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Un Ponte Per sta rispondendo alla nuova escalation di violenza in Libano, dove centinaia di migliaia di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case dopo i bombardamenti israeliani del 2 marzo 2026 che hanno colpito la periferia meridionale di Beirut, il sud del Paese e la valle della Bekaa.

In poche ore intere comunità hanno lasciato le proprie case per cercare rifugio in scuole pubbliche e strutture collettive trasformate in centri di accoglienza temporanei. Molti di questi spazi non sono attrezzati per ospitare un numero così elevato di persone e le condizioni stanno rapidamente peggiorando.

"La popolazione maggiormente colpita dagli attacchi è quella del sud del Libano. Questa azione militare rappresenta l’ennesima operazione contro il Libano, e a pagarne le conseguenze è soprattutto la popolazione civile", ci dice il nostro Capo missione a Beirut, David Ruggini.

L’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione immediata di tutto il sud del Libano, costringendo migliaia di persone a spostarsi in poche ore. Tra le aree incluse nell’ordine di evacuazione figura anche il campo palestinese di Shatila, dove Un Ponte Per sostiene un Centro sportivo comunitario e decine di famiglie con il programma dei Sostegni a Distanza.

Un ordine di evacuazione di tale portata, oltre a rappresentare una grave violazione del diritto internazionale, lascia senza protezione le persone più vulnerabili – anziani, persone malate, con disabilità e famiglie senza mezzi per spostarsi – aggravando una crisi umanitaria già acuta.

Questa nuova escalation si inserisce in un contesto regionale estremamente instabile, segnato dalle crescenti tensioni tra Israele, Iran e Hezbollah, e rischia di allargare ulteriormente il conflitto.

Dal 2023, le operazioni militari israeliane in Libano hanno avuto conseguenze devastanti per la popolazione civile e per le infrastrutture del Paese che ha dovuto affrontare negli ultimi anni una serie di crisi, dall’esplosione del porto di Beirut del 2020, ai tagli dell’UNRWA, alla crisi economica con il conseguente collasso dei servizi essenziali per la popolazione.

Un Ponte Per è presente in Libano e sta lavorando con partner locali per sostenere le persone sfollate che hanno trovato rifugio nelle scuole e nei centri collettivi, dove i bisogni stanno crescendo rapidamente.

Le attività di emergenza prevedono la distribuzione di beni essenziali come kit igienici familiari, pannolini, acqua, cibo e materiali per dormire come materassi e coperte, per migliorare le condizioni di vita nei rifugi e sostenere le famiglie costrette alla fuga.

Un Ponte Per è presente in Libano dal 1997, quando ha iniziato a operare nei campi profughi palestinesi per garantire diritto allo studio e alla salute a bambinə palestinesi e rifugiatə dalla Siria. In seguito alle emergenze umanitarie che hanno attraversato il paese, UPP ha sostenuto le organizzazioni locali con cui collabora da anni nel rafforzamento della risposta e nella distribuzione di aiuti di prima necessità. A fianco di movimenti e realtà locali, UPP opera per sostenere il difficile processo di ricostruzione della coesione sociale in seguito alla guerra civile che ha insanguinato il paese per 15 anni, promuovendo la partecipazione di giovani e donne nei processi di costruzione della pace.

A Gaza la crisi non si è fermata. Nonostante l’annuncio di un cessate il fuoco, le violazioni sono state centinaia e l’ingresso degli aiuti umanitari è rimasto gravemente insufficiente, irregolare e iniquo. La guerra ha continuato a colpire i corpi e le condizioni di vita delle persone, mentre fame, sfollamento e distruzione delle infrastrutture hanno reso la sopravvivenza una lotta quotidiana.

In questo contesto, migliaia di famiglie hanno continuato a vivere senza accesso stabile al cibo, senza mercati funzionanti, senza reddito, senza contanti. I tassi di malnutrizione – soprattutto tra bambinə, donne incinte, anzianə e persone con disabilità – sono rimasti drammaticamente alti.

E poi è arrivato l’inverno.

Le piogge intense hanno allagato tende e rifugi improvvisati, distruggendo quel poco che le famiglie possedevano. Vivere sotto un telo non impermeabile, nel freddo e nel fango, ha significato esporsi a rischi sanitari enormi, soprattutto per chi è più fragile. A Gaza, anche il clima è diventato una minaccia.

È dentro questa emergenza nell’emergenza che Un Ponte Per, insieme ai partner locali UAWC e Al-Ard, e grazie anche alle donazioni arrivate a Natale 2025, ha avviato le nuove distribuzioni.

