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A Gaza la crisi non si è fermata. Nonostante l’annuncio di un cessate il fuoco, le violazioni sono state centinaia e l’ingresso degli aiuti umanitari è rimasto gravemente insufficiente, irregolare e iniquo. La guerra ha continuato a colpire i corpi e le condizioni di vita delle persone, mentre fame, sfollamento e distruzione delle infrastrutture hanno reso la sopravvivenza una lotta quotidiana.
In questo contesto, migliaia di famiglie hanno continuato a vivere senza accesso stabile al cibo, senza mercati funzionanti, senza reddito, senza contanti. I tassi di malnutrizione – soprattutto tra bambinə, donne incinte, anzianə e persone con disabilità – sono rimasti drammaticamente alti.
E poi è arrivato l’inverno.
Le piogge intense hanno allagato tende e rifugi improvvisati, distruggendo quel poco che le famiglie possedevano. Vivere sotto un telo non impermeabile, nel freddo e nel fango, ha significato esporsi a rischi sanitari enormi, soprattutto per chi è più fragile. A Gaza, anche il clima è diventato una minaccia.
È dentro questa emergenza nell’emergenza che Un Ponte Per, insieme ai partner locali UAWC e Al-Ard, e grazie anche alle donazioni arrivate a Natale 2025, ha avviato le nuove distribuzioni.
CIBO PER 350 FAMIGLIE
Il primo obiettivo è stato rispondere a un’urgenza immediata: l’accesso al cibo.
Alle famiglie recentemente sfollate – spesso escluse anche dai pochi aiuti disponibili – abbiamo consegnato 350 pacchi di verdure fresche, raggiungendo un totale di 1.925 persone in tutta la Striscia di Gaza.
"La prima cosa che ho pensato quando le ho viste è stata: finalmente pesano il giusto", ha commentato Sharif Hamad, Communication Officer della Campagna Acqua per Gaza. "I pacchi alimentari distribuiti oggi pesano di più. Dentro c’è più cibo. E, finalmente, ci sono le uova. Un alimento semplice, essenziale, spesso assente per mesi. Non è un simbolo di abbondanza, ma di dignità minima riconquistata. È la differenza tra sopravvivere e nutrirsi. Tra resistere e poter ancora prendersi cura dei propri figli".

ACQUA: UNA RISPOSTA SALVAVITA
Accanto al cibo, l’accesso all’acqua rimane una delle emergenze più gravi. I bombardamenti hanno danneggiato in modo esteso impianti idrici, reti fognarie, pozzi civili e agricoli, interrompendo quasi completamente le reti idriche. In molte aree, l’acqua esiste solo se viene trasportata su camion, spesso a caro prezzo e senza possibilità di conservarla in sicurezza.
Per rispondere a questa emergenza, grazie anche alle donazioni ricevute negli ultimi mesi, abbiamo distribuito 200 serbatoi da 500 litri, destinati a 200 famiglie sfollate nelle aree più colpite dal conflitto – Rafah, Khan Younis, Deir al-Balah e Nuseirat – dove abitazioni e infrastrutture sono state distrutte e l’accesso ai servizi essenziali è estremamente limitato.
I serbatoi permettono alle famiglie di immagazzinare in modo sicuro l’acqua ricevuta tramite distribuzione o trasporto su camion, riducendo la dipendenza da fonti insicure e la necessità di percorrere lunghe distanze, in un contesto in cui ogni spostamento comporta gravi rischi per l’incolumità delle persone. Per garantire l’effettivo utilizzo dei serbatoi, ogni famiglia riceverà acqua potabile per tre mesi, con due ricariche mensili.
Marwa è una giovane madre, sfollata dal nord della Striscia di Gaza. Le sue parole raccontano cosa significa non avere accesso all’acqua:
“Ho una bambina di cinque mesi. Non riuscivo a trovare nemmeno una goccia d’acqua. Andavo di tenda in tenda, mattina, pomeriggio e sera, cercando di riempire un biberon.
Ero stata sfollata dal nord, a piedi, e non avevo nulla con me. Quando è arrivato questo serbatoio, sono stata felicissima, perché ora ho sempre acqua a disposizione. Dio benedica tutti coloro che hanno sostenuto questo progetto e ci hanno donato questi serbatoi d’acqua.”

