Sostieni la popolazione in Libano in fuga dall'aggressione di Israele. Dona ora per portare aiuti urgenti.
Fino al 7 ottobre 2023 nella Striscia di Gaza, pur sotto assedio e tra tante difficoltà, grazie all’organizzazione della popolazione lə bambinə potevano ancora frequentare scuole e asili. Nonostante le condizioni di vita estreme a cui l’assedio israeliano aveva ridotto Gaza, esisteva ancora una quotidianità fatta di lezioni, relazioni e piccoli spazi di normalità in cui continuare a crescere e immaginare il futuro.
Il genocidio ha trasformato radicalmente la vita delle persone sopravvissute. Gli attacchi indiscriminati e genocidari israeliani hanno colpito in modo sistematico le strutture essenziali alla sopravvivenza della popolazione civile, distruggendo abitazioni, infrastrutture, ospedali. E tutte le scuole.
Gli spazi educativi sono stati resi inaccessibili, mentre migliaia di famiglie sono state costrette a rifugiarsi in campi sovraffollati, dove vivono in tende e accampamenti. Alla perdita delle case si è aggiunta quella del reddito: sempre più famiglie non riescono più a garantire cibo, vestiti e beni di prima necessità. E a tutto questo si è aggiunta poi la perdita del futuro: impedire il diritto allo studio alle giovani generazioni significa questo.

In questo contesto disastroso, lə bambinə sono statə privatə della loro infanzia e del diritto all’istruzione. La vita nei campi lə espone quotidianamente alla carenza di beni essenziali, a condizioni igieniche critiche, a stress emotivo e all’isolamento, e all’impossibilità di immaginare un domani.
E’ per questo che, oltre agli interventi di emergenza che abbiamo portato avanti con la campagna “Acqua per Gaza”, abbiamo recentemente avviato un nuovo fronte di solidarietà con “Roots of Resilience”. Un progetto attraverso il quale, insieme alla Ghassan Kanafani Development Foundation (GKDF) di Gaza, cerchiamo di garantire protezione, educazione e benessere psicosociale a bambinə e adolescenti.
GARANTIRE IL DIRITTO ALL'ISTRUZIONE A GAZA
Un obiettivo di questo nuovo ponte lanciato verso la Palestina è di garantire allə bambin l’accesso al diritto allo studio, per quanto possibile.
Insieme all'associazione Ghassan Kanafani, un’organizzazione comunitaria palestinese che lavora per garantire accesso all’educazione e sostegno psicosociale allə minori, e grazie alla generosità della nostra comunità di donatorə, sosteniamo la creazione di spazi temporanei per l’educazione della prima infanzia e programmi educativi di emergenza nelle aree di Khan Younis, Deir al-Balah, Nuseirat e Gaza City. Insieme organizziamo attività di supporto psicosociale e la distribuzione di materiali essenziali, come materiali scolastici e kit igienico-sanitari.
Oltre all’educazione, un altro obiettivo è sostenere il benessere psicologico dellə bambinə, profondamente colpitə dalla guerra, dallo sfollamento e dalle atrocità che hanno dovuto subire. Le attività educative sono quindi integrate con interventi di supporto psicosociale per elaborare lo stress, ritrovare spazi di espressione e ricostruire un senso di sicurezza. Allo stesso tempo, la distribuzione di kit igienici contribuisce a migliorare le condizioni di salute e a prevenire malattie, in contesti dove l’accesso all’acqua e ai servizi igienici è estremamente limitato.
Il lavoro è iniziato a Gennaio del 2026, in un contesto in cui tornare a creare spazi per l’infanzia è stato già un atto di resistenza.
L’associazione “Ghassan Kanafani” ha iniziato a dare vita alle prime attività educative e di supporto psicosociale coinvolgendo centinaia di bambinə tra i 4 e i 6 anni, che hanno partecipato a lezioni di lettura, scrittura e matematica, integrate da attività interattive basate sul gioco e dall’uso di strumenti educativi stimolanti.

I primi risultati sono incoraggianti. I partner locali ci raccontano che lə bambinə frequentano regolarmente le attività, partecipano con curiosità e hanno iniziato a interagire di più tra loro in aula. Iniziano anche ad esprimere le proprie emozione attraverso il disegno, i giochi di gruppo e le attività ricreative, mostrando giorno dopo giorno un po’ di sicurezza in più.
Ancora una volta, non si tratta semplicemente di muoversi nell’emergenza e tentare come possibile di rispondere a bisogni urgenti, ma di difendere con ogni mezzo l’accesso ai diritti fondamentali.
Tutto questo è possibile grazie alla generosità della comunità di donatorə che ci sostiene e cammina con noi da sempre, permettendoci di intervenire con immediatezza e rispondere alle richieste dei nostri partner locali.
L’educazione e la protezione dell’infanzia restano una condizione indispensabile per la dignità e il futuro delle nuove generazioni. Soprattutto tra le macerie di un genocidio che non è finito, ha solo smesso di fare notizia.
Un Ponte Per, insieme ad organizzazioni della società civile impegnate nella difesa dei diritti umani e nella promozione della pace, porta in tribunale Leonardo S.p.A. e lo Stato italiano per fermare la vendita di armi verso Israele e lancia una raccolta fondi per sostenere l’azione legale.
Con la prima udienza, che si terrà il prossimo 27 marzo 2026 presso il Tribunale civile di Roma, entra nel vivo l’azione legale contro Leonardo S.p.A. e lo Stato italiano, che abbiamo promosso insieme a A Buon Diritto, ACLI, ARCI, AssoPacePalestina, ATTAC Italia, Pax Christi per fermare la vendita di armamenti verso Israele.
Si tratta di un passaggio cruciale in una battaglia che pone una domanda netta: è legittimo continuare a esportare armi verso un Paese coinvolto in operazioni militari che hanno causato decine di migliaia di vittime civili e sono oggetto di gravi contestazioni da parte della comunità internazionale?
Per noi, la risposta è chiara: no.
UNA CAUSA PER FERMARE L'EXPORT DI ARMI
Il 29 settembre 2025 abbiamo depositato una citazione presso il Tribunale civile di Roma per chiedere che vengano dichiarati nulli i contratti di fornitura di armamenti stipulati da Leonardo S.p.A. – società partecipata dallo Stato italiano – con lo Stato di Israele.
Riteniamo che tali contratti siano in contrasto con l’articolo 11 della Costituzione, la legge 185/1990 sul commercio di armamenti, il diritto internazionale.
