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Libere di rompere: 8 marzo

08 Mar 2024

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Oppresse. Sottomesse a società arretrate. Bisognose di aiuto per liberarsi. E’ la percezione che ancora, in tanta parte del mondo occidentale, è diffusa rispetto alle donne che abitano quello arabo. Donne che hanno invece scritto fondamentali pagine di femminismo nei loro paesi, protagoniste di una storia spesso poco conosciuta in Occidente.
Nei contesti in cui Un Ponte Per opera da oltre 30 anni, abbiamo incontrato e supportato centinaia di donne in lotta per abbattere i muri degli stereotipi e dell’oppressione; per essere autodeterminate, libere, partecipi. Le abbiamo incontrate in Iraq, in Siria, nei campi profughi del Libano. E le stiamo vedendo in Palestina, resistere a una brutale aggressione genocida ma continuare a lottare per vivere e testimoniare.

Le abbiamo conosciute determinate e libere: “libere di rompere”.

Pensando a loro, nel dicembre scorso abbiamo lanciato una campagna con questo nome, dedicata alla Siria.
In occasione di questo 8 marzo vogliamo rilanciarla e allargarla. Pensando a tutte le donne che abbiamo incontrato nel nostro cammino, e prima di tutto alle donne palestinesi. Ognuna di loro rappresenta se stessa e insieme una collettività. Ognuna di loro ha un nome e una storia, ma rappresenta tanti nomi e infinite storie. Queste storie abbiamo provato a raccontare, grazie alle bellissime illustrazioni di Rita Petruccioli.

L’8 marzo non è mai stato, né mai sarà, una ricorrenza. E’ per noi un altro giorno di lotta, che condividiamo con milioni di donne in tutto il mondo.

ZAHARA

Ho preso parte alla Rivoluzione sin dal primo giorno. Insieme alle mie compagne, abbiamo tirato su la prima tenda femminista di piazza Tahrir”, racconta Zahra. “Sono arrivata in piazza da cittadina, donna e madre per rivendicare i miei diritti. La nostra tenda ha dato voce a chi non ne aveva e ha combattuto per tutte le donne irachene che chiedevano una vita degna di essere chiamata tale”.

“La rivoluzione è donna”. Sul cartello che Zahra tiene sollevato sopra il capo quel giorno in piazza, c’è scritto così. Il capo è avvolto in un velo stretto. La piazza è quella di Baghdad, dove da settimane centinaia di giovani manifestano in quella che di lì a poco passerà alla storia come la “Rivoluzione d’Ottobre”. Insieme a Zahra quel giorno scendono in piazza migliaia di donne. E’ la risposta alle dichiarazioni di alcune figure politiche che sostengono quella rivolta popolare, ma che hanno chiesto alle donne di fare un passo indietro. Meglio che restino a casa, sostengono. E’ da poco iniziato il 2020, e le donne irachene rispondono con una delle più grandi manifestazioni femministe della storia del paese. Studentesse, lavoratrici, madri di famiglia: tutte unite per riaffermare il proprio diritto alla partecipazione. “Nessuna voce può alzarsi sopra quella di una donna”, “sono nata irachena per diventare rivoluzionaria” sono alcuni dei cartelli che portano con loro. Alcune lo fanno per la prima volta. Altre hanno un passato di attivismo alle spalle. Alcune sono giovanissime, e disertano i banchi di scuola accompagnate dalle loro insegnanti. Altre sono anziane, e scendono in strada per timore che succeda qualcosa alle figlie, finendo per sentire sulla pelle l’entusiasmo di quella rivolta e scegliere di farne parte. Alcune curano i manifestanti feriti. Altre cucinano pasti per permettere alle occupazioni di continuare. Altre ancora organizzano delle “tende femministe” a piazza Tahrir, dove si proiettano film, si leggono libri, si ragiona insieme su come costruire pratiche collettive. Altre dipingono murales sui muri della città, che hanno per oggetto la libertà delle donne di occupare lo spazio pubblico. Qualcuna avvolge il capo nella bandiera irachena. Qualcun’altra in un velo colorato. Le più anziane prediligono il nero. Tutte però sognano la stessa cosa: un paese libero. E tutte pensano che il posto di una donna sia nella rivoluzione.