Anche Fadi racconta una fatica continua, fatta di gesti ripetuti e insufficienti:
“Soffrivamo per la mancanza d’acqua. La trasportavamo in pentole e secchi: io ne avevo tre, ma non bastavano mai. L’acqua era scarsa, avevo sempre la gola secca. Trasportarla era una lotta, così come tutto il resto, perché non avevamo nulla in cui conservarla. Grazie a questo serbatoio non ho più difficoltà e non devo più preoccuparmi dell’acqua come prima".
RENDERE I RIFUGI A PROVA DI INVERNO
Ma mangiare e bere non basta, se non si ha un posto asciutto dove dormire.
Per questo, una parte fondamentale delle donazioni è stata destinata a rendere più sicuri i rifugi improvvisati. Tra novembre e dicembre 2025 sono state avviate le procedure di gara e approvvigionamento per materiali e attrezzature necessarie all’impermeabilizzazione delle tende.
La consegna dei materiali è avvenuta l’ultima settimana di dicembre 2025 e circa 200 famiglie hanno beneficiato di questi interventi.
CONTINUIAMO INSIEME A GARANTIRE DIGNITA'
Operare a Gaza significa affrontare ostacoli enormi: restrizioni arbitrarie all’ingresso degli aiuti, mercati collassati, assenza di sistemi bancari funzionanti, continui spostamenti forzati e rischi per la sicurezza del personale.
Garantire protezione, equità e dignità è una sfida costante.
Acqua, cibo fresco, ripari più sicuri: sono risposte parziali ma fondamentali. Tengono aperto uno spazio di vita, di dignità e di resistenza.
A Gaza, oggi, nulla è scontato. Nemmeno riuscire a bere, a nutrirsi o l’inverno che passa senza perdere tutto.
Grazie per aver scelto di esserci.



Hassan Herzallah è un traduttore, scrittore e storyteller di Gaza. Collabora con diverse testate internazionali. Per la campagna “Acqua per Gaza”, ha scelto di condividere con Un Ponte Per la sua testimonianza diretta documentando la sua vita sotto assedio e sfollamento. Frequenta il terzo anno di studi in traduzione inglese presso l’Università Islamica di Gaza e prosegue la sua formazione online dopo che l’ateneo è stato bombardato.
Gaza, 9 dicembre 2025
Mi sono svegliato prima dell’alba, come ho imparato a fare negli ultimi due anni. La tenda era fredda e le mie mani erano rigide mentre cercavo di accendere un piccolo fuoco per scaldare un po’ d’acqua per fare la doccia. L’inverno è arrivato in silenzio quest’anno - senza preavviso, senza pietà. Il cessate il fuoco non ha cambiato nulla.
Stamattina mia madre mi ha chiesto di nuovo: “Dove andremo prima che inizi la prima pioggia?”
Non ho risposto. Ho guardato la nostra tenda - otto mesi di vita, sottile, strappata ai bordi - e sapevo che lei aveva già capito.
Quel pomeriggio, ho camminato lungo una strada di Khan Younis che conoscevo da prima del genocidio. Passavo sempre da quella strada in autobus andando all’università, ma ora erano solo rovine. Il silenzio lì è diverso… è il silenzio dei luoghi che non ricordano più se stessi.
Stavo cercando un appartamento per sopravvivere all’inverno, ma ogni posto in cui entravamo sembrava un promemoria di ciò che avevamo perso. Alcuni appartamenti erano mezzo distrutti, altri troppo pericolosi, altri incredibilmente costosi. Continuavo a camminare, ma dentro mi sentivo bloccato tra il peso dei ricordi e la realtà della tenda che mi aspettava.
Quella sera ho incontrato due bambini del campo - Adam, nove anni, e la sua sorellina Bisan. Usavano le mani per cercare di ammucchiare sabbia attorno ai bordi della loro tenda. Li ho visti mentre passavo e ho dato loro una pala per sollevare la sabbia più facilmente. Le loro manine erano rosse dal freddo della notte e dal gelo della sabbia.
Poi Adam mi ha guardato e ha detto: “Se piove, la nostra tenda diventa una barca”. Non sapevo cosa dire. A volte il silenzio è l’unica risposta sincera che abbiamo.
Quella notte, il 20 novembre 2025, tutto è cambiato in soli diciassette minuti.