Non è una presa di protesta simbolica. È un’azione giudiziaria che chiede alla magistratura di verificare responsabilità precise.

GAZA, IL DIRITTO INTERNAZIONALE E LA RESPONSABILITÀ ITALIANA
Dopo il 7 ottobre 2023, mentre la Striscia di Gaza veniva devastata dai bombardamenti e il conflitto si estendeva nella regione, diversi Paesi europei hanno introdotto restrizioni sull’export di armamenti verso Israele. L’Italia, al contrario, non ha sospeso le autorizzazioni, continuando di fatto a consentire le forniture.
Questa causa mette in discussione una scelta precisa: continuare a commerciare armi anche di fronte a violazioni gravi e documentate dei diritti umani. Noi chiediamo che questa scelta venga giudicata per quello che è.
UNA RACCOLTA FONDI PER SOSTENERE LA CAUSA
Accanto all’azione legale, abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi pubblica per sostenere i costi del procedimento: spese legali, consulenze tecniche e attività di comunicazione.
Affrontare in tribunale un grande gruppo industriale e lo Stato italiano rappresenta una sfida complessa, che richiede risorse adeguate.
È una battaglia impari, ma necessaria. È anche l’unico modo per trasformare l’indignazione in un atto concreto.
Da mesi assistiamo con rabbia e impotenza a ciò che accade a Gaza.
Oggi puoi fare qualcosa di concreto. Con questa azione legale puoi far sentire la tua voce e trasformare l’indignazione in azione.
Sostieni la campagna di raccolta fondi >>
Un Ponte Per sta rispondendo alla nuova escalation di violenza in Libano, dove centinaia di migliaia di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case dopo i bombardamenti israeliani del 2 marzo 2026 che hanno colpito la periferia meridionale di Beirut, il sud del Paese e la valle della Bekaa.
In poche ore intere comunità hanno lasciato le proprie case per cercare rifugio in scuole pubbliche e strutture collettive trasformate in centri di accoglienza temporanei. Molti di questi spazi non sono attrezzati per ospitare un numero così elevato di persone e le condizioni stanno rapidamente peggiorando.
"La popolazione maggiormente colpita dagli attacchi è quella del sud del Libano. Questa azione militare rappresenta l’ennesima operazione contro il Libano, e a pagarne le conseguenze è soprattutto la popolazione civile", ci dice il nostro Capo missione a Beirut, David Ruggini.
UN’ONDATA DI SFOLLAMENTI FORZATI
L’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione immediata di tutto il sud del Libano, costringendo migliaia di persone a spostarsi in poche ore. Tra le aree incluse nell’ordine di evacuazione figura anche il campo palestinese di Shatila, dove Un Ponte Per sostiene un Centro sportivo comunitario e decine di famiglie con il programma dei Sostegni a Distanza.
Un ordine di evacuazione di tale portata, oltre a rappresentare una grave violazione del diritto internazionale, lascia senza protezione le persone più vulnerabili – anziani, persone malate, con disabilità e famiglie senza mezzi per spostarsi – aggravando una crisi umanitaria già acuta.
Questa nuova escalation si inserisce in un contesto regionale estremamente instabile, segnato dalle crescenti tensioni tra Israele, Iran e Hezbollah, e rischia di allargare ulteriormente il conflitto.
Dal 2023, le operazioni militari israeliane in Libano hanno avuto conseguenze devastanti per la popolazione civile e per le infrastrutture del Paese che ha dovuto affrontare negli ultimi anni una serie di crisi, dall’esplosione del porto di Beirut del 2020, ai tagli dell’UNRWA, alla crisi economica con il conseguente collasso dei servizi essenziali per la popolazione.
IL NOSTRO INTERVENTO SUL CAMPO
Un Ponte Per è presente in Libano e sta lavorando con partner locali per sostenere le persone sfollate che hanno trovato rifugio nelle scuole e nei centri collettivi, dove i bisogni stanno crescendo rapidamente.
Le attività di emergenza prevedono la distribuzione di beni essenziali come kit igienici familiari, pannolini, acqua, cibo e materiali per dormire come materassi e coperte, per migliorare le condizioni di vita nei rifugi e sostenere le famiglie costrette alla fuga.

UN PONTE PER IN LIBANO
Un Ponte Per è presente in Libano dal 1997, quando ha iniziato a operare nei campi profughi palestinesi per garantire diritto allo studio e alla salute a bambinə palestinesi e rifugiatə dalla Siria. In seguito alle emergenze umanitarie che hanno attraversato il paese, UPP ha sostenuto le organizzazioni locali con cui collabora da anni nel rafforzamento della risposta e nella distribuzione di aiuti di prima necessità. A fianco di movimenti e realtà locali, UPP opera per sostenere il difficile processo di ricostruzione della coesione sociale in seguito alla guerra civile che ha insanguinato il paese per 15 anni, promuovendo la partecipazione di giovani e donne nei processi di costruzione della pace.
In Italia le sedi disponibili sono Roma e Pisa.
All'estero le sedi disponibili sono Amman (Giordania) e Beirut* (Libano).
E' possibile presentare domanda di partecipazione ad uno dei progetti fino alle ore 14.00 del 8 aprile 2026.
COS'È IL SERVIZIO CIVILE
Il Servizio Civile Universale, nato come alternativo e sostitutivo del servizio di leva obbligatorio, è ancora oggi un’esperienza unica di formazione, crescita personale, umana e civica. Anche quest’anno Un Ponte Per, in collaborazione con Acque Correnti ETS, offre la possibilità di dedicare un anno di servizio a progetti di educazione alla pace, giustizia sociale e promozione del volontariato.
I NOSTRI PROGETTI
Italia. Un percorso per promuovere l’educazione alla pace e i diritti umani. Insieme lavoreremo per contrastare le discriminazioni e promuovere la cultura del volontariato, come strumento per la costruzione di una società solidale da un punto di vista civile, culturale e sociale.
Estero. Lə volontariə saranno coinvolte in attività sul campo tra tutela del patrimonio culturale e rafforzamento delle comunità locali.
IN BREVE
A chi è rivolto: ragazzə di età compresa tra i 18 e i 28 anni.
Durata: 12 mesi.
Posti: 12 posti disponibili, suddivisi tra Roma (2), Pisa (2), Amman (4), Beirut (4).