Il contesto. Ottobre 2019. Con la sola interruzione delle feste dell’Arba’een, migliaia di giovani iracheni ed irachene scendono in piazza con massicce manifestazioni rivendicando riforme economiche, fine della corruzione politica, opponendo il proprio rifiuto al sistema delle quote politiche distribuite su base settaria che ha segnato il governo in Iraq negli ultimi due decenni. La generazione che muove la rivolta è cresciuta in un clima di guerra: dall’invasione statunitense dell’Iraq del 2003, fino alla conquista da parte di Daesh (Isis) di ampie zone del paese nel 2014 e alla loro successiva liberazione, l’Iraq che ha conosciuto è un paese senza pace, nel quale immaginare un futuro dignitoso è difficile. Dalla fine del 2019 le mobilitazioni si sono canalizzate nella disobbedienza civile, nell’occupazione pacifica dei ponti, delle strade che portano alle infrastrutture petrolifere, dei porti e degli edifici governativi. Alla rivolta prendono parte tutte le componenti della società irachena, e in particolare gli/le studenti, gli/le insegnanti e i ceti professionali. Da subito si capisce che la partecipazione femminile è centrale. Piazza Tahrir a Baghdad, occupata permanentemente, è il cuore pulsante della rivoluzione. Qui vengono piantate centinaia di tende, nelle quali si sperimentano forme di partecipazione dal basso e auto-organizzazione: dal primo soccorso alle persone ferite alle cucine popolari, dalle biblioteche alle iniziative femministe, le tende diventeranno il luogo della sperimentazione e dell’elaborazione politica giovanile. Le manifestazioni sono le più grandi ed estese della storia irachena recente. Dopo mesi di mobilitazioni, il governo di Adel Abdul-Mahdi sarà costretto a dimettersi, la classe politica al potere a modificare la legge elettorale e a indire elezioni parlamentari anticipate.

Un Ponte Per è presente in Iraq da oltre 30 anni. Nel nostro lungo cammino a fianco delle società civili, abbiamo dedicato alle donne gran parte del nostro lavoro, per contrastare insieme la violenza di genere, sostenere la loro partecipazione alla vita pubblica, supportare le attiviste nella costruzione di reti che continuino a lottare per conquistare il loro spazio e il loro diritto all’autodeterminazione. Insieme a loro abbiamo realizzato, tra le altre cose, il booklet “La voce della rivoluzione”, che racconta la storia delle manifestanti scese in piazza nel 2019-2020.

ASMAA

“Volevo che i miei figli e le mie figlie continuassero a studiare, e che avessero una vita migliore della mia”, racconta Asmaa. “Le norme imposte da Daesh durante la sua occupazione hanno trasformato e limitato le nostre vite. Adesso la situazione sta cambiando. Grazie al mio negozio sono una donna completamente nuova”.

Stoffe colorate, foulard, manichini sui quali attendono di essere terminati bellissimi abiti dai colori sgargianti. Fra giacche, spille e lunghe gonne a pieghe spiccano drappi di stoffa pieni di farfalle. Tutto intorno il rumore delle macchine da cucire, aghi e metri ovunque. Fuori, sull’insegna, c’è scritto: “Sartoria Nour. Per donne e bambini”. Un nome che non è casuale: Nour – “luce” in arabo –, si chiamava la figlia che Asmaa ha perduto in guerra. Oggi è il suo ricordo, e insieme un sogno che si è realizzato tra le macerie di quella stessa guerra. Una luce di autodeterminazione e speranza per una donna, e per tutte quelle che in questi anni sono sopravvissute al conflitto. A gestire il piccolo negozio c’è lei, Asmaa, gli occhi che brillano di entusiasmo sotto il velo nero che per anni è stato imposto dai miliziani di Daesh (Stato Islamico) nella loro roccaforte siriana, Raqqa, e che ancora oggi la fa sentire protetta. Lei, rimasta vedova troppo giovane a causa della guerra, con cinque tra figli e figlie da crescere da sola. Lei che pensava di restare per sempre dipendente dal sostegno economico dei suoi fratelli. E che ha invece deciso di prendere in mano il suo futuro, e di permettere soprattutto alle sue figlie di poter studiare per avere una vita migliore, più semplice. E’ così che ha preso la sua macchina da cucire, ha insegnato ad altre donne del suo quartiere a usarla, ha venduto i primi abiti. Ed è riuscita ad aprire il suo negozio, che oggi le consente di vivere e sostenere le spese della sua famiglia. Ogni donna che è sopravvissuta alla guerra e ha mandato avanti tra mille difficoltà case, vite, famiglie, ha compiuto una rivoluzione. Come le farfalle sulle stoffe di Asmaa, che hanno preso il volo con forza, coraggio, determinazione.