Nel campo non c’era elettricità. Tutti dormivano già. Avevo appena chiuso gli occhi quando ho sentito la prima goccia colpire il tetto della tenda. Poi un’altra. E un’altra ancora. Mio fratello minore Mohammad ha gridato: “Hassan, entra l’acqua!”. Balzai in piedi.
Quella non era pioggia - era una tempesta. L’acqua entrava attraverso i buchi della tenda più velocemente di quanto potessimo fermarla. Le mie sorelle Malak e Alaa cercavano di sollevare le coperte da terra, mentre io premevo il mio zaino contro lo strappo più grande del tetto, e mio padre combatteva l’allagamento nell’altra tenda.
Fuori, la gente urlava. Ho sentito Abu Adam gridare mentre l’acqua riempiva la sua tenda e lui non sapeva cosa fare. Il mio amico Wasem cercava di portare suo fratello disabile in un punto più alto. Ho visto una bambina - scalza - correre dietro sua madre, tenendo in mano una pentola per raccogliere l’acqua che cadeva sulle loro poche cose.
In mezzo a tutto ciò, mentre cercavo di tenere l’acqua fuori dalla nostra vecchia tenda, mio cugino Yosuf - un orfano - è corso da me, con il volto pallido di paura. “Vieni subito… La nostra tenda è allagata,” riferendosi a se stesso e alle sue cinque sorelle, che non riuscivano a gestire l’alluvione da sole. Mi sentivo diviso tra restare a proteggere la nostra tenda e andare ad aiutarli, ma i miei piedi si sono mossi da soli verso la loro zona.
Quando sono arrivato, sono rimasto scioccato. Tutte le loro cose erano quasi rovinate, completamente fradice. La loro piccola e modesta cucina era allagata. Ho cercato di aiutarli a togliere l’acqua il più possibile, sussurrando nella mia mente: “Per favore, Allah, fa’ che la pioggia si fermi.”
Quei pochi minuti sono stati sufficienti per mostrare la nostra debolezza e impotenza di fronte alla prima tempesta del nostro terzo inverno di sofferenza continua. Nessuno era rimasto con le mani in mano - grandi o piccoli, bambini, donne o giovani - tutti lottavano, resistevano, sopportavano.

Diciassette minuti. Tanto era durata la pioggia.
Diciassette minuti erano bastati per allagare centinaia di tende. Per trasformare una notte tranquilla in caos. Per ricordarci che anche dopo il cessate il fuoco, la sopravvivenza è ancora una battaglia quotidiana.
Quando la pioggia finalmente è cessata, il freddo è diventato ancora più pungente. Sono rimasto sveglio per ore, aspettando un’altra perdita, un altro rumore, un altro disastro. All’alba il mio corpo sembrava congelato, appesantito dalla stanchezza, ma mi sono costretto a scrivere queste righe - per ricordare, per testimoniare, per dire che siamo ancora qui.
Al mattino, mi sono svegliato con le strade allagate. L’acqua non aveva dove defluire a causa della mancanza di infrastrutture, e un bambino piccolo avanzava nell’acqua in mezzo alla strada mentre noi non potevamo muoverci da nessuna parte.
Una volta amavo l’inverno a Gaza. Era una delle stagioni più belle dell’anno. Dentro le nostre case, l’aria era calda, le riunioni familiari frequenti, e i bambini correvano fuori a giocare sotto la pioggia. Gli adulti sedevano vicino alle finestre, ascoltando il suono rilassante dell’acqua che cadeva - —una sensazione unica, diversa da tutte le altre stagioni.
Ma oggi, dopo più di due anni di guerra e anche dopo il cessate il fuoco “sulla carta”, tutto è cambiato. Stiamo entrando nel nostro terzo inverno senza una vera soluzione in vista. Le nostre tende lacere sono diventate il nostro unico rifugio, allagate da ogni lato dalla pioggia e dal vento. L’inverno è diventato una stagione che tutti temono, un testimone della sofferenza del popolo di Gaza.
Eppure, il sogno di una vita normale continua a persistere nella mia mente, anche se il futuro rimane incerto. Ancora una volta, l’inverno ci ricorda che Gaza continua a resistere in silenzio, sospesa tra il dolore del passato e l’incertezza di ciò che verrà.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza