Lo Stato aumenta la spesa in armi. E tu? Fai crescere la pace con il tuo 5x1000: CF 96232290583
Un Ponte Per, insieme ad organizzazioni della società civile impegnate nella difesa dei diritti umani e nella promozione della pace, porta in tribunale Leonardo S.p.A. e lo Stato italiano per fermare la vendita di armi verso Israele e lancia una raccolta fondi per sostenere l’azione legale.
Con la prima udienza, che si terrà il prossimo 27 marzo 2026 presso il Tribunale civile di Roma, entra nel vivo l’azione legale contro Leonardo S.p.A. e lo Stato italiano, che abbiamo promosso insieme a A Buon Diritto, ACLI, ARCI, AssoPacePalestina, ATTAC Italia, Pax Christi per fermare la vendita di armamenti verso Israele.
Si tratta di un passaggio cruciale in una battaglia che pone una domanda netta: è legittimo continuare a esportare armi verso un Paese coinvolto in operazioni militari che hanno causato decine di migliaia di vittime civili e sono oggetto di gravi contestazioni da parte della comunità internazionale?
Per noi, la risposta è chiara: no.
UNA CAUSA PER FERMARE L'EXPORT DI ARMI
Il 29 settembre 2025 abbiamo depositato una citazione presso il Tribunale civile di Roma per chiedere che vengano dichiarati nulli i contratti di fornitura di armamenti stipulati da Leonardo S.p.A. – società partecipata dallo Stato italiano – con lo Stato di Israele.
Riteniamo che tali contratti siano in contrasto con l’articolo 11 della Costituzione, la legge 185/1990 sul commercio di armamenti, il diritto internazionale.
Non è una presa di protesta simbolica. È un’azione giudiziaria che chiede alla magistratura di verificare responsabilità precise.

GAZA, IL DIRITTO INTERNAZIONALE E LA RESPONSABILITÀ ITALIANA
Dopo il 7 ottobre 2023, mentre la Striscia di Gaza veniva devastata dai bombardamenti e il conflitto si estendeva nella regione, diversi Paesi europei hanno introdotto restrizioni sull’export di armamenti verso Israele. L’Italia, al contrario, non ha sospeso le autorizzazioni, continuando di fatto a consentire le forniture.
Questa causa mette in discussione una scelta precisa: continuare a commerciare armi anche di fronte a violazioni gravi e documentate dei diritti umani. Noi chiediamo che questa scelta venga giudicata per quello che è.
UNA RACCOLTA FONDI PER SOSTENERE LA CAUSA
Accanto all’azione legale, abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi pubblica per sostenere i costi del procedimento: spese legali, consulenze tecniche e attività di comunicazione.
Affrontare in tribunale un grande gruppo industriale e lo Stato italiano rappresenta una sfida complessa, che richiede risorse adeguate.
È una battaglia impari, ma necessaria. È anche l’unico modo per trasformare l’indignazione in un atto concreto.
Da mesi assistiamo con rabbia e impotenza a ciò che accade a Gaza.
Oggi puoi fare qualcosa di concreto. Con questa azione legale puoi far sentire la tua voce e trasformare l’indignazione in azione.
Sostieni la campagna di raccolta fondi >>
A Gaza la crisi non si è fermata. Nonostante l’annuncio di un cessate il fuoco, le violazioni sono state centinaia e l’ingresso degli aiuti umanitari è rimasto gravemente insufficiente, irregolare e iniquo. La guerra ha continuato a colpire i corpi e le condizioni di vita delle persone, mentre fame, sfollamento e distruzione delle infrastrutture hanno reso la sopravvivenza una lotta quotidiana.
In questo contesto, migliaia di famiglie hanno continuato a vivere senza accesso stabile al cibo, senza mercati funzionanti, senza reddito, senza contanti. I tassi di malnutrizione – soprattutto tra bambinə, donne incinte, anzianə e persone con disabilità – sono rimasti drammaticamente alti.
E poi è arrivato l’inverno.
Le piogge intense hanno allagato tende e rifugi improvvisati, distruggendo quel poco che le famiglie possedevano. Vivere sotto un telo non impermeabile, nel freddo e nel fango, ha significato esporsi a rischi sanitari enormi, soprattutto per chi è più fragile. A Gaza, anche il clima è diventato una minaccia.
È dentro questa emergenza nell’emergenza che Un Ponte Per, insieme ai partner locali UAWC e Al-Ard, e grazie anche alle donazioni arrivate a Natale 2025, ha avviato le nuove distribuzioni.
CIBO PER 350 FAMIGLIE
Il primo obiettivo è stato rispondere a un’urgenza immediata: l’accesso al cibo.
Alle famiglie recentemente sfollate – spesso escluse anche dai pochi aiuti disponibili – abbiamo consegnato 350 pacchi di verdure fresche, raggiungendo un totale di 1.925 persone in tutta la Striscia di Gaza.
"La prima cosa che ho pensato quando le ho viste è stata: finalmente pesano il giusto", ha commentato Sharif Hamad, Communication Officer della Campagna Acqua per Gaza. "I pacchi alimentari distribuiti oggi pesano di più. Dentro c’è più cibo. E, finalmente, ci sono le uova. Un alimento semplice, essenziale, spesso assente per mesi. Non è un simbolo di abbondanza, ma di dignità minima riconquistata. È la differenza tra sopravvivere e nutrirsi. Tra resistere e poter ancora prendersi cura dei propri figli".

ACQUA: UNA RISPOSTA SALVAVITA
Accanto al cibo, l’accesso all’acqua rimane una delle emergenze più gravi. I bombardamenti hanno danneggiato in modo esteso impianti idrici, reti fognarie, pozzi civili e agricoli, interrompendo quasi completamente le reti idriche. In molte aree, l’acqua esiste solo se viene trasportata su camion, spesso a caro prezzo e senza possibilità di conservarla in sicurezza.
Per rispondere a questa emergenza, grazie anche alle donazioni ricevute negli ultimi mesi, abbiamo distribuito 200 serbatoi da 500 litri, destinati a 200 famiglie sfollate nelle aree più colpite dal conflitto – Rafah, Khan Younis, Deir al-Balah e Nuseirat – dove abitazioni e infrastrutture sono state distrutte e l’accesso ai servizi essenziali è estremamente limitato.
I serbatoi permettono alle famiglie di immagazzinare in modo sicuro l’acqua ricevuta tramite distribuzione o trasporto su camion, riducendo la dipendenza da fonti insicure e la necessità di percorrere lunghe distanze, in un contesto in cui ogni spostamento comporta gravi rischi per l’incolumità delle persone. Per garantire l’effettivo utilizzo dei serbatoi, ogni famiglia riceverà acqua potabile per tre mesi, con due ricariche mensili.
Marwa è una giovane madre, sfollata dal nord della Striscia di Gaza. Le sue parole raccontano cosa significa non avere accesso all’acqua:
“Ho una bambina di cinque mesi. Non riuscivo a trovare nemmeno una goccia d’acqua. Andavo di tenda in tenda, mattina, pomeriggio e sera, cercando di riempire un biberon.
Ero stata sfollata dal nord, a piedi, e non avevo nulla con me. Quando è arrivato questo serbatoio, sono stata felicissima, perché ora ho sempre acqua a disposizione. Dio benedica tutti coloro che hanno sostenuto questo progetto e ci hanno donato questi serbatoi d’acqua.”

Anche Fadi racconta una fatica continua, fatta di gesti ripetuti e insufficienti:
“Soffrivamo per la mancanza d’acqua. La trasportavamo in pentole e secchi: io ne avevo tre, ma non bastavano mai. L’acqua era scarsa, avevo sempre la gola secca. Trasportarla era una lotta, così come tutto il resto, perché non avevamo nulla in cui conservarla. Grazie a questo serbatoio non ho più difficoltà e non devo più preoccuparmi dell’acqua come prima".
RENDERE I RIFUGI A PROVA DI INVERNO
Ma mangiare e bere non basta, se non si ha un posto asciutto dove dormire.
Per questo, una parte fondamentale delle donazioni è stata destinata a rendere più sicuri i rifugi improvvisati. Tra novembre e dicembre 2025 sono state avviate le procedure di gara e approvvigionamento per materiali e attrezzature necessarie all’impermeabilizzazione delle tende.
La consegna dei materiali è avvenuta l’ultima settimana di dicembre 2025 e circa 200 famiglie hanno beneficiato di questi interventi.
CONTINUIAMO INSIEME A GARANTIRE DIGNITA'
Operare a Gaza significa affrontare ostacoli enormi: restrizioni arbitrarie all’ingresso degli aiuti, mercati collassati, assenza di sistemi bancari funzionanti, continui spostamenti forzati e rischi per la sicurezza del personale.
Garantire protezione, equità e dignità è una sfida costante.
