nella Piana di Ninive.
Un intervento reso possibile dal sostegno di Malteser International.
In Siria continua il nostro lavoro per contenere la diffusione del contagio da Covid-19. Dopo aver sostenuto l’allestimento e l’apertura di 4 reparti Covid negli ospedali dell’area e aver formato il personale sanitario, siamo andatə a vedere come funzionano le terapie intensive italiane. E abbiamo trovato solidarietà. Il racconto della nostra Chiara M., Medical Advisor in Siria.
“Il loro aiuto per noi è come oro: qui in Siria non c’è personale specializzato in grado di gestire pazienti gravi affettə da Covid-19, non ci sono le attrezzature, manca la tecnologia. Ma poter avere una formazione diretta da chi sta combattendo questa battaglia da mesi in Italia è un aiuto straordinario”.
Chiara è nel nord est della Siria da agosto. Dopo aver lavorato all’emergenza pandemica in Italia è partita insieme a noi, e ha girato l’area in lungo e in largo perché potessimo allestire e inaugurare 4 reparti Covid-19 negli ospedali della Mezzaluna Rossa Curda che sosteniamo da anni.
Insieme allə altre componenti del nostro staff medico, Chiara ha contribuito alla formazione del personale locale per fare in modo che tuttə fossero in grado di gestire casi moderati e gravi di Covid-19 in una terapia sub-intensiva.
Le terapie intensive, infatti, in Siria non esistono. O se esistono, non sono paragonabili per tecnologia e formazione del personale a quelle europee o italiane.
Dieci anni di conflitto lasciano il segno in molti modi: questo, è uno dei tanti.
“Qui il lavoro che altrove viene svolto da medicə anestesistə è coperto da infermierə che hanno ricevuto una formazione tecnica aggiuntiva per gestire una terapia intensiva. Ma la differenza tra pazienti Covid e non-Covid in questo campo è enorme, e non possono essere trattatə allo stesso modo. Le attrezzature e i medicinali non bastano, servono competenze specifiche che qui, al momento, non ha nessuno”, ci spiega Chiara.
Una situazione corroborata dai dati: il tasso di mortalità di chi entra in una terapia intensiva, oggi, in Siria, è del 96%. Significa che chi si ammala di Covid-19 in forma grave, qui è destinatə a morire.
Ecco perché quando un gruppo di medicə anestesistə italianə, provenienti dagli ospedali di Udine e Rimini, si sono offertə volontarə per fornire supporto, formazione e consigli al nostro staff locale in Siria, l’entusiasmo è stato grande.
“Si tratta di operatorə che lavorano nelle terapie intensive Covid italiane dal primo giorno dell’emergenza, e che hanno un’esperienza nel campo della cooperazione. Sanno quindi che operare in luoghi di conflitto significa flessibilità e capacità di adattamento. Abbiamo iniziato a sentirci via Skype a novembre, e la prima cosa che abbiamo fatto insieme è stata riscrivere e adattare le Linee Guida internazionali per la gestione dei pazienti Covid-19 al contesto siriano. Per renderle applicabili qui, al netto delle enormi differenze dal punto di vista tecnologico e di risorse”, racconta Chiara.
“Il livello di tecnologia che abbiamo a disposizione in Siria è totalmente diverso da quello italiano: mancano i macchinari, gli esami di laboratorio specialistici, un livello adeguato di preparazione: è come combattere la stessa battaglia ma con armi spuntate”, spiega.
Poi, è arrivato il Natale. Chiara è tornata in Italia insieme a Maria, medical advisor di UPP. E, insieme, hanno accolto con gioia l’invito arrivato dai medici di Rimini: andare a visitare il reparto di terapia intensiva dell’ospedale, per vedere con i propri occhi come funziona e riportare quell’esperienza in Siria.
“E’ stato fondamentale perché abbiamo avuto modo di conoscere da vicino gli strumenti di monitoraggio e di intervento che si utilizzano in Italia, rivendendo insieme le Linee Guida e capendo come declinarle al contesto di crisi in cui operiamo. Mettendo insieme tutti i dati abbiamo elaborato una linea guida specifica per il Nord Est Siria, che è adesso in fase di approvazione. A breve sarà inviata a tutti gli attori, locali ed internazionali, che si occupano della gestione Covid nell’area. Ne siamo molto fierə”, ci spiega Chiara.
Poi, ci sono gli aspetti più duri di chi opera nel campo sanitario in questo momento. Come misurarsi con la solitudine delle persone.
“La cosa che mi ha colpito di più delle terapie intensive italiane è l’immenso silenzio. Lə pazienti intubatə dormono, il personale sanitario è protetto da imponenti dispositivi di protezione individuale, le visite dei familiari sono vietate, è tutto come fermo nel tempo. E’ un mondo a parte, e fa molta impressione”, racconta Chiara.