Orario: 25 ore settimanali, che possono essere svolte in parte da remoto
Rimborso economico: € 519,47/mese
COME CANDIDARSI
Le candidature devono essere presentate sul portale del Ministero del Servizio Civile (www.serviziocivile.gov.it) accedendo tramite SPID, entro e non oltre le ore 14:00 del 8 aprile 2026.
Trova il progetto sulla piattaforma DOL inserendo i seguenti codici:
Clicca qui per candidarti attraverso la piattaforma DOL.
COSA FAREMO INSIEME
Le 25 ore di servizio saranno distribuite su 5 giorni a settimana. Il rimborso previsto è pari a 519,47 euro mensili. E’ requisito necessario la conoscenza di una lingua straniera tra inglese, francese e spagnolo di livello B2.
Per maggiori informazioni scrivi a info@unponteper.it
*ATTENZIONE: Data la grave situazione di instabilità in Libano al momento della pubblicazione del bando, riguardo le effettive possibilità di avvio del progetto si rimanda alle valutazioni di sicurezza del Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale.
Volevamo condividere l’iftar insieme, il primo giorno di Ramadan. Ma lei ha rifiutato con decisione. Tutta colpa di quella mascherina nera sul volto. Non era una malattia a impedirle di sedersi a tavola con noi, ma qualcosa di più profondo della stanchezza, più duro della fame.
La storia inizia con la famiglia di Hamdi: nove persone, lui compreso. Prima della guerra era un commerciante affermato nei mercati. Il denaro non era un problema — possedeva immobili e diverse attività che garantivano a lui e ai suoi cari una vita dignitosa.
Poi è iniziato il genocidio. Giorno dopo giorno, la vita di Hamdi e della sua famiglia ha cominciato a sgretolarsi. Ciò che prima era facilmente reperibile è diventato quasi irraggiungibile. Il primo maggio 2024 ha ricevuto la notizia che le sue proprietà e tutto ciò che possedeva erano stati distrutti dai missili dell’occupazione. Non ha retto al colpo: il suo cuore si è fermato, lasciando una famiglia intera a lottare da sola per i bisogni più essenziali. Vivevano nel sud di Gaza, a Rafah.
Una settimana dopo è arrivata la notizia dell’invasione di Rafah. Oltre un milione di persone, comprese quelle sfollate dalla città, sono state costrette a fuggire verso l’ignoto. Io ero il vicino di casa di Hamdi. Quel giorno, durante la fuga, Um Youssef — la moglie di Hamdi — non sapeva come lasciare la casa né cosa portare con sé. Sono riuscito a contattare un mezzo di trasporto per caricare le poche cose rimaste. Pensava di rifugiarsi temporaneamente da sua sorella, nella zona centrale della Striscia.
Dopo quel giorno non ho più visto Um Youssef e la sua famiglia fino a novembre 2025, quasi due anni dopo l’inizio del genocidio, dopo il fragile cessate il fuoco. Mia madre ha ricevuto una telefonata: Um Youssef cercava un posto dove montare la sua tenda, perché non aveva trovato altro riparo. Abbiamo provato a ricavarle un piccolo spazio nel nostro terreno, sufficiente per lei, i suoi due figli piccoli e le sue figlie.
Qualche ora dopo sono arrivati. A stento li ho riconosciuti, se non grazie a una delle figlie, mia coetanea, che conoscevo da prima. I loro volti erano cambiati profondamente. Spingevano un piccolo carretto con i pochi averi rimasti e un bambino che sembrava molto più grande della sua età, come se avesse visto troppo. Youssef, nove anni, cercava di scaricare tutto da solo. Um Youssef indossava una mascherina: pensai fosse per l’influenza, o qualcosa del genere.
Li ho aiutati a sistemare le cose, a montare l’unica tenda che avevano, a costruire un bagno improvvisato. Era pieno inverno, e ogni giorno arrivava una nuova tempesta. Non era solo una questione di maltempo: sembrava l’ennesima prova per capire se quella fragile tenda avrebbe resistito a un mondo che le crollava addosso.
In mezzo a tutto questo osservavo il piccolo Nour Al-Din, timido, che distoglieva lo sguardo. La prima volta che ha riso, mentre giocavo con lui, la sua innocenza mi ha trafitto. Gli dicevo scherzando: “Dammi un bacio e ti compro un biscotto”. E così finiva la giornata.
Una settimana dopo ho chiesto a mia madre perché Um Youssef vivesse in una tenda, in pieno inverno. Con le lacrime agli occhi mi ha raccontato che era già più di un anno che viveva così, da quando anche la zona dove abitava sua sorella, nel centro di Gaza, era diventata pericolosa. Aveva trovato rifugio in un centro di accoglienza, poi si era spostata nel sud, in un’area chiamata Asdaa, dove aveva montato la sua tenda in un campo per sfollati. La casa della sorella era stata parzialmente distrutta: impossibile tornare indietro. Sfollamenti su sfollamenti.
A metà del 2025, mi ha spiegato mia madre, l’esercito israeliano era entrato improvvisamente nell’area dove vivevano, costringendo quasi tutte le famiglie a fuggire senza nulla. Quando Um Youssef era riuscita a tornare, molti dei suoi pochi beni erano stati distrutti. Aveva vissuto giorni durissimi di fame, a volte sopravvivendo con un solo pasto ogni due giorni.
Gli aiuti arrivavano a intermittenza e non per tutti. I prezzi nei piccoli mercati raddoppiavano di settimana in settimana. Un sacco di farina era diventato un sogno. Una scatoletta di sardine andava divisa tra più bambini. La domanda non era più “cosa mangeremo?”, ma “mangeremo oggi?”.
Non riuscivo a smettere di pensarci. Anche nella mia famiglia, con mio padre e mio fratello Mohammad, facevamo fatica ad andare avanti. Come facevano gli altri? Come si sopravvive quando perfino il cibo più semplice diventa un lusso?
Ripensavo a Youssef il primo giorno del suo arrivo. Quell’espressione severa ora aveva un senso: portava sulle spalle preoccupazioni troppo grandi per i suoi dieci anni. E la mascherina di Um Youssef? Perché non la toglieva mai?
Me lo chiesi dopo essere andato a trovarli, tra dicembre e gennaio 2026, durante giorni di vento feroce e piogge torrenziali. Cercavo di aiutarli a fissare ciò che il vento strappava via, a scavare canali nella sabbia per evitare che l’acqua invadesse la tenda. Eppure, anche in quelle condizioni, lei non si separava mai dalla mascherina.