Il contesto. Quando i miliziani di Daesh entrano nella città di Raqqa, è appena iniziato l’inverno del 2014. Fa freddo, il cielo è grigio come un presagio degli anni terribili che verranno. La città sarà scelta come roccaforte del gruppo e occupata fino al 2017, quando la lunga battaglia per liberarla – durata oltre 4 mesi – la lascerà distrutta. Sette anni dopo quei combattimenti, sono ancora le macerie a incorniciare il tramonto, ad essere teatro dei giochi di bambini e bambine, unico orizzonte possibile per le migliaia di persone arrivate qui da tutta la Siria, anch’essa distrutta da una guerra che prosegue indisturbata da troppi anni. E’ qui, tra queste macerie, che le donne si sono mosse come spettri per anni, private di qualsiasi diritto, costrette a sparire tra le mura domestiche, espulse dallo spazio pubblico, dai posti di lavoro, da scuole e università. Ed è ancora qui che, conclusa quella pagina terribile, sono tornate ad affacciarsi al mondo esterno, per recuperare il tempo perduto, mettere a frutto le proprie competenze, costruire un futuro diverso per le loro figlie, tornare ad esistere in carne ed ossa. Ogni donna tornata in un’aula universitaria, al suo posto di lavoro, accompagnata nel suo percorso di fuoriuscita dalla violenza, che ha avuto accesso alle cure mediche o la possibilità di formarsi per avviare una sua attività, ha realizzato una rivoluzione personale e collettiva, capace di scrivere un futuro diverso per la Siria.

Un Ponte Per lavora in Siria dal 2015. In questi anni abbiamo incontrato tantissime donne e lavorato insieme a loro in ampi programmi di protezione, per garantire spazi sicuri dalla violenza di genere, accesso all’istruzione, all’indipendenza economica, alle cure mediche. A loro abbiamo dedicato la prima campagna “Libere di Rompere” nel dicembre 2023.

AMEENA

“Con il basket è cambiata la mia vita, prima non avevo nulla da fare se non andare a scuola e poi tornare a casa”, racconta Ameena. “Non lascio mai la palla, neanche quando cammino per strada. Mi fa sentire forte e sicura”.

Postura sicura, sguardo fiero, capelli al vento: in tutte le foto Ameena è così, un sorriso irriverente sul volto che neanche prova a nascondere la determinazione con cui affronta la vita nel campo profughi palestinese di Shatila, in Libano. Ventuno anni trascorsi lì dentro, senza acqua potabile, sistema fognario, corrente elettrica. Niente altro da fare che frequentare la scuola e tornare a casa, giocare nel fango di tanto in tanto, fra i vicoli asfissianti in cui non arriva la luce. Rifugiata palestinese senza cittadinanza: negato il diritto al ritorno alla sua terra d’origine, negato il diritto a condurre un’esistenza normale in Libano: la vita di Ameena è la stessa di migliaia di giovani donne cresciute in una diaspora imposta, in campi profughi nati come soluzione a un’emergenza, divenuti per loro l’unico presente possibile. Spazi conservatori, in cui non è semplice per una giovane donna perseguire un sogno: soprattutto se ha a che fare con un pallone da basket. “Ma perché noi no?”, si chiedeva Ameena quando da bambina vedeva giocare i suoi amici maschi nel piccolo centro sportivo nato a Shatila. E’ il 2014 quando riesce, insieme ad altre ragazze, a formare la prima squadra di basket femminile mai esistita nel campo. A convincere il capitano ad allenare anche loro. Le persone per lo più le sottovalutano: non servirà a niente, non saranno capaci come i maschi. Non si lasciano scoraggiare: si allenano, diventano brave, grazie agli scambi con club sportivi in Europa riescono persino a viaggiare, a vedere il mondo fuori dai confini del campo. Ameena oggi è pivot nella squadra femminile di Shatila e allena un gruppo di bambine tra i 9 e i 16 anni. Trasmette loro la sua passione, le incoraggia ad essere forti e determinate. E non lascia mai la sua palla, neanche per un istante.