Acqua, cibo fresco, ripari più sicuri: sono risposte parziali ma fondamentali. Tengono aperto uno spazio di vita, di dignità e di resistenza.
A Gaza, oggi, nulla è scontato. Nemmeno riuscire a bere, a nutrirsi o l’inverno che passa senza perdere tutto.
Grazie per aver scelto di esserci.



Hassan Herzallah è un traduttore, scrittore e storyteller di Gaza. Collabora con diverse testate internazionali. Per la campagna “Acqua per Gaza”, ha scelto di condividere con Un Ponte Per la sua testimonianza diretta documentando la sua vita sotto assedio e sfollamento. Frequenta il terzo anno di studi in traduzione inglese presso l’Università Islamica di Gaza e prosegue la sua formazione online dopo che l’ateneo è stato bombardato.
Gaza, 9 dicembre 2025
Mi sono svegliato prima dell’alba, come ho imparato a fare negli ultimi due anni. La tenda era fredda e le mie mani erano rigide mentre cercavo di accendere un piccolo fuoco per scaldare un po’ d’acqua per fare la doccia. L’inverno è arrivato in silenzio quest’anno - senza preavviso, senza pietà. Il cessate il fuoco non ha cambiato nulla.
Stamattina mia madre mi ha chiesto di nuovo: “Dove andremo prima che inizi la prima pioggia?”
Non ho risposto. Ho guardato la nostra tenda - otto mesi di vita, sottile, strappata ai bordi - e sapevo che lei aveva già capito.
Quel pomeriggio, ho camminato lungo una strada di Khan Younis che conoscevo da prima del genocidio. Passavo sempre da quella strada in autobus andando all’università, ma ora erano solo rovine. Il silenzio lì è diverso… è il silenzio dei luoghi che non ricordano più se stessi.
Stavo cercando un appartamento per sopravvivere all’inverno, ma ogni posto in cui entravamo sembrava un promemoria di ciò che avevamo perso. Alcuni appartamenti erano mezzo distrutti, altri troppo pericolosi, altri incredibilmente costosi. Continuavo a camminare, ma dentro mi sentivo bloccato tra il peso dei ricordi e la realtà della tenda che mi aspettava.
Quella sera ho incontrato due bambini del campo - Adam, nove anni, e la sua sorellina Bisan. Usavano le mani per cercare di ammucchiare sabbia attorno ai bordi della loro tenda. Li ho visti mentre passavo e ho dato loro una pala per sollevare la sabbia più facilmente. Le loro manine erano rosse dal freddo della notte e dal gelo della sabbia.
Poi Adam mi ha guardato e ha detto: “Se piove, la nostra tenda diventa una barca”. Non sapevo cosa dire. A volte il silenzio è l’unica risposta sincera che abbiamo.
Quella notte, il 20 novembre 2025, tutto è cambiato in soli diciassette minuti.
Nel campo non c’era elettricità. Tutti dormivano già. Avevo appena chiuso gli occhi quando ho sentito la prima goccia colpire il tetto della tenda. Poi un’altra. E un’altra ancora. Mio fratello minore Mohammad ha gridato: “Hassan, entra l’acqua!”. Balzai in piedi.
Quella non era pioggia - era una tempesta. L’acqua entrava attraverso i buchi della tenda più velocemente di quanto potessimo fermarla. Le mie sorelle Malak e Alaa cercavano di sollevare le coperte da terra, mentre io premevo il mio zaino contro lo strappo più grande del tetto, e mio padre combatteva l’allagamento nell’altra tenda.
Fuori, la gente urlava. Ho sentito Abu Adam gridare mentre l’acqua riempiva la sua tenda e lui non sapeva cosa fare. Il mio amico Wasem cercava di portare suo fratello disabile in un punto più alto. Ho visto una bambina - scalza - correre dietro sua madre, tenendo in mano una pentola per raccogliere l’acqua che cadeva sulle loro poche cose.
In mezzo a tutto ciò, mentre cercavo di tenere l’acqua fuori dalla nostra vecchia tenda, mio cugino Yosuf - un orfano - è corso da me, con il volto pallido di paura. “Vieni subito… La nostra tenda è allagata,” riferendosi a se stesso e alle sue cinque sorelle, che non riuscivano a gestire l’alluvione da sole. Mi sentivo diviso tra restare a proteggere la nostra tenda e andare ad aiutarli, ma i miei piedi si sono mossi da soli verso la loro zona.