Fu mia madre a spiegarmelo. Prima della guerra, quando la vita era serena, Um Youssef scherzava dicendo che avrebbe voluto un dente d’oro. Oggi indossa la mascherina per un motivo ben diverso: le è stata rubata perfino la possibilità di sorridere.
All’inizio non capivo. Poi mia madre mi ha spiegato che, a causa della fame, dello stress, dei mal di testa e delle pressioni continue, aveva subito una grave carenza di vitamine. I denti superiori erano tutti caduti. Aveva provato a rivolgersi a diversi dentisti, ma il costo dell’intervento — circa 4.000 dollari — era impossibile da sostenere. Così aveva accettato la realtà: la mascherina sarebbe rimasta.
Ma non copriva solo la bocca.
Nascondeva gli effetti della fame sul suo corpo. Nascondeva la vergogna, in un mondo che non le aveva lasciato neppure il diritto di sorridere.
Non ho retto a quel pensiero. Ho ricordato Hamdi Abu Youssef, sempre lodato per la sua generosità. Una volta, da bambino, gli chiesi un anello: il giorno dopo me lo portò. Oggi scrivo per più di dieci piattaforme internazionali, tradotto in sette lingue, eppure non sono riuscito ad aiutarla. Mi sono sentito impotente, frustrato, con il cuore spezzato. Sono andato al mare per prendere aria, ma nemmeno la brezza che di solito mi calma è riuscita a darmi sollievo.
Il Ramadan è iniziato il 18 febbraio. Il giorno prima ho provato a regalare loro un momento di gioia. Li ho invitati a condividere con noi l’iftar. Hanno rifiutato, dicendo che Un Youssef non stava bene. La verità era un’altra: non voleva togliere la mascherina per mangiare davanti a noi.
Durante il Ramadan le famiglie si riuniscono attorno al cibo. Lei teme gli sguardi.
Ho messo da parte un po’ di quello che ho guadagnato scrivendo i miei articoli per comprare loro il necessario per il mese sacro, per condividere piccoli momenti di felicità e far sentire che non sono soli.
Questo Ramadan, privo dei suoi segni e delle sue tradizioni abituali, lo attraversiamo così, aggrappandoci ai ricordi.
Quando guardo Um Youssef, non vedo solo lei.
Vedo tutta Gaza che cerca di nascondere le proprie crepe sotto un sottile strato di pazienza.
La sua storia non è un’eccezione. Ci sono 57.000 storie come la sua, che raccontano la durezza della vita a Gaza oggi, sotto un fragile cessate il fuoco e slogan di pace vuoti, che non significano più nulla.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza
L’escalation militare di queste ore tra Iran, Israele e Stati Uniti riapre una ferita che conosciamo fin troppo bene. Il parallelo con il 2003 e l’invasione dell’Iraq non è solo retorica. Ancora una volta si parla di “attacco preventivo”, ancora una volta si evoca – più o meno esplicitamente – il cambio di regime come soluzione. E ancora una volta si mette in moto una spirale che rischia di incendiare un’intera regione.
La guerra regionale non è una fatalità, è una scelta politica. Una scelta che affonda le sue radici in una visione di potenza e dominio che, nel nome della sicurezza (di chi?) produce instabilità permanente. Lo abbiamo già visto in Iraq, in Siria, in Libia, in Afghanistan. Interventi esterni che hanno distrutto interi paesi e popolazioni, indebolito i processi civili, soffocato le trasformazioni dal basso.
Oggi assistiamo a contraddizioni drammatiche: in Iran e nelle diaspore c’è chi esulta per la morte della Guida Suprema, chi la piange, chi resta attonito. Ma eliminare figure apicali non significa smantellare un sistema politico pervasivo che dura da quasi 50 anni. Significa esporre milioni di persone a sofferenze imprevedibili oltre a negarne completamente l’autodeterminazione.
Come organizzazione che lavora nella regione da oltre trent’anni, condanniamo con forza questa nuova avventura militare promossa dall’asse USA-Israele. È una scelta che indebolisce drammaticamente i percorsi di emancipazione e cambiamento dal basso, gli stessi che nel 2011 e nel 2019 avevano animato le primavere arabe contro autoritarismi e ingiustizie. I diritti non si esportano con i bombardamenti. Le democrazie non nascono dalle macerie.
Allo stesso tempo stigmatizziamo la narrazione mediatica dominante, che ripete acriticamente la formula dell’“attacco preventivo” e fatica a pronunciare parole semplici e necessarie: bambine, civili, famiglie. In queste ore si parla genericamente di “vittime” in una scuola femminile colpita in Iran, ma il bilancio terribile racconta di oltre cento bambine uccise. Le parole contano.
Denunciamo anche l’irrilevanza politica dell’Italia in questo scenario, ridotta a strumento logistico di una guerra non discussa né deliberata pubblicamente. Le basi sul territorio italiano, come Sigonella, non possono e non devono essere utilizzate per alimentare il conflitto regionale.
La nostra preoccupazione è massima per i Paesi in cui operiamo e con cui lavoriamo ogni giorno: oltre l’Iran e le monarchie del Golfo, la crisi sta già coinvolgendo il Libano e l’Iraq. E mentre l’attenzione internazionale si concentra su questo nuovo fronte, a Gaza e in Cisgiordania si intensificano le violenze dei coloni israeliani e le operazioni militari. Il rischio è che una guerra oscuri l’altra, moltiplicando l’impunità.
Condividiamo alcune testimonianze raccolte in queste ore.
IRAN. VOCE DALLA DIASPORA
Una nostra attivista iraniana della diaspora, da sempre critica verso il regime di Teheran, ci racconta la complessità di queste ore
«Sto vivendo sentimenti contrastanti. La società iraniana è molto più complessa di come viene descritta in Occidente. C’è chi festeggia, chi è in lutto, chi ha paura. Ma non è “eliminando” le alte cariche religiose e militari che si smantella un sistema radicato in 50 anni. Il rischio è di precipitare in uno scenario di instabilità senza fine, come in Iraq o in Siria. E intanto le vittime sono civili. Sono già tantissime. Sono bambine.»
