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A Genova c'eravamo. Nel 2001, nelle strade del movimento che contestava un modello di mondo fondato su guerra, disuguaglianze e sfruttamento. E ci siamo ancora oggi, perché quella storia non appartiene al passato. L'articolo che segue, scritto nel 2021 dal nostro ex presidente e membro di CN Alfio Nicotra, sembra parlare al presente. Anzi, a cinque anni di distanza, le contraddizioni che racconta appaiono ancora più urgenti: la repressione del dissenso, la criminalizzazione dei movimenti sociali, il capitalismo come motore di guerre e disuguaglianze, la necessità di costruire solidarietà e movimenti internazionali. Chi ha vissuto Genova 2001 porta con sé una memoria che non si cancella. Nelle parole di Alfio riaffiorano con una precisione quasi dolorosa i dettagli di quei giorni: il rumore degli elicotteri, il bruciore dei lacrimogeni, Piazza Alimonda, la Diaz. Ricordi che, come per migliaia di persone presenti allora, non hanno mai smesso di interrogare il presente. Per noi di Un Ponte Per, Genova non è soltanto una pagina di storia. È parte della nostra storia collettiva e del nostro modo di stare nel mondo: accanto ai movimenti, contro la guerra e il colonialismo, contro ogni deriva autoritaria, contro un modello economico che "divora umanità e natura", al fianco delle persone in Iraq, Palestina, Libano e ovunque i diritti vengano negati. Rileggere oggi queste parole significa capire che Genova non è alle nostre spalle. È ancora davanti a noi.