Quando sono arrivato, sono rimasto scioccato. Tutte le loro cose erano quasi rovinate, completamente fradice. La loro piccola e modesta cucina era allagata. Ho cercato di aiutarli a togliere l’acqua il più possibile, sussurrando nella mia mente: “Per favore, Allah, fa’ che la pioggia si fermi.”
Quei pochi minuti sono stati sufficienti per mostrare la nostra debolezza e impotenza di fronte alla prima tempesta del nostro terzo inverno di sofferenza continua. Nessuno era rimasto con le mani in mano - grandi o piccoli, bambini, donne o giovani - tutti lottavano, resistevano, sopportavano.

Diciassette minuti. Tanto era durata la pioggia.
Diciassette minuti erano bastati per allagare centinaia di tende. Per trasformare una notte tranquilla in caos. Per ricordarci che anche dopo il cessate il fuoco, la sopravvivenza è ancora una battaglia quotidiana.
Quando la pioggia finalmente è cessata, il freddo è diventato ancora più pungente. Sono rimasto sveglio per ore, aspettando un’altra perdita, un altro rumore, un altro disastro. All’alba il mio corpo sembrava congelato, appesantito dalla stanchezza, ma mi sono costretto a scrivere queste righe - per ricordare, per testimoniare, per dire che siamo ancora qui.
Al mattino, mi sono svegliato con le strade allagate. L’acqua non aveva dove defluire a causa della mancanza di infrastrutture, e un bambino piccolo avanzava nell’acqua in mezzo alla strada mentre noi non potevamo muoverci da nessuna parte.
Una volta amavo l’inverno a Gaza. Era una delle stagioni più belle dell’anno. Dentro le nostre case, l’aria era calda, le riunioni familiari frequenti, e i bambini correvano fuori a giocare sotto la pioggia. Gli adulti sedevano vicino alle finestre, ascoltando il suono rilassante dell’acqua che cadeva - —una sensazione unica, diversa da tutte le altre stagioni.
Ma oggi, dopo più di due anni di guerra e anche dopo il cessate il fuoco “sulla carta”, tutto è cambiato. Stiamo entrando nel nostro terzo inverno senza una vera soluzione in vista. Le nostre tende lacere sono diventate il nostro unico rifugio, allagate da ogni lato dalla pioggia e dal vento. L’inverno è diventato una stagione che tutti temono, un testimone della sofferenza del popolo di Gaza.
Eppure, il sogno di una vita normale continua a persistere nella mia mente, anche se il futuro rimane incerto. Ancora una volta, l’inverno ci ricorda che Gaza continua a resistere in silenzio, sospesa tra il dolore del passato e l’incertezza di ciò che verrà.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza
«Marah in arabo significa gioia, allegria. Era quello che mia figlia trasmetteva. Era la mia piccolina, la più giovane insieme alle cinque sorelle e al fratello che ora mi aspettano a Gaza, dove voglio tornare appena l’avrò seppellita». La mamma della ventenne palestinese della cui morte per malnutrizione parla tutta l’Italia è minuta, educata e chiusa in un dolore dignitosissimo. Velata, completamente vestita di nero, con una piccola sciarpa palestinese che le abbiamo donato in questi giorni, quando l’abbiamo incontrata per portarle la solidarietà di Un Ponte Per.
Parla pochissimo, protetta dai parenti arrivati da Portogallo, Belgio, Marocco e dalla comunità palestinese che è accorsa da tutta la Toscana per sostenerla durante di funerali della figlia, morta di fame e di genocidio.
Centinaia le persone presenti alla cerimonia nel “parco della Pace” Tiziano Terzani di Pontasserchio, presso il comune di San Giuliano Terme, provincia di Pisa. Un abbraccio di bandiere palestinesi, di kefiah, sotto un cielo umido e afoso. Molti delegati delle amministrazioni di Pisa e dintorni con fascia tricolore e gonfaloni, decine di giornalisti, telecamere e telefoni a filmare la bara semplice di legno chiaro, poggiata su un bel tappeto ricamato rosso e oro. Fiori bianchi, qualche girasole, e la bandiera della terra di Palestina a coprire il feretro.