Il primo obiettivo è stato rispondere a un’urgenza immediata: l’accesso al cibo.

Alle famiglie recentemente sfollate – spesso escluse anche dai pochi aiuti disponibili – abbiamo consegnato 350 pacchi di verdure fresche, raggiungendo un totale di 1.925 persone in tutta la Striscia di Gaza.

"La prima cosa che ho pensato quando le ho viste è stata: finalmente pesano il giusto", ha commentato Sharif Hamad, Communication Officer della Campagna Acqua per Gaza. "I pacchi alimentari distribuiti oggi pesano di più. Dentro c’è più cibo. E, finalmente, ci sono le uova. Un alimento semplice, essenziale, spesso assente per mesi. Non è un simbolo di abbondanza, ma di dignità minima riconquistata. È la differenza tra sopravvivere e nutrirsi. Tra resistere e poter ancora prendersi cura dei propri figli".

Accanto al cibo, l’accesso all’acqua rimane una delle emergenze più gravi. I bombardamenti hanno danneggiato in modo esteso impianti idrici, reti fognarie, pozzi civili e agricoli, interrompendo quasi completamente le reti idriche. In molte aree, l’acqua esiste solo se viene trasportata su camion, spesso a caro prezzo e senza possibilità di conservarla in sicurezza.

Per rispondere a questa emergenza, grazie anche alle donazioni ricevute negli ultimi mesi, abbiamo distribuito 200 serbatoi da 500 litri, destinati a 200 famiglie sfollate nelle aree più colpite dal conflitto – Rafah, Khan Younis, Deir al-Balah e Nuseirat – dove abitazioni e infrastrutture sono state distrutte e l’accesso ai servizi essenziali è estremamente limitato.

I serbatoi permettono alle famiglie di immagazzinare in modo sicuro l’acqua ricevuta tramite distribuzione o trasporto su camion, riducendo la dipendenza da fonti insicure e la necessità di percorrere lunghe distanze, in un contesto in cui ogni spostamento comporta gravi rischi per l’incolumità delle persone. Per garantire l’effettivo utilizzo dei serbatoi, ogni famiglia riceverà acqua potabile per tre mesi, con due ricariche mensili.

Marwa è una giovane madre, sfollata dal nord della Striscia di Gaza. Le sue parole raccontano cosa significa non avere accesso all’acqua:

Ho una bambina di cinque mesi. Non riuscivo a trovare nemmeno una goccia d’acqua. Andavo di tenda in tenda, mattina, pomeriggio e sera, cercando di riempire un biberon.

Ero stata sfollata dal nord, a piedi, e non avevo nulla con me. Quando è arrivato questo serbatoio, sono stata felicissima, perché ora ho sempre acqua a disposizione. Dio benedica tutti coloro che hanno sostenuto questo progetto e ci hanno donato questi serbatoi d’acqua.

Anche Fadi racconta una fatica continua, fatta di gesti ripetuti e insufficienti:

“Soffrivamo per la mancanza d’acqua. La trasportavamo in pentole e secchi: io ne avevo tre, ma non bastavano mai. L’acqua era scarsa, avevo sempre la gola secca. Trasportarla era una lotta, così come tutto il resto, perché non avevamo nulla in cui conservarla. Grazie a questo serbatoio non ho più difficoltà e non devo più preoccuparmi dell’acqua come prima".

Ma mangiare e bere non basta, se non si ha un posto asciutto dove dormire.

Per questo, una parte fondamentale delle donazioni è stata destinata a rendere più sicuri i rifugi improvvisati. Tra novembre e dicembre 2025 sono state avviate le procedure di gara e approvvigionamento per materiali e attrezzature necessarie all’impermeabilizzazione delle tende.

La consegna dei materiali è avvenuta l’ultima settimana di dicembre 2025 e circa 200 famiglie hanno beneficiato di questi interventi.

Operare a Gaza significa affrontare ostacoli enormi: restrizioni arbitrarie all’ingresso degli aiuti, mercati collassati, assenza di sistemi bancari funzionanti, continui spostamenti forzati e rischi per la sicurezza del personale.

Garantire protezione, equità e dignità è una sfida costante.

Acqua, cibo fresco, ripari più sicuri: sono risposte parziali ma fondamentali. Tengono aperto uno spazio di vita, di dignità e di resistenza.

A Gaza, oggi, nulla è scontato. Nemmeno riuscire a bere, a nutrirsi o l’inverno che passa senza perdere tutto.

Grazie per aver scelto di esserci.