Giulia Torrini - Presidente di Un Ponte Per
Articolo di Alfio Nicotra, scritto nel luglio 2021.
Tutte le volte che devo parlare o scrivere di Genova 2001 temo sempre di scivolare nella nostalgia. È stata un’esperienza talmente forte che il confronto con l’oggi la rende impietosa. Manca tutto di quel periodo: la vivacità culturale, l’idea che stavamo mettendo in campo una forza popolare e internazionale e di essere tra lə protagonistə di quello che chiamammo “il movimento dei movimenti”. Mi manca il partito che fu capace di mettersi alla pari delle altre realtà associative e di movimento, ponte e cerniera tra anime e sensibilità diverse, tanto da scegliere la contaminazione come modus operandi.
Genova stessa è cambiata anche nella pelle. Quando organizzammo il controvertice tutti e tre i livelli istituzionali locali, comune, Provincia e Regione erano controllati dal centrosinistra, oggi tutto è capovolto e la destra governa anche la città che fu dellə ragazzə econ le magliette a strisce.
"Nostalgia canaglia" diceva un ritornello di una canzoncina degli anni ’80, va tenuta fuori dal nostro ragionamento e semmai capovolgerla.
Quando un gruppo di giovanissimə ci ha proposto un progetto, “Genova Venti Zerouno, il mondo che verrà” con l’obiettivo di connettere diverse generazioni, trasmettere memoria ma anche l’attualità dei contenuti per i quali battersi, noi di Un Ponte Per abbiamo detto subito di si. Una piccola cosa si dirà, ma a chi come me, ha vissuto ogni minuto della lunghissima gestazione di Genova, rappresenta un grande segno.
In mille cose, nonostante questi tempi di arretramento, vedo che il seme di quella lotta non è andato perduto e che, qua e là, nel mondo e nella società continua a germogliare. Genova è davanti a noi.
IL CALEIDOSCOPIO DEL GENOVA SOCIAL FORUM
Se vogliamo vedere Genova veramente, anche vent’anni dopo, dobbiamo farlo attraverso la lente di un caleidoscopio: tanti frammenti di colori che nel loro mutare sono capaci di esaltarsi a vicenda. Multiforme e mutevole, polimorfo e variopinto, il Genoa Social Forum fu un capolavoro della politica di movimento. Seicentocinquanta sigle sulla carta, senza contare le reti europee. Uno spettro talmente vasto da rendere facile ogni previsione avversa: basterà poco, ci dicevano i detrattori, per mandarlo in frantumi. Invece il GSF sorprese tutti.
Mesi di duro lavoro per curare le relazioni, avvicinare i linguaggi, rendere conveniente e utile camminare insieme. Ci siamo volutə bene nel costruirlo giorno dopo giorno, passando da Praga, Nizza, Napoli, Porto Alegre. Riunioni su riunioni, la rete si allargava. Arrivammo ai giorni del G8 con questo spirito. Iniziammo con i seminari ed incontri stracolmi, con la gioia festosa del corteo per le persone migranti e la musica di Manu Chao che tenne un concerto strapieno nel lungomare di Genova. La cittadinanza genovese fu straordinaria, e non parlo solo del tessuto associativo che a quel tempo era ricchissimo ed attivo ma di chi disobbediva, dentro a quelle gabbie di acciaio in cui avevano chiuso la città, anche alle disposizioni di polizia sul decoro, come quella di non stendere i panni alle finestre nei giorni del summit per non disturbare la visione degli otto grandi. Una mutanda come bandiera appesa ai fili delle case. Moltissime mutande irriverenti.
LA SORPRESA DI GENOVA
Il mondo politico non si aspettava Genova. Non quella forza, quel movimento, quella vastità del fronte sociale e politico. Pensavano di gestirlo con le caramelle delle Ong addomesticate e mettendo nel conto qualche scaramuccia tra tute bianche e polizia. Eppure, tradivano la loro paura. Una città blindata all'inverosimile messa letteralmente in gabbia. Che l'aria fosse cambiata lo si era visto già a Seattle e Praga ma non pensavano con quella dimensione.
Anche a sinistra si faceva fatica a capirlo. Ricordo ancora il colloquio con il responsabile organizzazione del mio partito. Milziade Caprili, un bravissimo compagno di scuola Pci: “Alfio, quanta gente pensi che verrà a Genova?”, “Non lo so” - risposi – ma sicuramente tanta”, “Qualche migliaio – mi rispose lui – non si è mai vista in piena estate una manifestazione con più di cinquemila persone”. Invece il 21 luglio sul lungomare di Genova c'erano oltre 200mila, scese in piazza nonostante un giovane assassinato il giorno prima ed una repressione brutale e spietata.
USCIRE DAL GUSCIO
A Genova il movimento dei movimenti osò volare in alto, uscire dal guscio della nicchia, diventare popolare e più che altro contagioso. Si muoveva contro un G8 organizzato dal centrosinistra ma poi tenuto, con le stesse modalità pensate dal governo precedente, dal centrodestra. Per questo il movimento andava stroncato: il mondo intero doveva vedere che non era possibile rialzare la testa. Il pensiero unico del mercato non ammetteva di essere messo in discussione alla radice. Se non si può comprare un movimento o non lo si può cooptare per sterilizzarlo nel salotto buono, quel movimento deve essere fermato. Ci provarono, ma a pensarci bene, non ci sono riusciti del tutto.
VOI G8, NOI 6 MILIARDI
Ricordo quando inventammo quello slogan che da solo era un manifesto politico: fu in una delle tante riunioni preparatorie del Genoa Social Forum che si svolgevano nella sede del WWF in una stradina stretta proprio sotto piazza De Ferraris. Dovevamo pur trovare una parola d'ordine che sottolineasse l'illegittimità di un’istituzione che si formava per censo. Il G8 era la celebrazione nella globalizzazione di un potere medioevale: erano gli otto più ricchi del pianeta che si arrogavano il diritto di decidere sull'intera umanità. Molti nel Gsf insistevano sulla parola d'ordine di Porto Alegre “un altro mondo è possibile”. Giusto e allusivo della nostra volontà di cambiare il pianeta ma, da sola non aveva l'effetto denuncia di una istituzione a-democratica.
Scrissi il “voi G8 noi 6 miliardi” su un foglietto e lo proposi alla riunione. Accoglienza fredda, ero convinto che la proposta fosse stata bocciata.
Due settimane dopo, con mia immensa sorpresa e soddisfazione la trovai come slogan del movimento al quale aveva lavorato anche un gruppo di grafici. Era perfetto: gli otto omini rossi circondati da una folla di omini neri. Un disegno quasi infantile ma di grande efficacia. A pensarci bene anticipammo di 10 anni lo slogan di Occupy Wall Street : “siamo il 99%”.
PIAZZA ALIMONDA
Ci sono volute settimane, forse mesi, prima che ricominciassi a dormire normalmente. Tutte le volte che chiudevo gli occhi non controllavo più né l'olfatto né l'udito. Quel maledetto ronzio dell'elicottero sopra la testa mi perseguitava, e tutte le volte che lo sentivo il mio naso bruciava. Bruciava di lacrimogeni al Cs, il gas proibito dalle convenzioni internazionali ma che i signori del G8 avevano deciso di farci respirare per due giorni di seguito. Ricordo il momento in cui la testuggine dei disobbedienti si fermò alla fine di via Tolemaide. Ero con il deputato del Prc Ramon Mantovani e vidi il plotone dei carabinieri fare capolino all'angolo. Gli dissi che conoscevo il comandante e che sarebbe stato opportuno parlargli e spiegare che quello era un corteo autorizzato e che non c’entrava niente con il delirio di auto bruciate e negozi spaccati.
Ecco ora ci incamminiamo verso i carabinieri, davanti abbiamo loro, dietro, ad un centinaio di metri a far capolino da via Tolemaide la testuggine. Siamo nella terra di nessuno io e Ramon. Ci sparano contro, lacrimogeni ad altezza d'uomo. Istintivamente mi abbasso e il candelotto si infrange su un grande cartello pubblicitario posto al ridosso del sottopassaggio a livello. Delirio: l'aria è diventata irrespirabile. Gli occhi non vogliono rimanere nell'orbita, si ribellano a quelle punture urticanti che ti trasformano il bulbo bianco in uno spicchio di arancia. A proposito di agrumi: ci salvano i limoni imbevuti nell'acqua che una ragazza del Carlini ci porge con prontezza. Li tiene in dei secchi sopra un carrello della spesa. L'aggressione al corteo è cominciata e noi siamo arretrati.
Squilla il telefonino, mi chiedono dove sono. Guardo in alto e dico: “una piazza, credo piazza Alimonda”. Un nome che non mi diceva niente ma che avrebbe segnato una generazione.
NON È UN FILM
Mi sembra di essere in un film. Sono sull'auto di Ramon, gli siedo al fianco. Dietro con noi ci sono Peppe De Cristoforo e Nicola Fratoianni dei Giovani Comunisti. Siamo partiti dallo stadio Carlini in cui era ripiegato parte del corteo respinto dalle forze dell’ordine. Da lì proviamo a raggiungere Piazzale Kennedy dove è convocata una assemblea per decidere il dar farsi dopo la repressione e questa notizia che gira sui telefonini è ripresa dalle radio e tv. C'è un ragazzo morto. Anzi forse sono due, c'è anche una ragazza. Nessuno di noi ha voglia di parlare mentre Ramon fa la gincana tra auto bruciate, cassonetti divelti e fumo, tanto fumo.
Mi ripeto: “Siamo in un film”. Invece no è Genova ferita, inginocchiata quella che stiamo attraversando. Sembra un campo di battaglia dopo che i guerrieri si sono ritirati. La zona rossa è lontanissima, l'aggressione che abbiamo subito è assolutamente immotivata. I dati che ho raccolto dicono che la repressione è stata uguale in tutte le piazze dell'accerchiamento. Brutale e gratuita.
DISDIRE O TENERE IL CORTE DEL 21?
Piazzale Kennedy è strapieno di persone. Mentre si svolge l'assemblea cerchiamo di riordinare le idee. Mettere insieme i dati reali da quelli che sembrano una leggenda popolare. In particolare, il Genoa Legal Forum ha un gran da fare per capire l'entità e il numero delle persone fermate e ferite. Si raccolgono le prime prove documentali per smentire le versioni di regime che già circolano. Abbiamo un problema politico: il giorno dopo abbiamo il corteo internazionale e tutta Italia ci chiede se è confermato.
Svolgiamo un conciliabolo tra i portavoce seduti sugli scogli. Vedo che c'è Ermete Realacci che dice che dobbiamo disdire la manifestazione e chiedere ai treni e ai pullman di tornare indietro “Per senso di responsabilità” aggiunge. Sto per rispondergli male. Mi anticipa Maurizio Gubbiotti, che rappresenta Legambiente nel consiglio dei portavoce del Gsf. “Non disdiciamo niente – afferma – domani si manifesta. Non possiamo dargliela vinta”. Chapeau a Maurizio. Era il segno plastico che nonostante l'indubbia drammatica difficoltà, il Gsf era compatto.
DUE COLPI DI PISTOLA: UNA ESECUZIONE
In serata mi contatta un tipo. Ha un filmato da farmi vedere girato in piazza Alimonda. Mi vedo con lui insieme a Giorgio Malentacchi, un parlamentare del Prc. Sono gli istanti dell’uccisione del ragazzo. Da una jeep dei carabinieri partono due colpi (si sentono distintamente) e dopo il defender sale sul suo corpo disteso a terra. Un urlo squarcia il filmato: “Oddio, nooooo, porca tr**a! Me**de! No, no!”. Altro che sasso che gli avrebbe fracassato la testa. Il filmato dimostrava che era stata una esecuzione. Due colpi di pistola uno a pochi istanti dall’altro. Sono, siamo, tuttə smarritə. Non abbiamo il tempo di prendere fiato. Le notizie che arrivano parlano di persone ferite portatedall’ospedale, di persone di cui si sono perse le tracce dopo che erano state portate via dalla polizia. Dove sono adesso? Dove le hanno rinchiuse? Stanotte non chiuderemo occhio.
L'INSOPPORTABILITÀ DI UN MONDO SENZA GIUSTIZIA
Cosa unisce le suore di Boccadasse ai Cobas, ai disobbedienti a Globalace Resistance? L'idea che non ci si può rassegnare ad un mondo ingiusto. Quegli 8 signori che si trovano al Palazzo Ducale hanno la responsabilità di aver redatto una colossale Schindler list di quasi un miliardo di persone per le quali non c'è futuro né come produttorə né come consumatorə. Per i grandi della terra non dovrebbero semplicemente esistere. Se guardiamo la geografia dell'Aids in Africa scopriamo che ricalca esattamente la mappa della spoliazione di ricchezze operata dalle multinazionali, dai piani di aggiustamento strutturale emessi dalla tolda di comando della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale.
Nel 2000 esistono qualche centinaio di super-ricchi, tra i quali il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi. Detengono nelle loro mani private ricchezze pari all'intero PIL delcontinente africano. Li possiamo mettere in fila questi signori, al massimo fanno cento metri. Credo che sia questa insopportabilità dell'ingiustizia globale che spinge soggetti tanto diversi ad unirsi a Genova.
Perché un mondo nuovo non nasce se rimaniamo a casa, se la politica non torna nella sua funzione più nobile: al servizio del cambiamento.
Per anni ci hanno insegnato che il capitalismo è la fine della storia, che non c'è niente di più perfetto che il libero mercato. Ma il libero mercato è una bestia che divora umanità e natura. Per questo siamo a Genova, perché c'è bisogno di un nuovo assalto al cielo. E non ci fermeranno, neanche con i manganelli.
DA DOVE VENIVA TUTTA QUELLA GENTE?
Una domanda che mi era stata fatta anni dopo da un ricercatore inglese che studiava “il popolo di Genova” mi chiedeva “da dove veniva tutta quella gente? Quale percorso lə aveva portatə a Genova?”. Penso che ognunə di loro potrebbe raccontare la sua di storia, le ragioni per cui quel giorno di estate si ritrovava lì tra tutto quel tumulto e moltitudine. La mia storia è più strutturata. Ha radici nei blocchi contro i missili a Comiso e nell’impegno contro i mercanti di morte, passando alla solidarietà con le comunità zapatiste, frequentando i movimenti cristiani di base e i centri sociali. Comiso e Genova furono anche le due volte in cui ho assaggiato il manganello. La prima sulla schiena la seconda nello stomaco. Ma non fu nei giorni del G8. Era stato alcuni anni prima mentre contestavamo la Mostra navale bellica che si svolgeva nella fiera adesso trasformata in quartier generale delle forze dell’ordine. Non fu un fatto cruento. Cercavo di scavalcare le ringhiere per entrare in quella fiera di mercanti di morte e un poliziotto mi fermò con il manganello piantato sullo stomaco. Ci guardammo negli occhi. Mollò la pressione e mi lasciò andare.
Nella Genova del 2001 trovavo invece una violenza fuori controllo da parte delle forze dell’ordine. Già nella mattinata del 20 luglio venni immortalato in una foto a piazzale Brignole che discutevo animatamente con Vincenzo Canterini, comandante del primo reparto mobile che gestiva la piazza. Gli domandavo le ragioni di una così gratuita violenza (ed eravamo solo all’inizio, nelle prime ore della mattina) contro manifestazioni autorizzate. Mi disse, in soldoni, che noi eravamo i buoni ma che c’erano nascosti tra di noi anche i cattivi. Intanto, per tenersi in forma, picchiavano i buoni.

