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«Marah in arabo significa gioia, allegria. Era quello che mia figlia trasmetteva. Era la mia piccolina, la più giovane insieme alle cinque sorelle e al fratello che ora mi aspettano a Gaza, dove voglio tornare appena l’avrò seppellita». La mamma della ventenne palestinese della cui morte per malnutrizione parla tutta l’Italia è minuta, educata e chiusa in un dolore dignitosissimo. Velata, completamente vestita di nero, con una piccola sciarpa palestinese che le abbiamo donato in questi giorni, quando l’abbiamo incontrata per portarle la solidarietà di Un Ponte Per.

Parla pochissimo, protetta dai parenti arrivati da Portogallo, Belgio, Marocco e dalla comunità palestinese che è accorsa da tutta la Toscana per sostenerla durante di funerali della figlia, morta di fame e di genocidio.

Centinaia le persone presenti alla cerimonia nel “parco della Pace” Tiziano Terzani di Pontasserchio, presso il comune di San Giuliano Terme, provincia di Pisa. Un abbraccio di bandiere palestinesi, di kefiah, sotto un cielo umido e afoso. Molti delegati delle amministrazioni di Pisa e dintorni con fascia tricolore e gonfaloni, decine di giornalisti, telecamere e telefoni a filmare la bara semplice di legno chiaro, poggiata su un bel tappeto ricamato rosso e oro. Fiori bianchi, qualche girasole, e la bandiera della terra di Palestina a coprire il feretro.

Arrivata in Italia con un volo umanitario, già deperita, spossata dai giorni di cammino e con una sospetta leucemia poi smentita dai medici italiani, la giovane è morta dopo nemmeno due giorni di ricovero presso l’ospedale di Pisa. Oggi il suo corpo riposa seppellito come da tradizione islamica sotto terra e rivolto verso la Mecca, a lato del piccolo cimitero di San Giuliano Terme, dove il sindaco Matteo Cecchelli le ha offerto spazio. «Marah è arrivata in Italia troppo tardi, uccisa dalla fame che per mesi l’ha costretta a non potersi nutrire in maniera adeguata, a causa del genocidio in corso.

Le istituzioni non possono essere spettatrici: il governo italiano deve riconoscere lo stato di Palestina e farsi promotore di azioni concrete con la comunità internazionale per fermare questo massacro» ha detto. Israele usa cibo e acqua come armi, lo denuncia la comunità internazionale da mesi.

Lo ricorda anche Izzeddin Elzir, Imam di Firenze: «Ecco perché Marah è arrivata in Italia con un deperimento fisico avanzato. Il corridoio umanitario che l’ha portata in salvo non è bastato, perché lei non mangiava da troppo tempo. Nella Striscia di Gaza entra pochissimo cibo, razionato e scadente. Quando sento parlare di diritto mi chiedo: lo stato di Israele non è forse stato creato dal diritto internazionale? Se il diritto internazionale però non lo rispetta, allora potremmo dire che neanche Israele esiste». Gli applausi più forti e i cori del pubblico si alzano sulle accuse di complicità degli stati occidentali, Italia compresa. «Siamo tutti complici – dice Luisa Morgantini – da Gaza arriva la vita, e noi quella vita la dobbiamo difendere. Il popolo palestinese è forte, abituato da troppi anni a soffrire. A noi il compito di portare questa lotta nella nostra vita di tutti i giorni».

Mentre la folla grida «Palestina libera» e applaude gli interventi del presidente della provincia di Pisa e del portavoce della nuova ambasciatrice di Palestina Mona Abuamara, che siede al fianco della madre visibilmente commossa, giunge il presidente della Regione Eugenio Giani. Prende la parola per difendere i medici toscani, gli ospedali di Firenze, Pisa e Massa, eccellenze italiane nella cura dei minori, ma viene coperto dai fischi e dai cori. «Vergogna, basta armi a Israele, chiudi i porti alle armi, blocca la base militare di Coltano» sono alcuni dei messaggi urlati, ma Giani continua il suo intervento ricordando che la Regione Toscana ha da poco approvato una delibera per dichiarare lo stato di Palestina indipendente e sovrano.

Tocca all’imam di Pisa, Mohammed Khalil, concludere e riportare la calma in un contesto che da rituale di commemorazione è improvvisamente diventato arena politica, a ricordarci che la causa palestinese passa anche da scelte politiche, e partitiche. «Non è umanitario lanciare cibo sulla testa delle persone. Ho ricordi di mia mamma negli anni 70 che setacciava la farina, perché piena di vermi. Abbiamo il dovere di ricordare Marah come simbolo di quello che sta accadendo a Gaza: la questione palestinese non è umanitaria, ma politica».

Ci spostiamo al cimitero per la cerimonia di sepoltura. E mentre la terra cade un po’ alla volta sulla bara della giovane Marah, che sognava di mangiare finalmente un hamburger con una Coca-Cola, che a Gaza arriva a costare 50 dollari a lattina, il volto della sua mamma sembra distendersi leggermente. «Domani torno a Gaza. Se devo morire morirò nella mia terra. Lascio qui in Italia un pezzo di me, la mia Marah, la mia allegria. Vi chiedo di pregare per lei, se potete».

Giulia Torrini

Giulia Torrini - Presidente di Un Ponte Per  


Articolo uscito in originale su il manifesto in data 21/08/2025
Foto di Chiara Benelli © (tutti i diritti riservati)

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