IRAQ. “NON VOGLIAMO UN'ALTRA GUERRA”
Un nostro collega iracheno racconta:
«Ero seduto in un bar quando due razzi sono passati sopra le nostre teste. Tutti nel panico. Mia moglie mi ha chiamato, terrorizzata. La guerra porterà solo morte e collasso. In Iraq non vogliamo assolutamente un altro conflitto. Quello che sta accadendo è una violazione del diritto internazionale: distruzione di infrastrutture, intimidazione dei civili. A tutte le parti coinvolte: fermate immediatamente i bombardamenti. Dobbiamo imparare dalle guerre che abbiamo già sopportato. L’Iraq e il suo popolo meritano pace.»
LIBANO. LA FUGA NELLA NOTTE
Dal Libano ci arrivano notizie drammatiche. Dopo il lancio di razzi dal sud verso Israele, la risposta dell’esercito israeliano ha colpito il sud del Paese e i quartieri meridionali di Beirut. Decine di civili sono rimasti uccisi insieme a esponenti di Hezbollah.
Le autostrade sono state immediatamente prese d’assalto da famiglie in fuga. La nostra collega Zaynab, che vive nel sud, è scappata nella notte sotto shock, impiegando ore per raggiungere un’area più sicura nel Monte Libano. I partner locali, come l’organizzazione Amel, hanno parte dello staff bloccato nel sud in attesa di evacuazione. Un comunicato israeliano ha intimato l’evacuazione totale di 53 villaggi (!) nel sud, mentre i bombardamenti continuano. A Beirut e in altre aree del Paese sono stati riaperti rifugi per accogliere le famiglie sfollate. Lo scenario evoca quello del 2024, con il timore di un’operazione israeliana di terra. Una delle scuole sostenute dal nostro progetto Qalam è stata dichiarata rifugio per sfollati. Stiamo conducendo valutazioni rapide per rispondere all’emergenza.
Un Ponte Per condanna con fermezza l’escalation militare in atto e ogni strategia di guerra volta a ridisegnare equilibri politici con la forza.
Condanniamo inoltre il disinteresse totale verso il diritto internazionale, ormai ridotto a carta straccia. Avevamo costruito gli strumenti giuridici per evitare l'onnipotenza della legge del più forte e oggi questi strumenti sono quanto mai calpestati.
Chiediamo la fine dell’uso strumentale dei territori e delle popolazioni come teatri di guerra per interessi imperialistici e coloniali. Le persone con cui lavoriamo – attiviste, insegnanti, operatori sanitari, comunità locali – chiedono una cosa semplice: vivere in pace, senza essere pedine di conflitti che non hanno scelto.
Abbiamo già visto dove porta questa strada. Non possiamo accettare che la storia si ripeta, ancora una volta.
In un contesto globale segnato da conflitti, polarizzazioni e crisi, sostenere la cultura significa credere fermamente nella capacità delle società di immaginare futuri alternativi. Per questo da sempre noi di Un Ponte Per abbiamo affiancato agli interventi umanitari e di emergenza nei paesi in cui operiamo anche la tutela del patrimonio culturale locale, sviluppando un approccio integrato che lega pace, diritti umani, giustizia sociale e cultura come dimensione essenziale dello sviluppo umano.
All’interno di questo quadro, la cultura non è concepita come ambito accessorio o puramente simbolico, ma come infrastruttura sociale e politica.
La tutela del patrimonio, la produzione culturale e il diritto all’auto-rappresentazione sono per noi strumenti fondamentali di resistenza delle comunità, di ricostruzione del tessuto sociale e di prevenzione dei conflitti.
Così facendo, tentiamo anche di decostruire narrazioni egemoniche occidentali e di restituire potere e competenze alle comunità locali accanto alle quali camminiamo da anni.
Lo abbiamo fatto per decenni in Iraq, lavorando alla ricostruzione e al restauro dell’immenso patrimonio librario della Biblioteca Nazionale di Baghdad, andata distrutta durante la guerra, con il programma "Il sapere che resiste". O sostenendo lə giovani attivistə in progetti di tutela e costruzione di percorsi di turismo sostenibile attorno a luoghi di fondamentale importanza, come le Paludi Mesopotamiche o il sito archeologico di Ur, entrambi considerati Patrimonio dell’Umanità Unesco.
Oggi continuiamo a farlo anche in Giordania, attraverso la promozione del turismo culturale, responsabile e sostenibile, in aree decentralizzate ma dense di storia e patrimonio della collettività.
E’ il caso dell’area archelogica di Jerash, un sito di enorme importanza culturale ma che paga la sua collocazione geografica decentralizzata.
Oggi, la comunità locale beneficia infatti solo marginalmente dell’impatto positivo che un turismo sostenibile e responsabile potrebbe avere a Jerash. Lə turistə infatti visitano il sito brevemente, per poi spostarsi verso altre destinazioni molto più note nel paese, senza conoscere o soggiornare nell’area urbana e costruendo interazioni molto limitate con la sua ricca e vivace comunità locale.
Per questo, grazie al prezioso sostegno dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e insieme ad ARCS, capofila del progetto, abbiamo ideato e lanciato “Jerash sostenibile”, un intervento di due anni che mira a proteggere e valorizzare il patrimonio culturale della città, per promuovere uno sviluppo locale inclusivo e sostenibile, creando opportunità economiche per la comunità.
In particolare, lavoreremo al restauro delle Terme romane orientali, situate nella moderna città di Jerash, per valorizzarle come punto di collegamento tra l’area urbana e quella archeologica.
Così facendo, le Terme verranno non solo studiate per la prima volta, ma saranno finalmente aperte al pubblico e rese accessibili, incoraggiando così un’economia circolare e valorizzandone il patrimonio.
Per farlo lavoreremo insieme alla Municipalità di Jerash, al Ministero del Turismo e al Dipartimento delle Antichità, che al termine dell’intervento assumeranno la gestione diretta del sito. Ma anche con organizzazioni come Monumenta Orientalia e l’Università di Roma Tre, con cui ci occuperemo di restaurare anche il prezioso mosaico che vi è all’interno.
L’intento è per noi, come sempre, anche quello di rendere più accessibile l’intera area turistica locale, attraverso il coinvolgimento di persone con disabilità e organizzazioni locali con cui lavoriamo da anni.
Nei prossimi mesi passeremo del tempo con la comunità di Jerash – cittadinanza, commercianti, artigianə locali – per raccogliere le loro impressioni sul lavoro che stiamo portando avanti. Seguiteci per nuovi aggiornamenti.
Sono rimasto fuori dalla mia tenda per 18 ore. Durante la notte la pioggia ha continuato a cadere addosso a me ed ai miei amici, e durante il giorno siamo rimasti bloccati sotto il sole. Tutto questo solo per attivare un conto bancario che, due anni fa, avrei potuto aprire in meno di trenta minuti.