SULLE SCALE DELLA DIAZ
Sono lì che salgo quelle scale, quella maledetta sera del 21 luglio. Con me il compagno Fiorino Iantorno di Attac e Fausto Pellegrini giornalista di Rainews24. Stiamo entrando alla Diaz. Siamo i primi. Le belve se ne sono andate da poco, portando via il loro bottino umano umiliato, offeso e pestato a sangue. Già, sangue: è dovunque. È ancora caldo, sembra quasi di sentirle addosso quelle violenze, quelle torture. Raccolgo un beauty case, muovo un sacco a pelo intriso di sangue. “Questo è un mattatoio mi dico”. Non so se urlare o piangere. Penso che dobbiamo riprendere tutto, immortalare nel video questa inusitata violenza. Siamo statə fuori per ore a fronteggiare i cordoni della polizia mentre qui dentro i teppisti in divisa compivano questo scempio.
Si sentono impuniti, sono come i picchiatori fascisti di cui mi parlava mio zio partigiano. Penso che sia tutta una trappola per farci saltare i nervi. Sono convinti che alla violenza risponderemo con la violenza.
Invece in tutta Italia le piazze si riempiono di manifestazioni rabbiose ma pacifiche e composte. Che non ci siano dubbi su chi è responsabile di questa cosa abominevole e sulle responsabilità di chi ha dato il via libera a questa porcheria. La Diaz rimarrà sempre una ferita sanguinante fino a quando mandanti e picchiatori non saranno rimossi dai loro incarichi.
COSA È RIMASTO DI GENOVA
Il pianeta è a un bivio: il capitalismo nel suo fallimento può trascinare con sé la natura e l’intera umanità. La pandemia è solo uno dei sintomi di un mondo che cade a pezzi. Il pensiero unico del mercato dato per eterno, invece si incrina, mostra il fiato corto. Le nostre ragioni di allora sono quelle che muovono oggi lə giovani di "Friday for Future" o le donne di “Non una di meno”.
Per chi come noi di Un Ponte Per frequenta l'Asia Occidentale, è facile vedere la similitudine nellə ragazzə che per mesi interi mantengono la piazza e chiedono un cambio politico e giustizia sociale in Iraq, Giordania, Libano e tanti altri Paesi. In Italia e in Europa ci siamo rimessə insieme con il manifesto della “Società della cura”: volti di allora e volti nuovi. La richiesta di sospendere i diritti di proprietà sui vaccini (i brevetti) e sottrarre a Big Pharma la possibilità di disporre, per il profitto, della vita di miliardi di persone, sembra uscita da una delle tavole rotonde che tenemmo nel capoluogo ligure. C’è un filo che tiene insieme queste storie e le sue buone ragioni.
Come il referendum sull'acqua, figlio legittimo dei giorni di Genova, dove per la prima volta si parlò in modo diffuso e nuovo di beni comuni. Non c’è solo la casta della politica - sempre di più evocata per scaricare su di essa la rabbia popolare - ci sono soprattutto le caste dei banchieri e degli speculatori finanziari, dei guardiani di Maastricht e dei padroni. Le manovre finanziarie servono a salvare i loro loschi affari, mentre comprimono fino a cancellarli tutti i diritti sociali.
Per questo Genova è davanti a noi e non accettiamo colpi di spugna sul passato. Come la vergognosa sentenza che assolve De Gennaro che da capo della polizia “ignorava” cosa stessero facendo i suoi uomini alla Diaz. Finché avremo fiato, grideremo in ogni dove che i responsabili politici ed i mandanti morali delle torture sui manifestanti e dell’omicidio di Carlo Giuliani devono essere allontanati dai loro incarichi. Finché rimarranno nelle loro funzioni è l’intera democrazia italiana ad essere messa sotto scacco. Perché chi garantisce l’impunità per i fatti del 2001 vuole usare lo spettro di Genova per criminalizzare e colpire le lotte di oggi e quelle di domani.
L’arroganza del potere è anche la dimostrazione della sua debolezza. Non sono riusciti a fermarlo, il movimento di Genova. Ha cambiato pelle, scelto percorsi diversi, ma ha seminato dignità e lotte in ogni angolo della vita civile. È ora che riprenda anche la sua vocazione internazionale, il suo abbattere le frontiere e unire i popoli. Perché davanti alla loro crisi l’umanità ha diritto ad una speranza.

Alfio Nicotra - Membro del Comitato Nazionale di Un Ponte Per
L'articolo di Alfio Nicotra è parte di un insieme di contributi pubblicati in un libro di testimonianze sui fatti di Genova 2001, edito da Punto Rosso.
A Gaza sopravvivere è diventato ogni giorno più difficile. La fame viene usata da Israele come arma di guerra. L'acqua è un bene sempre più raro. Le terre agricole, da cui per generazioni migliaia di famiglie hanno tratto cibo e reddito, sono state sistematicamente distrutte. In questo contesto, la nostra campagna “Acqua per Gaza”, che va avanti da febbraio 2024, continua a sostenere le famiglie palestinesi.
Oggi, Israele occupa oltre il 60% della Striscia di Gaza, compresa gran parte delle sue terre più fertili. Un disegno che ricorda sempre più da vicino quanto avviene da decenni nella Valle del Giordano, in West Bank: sottrarre la terra alle comunità palestinesi per renderne impossibile la permanenza. E mentre nuovi insediamenti coloniali a Gaza sono, ancora una volta, all'orizzonte, continuare a seminare significa affermare che un futuro è ancora possibile.
Grazie al sostegno di migliaia di persone che hanno scelto di stare al fianco di Gaza, nel 2026 Un Ponte Per, insieme all'Unione dei Comitati Agricoli di Gaza (UAWC), ha realizzato interventi concreti per rafforzare la sicurezza alimentare, l'accesso all'acqua e alla terra, la dignità delle famiglie palestinesi.
La nostra campagna “Acqua per Gaza” va avanti da febbraio 2024. Ogni contributo ricevuto si è trasformato in un gesto di resistenza quotidiana, nonostante le bombe, nonostante la vita nelle tende.

RESTITUIRE VITA ALLA TERRA
La distruzione sistematica dell'agricoltura è una delle conseguenze più devastanti dell'offensiva israeliana. Oltre l'80% delle terre coltivabili e delle infrastrutture agricole della Striscia è stato danneggiato o reso inutilizzabile, privando migliaia di famiglie della possibilità di produrre cibo e autosostentarsi.
Per questo, raccogliendo le richieste dei nostri partner palestinesi, abbiamo scelto di intervenire proprio lì: sulla terra.
Insieme ai Comitati Agricoli di Gaza abbiamo riabilitato 50 dunum (50.000 metri quadrati) di terreni agricoli nella zona di Al-Mughraqa, attraverso lavori di livellamento e preparazione del suolo che hanno permesso a 25 famiglie di tornare a coltivare.
Su questi terreni sono stati messi a dimora 1.050 ulivi, simbolo della Palestina ma anche investimento per il futuro: alberi che, negli anni, torneranno a produrre olio – l'oro della Palestina – e sicurezza alimentare.
Accanto agli ulivi è stata avviata anche la coltivazione del grano, una scelta nata dall'urgenza di garantire cibo nell'immediato alle famiglie che affrontano livelli estremi di insicurezza alimentare.
La riabilitazione dei campi ha inoltre permesso di attivare un programma di Cash for Work che ha garantito oltre 300 giornate di lavoro retribuite a lavoratori e lavoratrici disoccupati della comunità, sostenendo il reddito delle loro famiglie in un contesto in cui ogni fonte di sostentamento è stata progressivamente cancellata.





SCEGLIERE COSA COMPRARE SIGNIFICA DIFENDERE LA DIGNITÀ
L'emergenza umanitaria ci ha imposto spesso distribuzioni dirette di beni essenziali. Quando a Gaza non entrava neanche un grammo di farina, distribuivamo cipolle e cetrioli: era tutto ciò che le famiglie contadine riuscivano ancora a produrre. Ricordiamo ancora la gioia delle persone quando, dopo mesi e mesi, siamo riuscite a distribuire le uova.
Ma quando è tornato possibile, restituire alle persone la libertà di scegliere è diventato la cosa più importante.
Per questo abbiamo distribuito voucher a più di 200 famiglie sfollate (1473 persone raggiunte), utilizzabili presso negozi locali convenzionati.
Un intervento che ha permesso alle famiglie di acquistare ciò che volevano realmente – cibo, beni per l'infanzia, prodotti per l'igiene o altri articoli essenziali – senza dover adattare i propri bisogni a ciò che veniva loro donato.
In un contesto in cui ogni cosa viene sottratta, poter tornare a decidere rappresenta molto più di un semplice aiuto materiale: significa difendere la dignità e l'autodeterminazione delle famiglie palestinesi. Allo stesso tempo, l'utilizzo dei voucher ha sostenuto le piccole attività commerciali ancora operative, contribuendo a mantenere viva un'economia locale di sussistenza ormai allo stremo.