“Qui i nostri reparti sono di sub-intensiva, quindi lə pazienti sono vigili e il rapporto umano con lə operatorə è ancora possibile. Anzi, è parte integrante del processo di cura. Quello che mi colpisce ogni giorno è quanto le persone ricoverate sentano la mancanza delle proprie famiglie, e quanto lo staff sia dolce e affettuoso nel confortarle”.
Intanto, la diffusione del contagio in Siria non rallenta. Calano invece i test effettuati, sempre di meno, così come il numero di persone che si reca in ospedale per farsi aiutare in tempo. Ancora non si sono diffuse le mascherine, così come il rispetto del distanziamento fisico. In compenso “nel nostro staff medico non si riscontrano casi, quindi vuol dire che stiamo lavorando bene”, si rallegra Chiara.
E se di vaccino in Siria ancora non si parla, in Italia invece lə operatorə lo stanno ricevendo. Anche lə nostrə amichə di Udine e Rimini, che quindi potranno presto organizzarsi per venire a trovarci sul campo.
“L’idea di supportarci in presenza c’è sempre stata, ma tra lockdown e quarantene fino ad ora non è stato possibile. Speriamo che con gli effetti positivi del vaccino invece si possa realizzare questo sogno. Si sono molto appassionatə alla nostra situazione, vorrebbero venire a fare formazione in presenza e per noi sarebbe un aiuto prezioso”, conclude Chiara.
Che non nasconde però la cosa più importante che sta dietro questo nuovo ponte costruito tra l’Italia e la Siria: la solidarietà. La voglia di aiutarsi, collaborare, unire le forze: perché solo insieme usciremo da questa situazione.
Chi è leggermente più avanti voltandosi e tendendo una mano, perché nessunə mai sia lasciatə indietro.
Erano le 2:38 di trent'anni fa quando il primo pulsante venne schiacciato. Il primo cacciabombardiere americano si alzò in volo e un rombo sordo ruppe il silenzio del cielo freddo di gennaio. Appena 18 ore e 38 minuti erano passati dall’ultimatum delle Nazioni Unite all’Iraq di Saddam Hussein. Era la notte tra il 16 e il 17 gennaio 1991 e cominciava “Desert Storm”: la più imponente azione militare alleata dopo il 1945. Passerà alla storia come “La Prima Guerra del Golfo”.
Tonnellate di bombe avrebbero devastato il paese iracheno, con l’Occidente in molti casi immobile di fronte alla TV e incapace di dissociarsi. Fu il primo conflitto trasmesso in diretta televisiva, il plus ultra della più avveniristica industria bellica venne messa in campo. L’immaginario che quella guerra contribuì a creare avrebbe gettato le basi per la lunga serie di interventi militari occidentali in Asia Occidentale negli anni che seguirono.
Le bombe furono sganciate per 40 giorni distruggendo le infrastrutture e riportando sostanzialmente il paese all’età della pietra. Ma furono i danni di medio-lungo periodo ad essere ancora più gravi. Le stime parlano di circa 200mila persone morte in circostanze violente legate ai bombardamenti o nei mesi e anni seguenti per cause imputabili alla guerra. Moltissimə furono civili, donne e bambinə vittime di quelle bombe lanciate anche da aerei e soldati italiani. Per noi era una vergogna inaccettabile.
In quei giorni nasceva Un Ponte Per (UPP), nell’ambito della mobilitazione per la pace. Nata come campagna di solidarietà e associazione pacifista, presto UPP si sarebbe strutturata come Ong, continuando a rimanere a fianco del popolo iracheno per questi lunghi 30 anni.
Oggi UPP continua a lavorare nella solidarietà, nella cooperazione, nello sviluppo e nella costruzione della pace in un paese che ancora porta sulla pelle le cicatrici di quella guerra.
Trent’anni dopo quella drammatica notte, quali sono le conseguenze ancora tangibili in un paese come l’Iraq, che ha continuato ad affrontare stagioni di guerre, violenze, terrorismo? Quanti di quegli effetti di lungo periodo continuano a lasciare traccia in una regione che sembra non conoscere pace?
Ne abbiamo parlato nell’evento streaming intitolato “Lo spartiacque. Riflessioni su una guerra che ha rifondato il mondo”, in cui è stata ripercorsa la stagione di opposizione a quella guerra con alcunə protagonistə del movimento pacifista di allora, nonché fondatorə di Un Ponte Per.
Rivedi il video qui sopra per scoprire i retroscena sulla guerra che ha riscritto la storia del mondo, raccontati direttamente dallə nostrə ospiti.
Tra loro Chiara Ingrao, Giuliana Sgrena, Domenico Gallo, Raniero La Valle, Luisa Morgantini, Don Renato Sacco, insieme a Fabio Alberti e Alfio Nicotra di Un Ponte Per.
Approfondimenti:
Salaam Shalom. Diario da Gerusalemme, Baghdad e altri conflitti. Di Chiara Ingrao
****
Iscriviti alla newsletter di Un Ponte Per, resta informatə sulle prossime iniziative: compila il form >>
Unisciti a Un Ponte Per, richiedi la tessera 2021: dona ora >>
Jihan, operatrice sanitaria della Mezzaluna Rossa Curda, con cui UPP lavora da anni nel in Siria, racconta: “E’ invisibile, ecco perché combatterlo è così difficile. Non distruggerà le case, ma uccide comunque le persone”.