Arrivata in Italia con un volo umanitario, già deperita, spossata dai giorni di cammino e con una sospetta leucemia poi smentita dai medici italiani, la giovane è morta dopo nemmeno due giorni di ricovero presso l’ospedale di Pisa. Oggi il suo corpo riposa seppellito come da tradizione islamica sotto terra e rivolto verso la Mecca, a lato del piccolo cimitero di San Giuliano Terme, dove il sindaco Matteo Cecchelli le ha offerto spazio. «Marah è arrivata in Italia troppo tardi, uccisa dalla fame che per mesi l’ha costretta a non potersi nutrire in maniera adeguata, a causa del genocidio in corso.
Le istituzioni non possono essere spettatrici: il governo italiano deve riconoscere lo stato di Palestina e farsi promotore di azioni concrete con la comunità internazionale per fermare questo massacro» ha detto. Israele usa cibo e acqua come armi, lo denuncia la comunità internazionale da mesi.
Lo ricorda anche Izzeddin Elzir, Imam di Firenze: «Ecco perché Marah è arrivata in Italia con un deperimento fisico avanzato. Il corridoio umanitario che l’ha portata in salvo non è bastato, perché lei non mangiava da troppo tempo. Nella Striscia di Gaza entra pochissimo cibo, razionato e scadente. Quando sento parlare di diritto mi chiedo: lo stato di Israele non è forse stato creato dal diritto internazionale? Se il diritto internazionale però non lo rispetta, allora potremmo dire che neanche Israele esiste». Gli applausi più forti e i cori del pubblico si alzano sulle accuse di complicità degli stati occidentali, Italia compresa. «Siamo tutti complici – dice Luisa Morgantini – da Gaza arriva la vita, e noi quella vita la dobbiamo difendere. Il popolo palestinese è forte, abituato da troppi anni a soffrire. A noi il compito di portare questa lotta nella nostra vita di tutti i giorni».
Mentre la folla grida «Palestina libera» e applaude gli interventi del presidente della provincia di Pisa e del portavoce della nuova ambasciatrice di Palestina Mona Abuamara, che siede al fianco della madre visibilmente commossa, giunge il presidente della Regione Eugenio Giani. Prende la parola per difendere i medici toscani, gli ospedali di Firenze, Pisa e Massa, eccellenze italiane nella cura dei minori, ma viene coperto dai fischi e dai cori. «Vergogna, basta armi a Israele, chiudi i porti alle armi, blocca la base militare di Coltano» sono alcuni dei messaggi urlati, ma Giani continua il suo intervento ricordando che la Regione Toscana ha da poco approvato una delibera per dichiarare lo stato di Palestina indipendente e sovrano.



Tocca all’imam di Pisa, Mohammed Khalil, concludere e riportare la calma in un contesto che da rituale di commemorazione è improvvisamente diventato arena politica, a ricordarci che la causa palestinese passa anche da scelte politiche, e partitiche. «Non è umanitario lanciare cibo sulla testa delle persone. Ho ricordi di mia mamma negli anni 70 che setacciava la farina, perché piena di vermi. Abbiamo il dovere di ricordare Marah come simbolo di quello che sta accadendo a Gaza: la questione palestinese non è umanitaria, ma politica».
Ci spostiamo al cimitero per la cerimonia di sepoltura. E mentre la terra cade un po’ alla volta sulla bara della giovane Marah, che sognava di mangiare finalmente un hamburger con una Coca-Cola, che a Gaza arriva a costare 50 dollari a lattina, il volto della sua mamma sembra distendersi leggermente. «Domani torno a Gaza. Se devo morire morirò nella mia terra. Lascio qui in Italia un pezzo di me, la mia Marah, la mia allegria. Vi chiedo di pregare per lei, se potete».

Giulia Torrini - Presidente di Un Ponte Per
Articolo uscito in originale su il manifesto in data 21/08/2025
Foto di Chiara Benelli © (tutti i diritti riservati)
Più di 100 organizzazioni umanitarie lanciano l'allarme per consentire l' ingresso di aiuti salvavita.
Mentre l’assedio imposto dal governo israeliano affama la popolazione di Gaza, anche operatori e operatrici umanitarie si ritrovano ora nelle stesse file per il cibo, rischiando di essere colpite nel tentativo di nutrire le proprie famiglie. Con le scorte ormai completamente esaurite, le organizzazioni umanitarie stanno assistendo l3 propri3 collegh3 e partner locali morire davanti ai loro occhi.
Esattamente due mesi dopo l’inizio delle attività della Gaza Humanitarian Foundation, un’iniziativa controllata dal governo israeliano, 115 organizzazioni lanciano l’allarme, esortando i governi ad agire: aprire tutti i valichi terrestri; ripristinare il pieno flusso di cibo, acqua potabile, forniture mediche, articoli per riparazioni e carburante attraverso un sistema guidato dall’ONU; porre fine all’assedio e concordare un cessate il fuoco immediato.