CONSERVARE OGNI GOCCIA D'ACQUA
A Gaza l'acqua continua a essere una delle emergenze più gravi. Non a caso, dal 2024, le distribuzioni di acqua sono state l'intervento che abbiamo sostenuto con maggiore continuità.
A giugno, per aiutare le famiglie a raccogliere e conservare quella disponibile, abbiamo distribuito 200 serbatoi familiari con rubinetto: uno strumento semplice ma fondamentale per aumentare la capacità di stoccaggio dell'acqua e ridurre la vulnerabilità quotidiana di centinaia di persone.
"Quando è arrivato questo serbatoio, sono stata felicissima.
Ora ho sempre acqua a disposizione, per me e la mia bambina di cinque mesi", racconta Marwa, una giovane madre di Gaza.
Come migliaia di altre donne, Marwa non aveva uno strumento per raccogliere e conservare l'acqua distribuita ogni giorno. Così l'acqua diventava il primo pensiero al mattino e l'ultimo prima di dormire.
In un luogo dove l'accesso all'acqua viene sistematicamente negato o interrotto, un serbatoio può fare la differenza tra avere una piccola riserva da gestire in autonomia o restare senza nulla.



TUTTO QUESTO È STATO POSSIBILE GRAZIE A VOI
Realizzare questi interventi non è stato semplice. Le restrizioni imposte all'ingresso degli aiuti, la distruzione delle infrastrutture, la carenza di carburante, gli sfollamenti continui e i bombardamenti hanno reso ogni attività estremamente complessa.
Eppure i nostri partner hanno continuato a lavorare insieme alle comunità locali, adattando gli interventi alle condizioni sul campo e mettendo sempre al centro la sicurezza e la dignità delle persone. Sono loro, persone comuni palestinesi, gli eroi e le eroine di questa storia.
E’ per questo che, oltre agli interventi di emergenza che abbiamo portato avanti abbiamo recentemente avviato un nuovo fronte di solidarietà con “Roots of Resilience”. Un progetto attraverso il quale, insieme alla Ghassan Kanafani Development Foundation (GKDF) di Gaza, cerchiamo di garantire protezione, educazione e benessere psicosociale a bambinə e adolescenti.
Dietro ogni ulivo piantato, ogni campo recuperato, ogni voucher distribuito e ogni serbatoio consegnato ci sono le scelte di chi ha deciso di non voltarsi dall'altra parte.
In un tempo in cui la fame, la sete e la distruzione vengono usate come strumenti di guerra e di sradicamento forzato, sostenere Gaza significa difendere il diritto delle persone a restare sulla propria terra, a coltivarla, a nutrirsene, a prendersi cura delle proprie famiglie e a immaginare un futuro libero dall'occupazione.
Grazie per aver reso tutto questo possibile. Continuiamo, insieme, a stare dalla parte di Gaza.
Ofer, Sde Teiman, Gilboa, Megiddo.
Sono le parole di un nuovo dizionario dell’orrore, nomi che evocano sofferenza e annientamento. Sono i nomi delle brutali carceri israeliane dove oltre 10.000 prigionier3 politich3 palestinesi sono oggi tenut3 in ostaggio, spesso senza alcuna accusa formale né processo.
Uomini, donne e minori sottopost3 a torture sistematiche, pestaggi, isolamento, umiliazioni, violenze sessuali. Persone private di cure mediche essenziali, lasciate morire lentamente nel silenzio e nell’impunità. Ammassate in celle minuscole, terrorizzate dall’uso criminale dei cani, costrette a vivere senza materassi, senza luce, senza acqua potabile, senza igiene, con razioni di cibo insufficienti e senza accesso alle medicine. Senza avvocat3, senza contatti con le famiglie, senza nemmeno sapere di cosa sono accusate.


Tra loro ci sono medich3, student3, attivist3, insegnanti, e centinaia di minori.Tra loro c’è Marwan Barghouti, da 24 anni in carcere: una figura simbolo della resistenza politica palestinese e della possibilità di un futuro fondato su giustizia e autodeterminazione.
Secondo Addameer, associazione per la difesa dei diritti umani, dall’inizio del genocidio, Israele ha arrestato circa 20.000 palestinesi nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme, di cui 1.600 bambin3, 595 donne, 408 medici e operatori sanitari, e 202 giornalist3. Attualmente, ci sono più di 11.100 prigionierii politici palestinesi in carcere in Israele, compresi circa 500 bambin3 di età compresa fra i 12 e i 18 anni. Questi numeri non includono i casi di arresto tra i residenti di Gaza, stimati in migliaia, né gli arresti avvenuti nei territori del 1948.
Noi di Un Ponte Per, insieme a tante altre associazioni e realtà della società civile, abbiamo scelto di esserci. Per questo partecipiamo e sosteniamo il Comitato italiano “Free Marwan Barghouti”, per pretendere con forza:
La liberazione di Marwan Barghouti e dei prigionieri palestinesi non è solo una richiesta umanitaria, ma un passo essenziale verso un percorso di giustizia, autodeterminazione e libertà per il popolo palestinese. Restare in silenzio non è un’opzione.
È il momento di trasformare l’indignazione in azione. La liberazione di Barghouti e dell3 prigionier3 palestinesi riguarda tuttə noi ed è una battaglia contro la tortura, la detenzione arbitraria e l’annientamento dei diritti di un popolo.


Unisciti al Comitato italiano “Free Marwan Barghouti”.
Aderisci come singolə o come realtà collettiva, organizza iniziative nella tua città, porta la campagna nei territori, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, costruisci pressione politica: pretendi prese di posizione chiare dalle istituzioni locali e nazionali.
Organizzati, mobilitati, agisci ora. Per adesioni e informazioni scrivi a freemarwanitalia@proton.me
"Per la prima volta, sono stata in grado di spiegare cosa stavo provando e sono stata ascoltata. Prima litigavo, portavo con me un’aggressività che non sapevo spiegare, ma ora mi rendo conto che posso parlare, relazionarmi in modo diverso."
Le parole di K., una studentessa del liceo di Zaporizhzhia, che abbiamo raccolto al termine di un percorso sull’emotività e sulle pratiche riparative, restituiscono con chiarezza il senso del nostro intervento di quest’ultimo anno in Ucraina.
Tra le conseguenze più gravi dell’aggressione russa, infatti, oltre alla crisi umanitaria, alla devastazione dei territori e dell’ambiente, al dolore delle tante famiglie, ci sono anche le ferite nascoste: l’impatto che oltre 3 anni di guerra stanno avendo sulla salute mentale di adulti, ragazzi e bambini, e sulle le relazioni all’interno delle comunità, sia quelle provenienti dai territori occupati, sia quelle che le hanno accolte.
È su questo che abbiamo scelto di concentrare il nostro intervento con il progetto Iniziativa congiunta tra Ucraina e Romania per la ripresa sociale, l'inclusione e la coesione delle comunità ucraine, lavorando su salute mentale, istruzione, protezione e dialogo come fondamenti per la ripresa e la resilienza.
Per 16 mesi, insieme alla Bukovinian Agency for Initiatives and Development (BAID), all’Institute for Peace and Common Ground (IPCG) e al Peace Action Training and Research Institute of Romania (PATRIR), abbiamo lavorato con 25 comunità locali (hromadas) in 11 oblast, creando spazi in cui le persone potessero incontrarsi, recuperare risorse psicologiche e ricostruire relazioni frammentate dalla guerra e dallo sfollamento.



LA SCUOLA COME LUOGO DI RECUPERO E COESIONE SOCIALE
Abbiamo immaginato le scuole come centri di resilienza, luoghi privilegiati dove operare un cambiamento a partire dalle giovani generazioni, protagoniste attive della risposta comunitaria alla crisi.
Attraverso percorsi formativi, sono stati coinvolti 500 insegnanti, rafforzando la loro capacità di riconoscere i traumi e di promuovere il recupero psicologico, e 73 dirigenti scolastici, formandoli in corsi di gestione riparativa. Inoltre, 607 studenti di età compresa tra 5 e 17 anni hanno frequentato corsi di supporto psicologico e sviluppo della resilienza. Queste scuole sono diventate spazi sicuri e inclusivi che promuovono la partecipazione giovanile, il dialogo e le iniziative civiche, contribuendo alla coesione sociale a lungo termine post-bellica.
Dall’ascolto è nata anche la volontà di dare forza alle loro idee e concretezza alle capacità di affrontare le sfide quotidiane che la guerra impone. Così abbiamo supportato finanziariamente 15 iniziative comunitarie, focalizzate su infrastrutture sociali, sicurezza, inclusione, imprenditorialità e progetti ecologici. E i risultati ci hanno lasciato senza parole.
Nel liceo Kolomak (Oblast di Kharkiv), le famiglie avevano la necessità di uno spazio dove fornire il primo soccorso agli studenti. La preoccupazione dei genitori e l’impossibilità di garantire la sicurezza ai propri ragazzi stava creando un clima di ansia e tensione crescente. Così, da un ciclo di incontri facilitati tra l'amministrazione, professionisti medici, rappresentanti del comitato genitori e della comunità, è nata l'idea di creare un presidio medico all’interno del liceo. Grazie al finanziamento, sono state acquistate attrezzature e mobili, e creato un punto medico anche nel rifugio per garantire sicurezza durante le emergenze. A tutto questo abbiamo accompagnato corsi sul primo soccorso e su come agire in caso di emergenza.
Nella comunità di Hruhn (Oblast di Sumy), nella zona di confine dove i raid aerei sono all'ordine del giorno, la costante minaccia e le interruzioni della fornitura di energia elettrica hanno reso impossibile per i ragazzi dare continuità allo studio. Rappresentanti della comunità, educatori e genitori si sono interrogati su come fornire loro un ambiente educativo sicuro e accessibile, fino a immaginare uno spazio educativo all'interno del rifugio stesso. E con il finanziamento ricevuto lo hanno reso possibile: sono state installate porte tagliafuoco, acquistati mobili, gruppo di continuità, refrigeratore, luci, cancelleria e materiali per la creatività.
In entrambi i casi, è stato fondamentale il lavoro delle esperte del nostro partner IPCG, nel facilitare gli incontri e permettere alle comunità di esprimere pienamente paure, bisogni e condividere soluzioni.



CURARE LE FERITE INVISIBILI NELLE COMUNITÀ E NELLE PERSONE
Ho lavorato molti anni in Iraq, occupandomi di salute mentale e delle conseguenze che la violenza della guerra lascia nelle persone. Nel Governatorato di Ninive, dove l’occupazione di Daesh aveva lasciato traumi profondi oltre alla distruzione, abbiamo garantito supporto psicosociale, servizi di salute mentale e di salute riproduttiva per le donne. Conosco bene il valore di ogni singolo ascolto, di ogni consultazione psicologica, del bisogno di accompagnamento per far emergere e gestire i traumi.
Anche in Ucraina, questo intervento ha rappresentato una parte fondamentale del progetto. Insieme al nostro partner BAID, abbiamo formato 679 professionisti — tra psicologi, medici e operatori sociali — sulla salute mentale e sul supporto psicosociale: cura sensibile al trauma, primo soccorso psicologico, gestione dello stress durante interventi in condizioni operative complesse. Quest’ultima è stata una componente fondamentale: dobbiamo immaginare che, dall'inizio dell'invasione su vasta scala, il personale medico, gli e le infermiere ucraine lavorano in condizioni di costante sovraccarico e stress. Ogni giorno, hanno a che fare con centinaia di persone che soffrono fisicamente e psicologicamente a causa della guerra. Allo stesso tempo, loro stessi sono sotto pressione per le perdite o la preoccupazione per i propri cari al fronte.
Oltre 5.600 persone hanno potuto accedere a servizi di supporto psicosociale grazie al lavoro dei professionisti formati. Questi percorsi saranno integrati nel sistema sanitario ed educativo ucraino, per garantire continuità oltre l’emergenza.
Grazie a una campagna di sensibilizzazione mirata, inoltre, 5.500 persone sono state informate sui centri di supporto presenti sul territorio e sui percorsi di assistenza appositamente creati.
Infine, il programma di Educazione sui Rischi da Ordigni Esplosivi (EORE) ha raggiunto più di 2.500 persone. "In classe, non parliamo più solo di sicurezza, ma la mettiamo in pratica. Gli studenti sanno già come agire quando è davvero necessario: indossare una maschera antigas, prestare assistenza, riconoscere un oggetto pericoloso. Non si tratta solo di conoscenza, ma di strumenti per la vita", ci ha raccontato un insegnante del liceo Zavodskiy (Oblast di Poltava).



CON LE PERSONE RIFUGIATE IN ROMANIA
Infine, in Romania, insieme all’organizzazione PATRIR, abbiamo sostenuto le migliaia di rifugiati ucraini che hanno lasciato il paese nella speranza di trovare uno spazio sicuro.
Con il nostro intervento, abbiamo garantito servizi sanitari, di protezione e assistenza legale a oltre 2.100 persone, oltre a corsi di recupero, attività extracurriculari e lezioni di lingua rumena, che hanno coinvolto 143 studenti ucraini. In parallelo, attività culturali e programmi di formazione professionale, a cui hanno partecipato oltre 2.000 persone, hanno favorito l’integrazione e rafforzato i legami con le comunità ospitanti.
Sono stati 16 mesi intensi, in cui abbiamo costruito legami importanti, che abbiamo scelto di concludere con una conferenza internazionale a Kiev: “From Dialogue to Action”. Centinaia i partecipanti, venuti per condividere i risultati e rilanciare l’impegno comune verso una ripresa inclusiva, pacifica e duratura.
Un lungo cammino solidale, insieme ai nostri partner e alle comunità ucraine, che ha dimostrato, ancora una volta, che anche durante una guerra, le comunità possono costruire ponti di solidarietà e fiducia, gettando le basi per un futuro coeso e giusto.

Il progetto Iniziativa Congiunta per la Ripresa Sociale, l’Inclusione e la Coesione delle Comunità ucraine è stato realizzato con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale attraverso l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) Kiev.

Lia Pastorelli - Desk Program Ucraina
Tra la marea di immagini strazianti che arrivano da Gaza e dai territori occupati palestinesi, alcune sono passate quasi inosservate.
Un video mostra alcuni cecchini dell’esercito israeliano colpire, una dopo l’altra, tre pecore che attraversano una strada a Khan Younis.
Un’altra fotografia ritrae il bombardamento di una banca dei semi.
E poi, le immagini di oltre diecimila ulivi sradicati dai bulldozzer israeliani nel villaggio di al-Mughayyir, in Cisgiordania, durante un assedio di tre giorni.
Perché colpire delle pecore?
Perché distruggere semi, olivi, campi coltivati?

Questa sequenza di immagini racconta più di molte parole.
È la rappresentazione visiva dell’ecologia della guerra.
Ogni forma di vita — umana o non umana — che appartiene all’indigeno, diventa un potenziale nemico.
Una risorsa da sottrarre, uno spazio da depredare, una memoria da cancellare.
Il non umano, l’ambiente, la terra, diventano strumenti del progetto coloniale in Palestina.
La colonizzazione, la guerra e la resistenza in Palestina sono anche — e soprattutto — un conflitto ecologico.
Un conflitto che si materializza attraverso l’espropriazione della terra, dell’acqua, delle risorse naturali.
Il 31 luglio 2025, l’esercito israeliano ha attaccato l’Unità di Moltiplicazione dei Semi dell’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo, a Hebron.
Con bulldozer e macchinari pesanti, ha distrutto magazzini e infrastrutture dove erano custoditi semi autoctoni, strumenti, materiali agricoli.
Un attacco apparentemente minore, ma di enorme portata simbolica: colpire la possibilità di riprodurre la vita, di rigenerare.
E non è un caso isolato.
In un anno di assedio, l’esercito israeliano ha distrutto tre quarti delle terre coltivabili di Gaza. Ha pompato acqua salata nel suolo, danneggiando le falde acquifere e rendendo sterili i campi. E ha sradicato migliaia di ulivi, alberi antichi che per i palestinesi non sono solo fonte di reddito, ma simbolo di identità, radici e resistenza. La distruzione degli ulivi è la distruzione della memoria collettiva, della continuità generazionale.
La cancellazione dell’identità di un popolo inizia anche da qui: dall’attacco alla sua agricoltura.
Sottrarre la terra, distruggere le sementi, colonizzare i campi.
Difenderli, al contrario, significa proteggere il diritto a esistere.
Non è la prima volta che succede.
Nel 2003, dopo l’invasione americana dell’Iraq, la banca nazionale dei semi di Abu Ghraib — una collezione genetica unica al mondo — fu saccheggiata e devastata.
Più di 1400 varietà di semi adattate nei millenni al caldo, alla siccità, andarono perdute. Solo pochi scienziati iracheni riuscirono a salvarne alcune, spedendole anni prima al centro ICARDA di Aleppo.

Ma la distruzione materiale non bastò.
L’Autorità Provvisoria della Coalizione, guidata da Paul Bremer, emanò l’Ordine 81:
una legge che proibiva agli agricoltori di riprodurre i propri semi, aprendo il mercato alle grandi multinazionali.
A ricostruire l’agricoltura irachena fu chiamato Dan Amstutz, ex dirigente Cargill — la più grande esportatrice di cereali del mondo — nominato dal governo Bush.
Oggi, nel mondo, quattro multinazionali — Bayer-Monsanto, Corteva, ChemChina-Syngenta e BASF — dominano il 60% del mercato delle sementi e il 75% dei pesticidi.
E altre quattro, note come il gruppo ABCD — Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill e Louis Dreyfus — controllano fino al 90% del commercio mondiale di cereali.
Dietro la distruzione dei semi, degli ulivi e delle pecore palestinesi c’è dunque una logica più ampia: quella del dominio economico, dell’estrazione, dell’accumulazione.
La stessa logica che lega Gaza all’Iraq, e l’agricoltura al potere delle multinazionali.
“Fare il nostro cibo è una forma di liberazione.”
Me lo ha detto Lina, del Forum Agroecologico di Ramallah.
Una frase semplice, ma che contiene tutto: la resistenza, la cura, la possibilità di immaginare un futuro di giustizia e di libertà.