A Gaza, accedere al denaro è diventato un viaggio di per sé. Ogni numero sullo schermo racconta una storia di resistenza e fatica, e ogni passo per raggiungerlo ti insegna cosa significa vivere nelle condizioni più dure.
Tutto è iniziato quando ho sentito che le banche nel centro di Gaza City avevano ricominciato a permettere alle persone di accedere ai propri conti, dopo essere rimaste chiuse per più di due anni.
Ho deciso che dovevo andare, a qualunque costo, perché non sappiamo più cosa possa accaderci domani. Tre amici hanno accettato di venire con me. Siamo arrivati alle 22, pensando di essere tra i primi. Invece c’erano già decine di persone. Il mio numero era il 50. Alcune persone già dormivano all’ingresso della banca.
Abbiamo aspettato in strada. Uno dei miei amici ha detto: “Forse dovremmo tornare domani. È troppo stancante”. Ma avevo deciso che non me ne sarei andato senza attivare il mio conto. Tutti tenevamo i documenti in mano, cercando qualcosa su cui appoggiarci. Non c’erano sedie, né un riparo dal sole, né un sistema chiaro per capire quando sarebbe arrivato il nostro turno.
Durante le prime ore abbiamo chiacchierato, per far passare il tempo. Verso le 2 del mattino, il freddo è diventato insopportabile. Ognuno cercava un angolo per ripararsi dal vento. Le ossa ci facevano male per il freddo. All’alba, la strada si è riempita ancora di più. Alcuni dormivano direttamente a terra, coperti da coperte sottili o pezzi di stoffa. Altri cercavano un piccolo spazio per sedersi, appoggiandosi appena al marciapiede. Le conversazioni erano a bassa voce, mescolate al rumore delle auto che arrivavano di tanto in tanto. Ogni minuto sembrava pesante. Ogni ora aumentava la nostra stanchezza. Ma non avevamo altra scelta se non aspettare.
Col passare del tempo ho iniziato a sentire il peso dell’attesa nel corpo. Ma anche nell’anima. Le mie mani erano ormai irrigidite per aver stretto a lungo i documenti e la bottiglia d’acqua. I piedi si erano gonfiati per essere rimasto in piedi così a lungo. I miei occhi continuavano a fissare la porta chiusa della banca: sembrava il cancello verso un altro mondo.
“Pensi che riusciremo ad attivare i nostri conti?”, mi ha chiesto Ahmad, uno dei miei amici.
“Non lo so”, ho risposto. “Ma io non me ne vado senza il mio”.
Con l’avvicinarsi del mattino, l’ansia è aumentata. Sarebbe arrivato il mio turno prima della chiusura? Il numero 50 sarebbe stato ancora valido? Sono momenti come quelli a rivelare parte della nostra quotidianità a Gaza: dove qualcosa di semplice come accedere a un conto bancario richiede uno sforzo enorme.
Alle 8 del mattino i cancelli della banca si sono finalmente aperti. A quel punto, più di 200 persone erano in fila dietro di me. Due ore dopo l’apertura, finalmente ero davanti alla porta, in attesa che qualcuno uscisse per poter entrare. Sembrava una piccola vittoria, e allo stesso tempo un segno evidente della crisi in cui viviamo.
All’interno, attivare il conto ha richiesto meno di 30 minuti. Ma questo non ha reso la situazione meno grave. Per anni le banche non hanno pagato regolarmente stipendi o trasferimenti. Accedere ai contanti è diventata una lotta quotidiana, anche per chi possiede un conto. Il denaro esiste sullo schermo. I numeri lo mostrano chiaramente. Ma trasformarli in soldi reali è una battaglia quotidiana.
Negli ultimi due anni, e ancora oggi nonostante il cessate il fuoco sulla carta, molte persone sono state costrette a rivolgersi ai fornitori di liquidità. Si tratta di persone che, negli angoli delle strade o nei piccoli locali, offrono un solo servizio: trasformare un saldo bancario in contanti in cambio di una commissione elevata. In alcuni periodi questa commissione è arrivata a superare il 40%. E’ così che la gente ha perso una parte consistente del proprio denaro solo per accedere a ciò che era loro di diritto, mentre i prezzi dei beni continuavano ad aumentare drasticamente.
Ma non è l’unico problema. Le monete sono ormai quasi inesistenti e le banconote logore. Anche io ne avevo una, e l’ho portata in un posto che qui a Gaza chiamiamo “la clinica dei soldi” per farla sistemare.

Più tardi ho provato a comprarci del pane. Il venditore l’ha osservata attentamente e alla fine l’ha rifiutata. Me ne sono andato affamato, senza riuscire a comprarlo. In momenti come questi, persino il denaro sembra instabile.
Gli stipendi o i saldi che mostrano le app bancarie sono più un’idea che una somma affidabile su cui poter contare per pianificare gli acquisti del mese. Per via dei prezzi schizzati alle stelle, la cifra totale si riduce ad ogni fase: durante il trasferimento, durante il prelievo e durante l’acquisto. Ciò che alla fine ti resta in mano non è la somma che hai realmente guadagnato. Trasformare il denaro digitale in beni tangibili diventa un processo estenuante e mentalmente logorante.
Ciò che rende tutto ancora più complesso è che questa crisi finanziaria non riguarda solo i numeri, ma crea una pressione sociale e psicologica costante. Pensare al denaro non significa più risparmiare o pianificare il futuro, ma capire come accedervi rapidamente per coprire i bisogni essenziali: pane, acqua, elettricità, forse un po’ di gas per cucinare.
E’ questo il paradosso: dipendiamo da un sistema finanziario digitale avanzato, ma viviamo una vita primitiva. Il denaro arriva tramite app sul telefono. I trasferimenti avvengono in pochi secondi. I saldi si aggiornano istantaneamente. Il processo fa pensare di vivere in un posto moderno, con infrastrutture avanzate. Ma la realtà materiale in cui siamo è completamente diversa.
Viviamo in tende senza elettricità, senza acqua corrente e senza molte cose che quotidianamente sono necessarie. Niente frigoriferi per conservare il cibo. Niente fornelli che funzionino con continuità. Nessuna illuminazione affidabile. Eppure abbiamo portafogli digitali sul telefono, app bancarie e costanti notifiche di trasferimento di fondi. La tecnologia finanziaria è arrivata molto prima dei beni essenziali alla sopravvivenza di ogni essere umano.
Quando ho ricevuto il mio primo pagamento per un articolo che avevo scritto, ho provato sollievo per un istante. I numeri che apparivano sullo schermo mi hanno dato un senso di sicurezza economica. Ma ho capito presto che quel numero non significava nulla se non potevo trasformarlo in pane, acqua, elettricità o gas. Prima dovevo trovare un intermediario disposto ad accettare il trasferimento. Poi accettare di pagare la commissione. Poi trovare un negozio che vendesse ciò di cui avevo bisogno e che accettasse il contante logoro. Tutti questi passaggi solo per assicurarmi i beni essenziali.
Alla fine della giornata, sopravvivere a Gaza non dipende solo da quanto denaro possiedi, ma dalla tua capacità di accedervi e utilizzarlo in condizioni difficili. Il denaro digitale esiste, ma la vita reale è estremamente fragile. La tecnologia moderna avanza rapidamente, mentre gli elementi fondamentali per la sopravvivenza sono completamente assenti.
Questa contraddizione tra il digitale e il primitivo, tra il denaro su uno schermo e la vita fragile nelle tende, riassume l’esperienza di vivere oggi a Gaza. È un’esperienza difficile, piena di sfide, ma rivela anche la resilienza e la creatività quotidiana su cui le persone fanno affidamento per sopravvivere nonostante tutto.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza
A Gaza la crisi non si è fermata. Nonostante l’annuncio di un cessate il fuoco, le violazioni sono state centinaia e l’ingresso degli aiuti umanitari è rimasto gravemente insufficiente, irregolare e iniquo. La guerra ha continuato a colpire i corpi e le condizioni di vita delle persone, mentre fame, sfollamento e distruzione delle infrastrutture hanno reso la sopravvivenza una lotta quotidiana.
In questo contesto, migliaia di famiglie hanno continuato a vivere senza accesso stabile al cibo, senza mercati funzionanti, senza reddito, senza contanti. I tassi di malnutrizione – soprattutto tra bambinə, donne incinte, anzianə e persone con disabilità – sono rimasti drammaticamente alti.
E poi è arrivato l’inverno.
Le piogge intense hanno allagato tende e rifugi improvvisati, distruggendo quel poco che le famiglie possedevano. Vivere sotto un telo non impermeabile, nel freddo e nel fango, ha significato esporsi a rischi sanitari enormi, soprattutto per chi è più fragile. A Gaza, anche il clima è diventato una minaccia.
È dentro questa emergenza nell’emergenza che Un Ponte Per, insieme ai partner locali UAWC e Al-Ard, e grazie anche alle donazioni arrivate a Natale 2025, ha avviato le nuove distribuzioni.
CIBO PER 350 FAMIGLIE
Il primo obiettivo è stato rispondere a un’urgenza immediata: l’accesso al cibo.
Alle famiglie recentemente sfollate – spesso escluse anche dai pochi aiuti disponibili – abbiamo consegnato 350 pacchi di verdure fresche, raggiungendo un totale di 1.925 persone in tutta la Striscia di Gaza.
"La prima cosa che ho pensato quando le ho viste è stata: finalmente pesano il giusto", ha commentato Sharif Hamad, Communication Officer della Campagna Acqua per Gaza. "I pacchi alimentari distribuiti oggi pesano di più. Dentro c’è più cibo. E, finalmente, ci sono le uova. Un alimento semplice, essenziale, spesso assente per mesi. Non è un simbolo di abbondanza, ma di dignità minima riconquistata. È la differenza tra sopravvivere e nutrirsi. Tra resistere e poter ancora prendersi cura dei propri figli".

ACQUA: UNA RISPOSTA SALVAVITA
Accanto al cibo, l’accesso all’acqua rimane una delle emergenze più gravi. I bombardamenti hanno danneggiato in modo esteso impianti idrici, reti fognarie, pozzi civili e agricoli, interrompendo quasi completamente le reti idriche. In molte aree, l’acqua esiste solo se viene trasportata su camion, spesso a caro prezzo e senza possibilità di conservarla in sicurezza.
Per rispondere a questa emergenza, grazie anche alle donazioni ricevute negli ultimi mesi, abbiamo distribuito 200 serbatoi da 500 litri, destinati a 200 famiglie sfollate nelle aree più colpite dal conflitto – Rafah, Khan Younis, Deir al-Balah e Nuseirat – dove abitazioni e infrastrutture sono state distrutte e l’accesso ai servizi essenziali è estremamente limitato.
I serbatoi permettono alle famiglie di immagazzinare in modo sicuro l’acqua ricevuta tramite distribuzione o trasporto su camion, riducendo la dipendenza da fonti insicure e la necessità di percorrere lunghe distanze, in un contesto in cui ogni spostamento comporta gravi rischi per l’incolumità delle persone. Per garantire l’effettivo utilizzo dei serbatoi, ogni famiglia riceverà acqua potabile per tre mesi, con due ricariche mensili.
Marwa è una giovane madre, sfollata dal nord della Striscia di Gaza. Le sue parole raccontano cosa significa non avere accesso all’acqua:
“Ho una bambina di cinque mesi. Non riuscivo a trovare nemmeno una goccia d’acqua. Andavo di tenda in tenda, mattina, pomeriggio e sera, cercando di riempire un biberon.
Ero stata sfollata dal nord, a piedi, e non avevo nulla con me. Quando è arrivato questo serbatoio, sono stata felicissima, perché ora ho sempre acqua a disposizione. Dio benedica tutti coloro che hanno sostenuto questo progetto e ci hanno donato questi serbatoi d’acqua.”

Anche Fadi racconta una fatica continua, fatta di gesti ripetuti e insufficienti:
“Soffrivamo per la mancanza d’acqua. La trasportavamo in pentole e secchi: io ne avevo tre, ma non bastavano mai. L’acqua era scarsa, avevo sempre la gola secca. Trasportarla era una lotta, così come tutto il resto, perché non avevamo nulla in cui conservarla. Grazie a questo serbatoio non ho più difficoltà e non devo più preoccuparmi dell’acqua come prima".
RENDERE I RIFUGI A PROVA DI INVERNO
Ma mangiare e bere non basta, se non si ha un posto asciutto dove dormire.
Per questo, una parte fondamentale delle donazioni è stata destinata a rendere più sicuri i rifugi improvvisati. Tra novembre e dicembre 2025 sono state avviate le procedure di gara e approvvigionamento per materiali e attrezzature necessarie all’impermeabilizzazione delle tende.