“La nuova clinica di Ras El Ain/Serekanye era incredibile, credo che ci mancherà per sempre”. A parlare è Jihan, 30 anni, team leader della Mezzaluna Rossa Curda, operativa nella clinica che avevamo costruito insieme nella cittadina di Ras El Ain/ Serekanye, tra le più colpite durante l’offensiva turca nel nord est della Siria dell’ottobre 2019.
In quel momento nella clinica erano ricoverate circa 30 persone, la città era assediata, mancava l’elettricità. Solo dopo alcuni giorni lə medicə della Mezzaluna, a bordo delle nostre ambulanze, riuscirono ad entrare portando in salvo le persone ferite. La clinica, però, ne uscirà distrutta.
“Prima di costruirla, a Ras El Ain/Serekanye curavamo le persone in un appartamento. Pochi farmaci, pochissime attrezzature, poco personale e non qualificato”, racconta Jihan. “Poi, insieme a Un Ponte Per riuscimmo a costruire una clinica dotata di tutto il necessario. Fino ai bombardamenti turchi, che si presero ogni cosa”, ricorda.
Jihan ripercorre con noi quei giorni terribili: “All’inizio pensavamo ingenuamente che non sarebbe durata a lungo. Ci sostenevamo a vicenda dicendo che sarebbe stata una questione di pochi giorni difficili e poi saremmo tornati alla normalità. La verità è che alla normalità non ci siamo mai più tornatə. E’ stato davvero difficile mantenere a lungo la stessa forza e lo stesso coraggio avuto nei primi giorni”.
Quando l’attacco turco finì la clinica era distrutta come il resto della città. Lə operatorə sanitariə locali, come tutte le altre persone, vennero trasferitə poco distante: nelle tende, in quello che sarebbe diventato di lì a poco il campo profughi di Washokani, costruito in fretta dall’Amministrazione autonoma dell'area per dare riparo alle persone in fuga.
“E’ stato molto difficile lasciarsi tutto alle spalle e iniziare una nuova vita senza una casa. Siamo statə costrettə ad adattarci alle nuove condizioni vivendo nelle tende, condividendo cucine e bagni. Ma il dovere di cura restava per noi primario”, racconta. “Non c'erano altri attori sanitari. Con il supporto di Un Ponte Per abbiamo potuto ricostruire una piccola clinica per le persone accolte a Washokani”, prosegue.
Per quanto il nuovo punto di cura col passare dei mesi sia stato implementato e sia cresciuto, è difficile non guardare con un misto di rabbia e tristezza a quello che si è perduto: “La nuova struttura rispetto a quella che avevamo in città non è paragonabile. Ma le amicə di UPP non hanno mai smesso di sostenerci con farmaci, attrezzature e personale”.
Eppure, il lavoro da fare resta moltissimo, soprattutto adesso che è arrivata la pandemia.
Con il Covid-19 tutto è diventato più difficile. “Siamo attentissimə al rispetto delle misure di protezione e di sicurezza”, spiega Jihan. “La capacità del team sanitario sta crescendo di giorno in giorno e sviluppiamo nuove procedure per controllare la situazione. Prima non avevamo attrezzature come la pistola termica, ma ora ce l'abbiamo e abbiamo anche un'unità di isolamento. Stiamo affrontando difficoltà ad effettuare i test Covid su larga scala, perché li stanno fornendo solo alle persone più vulnerabili. Per me questo virus è ancora più pericoloso della guerra, perché è invisibile, non fa rumore. Non distruggerà le case, ma uccide comunque le persone”.
Ecco perché è così importante puntare sulla prevenzione, soprattutto laddove le strutture sanitarie sono vulnerabili. “Ci riusciamo grazie ai nostri Operatori e Operatrici sanitari di Comunità, che stanno portando avanti un lavoro prezioso. Sono loro a rendere le persone consapevoli dei rischi di questa pandemia. Ma sono in contatto diretto con chi ha casi confermati in famiglia: è davvero come stare in prima linea, eppure non hanno mai esitato una volta”, afferma fiera Jihan.
”L'unica cosa che desidero è tornare un giorno a Ras El Ain/Serekanye e alla clinica in cui stavamo lavorando prima dell’invasione turca. Qui al campo tuttə ci ringraziano sempre per il sostegno che stiamo fornendo e considerano questa clinica in tenda come un grande ospedale. Sarebbe molto doloroso per loro non vederci più. Ecco perché spero che la collaborazione tra noi di KRC e Un Ponte Per duri per sempre: stiamo facendo un ottimo lavoro insieme”, conclude Jihan.
Anche noi speriamo di poter continuare a camminare fianco a fianco fino a quando ce ne sarà bisogno.
Ma abbiamo bisogno di aiuto.
Per supportare il nostro impegno durante questa emergenza pandemica, clicca qui.