Perché custodire un seme — oggi, in Palestina come altrove — non è solo un atto agricolo.
È un atto politico. Un atto di libertà.

Sara Manisera - Giornalista indipendente, Fada Collective
Attraverso la Campagna Acqua Per Gaza puoi sostenere non solo la risposta locale e palestinese all’emergenza in atto, ma anche il lavoro straordinario di UAWC con cui continua a preservare i semi indigeni palestinesi.
Foto nell'articolo: Sara Manisera - L'articolo originale è uscito su Substack
«Marah in arabo significa gioia, allegria. Era quello che mia figlia trasmetteva. Era la mia piccolina, la più giovane insieme alle cinque sorelle e al fratello che ora mi aspettano a Gaza, dove voglio tornare appena l’avrò seppellita». La mamma della ventenne palestinese della cui morte per malnutrizione parla tutta l’Italia è minuta, educata e chiusa in un dolore dignitosissimo. Velata, completamente vestita di nero, con una piccola sciarpa palestinese che le abbiamo donato in questi giorni, quando l’abbiamo incontrata per portarle la solidarietà di Un Ponte Per.
Parla pochissimo, protetta dai parenti arrivati da Portogallo, Belgio, Marocco e dalla comunità palestinese che è accorsa da tutta la Toscana per sostenerla durante di funerali della figlia, morta di fame e di genocidio.
Centinaia le persone presenti alla cerimonia nel “parco della Pace” Tiziano Terzani di Pontasserchio, presso il comune di San Giuliano Terme, provincia di Pisa. Un abbraccio di bandiere palestinesi, di kefiah, sotto un cielo umido e afoso. Molti delegati delle amministrazioni di Pisa e dintorni con fascia tricolore e gonfaloni, decine di giornalisti, telecamere e telefoni a filmare la bara semplice di legno chiaro, poggiata su un bel tappeto ricamato rosso e oro. Fiori bianchi, qualche girasole, e la bandiera della terra di Palestina a coprire il feretro.



Arrivata in Italia con un volo umanitario, già deperita, spossata dai giorni di cammino e con una sospetta leucemia poi smentita dai medici italiani, la giovane è morta dopo nemmeno due giorni di ricovero presso l’ospedale di Pisa. Oggi il suo corpo riposa seppellito come da tradizione islamica sotto terra e rivolto verso la Mecca, a lato del piccolo cimitero di San Giuliano Terme, dove il sindaco Matteo Cecchelli le ha offerto spazio. «Marah è arrivata in Italia troppo tardi, uccisa dalla fame che per mesi l’ha costretta a non potersi nutrire in maniera adeguata, a causa del genocidio in corso.
Le istituzioni non possono essere spettatrici: il governo italiano deve riconoscere lo stato di Palestina e farsi promotore di azioni concrete con la comunità internazionale per fermare questo massacro» ha detto. Israele usa cibo e acqua come armi, lo denuncia la comunità internazionale da mesi.
Lo ricorda anche Izzeddin Elzir, Imam di Firenze: «Ecco perché Marah è arrivata in Italia con un deperimento fisico avanzato. Il corridoio umanitario che l’ha portata in salvo non è bastato, perché lei non mangiava da troppo tempo. Nella Striscia di Gaza entra pochissimo cibo, razionato e scadente. Quando sento parlare di diritto mi chiedo: lo stato di Israele non è forse stato creato dal diritto internazionale? Se il diritto internazionale però non lo rispetta, allora potremmo dire che neanche Israele esiste». Gli applausi più forti e i cori del pubblico si alzano sulle accuse di complicità degli stati occidentali, Italia compresa. «Siamo tutti complici – dice Luisa Morgantini – da Gaza arriva la vita, e noi quella vita la dobbiamo difendere. Il popolo palestinese è forte, abituato da troppi anni a soffrire. A noi il compito di portare questa lotta nella nostra vita di tutti i giorni».
Mentre la folla grida «Palestina libera» e applaude gli interventi del presidente della provincia di Pisa e del portavoce della nuova ambasciatrice di Palestina Mona Abuamara, che siede al fianco della madre visibilmente commossa, giunge il presidente della Regione Eugenio Giani. Prende la parola per difendere i medici toscani, gli ospedali di Firenze, Pisa e Massa, eccellenze italiane nella cura dei minori, ma viene coperto dai fischi e dai cori. «Vergogna, basta armi a Israele, chiudi i porti alle armi, blocca la base militare di Coltano» sono alcuni dei messaggi urlati, ma Giani continua il suo intervento ricordando che la Regione Toscana ha da poco approvato una delibera per dichiarare lo stato di Palestina indipendente e sovrano.



Tocca all’imam di Pisa, Mohammed Khalil, concludere e riportare la calma in un contesto che da rituale di commemorazione è improvvisamente diventato arena politica, a ricordarci che la causa palestinese passa anche da scelte politiche, e partitiche. «Non è umanitario lanciare cibo sulla testa delle persone. Ho ricordi di mia mamma negli anni 70 che setacciava la farina, perché piena di vermi. Abbiamo il dovere di ricordare Marah come simbolo di quello che sta accadendo a Gaza: la questione palestinese non è umanitaria, ma politica».
Ci spostiamo al cimitero per la cerimonia di sepoltura. E mentre la terra cade un po’ alla volta sulla bara della giovane Marah, che sognava di mangiare finalmente un hamburger con una Coca-Cola, che a Gaza arriva a costare 50 dollari a lattina, il volto della sua mamma sembra distendersi leggermente. «Domani torno a Gaza. Se devo morire morirò nella mia terra. Lascio qui in Italia un pezzo di me, la mia Marah, la mia allegria. Vi chiedo di pregare per lei, se potete».