Il contesto. Vicoli stretti, mancanza di luce, fango a terra. Sopra, fra i tetti, un’intricata rete di cavi elettrici che corrono tra una casa e l’altra. Neanche il cielo è libero a Shatila, campo profughi palestinese alla periferia sud di Beirut, in Libano. Un luogo nato per essere provvisorio, che l’ingiustizia della storia ha reso permanente. Poco più di 1 chilometro quadrato in cui vivono 25mila persone: figlie, nipoti e pronipoti della gente che fu costretta a fuggire dalla Palestina nel maggio del 1948, quando veniva proclamato lo Stato di Israele, e il processo di pulizia etnica ai danni della popolazione palestinese raggiungeva il suo apice. “Torneremo presto” devono aver pensato le persone in fuga arrivate in Libano all’inizio del ’49, quando hanno piantato le prime tende di Shatila. Nessuno poteva immaginare che sarebbero diventate l’unica casa possibile per le generazioni a venire, bloccate in limbo che nega loro il diritto al ritorno in Palestina, ma anche una cittadinanza libanese e la possibilità di condurre una vita normale nel paese che le ha accolte. Esistenze sospese in un eterno presente, in cui il passato è sempre dietro l’angolo, sui muri, fra le case, nella memoria collettiva con cui le giovani generazioni vengono cresciute. Il campo, per legge, non può estendersi in larghezza. E’ così che le case hanno finito per essere costruite una sopra l’altra, accogliendo con il passare del tempo anche le persone palestinesi in fuga dalla guerra siriana, e poi quelle migranti senza possibilità economiche, divenendo oggi un grande slum, in cui è impossibile condurre una vita normale. E’ qui, tra questi vicoli stretti e questo cielo negato, che un giorno è nato lo Sport Center di Shatila. Ed è qui che dal 2014 gioca e si allena la prima squadra di basket femminile, allenata da “capitan Majdi”.

Un Ponte Per è presente in Libano dal 1997. Lavoriamo principalmente nei campi profughi palestinesi, per garantire diritto alla studio e alla salute ai/alle minori palestinesi e siro-palestinesi rifugiati/e attraverso programmi di sostegni a distanza. Sosteniamo il Palestinian Youth Club, gruppo di 80 atleti e atlete palestinesi del campo, e insieme abbiamo costruito il primo centro sportivo di Shatila

BISAN, YOUMNA, HIND

“Ciao a tutte e tutti. Sono Bisan da Gaza. E sono ancora viva”.  

“Oggi il mio cuore si è spezzato, ancora una volta. La mia bimba mi ha chiesto di mostrarle le foto di quando è nata. Ho realizzato che erano tutte nei nostri pc, rimasti sotto le macerie della nostra casa. Non potrò mostrarle le sue foto. Non le rivedrò mai più”. 