La consegna dei materiali è avvenuta l’ultima settimana di dicembre 2025 e circa 200 famiglie hanno beneficiato di questi interventi.
CONTINUIAMO INSIEME A GARANTIRE DIGNITA'
Operare a Gaza significa affrontare ostacoli enormi: restrizioni arbitrarie all’ingresso degli aiuti, mercati collassati, assenza di sistemi bancari funzionanti, continui spostamenti forzati e rischi per la sicurezza del personale.
Garantire protezione, equità e dignità è una sfida costante.
Acqua, cibo fresco, ripari più sicuri: sono risposte parziali ma fondamentali. Tengono aperto uno spazio di vita, di dignità e di resistenza.
A Gaza, oggi, nulla è scontato. Nemmeno riuscire a bere, a nutrirsi o l’inverno che passa senza perdere tutto.
Grazie per aver scelto di esserci.



Nel reparto di emergenza dell’Ospedale Nazionale di Hassakeh, in Siria, i generatori ronzano, le équipe mediche sono al lavoro, le ambulanze arrivano senza sosta. Per centinaia di migliaia di persone, questo ospedale pubblico è l’unico punto di riferimento per cure specialistiche e interventi salva-vita. È qui che Un Ponte Per, insieme ai partner locali, ha costruito un ponte tra chi ha più bisogno e un sistema sanitario messo in ginocchio da anni di crisi e da tagli improvvisi ai finanziamenti umanitari.
A metà del 2025 infatti, nel nord est della Siria la situazione era drammatica: 68 strutture sanitarie erano a rischio di chiusura e solo 1 ospedale pubblico su 16 era rimasto pienamente operativo. Le conseguenze sono ricadute soprattutto su donne in gravidanza, bambine/i e persone con patologie croniche, costrette a rinunciare improvvisamente a visite, farmaci e interventi essenziali. Nei campi per persone sfollate, sovraffollamento e infrastrutture idriche e igieniche precarie hanno moltiplicato i rischi di epidemie.
La sospensione del sostegno umanitario internazionale all’Ospedale Nazionale di Hassakeh, a causa dei tagli imposti a USAID, aveva lasciato oltre 333.000 persone senza un accesso alle cure, pubbliche, gratuite e specialistiche.

"BRIDGE": UN'ALLEANZA PER TENERE IN PIEDI IL SISTEMA SANITARIO
Grazie alla solidarietà di donatrici e donatori siamo riusciti/e a rifornire l’Ospedale di farmaci, attrezzature e forniture medico-sanitarie di base, ma le richieste crescevano ogni giorno. Con il programma “BRIDGE”, portato avanti insieme ad ACTED e grazie al prezioso sostegno del Syrian Humanitarian Fund (SHF), abbiamo potuto prontamente rispondere a questa emergenza.
In 6mesi di intervento, tra Hassakeh, Deir‑ez‑Zor e Raqqa, abbiamo garantito assistenza sanitaria integrata e gratuita adoltre 137.000 persone, sostenendo 7 strutture:
Abbiamo fornito farmaci e dispositivi medici, formato il personale sanitario, rafforzato i servizi materno‑infantili e di emergenza, e potenziato percorsi di presa in carico e trasferimento dei/lle pazienti verso cure specialistiche quando necessario.

Lo abbiamo fatto rafforzando le strutture pubbliche locali: perché l’autodeterminazione di una comunità passa anche dal diritto ad un sistema sanitario pubblico e gratuito.
L'OSPEDALE NAZIONALE DI HASSAKEH AL CENTRO: IL "PONTE" CHE NON PUO' INTERROMPERSI
All’Ospedale di Hassakeh abbiamo potuto abbattere le barriere economiche che impedivano alle persone più vulnerabili di accedere ad esami diagnostici, interventi chirurgici e terapie. Quando un servizio non era disponibile in sede, abbiamo garantito trasferimenti e rimborsi verso strutture di riferimento esterne.
Per farlo, abbiamo creato l’Health Equity Fund (HEF): un Fondo di equità sanitaria che copre, caso per caso, le spese per cure primarie e salva-vita di persone sfollate e rifugiate. Il Fondo consente alle persone sfollate di accedere a cure specialistiche che, altrimenti, sarebbero fuori dalla loro portata. La maggior parte di loro, infatti, non è in grado di sostenere nemmeno le tariffe calmierate del sistema sanitario pubblico, per non parlare dei costi molto più elevati delle strutture private.

“Non so come ringraziare per tutti gli sforzi fatti per salvarmi la vita. I costi dell’intervento sarebbero stati impossibili da sostenere per me e la mia famiglia”, ci ha detto Amira, una donna di 40 anni arrivata all’Ospedale di Hassake con un’angina che era stata prontamente identificata dagli operatori sanitari nella nostra Clinica nel campo di Washokani. Stabilizzata d’urgenza, è stata operata ed è potuta tornare dalla sua famiglia.
Ma “BRIDGE” ha potuto garantire cure anche di lungo periodo e non emergenziali, come nel caso di Saleh, un uomo di 35 anni che soffriva di dolori cronici a causa di problemi all’articolazione dell’anca.
“Non ero in grado di sostenere i costi della procedura né le spese di trasporto dal campo all’Ospedale. Questa operazione mi ha dato una nuova vita, senza dolore”, ci ha detto dopo l’operazione chirurgica a cui ha potuto avere accesso grazie all’équipe ortopedica dell’Ospedale Nazionale di Hassakeh.

PROSEGUIRE, INSIEME
Questi mesi di lavoro in Siria ci hanno permesso di portare avanti un lungo cammino, intrapreso a fianco delle comunità locali oltre 15 anni fa, con l’obiettivo di sostenerle nel loro sforzo di costruzione di un sistema sanitario di qualità, pubblico e accessibile, sfidando le continue crisi che attraversano il paese.
Come ha ricordato il dottor Salar, coordinatore sanitario dell’Ospedale Nazionale di Hassakeh, “questo intervento è stato fondamentale per salvare vite. Siamo fieri di quello che abbiamo costruito insieme, e voglio esprimere profonda gratitudine a tutto il team di UPP. Il nostro ospedale è diventato un punto di riferimento, rafforzando l’intera comunità. L’eredità di quanto fatto continuerà a lungo, e speriamo di poter proseguire questo percorso insieme”.