Giulia Torrini - Presidente di Un Ponte Per
Articolo uscito in originale su il manifesto in data 21/08/2025
Foto di Chiara Benelli © (tutti i diritti riservati)
Più di 100 organizzazioni umanitarie lanciano l'allarme per consentire l' ingresso di aiuti salvavita.
Mentre l’assedio imposto dal governo israeliano affama la popolazione di Gaza, anche operatori e operatrici umanitarie si ritrovano ora nelle stesse file per il cibo, rischiando di essere colpite nel tentativo di nutrire le proprie famiglie. Con le scorte ormai completamente esaurite, le organizzazioni umanitarie stanno assistendo l3 propri3 collegh3 e partner locali morire davanti ai loro occhi.
Esattamente due mesi dopo l’inizio delle attività della Gaza Humanitarian Foundation, un’iniziativa controllata dal governo israeliano, 115 organizzazioni lanciano l’allarme, esortando i governi ad agire: aprire tutti i valichi terrestri; ripristinare il pieno flusso di cibo, acqua potabile, forniture mediche, articoli per riparazioni e carburante attraverso un sistema guidato dall’ONU; porre fine all’assedio e concordare un cessate il fuoco immediato.
«Ogni mattina, la stessa domanda riecheggia a Gaza: mangerò oggi?» riporta un rappresentante di un’agenzia.
I massacri presso i punti di distribuzione del cibo a Gaza avvengono quasi quotidianamente. Al 13 luglio, le Nazioni Unite hanno confermato che 875 persone palestinesi sono state uccise mentre cercavano cibo, 201 lungo le rotte di aiuto e i restanti presso i punti di distribuzione. Migliaia di altre sono rimaste ferite. Nel frattempo, le forze israeliane hanno sfollato con la forza quasi due milioni di palestinesi esausti, con l’ultimo ordine di sfollamento di massa emesso il 20 luglio, confinando i palestinesi in meno del 12% di Gaza.
Il WFP avverte che le condizioni attuali rendono impossibili le operazioni. Affamare i civili è un crimine di guerra.
Appena fuori da Gaza, nei magazzini – e persino all’interno di Gaza stessa – tonnellate di cibo, acqua potabile, forniture mediche, articoli per ripari e carburante restano intatte, con le organizzazioni umanitarie bloccate nell’accesso o nella distribuzione. Le restrizioni, i ritardi e la frammentazione imposti dal Governo di Israele nell’ambito del suo assedio totale hanno creato caos, fame e morte. Un operatore umanitario che fornisce supporto psicosociale ha parlato dell’impatto devastante su bambini/e: «I bambini e le bambine dicono ai loro genitori che vogliono andare in paradiso, perché almeno in paradiso c’è il cibo.»
I medici riportano tassi record di malnutrizione acuta, soprattutto tra minori e persone anziane. Malattie come la diarrea acquosa acuta si stanno diffondendo, i mercati sono vuoti, i rifiuti si accumulano e gli adulti crollano per strada per la fame e la disidratazione. Le distribuzioni a Gaza ammontano in media a soli 28 camion al giorno, ben lontani dal numero necessario per oltre due milioni di persone, molte delle quali non ricevono assistenza da settimane.
Il sistema umanitario guidato dall’ONU non ha fallito: gli è stato impedito di funzionare.
Le agenzie umanitarie hanno la capacità e le forniture per rispondere su larga scala. Ma, con l’accesso negato, siamo bloccat3 e non possiamo raggiungere chi ha bisogno, inclusi i nostri stessi team esausti e affamati. Il 10 luglio, l’UE e Israele hanno annunciato misure per aumentare gli aiuti. Ma queste promesse suonano vuote quando non vi è alcun cambiamento reale sul campo. Ogni giorno senza un flusso sostenuto significa più persone che muoiono per malattie curabili. Bambine e bambini muoiono di fame mentre aspettano promesse che non arrivano mai.
Le persone palestinesi sono intrappolate in un ciclo di speranza e disperazione, in attesa di assistenza e cessate il fuoco, solo per svegliarsi in condizioni sempre peggiori. Non si tratta solo di tormento fisico, ma anche psicologico. La sopravvivenza viene mostrata come un miraggio. Il sistema umanitario non può funzionare con promesse vuote.
I governi devono smettere di aspettare il permesso per agire. Non possiamo continuare a sperare che gli accordi attuali funzionino. È il momento di agire con decisione: chiedere un cessate il fuoco immediato e permanente; rimuovere tutte le restrizioni burocratiche e amministrative; aprire tutti i valichi terrestri; garantire l’accesso a tutti in tutta Gaza; respingere i modelli di distribuzione controllati dai militari; ripristinare una risposta umanitaria basata guidata dall’ONU, e continuare a finanziare organizzazioni umanitarie imparziali. Gli Stati devono adottare misure concrete per porre fine all’assedio, come interrompere il trasferimento di armi e munizioni.
Accordi frammentari e gesti simbolici, come i lanci aerei di aiuti o accordi simbolici, fungono da cortina di fumo per l’inazione. Non possono sostituire gli obblighi legali e morali degli Stati di proteggere i civili palestinesi e garantire un accesso significativo agli aiuti su larga scala. Gli Stati possono – e devono – salvare vite umane, prima che non ci sia più nessuno da salvare.
Appello sottoscritto da Un Ponte Per e altre 114 organizzazioni . SOSTIENI IL NOSTRO INTERVENTO A GAZA.
Di Ambra Malandrin - Protection & Education Coordinator di Un Ponte Per
Le "Mala Jin", come vengono chiamate in lingua curda le "Case delle Donne", sono nate in Siria nel 2011. La prima è stata aperta a Qamishlo, nell'area del nord est, e subito è diventata un faro di speranza e resistenza durante alcune delle pagine più difficili della storia del paese. Create con l'intento di combattere la violenza di genere e promuovere l'autodeterminazione delle donne, le Case hanno dovuto superare nel corso del tempo numerose sfide e ostacoli.
Durante gli anni di occupazione del territorio da parte dello Stato Islamico (Daesh), le Mala Jin hanno lavorato in condizioni di estremo pericolo, affrontando le minacce rappresentate da sistemi ideologici che limitavano in modo pervasivo la libertà e i diritti delle donne. Ma anche prima, durante i lunghi anni del regime di Asad, le loro capacità di intervento erano pesantemente limitate da politiche statali che non hanno mai affrontato in modo efficace e sistemico il tema della violenza contro le donne.
Eppure, nonostante le difficoltà, le Mala Jin e le attiviste che le animano non si sono mai arrese, ampliando la propria presenza sul territorio siriano, e nel nord est in particolare. Da Aleppo a Shehba, da Afrin alle aree liberate dalla presenza di Daesh, le attiviste hanno portato avanti il proprio lavoro per proteggere, sostenere e accompagnare le donne sopravvissute alla violenza di genere nel loro percorso verso la libertà e l'autodeterminazione.

LE CASE DELLE DONNE NELLA SIRIA DI OGGI
Le Case delle Donne sono spazi sociali dedicati alla gestione delle controversie coniugali e familiari, alla difesa dei diritti delle donne, ma anche luoghi sicuri in cui le sopravvissute o chi ancora è a rischio di violenza può trovare sostegno, supporto e riparo - materiale ed economico - insieme allə propriə figliə.
Attraverso un lavoro capillare e dal basso, con campagne di sensibilizzazione, denuncia attraverso i media e presenza nella comunità, le attiviste delle Mala Jin, in collaborazione con l'Amministrazione autonoma del nord est, e in particolare con le istituzioni che si occupano di questioni di genere, svolgono oggi un ruolo cruciale per la protezione delle donne dalla violenza e dai femminicidi. Gestite su base volontaria, le Case delle Donne sono oggi 22, distribuite tra i cantoni di Hassakeh e Qamishlo, dove si rivolgono a tutte le comunità presenti: curde, arabe, cristiane.
Oltre a garantire spazi di protezione, le attiviste si occupano anche dell'accompagnamento psicologico e legale delle donne che si rivolgono a loro. Considerando che in tutta l'area del nord est della Siria esistono solo due centri antiviolenza sostenuti a livello istituzionale, è chiaro come il ruolo delle Mala Jin sia indispensabile, in un contesto in cui la rete di servizi sociali e sostegno alla popolazione è ancora tutta in costruzione.
Per questo, le attiviste delle Case operano anche come mediatrici comunitarie, tentando di risolvere conflitti familiari e assicurandosi che le donne sopravvissute a percorsi di violenza possano accedere alla tutela legale gratuita, e portando avanti parallelamente un prezioso lavoro di sensibilizzazione con programmi educativi rivolti allə adolescenti, sia nelle scuole che negli spazi comunitari. Combinando supporto diretto con sensibilizzazione e advocacy, la realtà delle Mala Jin rappresentano una pietra miliare nella lotta per l'uguaglianza di genere e la sicurezza delle donne: una risorsa vitale per creare consapevolezza e protezione.
IL CAMBIAMENTO NEL PAESAGGIO POLITICO DEL NORD EST DELLA SIRIA
Tutto questo assume particolare rilevanza alla luce della situazione attuale nel nord est della Siria, caratterizzata da rapidi cambiamenti ed incerte evoluzioni. Mentre i confini territoriali si spostano dopo la caduta del regime di Asad, le condizioni generali nel paese restano instabili a causa della presenza di milizie e dei continui attacchi turchi, in particolar modo nelle aree di Mambij e Kobane. Incertezza che pesa, naturalmente, sull'operato delle Mala Jin, restando al momento in discussione le trattative politiche tra l'Amministrazione autonoma del nord est e le nuove forze governative che hanno preso il controllo del resto del paese.
Strettamente legate al movimento femminista e al "Kongra Star", la confederazione delle organizzazioni femminili del nord est Siria, le Case delle Donne hanno subìto perdite importanti a causa dei conflitti che hanno investito l'area. Il loro lavoro si inserisce a pieno titolo nel progetto politico che l'Amministrazione autonoma del nord est si è dato, per abbattere il patriarcato e le gerarchie di genere in seno alla comunità.

IL NOSTRO CAMMINO COMUNE
Noi di Un Ponte Per, che nel nord est della Siria siamo presenti dal 2015, sosteniamo attivamente le Mala Jin sin dal 2021, quando le abbiamo incontrate per la prima volta. Nel corso degli anni abbiamo immaginato diversi progetti per poter supportare il loro lavoro, e rispondere alle richieste che le attiviste ci hanno avanzato. Tra queste, quella di fornire formazione continua alle operatrici sul contrasto alla violenza di genere, per rendere ancora più efficace il loro già prezioso lavoro presso le comunità. Ma anche quella di aiutare con un sostegno materiale, mettendo a disposizione delle Case delle Donne cose fondamentali come computer, materiali per le campagne di sensibilizzazione, mobili.
Insieme abbiamo collaborato alla realizzazione di eventi pubblici in occasioni importanti per sollevare l'attenzione sulla condizione femminile, come le mobilitazioni dell'8 marzo e i 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere. E ancora, abbiamo cercato di capire le necessità della popolazione portando avanti insieme indagini e sessioni di sensibilizzazione.
Nonostante questi sforzi, il sostegno economico resta una sfida per le Case delle Donne, così come per tutte le realtà associative e politiche che operano nel nord est della Siria. Le attiviste hanno ancora bisogno di supporto materiale, per mandare avanti gli spazi creati per le sopravvissute, così come di continua formazione per rendere ancora più efficace il loro impatto. Ma hanno bisogno anche di conoscenza e visibilità: in un Occidente che conserva posture fortemente coloniali, conoscere e rispettare il lavoro e l'esperienza di movimenti femministi situati nello spazio geografico dell'Asia Occidentale e del Nord Africa è fondamentale.
In un contesto caratterizzato da militarizzazione, incertezza ed instabilità politica, la presenza di realtà femministe locali resta centrale. Oggi rendiamo omaggio al loro impegno e alla loro visione, per combattere la violenza di genere e costruire un futuro di libertà e autodeterminazione.