Hassan Herzallah è un traduttore, scrittore e storyteller di Gaza. Collabora con diverse testate internazionali. Per la campagna “Acqua per Gaza”, ha scelto di condividere con Un Ponte Per la sua testimonianza diretta documentando la sua vita sotto assedio e sfollamento. Frequenta il terzo anno di studi in traduzione inglese presso l’Università Islamica di Gaza e prosegue la sua formazione online dopo che l’ateneo è stato bombardato.

Gaza, 9 dicembre 2025

Mi sono svegliato prima dell’alba, come ho imparato a fare negli ultimi due anni. La tenda era fredda e le mie mani erano rigide mentre cercavo di accendere un piccolo fuoco per scaldare un po’ d’acqua per fare la doccia. L’inverno è arrivato in silenzio quest’anno - senza preavviso, senza pietà. Il cessate il fuoco non ha cambiato nulla.

Stamattina mia madre mi ha chiesto di nuovo: “Dove andremo prima che inizi la prima pioggia?
Non ho risposto. Ho guardato la nostra tenda - otto mesi di vita, sottile, strappata ai bordi - e sapevo che lei aveva già capito.

Quel pomeriggio, ho camminato lungo una strada di Khan Younis che conoscevo da prima del genocidio. Passavo sempre da quella strada in autobus andando all’università, ma ora erano solo rovine. Il silenzio lì è diverso… è il silenzio dei luoghi che non ricordano più se stessi.

Stavo cercando un appartamento per sopravvivere all’inverno, ma ogni posto in cui entravamo sembrava un promemoria di ciò che avevamo perso. Alcuni appartamenti erano mezzo distrutti, altri troppo pericolosi, altri incredibilmente costosi. Continuavo a camminare, ma dentro mi sentivo bloccato tra il peso dei ricordi e la realtà della tenda che mi aspettava.

Quella sera ho incontrato due bambini del campo - Adam, nove anni, e la sua sorellina Bisan. Usavano le mani per cercare di ammucchiare sabbia attorno ai bordi della loro tenda. Li ho visti mentre passavo e ho dato loro una pala per sollevare la sabbia più facilmente. Le loro manine erano rosse dal freddo della notte e dal gelo della sabbia.

Poi Adam mi ha guardato e ha detto: “Se piove, la nostra tenda diventa una barca”. Non sapevo cosa dire. A volte il silenzio è l’unica risposta sincera che abbiamo.

Quella notte, il 20 novembre 2025, tutto è cambiato in soli diciassette minuti.

Nel campo non c’era elettricità. Tutti dormivano già. Avevo appena chiuso gli occhi quando ho sentito la prima goccia colpire il tetto della tenda. Poi un’altra. E un’altra ancora. Mio fratello minore Mohammad ha gridato: “Hassan, entra l’acqua!”. Balzai in piedi.

Quella non era pioggia - era una tempesta. L’acqua entrava attraverso i buchi della tenda più velocemente di quanto potessimo fermarla. Le mie sorelle Malak e Alaa cercavano di sollevare le coperte da terra, mentre io premevo il mio zaino contro lo strappo più grande del tetto, e mio padre combatteva l’allagamento nell’altra tenda.

Fuori, la gente urlava. Ho sentito Abu Adam gridare mentre l’acqua riempiva la sua tenda e lui non sapeva cosa fare. Il mio amico Wasem cercava di portare suo fratello disabile in un punto più alto. Ho visto una bambina - scalza - correre dietro sua madre, tenendo in mano una pentola per raccogliere l’acqua che cadeva sulle loro poche cose.

In mezzo a tutto ciò, mentre cercavo di tenere l’acqua fuori dalla nostra vecchia tenda, mio cugino Yosuf - un orfano - è corso da me, con il volto pallido di paura. “Vieni subito… La nostra tenda è allagata,” riferendosi a se stesso e alle sue cinque sorelle, che non riuscivano a gestire l’alluvione da sole. Mi sentivo diviso tra restare a proteggere la nostra tenda e andare ad aiutarli, ma i miei piedi si sono mossi da soli verso la loro zona.

Quando sono arrivato, sono rimasto scioccato. Tutte le loro cose erano quasi rovinate, completamente fradice. La loro piccola e modesta cucina era allagata. Ho cercato di aiutarli a togliere l’acqua il più possibile, sussurrando nella mia mente: “Per favore, Allah, fa’ che la pioggia si fermi.”

Quei pochi minuti sono stati sufficienti per mostrare la nostra debolezza e impotenza di fronte alla prima tempesta del nostro terzo inverno di sofferenza continua. Nessuno era rimasto con le mani in mano - grandi o piccoli, bambini, donne o giovani - tutti lottavano, resistevano, sopportavano.

Diciassette minuti. Tanto era durata la pioggia.

Diciassette minuti erano bastati per allagare centinaia di tende. Per trasformare una notte tranquilla in caos. Per ricordarci che anche dopo il cessate il fuoco, la sopravvivenza è ancora una battaglia quotidiana.

Quando la pioggia finalmente è cessata, il freddo è diventato ancora più pungente. Sono rimasto sveglio per ore, aspettando un’altra perdita, un altro rumore, un altro disastro. All’alba il mio corpo sembrava congelato, appesantito dalla stanchezza, ma mi sono costretto a scrivere queste righe - per ricordare, per testimoniare, per dire che siamo ancora qui.

Al mattino, mi sono svegliato con le strade allagate. L’acqua non aveva dove defluire a causa della mancanza di infrastrutture, e un bambino piccolo avanzava nell’acqua in mezzo alla strada mentre noi non potevamo muoverci da nessuna parte.

Una volta amavo l’inverno a Gaza. Era una delle stagioni più belle dell’anno. Dentro le nostre case, l’aria era calda, le riunioni familiari frequenti, e i bambini correvano fuori a giocare sotto la pioggia. Gli adulti sedevano vicino alle finestre, ascoltando il suono rilassante dell’acqua che cadeva - —una sensazione unica, diversa da tutte le altre stagioni.

Ma oggi, dopo più di due anni di guerra e anche dopo il cessate il fuoco “sulla carta”, tutto è cambiato. Stiamo entrando nel nostro terzo inverno senza una vera soluzione in vista. Le nostre tende lacere sono diventate il nostro unico rifugio, allagate da ogni lato dalla pioggia e dal vento. L’inverno è diventato una stagione che tutti temono, un testimone della sofferenza del popolo di Gaza.

Eppure, il sogno di una vita normale continua a persistere nella mia mente, anche se il futuro rimane incerto. Ancora una volta, l’inverno ci ricorda che Gaza continua a resistere in silenzio, sospesa tra il dolore del passato e l’incertezza di ciò che verrà.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza

 

Hassan Herzallah è un traduttore, scrittore e storyteller di Gaza. Collabora con diverse testate internazionali. Per la campagna “Acqua per Gaza”, ha scelto di condividere con Un Ponte Per la sua testimonianza diretta documentando la sua vita sotto assedio e sfollamento. Frequenta il terzo anno di studi in traduzione inglese presso l’Università Islamica di Gaza e prosegue la sua formazione online dopo che l’ateneo è stato bombardato.

Gaza, 7 novembre 2025

Ci è sembrato quasi un sogno svegliarci sentendo i bambini e le bambine del campo gridare: “Cessate il fuoco! Cessate il fuoco!”. È stato un momento di speranza nel mezzo dell’incubo durato due anni che abbiamo vissuto. Non era un giorno qualunque: era l’annuncio di un cessate il fuoco a Gaza dopo due anni di genocidio. La gioia ha travolto la mia famiglia e il campo, ma dentro di noi è rimasto un dolore persistente, anche dopo la fine della guerra.

Avevo atteso con impazienza il cessate il fuoco, per poter finalmente incontrare gli amici che non vedevo da mesi, persino da anni, perché spostarsi durante la guerra era troppo pericoloso e si rischiava di essere colpiti. Abbiamo deciso di incontrarci una settimana dopo l’annuncio, il 16 ottobre, sulla spiaggia di Al-Nuseirat, nel cuore di Gaza City.

Ho incontrato i miei amici Mahmoud, Hussein e Ramez; il nostro quarto amico, Omar, avrebbe dovuto unirsi a noi. Ma suo fratello è ancora intrappolato sotto le macerie di una casa bombardata, e Omar vive in una profonda angoscia. Un altro suo fratello è rinchiuso dietro le sbarre di una prigione israeliana: Omar sperava che venisse rilasciato il 13 ottobre scorso insieme agli altri prigionieri, ma non è successo. Ora porta il peso del dolore e della separazione, soprattutto dopo aver visto la gioia di chi ha potuto riabbracciare le proprie persone care liberate.

Ho passato la giornata con i miei amici, ridendo un momento e piangendo quello dopo, ricordando i momenti dolci e dolorosi del genocidio. In mezzo a tutto questo, una domanda continuava a tornarmi alla mente: come ci si sente quando finalmente è finita?

Hussein viveva ad Al-Nuseirat e non ha dovuto lasciare la sua casa durante la guerra. Ha trascorso lì due anni, sopportando gli orrori dei bombardamenti, della morte e della fame, accogliendo nella sua abitazione molte persone sfollate. Purtroppo, alcune di loro sono state uccise durante gli attacchi. Anche se non se n’è mai andato, ha vissuto nella costante paura di dover fuggire da un momento all’altro. Quando è arrivata la notizia del cessate il fuoco, il suo primo sentimento è stato di sicurezza, sapendo che la sua famiglia non avrebbe dovuto lasciare la propria casa.

Mahmoud viveva a Gaza City, che è stata bombardata incessantemente, e lui e la sua famiglia sono stati costretti a evacuare verso sud per sfuggire agli attacchi. Ha affrontato il suo carico di orrori di guerra - lasciando la sua casa e tutte le sue cose, vivendo con la famiglia in una piccola stanza nella casa di un parente, e attraversando ogni fase del genocidio: bombardamenti, morte, fame e prezzi schizzati alle stelle. Quando è stato annunciato il cessate il fuoco, il loro primo sentimento è stato di paura per la loro casa - se fosse ancora in piedi o meno. Due giorni dopo hanno scoperto che era sopravvissuta ai bombardamenti, e la gioia è stata immensa: finalmente potevano tornare, dopo più di un anno e mezzo di sfollamento. Tutto ciò che restava da fare era pulire la casa e riprendere la vita di sempre.

Il mio amico Ramez, che vive a est di Khan Younis, ha vissuto un tipo diverso di incertezza. Con la notizia del cessate il fuoco, la sua famiglia è stata sollevata nello scoprire che la loro casa - l’unica ancora in piedi nella zona – c’era ancora. Ma la loro gioia è durata poco. Le forze armate israeliane continuano a colpire nuove abitazioni a est di Khan Younis ogni giorno, lasciando Ramez e la sua famiglia in una condizione di paura costante. Ogni giorno che sorge porta con sé una nuova minaccia, e non sanno mai se la loro casa - e la possibilità di tornarci - potrà essere spazzata via in un istante. Il cessate il fuoco ha portato speranza, ma per loro il pericolo e l’ansia restano compagni costanti.

Per quanto mi riguarda, ho trascorso i primi nove mesi di genocidio nella mia casa a Rafah, nel sud di Gaza, prima di essere costretto a evacuare. In quel momento, mi è sembrato che la mia anima lasciasse il mio corpo. Ci siamo trasferiti a vivere sotto le tende, sopportando le difficoltà della guerra: il caldo torrido dell’estate, il freddo pungente dell’inverno, i bombardamenti, la fame e la mancanza dei più elementari servizi umanitari.

Ma ciò che è ancora più doloroso è che oggi, dopo la fine della guerra, non ho più una casa a cui tornare: la mia è stata completamente distrutta. Vivo ancora in un campo per sfollati nell’area di Rafah, la mia città che un tempo ospitava oltre un milione di persone. Ora, senza notizie sul nostro possibile ritorno, il futuro sembra incerto e un senso di vuoto ci consuma mentre viviamo senza poter soddisfare i bisogni fondamentali della vita.

Mi chiedo: come può una persona che ha perso la propria casa e la propria famiglia provare gioia dopo una guerra simile? La fine dei bombardamenti è stata davvero sentita allo stesso modo da tutte le persone?

Ora, mentre i giorni che hanno fatto seguito al cessate il fuoco continuano a scorrere, la vita nel campo è attraversata da un misto di sollievo e sfinimento. I bombardamenti si sono fermati, ma la lotta per sopravvivere continua in forme diverse. È arrivato l’inverno, e il freddo penetra attraverso le tende sottili. Ogni giorno le famiglie cercano acqua potabile, raccolgono legna, condividono il pane e provano a ricostruire quel poco che possono.

Eppure, tra le rovine e il gelo, continuo a chiedermi: può davvero esserci gioia dopo tutto ciò che abbiamo sopportato? Dopo due anni di genocidio, arriverà mai un giorno in cui un vero senso di stabilità riempirà di nuovo i nostri cuori?

Nonostante tutto, Gaza respira ancora. Vedo i bambini e le bambine del campo giocare tra le case ridotte in macerie, alcune merci lentamente tornare nei mercati e alcune scuole - chiuse da tempo - prepararsi a riaprire.

Il sole a Gaza manca da troppo tempo. Eppure, noi, lo aspettiamo ancora.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza

 

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