“So che sarei dovuta andar via. Ma non potevo lasciare da sola la mia Gaza”  

Bisan Owda, che prima di questo genocidio i social li usava moltissimo, ma come una giovane influencer simile a tante altre ragazze nel mondo. Youmna El-Qunsol, corrispondente di Al Jazeera, che ha mandato avanti la sua diretta mentre le bombe la cadevano accanto, mettendo solo una mano sul casco per tenerlo ben saldo sulla testa. “Press”, c’era scritto sopra, “stampa”. Quella che oggi è divenuta un target dei bombardamenti israeliani perché è la sola a raccontare al mondo l’orrore di un genocidio. Hind Khoudary, giornalista freelance, che mentre dava in diretta la notizia dell’uccisione di un suo collega e amico commossa, ripeteva “scusate, non voglio piangere”. Tutte hanno perso le loro case, membri della loro famiglia, amici, ricordi. Tutte sono oggi sfollate, costrette a vivere in tende o rifugi di fortuna; spesso, a separarsi da mariti e figli/e, evacuati da Gaza per stare al riparo mentre loro sono rimaste a raccontare l’orrore. Costrette a ricaricare telefoni e batterie dove capita, quando capita, cercando satelliti attraverso cui inviare immagini, racconti, reportage, perché nel resto del mondo non si possa dire “non sapevamo”. Costrette ad alzare la voce sopra il frastuono delle bombe quando sono in diretta. Tutte, nella breve settimana di pausa umanitaria a novembre scorso, sono andate a respirare aria fresca sulla spiaggia di Gaza, chiedendosi quando sarebbe stato possibile farlo di nuovo. Lì, dove fino a poco tempo fa sorgevano caffè, alberghi, stabilimenti balneari pieni di giovani, di musica e di vita. Dove oggi restano solo macerie, e un orizzonte in cui è stato occupato anche il mare. Tutte sono ancora vive, tutte hanno comunque perso la vita.

Il contesto. Dallo scorso ottobre la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza è sottoposta a un’offensiva militare genocida per mano di Israele. L’uccisione indiscriminata di migliaia di persone, l’attacco deliberato a centrali idriche ed elettriche, l’assedio militare e il blocco degli aiuti umanitari, le demolizioni di ospedali, scuole, università, rifugi, edifici civili rappresenta l’evidente tentativo di totale annientamento della Striscia di Gaza e dei suoi abitanti. Ma la storia, in Palestina, non è iniziata il 7 ottobre. Aver allontanato lo sguardo dal colonialismo di insediamento israeliano, dal regime di occupazione militare e apartheid sui Territori occupati (Cisgiordania e Gerusalemme Est) e dal completo assedio di Gaza, ha reso possibile quanto stiamo osservando oggi: una catastrofe umanitaria senza precedenti nella storia recente. Ad oggi le vittime civili di questa offensiva hanno toccato la soglia indicibile di 30mila, di cui almeno 13mila bambini e bambine. Migliaia potrebbero essere le persone ancora sotto le macerie. A Gaza oggi si muore di fame e di sete, per la scelta genocidiaria di Israele di bloccare l’ingresso di aiuti umanitari. Chi non può entrare oggi a Gaza è anche la stampa: ai/lle giornalisti/e internazionali è negato l’ingresso a un teatro di guerra che non può essere raccontato. Le uniche persone ad essere testimoni di quanto sta avvenendo sono i giornalisti e le giornaliste palestinesi, che per mostrare al mondo l’orrore del genocidio stanno pagando un prezzo altissimo: sono già 120 quelli/e uccisi/e da Israele. Tra loro, moltissime sono le donne. Professioniste coraggiose che svolgono ogni giorno il proprio lavoro, nella maggior parte sfollate e costrette a separarsi da famiglia e figli/e. A loro va il nostro omaggio più solidale e sincero in occasione di questo 8 marzo.

Un Ponte Per non opera direttamente in Palestina. Non abbiamo accettato di sottostare a controlli e ricatti delle autorità israeliane, e abbiamo sempre ritenuto che la questione palestinese avesse bisogno di una soluzione politica, oltre che di interventi umanitari. Siamo stati/e per anni in Palestina come volontari/e e attivisti/e. In seguito all’emergenza senza precedenti creata dall’offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza, a febbraio 2024 abbiamo lanciato la campagna “Acqua per Gaza”, per sostenere il nostro partner locale – la Union of Agricoltural Work Committees (UAWC) – e portare acqua potabile nella Striscia di Gaza.


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