Ambra Malandrin
Protection & Education Coordinator
Dopo mesi di bombardamenti israeliani, il Libano è attualmente al centro di una emergenza umanitaria devastante che ha lasciato più di un milione di persone sfollate. Oltre 4.000 persone sono state uccise e più di 16.600 sono rimaste ferite. Cosa sta succedendo oggi? Nonostante le violazioni quotidiane del cessate il fuoco e l'occupazione israeliana che persiste in ampie aree del sud del paese, Un Ponte Per sta continuando a sostenere la risposta locale all’emergenza, fornendo beni di prima necessità a migliaia di famiglie sfollate, in collaborazione con il nostro partner locale Amel, che è in prima linea nell’affrontare la situazione. Benché l’accordo di cessate il fuoco prevedesse il ritiro delle forze israeliane dal sud del paese già per il 27 gennaio 2025 - prorogato poi al 18 febbraio - sembra ormai chiara la volontà dell’esercito israeliano di mantenere occupate delle porzioni di territorio libanese. Eppure il contingente UNIFIL mantiene le postazioni nel sud del paese e l’esercito regolare libanese è ormai dispiegato sulla “blue line” così da implementare le condizioni della UN ReS. 1701/2006. Risoluzione che però continua a essere violata da Israele che, mantenendo delle postazioni in territorio libanese, non rispetta la sovranità del paese minando al contempo già sul nascere la credibilità delle nuove istituzioni libanesi.
LE DIFFICILI CONDIZIONI A NABATIYE
Una delle aree più colpite dalle conseguenze della guerra tra Israele ed Hezbollah è senz’altro l’area di Nabatiye, dove decine di migliaia di case sono state distrutte o gravemente danneggiate. La vita per le persone sfollate con l’inverno è diventata estremamente problematica. I rifugi e gli alloggi collettivi spesso risultano insalubri e isolati. Senza riscaldamento, le persone vulnerabili, come minori, anzianə e persone con disabilità, sono a rischio di ipotermia e infezioni respiratorie. Grazie ai fondi raccolti dalla campagna Emergenza Libano e grazie al prezioso sostegno di Fons Català, siamo riusciti a distribuire alla popolazione sfollata oltre 350 stufe elettriche, 350 kit per l'inverno e 350 kit igienici, ciascuno dei quali serve una famiglia di cinque persone. Nonostante le difficoltà, molte persone stanno cercando di tornare alle proprie case, e il nostro impegno è quello di continuare a supportarle in questo percorso a ostacoli.
LA SITUAZIONE DELLE INFRASTRUTTURE E L'INSICUREZZA ALIMENTARE
Il piccolo paese levantino sta vivendo anche una crisi alimentare eccezionale. Secondo la previsione del WFP, entro marzo 2025 circa 1,6 milioni di persone, cioè il 29% della popolazione, potrebbero soffrire di insicurezza alimentare acuta a causa dell'inflazione e della riduzione degli aiuti internazionali. Le famiglie sfollate, che vivono in condizioni di sovraffollamento e con limitato accesso a servizi essenziali come acqua, istruzione e assistenza sanitaria, sono ancora una volta tra le più vulnerabili.
IL DIFFICILE RITORNO ALLA NORMALITÀ
Al netto delle zone che rimarranno occupate dalle forze israeliane, molte famiglie non possono ancora tornare a casa a causa della mancanza di infrastrutture (distrutte) e di servizi di base. Quelle che sono riuscite a rientrare, però, si trovano a dover affrontare gravi condizioni di vita, senza la possibilità di accedere a cure mediche adeguate, scuole e altre necessità quotidiane. Circa 45 strutture idriche sono state danneggiate, mettendo a rischio l'accesso all'acqua per 497.000 persone. I gruppi vulnerabili, in particolare donne e minori, sono più esposti a rischi elevati di sfruttamento, violenza di genere, dispersione scolastica, lavoro minorile e marginalità sociale. Il 60% dei/lle minori rifugiatə sirianə e il 27% dellə bambinə libanesi non vanno a scuola. La causa primaria è rappresentata dagli sfollamenti e dalla chiusura degli edifici scolastici.

LE ATTIVITÀ DI UN PONTE PER
In risposta a questa emergenza, Un Ponte Per, in collaborazione con l'Associazione Amel, ha lanciato già da ottobre 2024 la campagna “Emergenza Libano” - con il sostegno di Amel Italia - per supportare la risposta umanitaria dei nostri partner libanesi. Come Amel Lebanon, che è la più grande organizzazione umanitaria libanese non settaria, e chi conosce un po’ il contesto del Libano sa quanto sia eccezionale trovare realtà capillari scevre da appartenenze di setta. Proprio insieme ad Amel, abbiamo anche avviato il progetto "Soccorso d'emergenza per la popolazione sfollata in Libano", sostenuto da Fons Català nel governatorato di Nabatiye, per fornire assistenza di base, beni di prima necessità, kit igienici, kit per l’inverno e generi alimentari. Nonostante le condizioni sul terreno siano davvero critiche, il lavoro delle operatorə locali di Amel sta aiutando le persone più vulnerabili a sopravvivere e a ricostruire una vita dignitosa. Per questo ringraziamo di cuore i nostri partner sul campo, le tante persone e realtà che ci sostengono e anche chi ci ha dato una mano diffondendo la nostra campagna.
LA NOSTRA PROMESSA
Un Ponte Per continuerà a essere al fianco delle persone che in Libano stanno lentamente cercando di tornare alle proprie case per ricostruire la loro vita dopo l’ennesima guerra e invasione israeliana. Nonostante le sfide enormi, siamo impegnatə a garantire che le famiglie sfollate possano ricevere il supporto necessario per far fronte alla crisi in corso, con l’obiettivo di alleviare le difficoltà quotidiane e affinché possano recuperare un briciolo di speranza nel futuro.
Sedi disponibili: Roma, Pisa e Monza. Se hai tra i 18 e i 28 anni leggi questo articolo e scopri cosa possiamo fare insieme! La data ultima per inviare è stata prorogata al 27 febbraio ore 14:00.
COS'È IL SERVIZIO CIVILE?
Il Servizio Civile Universale, nato come alternativo e sostitutivo del servizio di leva obbligatorio, è ancora oggi un’esperienza unica di formazione, crescita personale, umana e civica. Anche quest’anno Un Ponte Per, in collaborazione con Acque Correnti ETS, offre la possibilità di dedicare un anno di servizio a progetti di educazione alla pace e alla cultura del volontariato.
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Il progetto “Apprendere cooperando: l’educazione alla pace e la cultura del volontariato” è incentrato sull'educazione alla pace e ai diritti umani, sulla promozione culturale, paesaggistica, ambientale del turismo sostenibile e solidale, nonché dello sport come strumento di aggregazione e conoscenza dell’altro. La durata del progetto è di 12 mesi, i posti disponibili sono 8 (tutti senza vitto e alloggio) suddivisi tra Roma (2), Pisa (4), Monza (2). L'obiettivo specifico del progetto è quello di diffondere l’educazione alla pace per contrastare le discriminazioni e promuovere la cultura del volontariato, come strumento per la costruzione di una società solidale da un punto di vista civile, culturale e sociale, impegnandosi per la riduzione delle disuguaglianze e per combattere il cambiamento climatico.
IN BREVE
A chi è rivolto: ragazzə di età compresa tra i 18 e i 28 anni.
Durata: 12 mesi.
Posti: 8 posti disponibili, suddivisi tra Roma (2), Pisa (4), Monza (2).
Orario: 25 ore settimanali, che possono essere svolte in parte da remoto
Rimborso economico: €507,30/mese
COME CANDIDARSI?
Le candidature devono essere presentate sul portale del Ministero del Servizio Civile (www.serviziocivile.gov.it) accedendo tramite SPID, entro e non oltre il 27 febbraio ore 14:00.
Trova il progetto sulla piattaforma DOL inserendo i seguenti codici:
Scarica la scheda progetto con tutti i dettagli.
Clicca qui per candidarti attraverso la piattaforma DOL.
COSA FAREMO INSIEME?
Lə 8 operatorə volontariə si dedicheranno alla costruzione di
Le 25 ore di servizio saranno distribuite su 5 giorni a settimana. Il rimborso previsto è pari a 507,30 euro mensili. E’ requisito necessario la conoscenza di una lingua straniera tra inglese, francese e spagnolo di livello B2. In molte attività sono infatti previsti scambi ed interazioni con i progetti esteri di Un Ponte Per in Asia Occidentale e di El Comedor Giordano Liva in Asia e America Latina.