«Ogni mattina, la stessa domanda riecheggia a Gaza: mangerò oggi?» riporta un rappresentante di un’agenzia.
I massacri presso i punti di distribuzione del cibo a Gaza avvengono quasi quotidianamente. Al 13 luglio, le Nazioni Unite hanno confermato che 875 persone palestinesi sono state uccise mentre cercavano cibo, 201 lungo le rotte di aiuto e i restanti presso i punti di distribuzione. Migliaia di altre sono rimaste ferite. Nel frattempo, le forze israeliane hanno sfollato con la forza quasi due milioni di palestinesi esausti, con l’ultimo ordine di sfollamento di massa emesso il 20 luglio, confinando i palestinesi in meno del 12% di Gaza.
Il WFP avverte che le condizioni attuali rendono impossibili le operazioni. Affamare i civili è un crimine di guerra.
Appena fuori da Gaza, nei magazzini – e persino all’interno di Gaza stessa – tonnellate di cibo, acqua potabile, forniture mediche, articoli per ripari e carburante restano intatte, con le organizzazioni umanitarie bloccate nell’accesso o nella distribuzione. Le restrizioni, i ritardi e la frammentazione imposti dal Governo di Israele nell’ambito del suo assedio totale hanno creato caos, fame e morte. Un operatore umanitario che fornisce supporto psicosociale ha parlato dell’impatto devastante su bambini/e: «I bambini e le bambine dicono ai loro genitori che vogliono andare in paradiso, perché almeno in paradiso c’è il cibo.»
I medici riportano tassi record di malnutrizione acuta, soprattutto tra minori e persone anziane. Malattie come la diarrea acquosa acuta si stanno diffondendo, i mercati sono vuoti, i rifiuti si accumulano e gli adulti crollano per strada per la fame e la disidratazione. Le distribuzioni a Gaza ammontano in media a soli 28 camion al giorno, ben lontani dal numero necessario per oltre due milioni di persone, molte delle quali non ricevono assistenza da settimane.
Il sistema umanitario guidato dall’ONU non ha fallito: gli è stato impedito di funzionare.
Le agenzie umanitarie hanno la capacità e le forniture per rispondere su larga scala. Ma, con l’accesso negato, siamo bloccat3 e non possiamo raggiungere chi ha bisogno, inclusi i nostri stessi team esausti e affamati. Il 10 luglio, l’UE e Israele hanno annunciato misure per aumentare gli aiuti. Ma queste promesse suonano vuote quando non vi è alcun cambiamento reale sul campo. Ogni giorno senza un flusso sostenuto significa più persone che muoiono per malattie curabili. Bambine e bambini muoiono di fame mentre aspettano promesse che non arrivano mai.
Le persone palestinesi sono intrappolate in un ciclo di speranza e disperazione, in attesa di assistenza e cessate il fuoco, solo per svegliarsi in condizioni sempre peggiori. Non si tratta solo di tormento fisico, ma anche psicologico. La sopravvivenza viene mostrata come un miraggio. Il sistema umanitario non può funzionare con promesse vuote.
I governi devono smettere di aspettare il permesso per agire. Non possiamo continuare a sperare che gli accordi attuali funzionino. È il momento di agire con decisione: chiedere un cessate il fuoco immediato e permanente; rimuovere tutte le restrizioni burocratiche e amministrative; aprire tutti i valichi terrestri; garantire l’accesso a tutti in tutta Gaza; respingere i modelli di distribuzione controllati dai militari; ripristinare una risposta umanitaria basata guidata dall’ONU, e continuare a finanziare organizzazioni umanitarie imparziali. Gli Stati devono adottare misure concrete per porre fine all’assedio, come interrompere il trasferimento di armi e munizioni.
Accordi frammentari e gesti simbolici, come i lanci aerei di aiuti o accordi simbolici, fungono da cortina di fumo per l’inazione. Non possono sostituire gli obblighi legali e morali degli Stati di proteggere i civili palestinesi e garantire un accesso significativo agli aiuti su larga scala. Gli Stati possono – e devono – salvare vite umane, prima che non ci sia più nessuno da salvare.
Appello sottoscritto da Un Ponte Per e altre 114 organizzazioni . SOSTIENI IL NOSTRO INTERVENTO A GAZA.