Lo Stato aumenta la spesa in armi. E tu? Fai crescere la pace con il tuo 5x1000: CF 96232290583

A Gaza la crisi non si è fermata. Nonostante l’annuncio di un cessate il fuoco, le violazioni sono state centinaia e l’ingresso degli aiuti umanitari è rimasto gravemente insufficiente, irregolare e iniquo. La guerra ha continuato a colpire i corpi e le condizioni di vita delle persone, mentre fame, sfollamento e distruzione delle infrastrutture hanno reso la sopravvivenza una lotta quotidiana.

In questo contesto, migliaia di famiglie hanno continuato a vivere senza accesso stabile al cibo, senza mercati funzionanti, senza reddito, senza contanti. I tassi di malnutrizione – soprattutto tra bambinə, donne incinte, anzianə e persone con disabilità – sono rimasti drammaticamente alti.

E poi è arrivato l’inverno.

Le piogge intense hanno allagato tende e rifugi improvvisati, distruggendo quel poco che le famiglie possedevano. Vivere sotto un telo non impermeabile, nel freddo e nel fango, ha significato esporsi a rischi sanitari enormi, soprattutto per chi è più fragile. A Gaza, anche il clima è diventato una minaccia.

È dentro questa emergenza nell’emergenza che Un Ponte Per, insieme ai partner locali UAWC e Al-Ard, e grazie anche alle donazioni arrivate a Natale 2025, ha avviato le nuove distribuzioni.

Il primo obiettivo è stato rispondere a un’urgenza immediata: l’accesso al cibo.

Alle famiglie recentemente sfollate – spesso escluse anche dai pochi aiuti disponibili – abbiamo consegnato 350 pacchi di verdure fresche, raggiungendo un totale di 1.925 persone in tutta la Striscia di Gaza.

"La prima cosa che ho pensato quando le ho viste è stata: finalmente pesano il giusto", ha commentato Sharif Hamad, Communication Officer della Campagna Acqua per Gaza. "I pacchi alimentari distribuiti oggi pesano di più. Dentro c’è più cibo. E, finalmente, ci sono le uova. Un alimento semplice, essenziale, spesso assente per mesi. Non è un simbolo di abbondanza, ma di dignità minima riconquistata. È la differenza tra sopravvivere e nutrirsi. Tra resistere e poter ancora prendersi cura dei propri figli".

Accanto al cibo, l’accesso all’acqua rimane una delle emergenze più gravi. I bombardamenti hanno danneggiato in modo esteso impianti idrici, reti fognarie, pozzi civili e agricoli, interrompendo quasi completamente le reti idriche. In molte aree, l’acqua esiste solo se viene trasportata su camion, spesso a caro prezzo e senza possibilità di conservarla in sicurezza.

Per rispondere a questa emergenza, grazie anche alle donazioni ricevute negli ultimi mesi, abbiamo distribuito 200 serbatoi da 500 litri, destinati a 200 famiglie sfollate nelle aree più colpite dal conflitto – Rafah, Khan Younis, Deir al-Balah e Nuseirat – dove abitazioni e infrastrutture sono state distrutte e l’accesso ai servizi essenziali è estremamente limitato.

I serbatoi permettono alle famiglie di immagazzinare in modo sicuro l’acqua ricevuta tramite distribuzione o trasporto su camion, riducendo la dipendenza da fonti insicure e la necessità di percorrere lunghe distanze, in un contesto in cui ogni spostamento comporta gravi rischi per l’incolumità delle persone. Per garantire l’effettivo utilizzo dei serbatoi, ogni famiglia riceverà acqua potabile per tre mesi, con due ricariche mensili.

Marwa è una giovane madre, sfollata dal nord della Striscia di Gaza. Le sue parole raccontano cosa significa non avere accesso all’acqua:

Ho una bambina di cinque mesi. Non riuscivo a trovare nemmeno una goccia d’acqua. Andavo di tenda in tenda, mattina, pomeriggio e sera, cercando di riempire un biberon.

Ero stata sfollata dal nord, a piedi, e non avevo nulla con me. Quando è arrivato questo serbatoio, sono stata felicissima, perché ora ho sempre acqua a disposizione. Dio benedica tutti coloro che hanno sostenuto questo progetto e ci hanno donato questi serbatoi d’acqua.

Anche Fadi racconta una fatica continua, fatta di gesti ripetuti e insufficienti:

“Soffrivamo per la mancanza d’acqua. La trasportavamo in pentole e secchi: io ne avevo tre, ma non bastavano mai. L’acqua era scarsa, avevo sempre la gola secca. Trasportarla era una lotta, così come tutto il resto, perché non avevamo nulla in cui conservarla. Grazie a questo serbatoio non ho più difficoltà e non devo più preoccuparmi dell’acqua come prima".

Ma mangiare e bere non basta, se non si ha un posto asciutto dove dormire.

Per questo, una parte fondamentale delle donazioni è stata destinata a rendere più sicuri i rifugi improvvisati. Tra novembre e dicembre 2025 sono state avviate le procedure di gara e approvvigionamento per materiali e attrezzature necessarie all’impermeabilizzazione delle tende.

La consegna dei materiali è avvenuta l’ultima settimana di dicembre 2025 e circa 200 famiglie hanno beneficiato di questi interventi.

Operare a Gaza significa affrontare ostacoli enormi: restrizioni arbitrarie all’ingresso degli aiuti, mercati collassati, assenza di sistemi bancari funzionanti, continui spostamenti forzati e rischi per la sicurezza del personale.

Garantire protezione, equità e dignità è una sfida costante.

Acqua, cibo fresco, ripari più sicuri: sono risposte parziali ma fondamentali. Tengono aperto uno spazio di vita, di dignità e di resistenza.

A Gaza, oggi, nulla è scontato. Nemmeno riuscire a bere, a nutrirsi o l’inverno che passa senza perdere tutto.

Grazie per aver scelto di esserci.

Più di 100 organizzazioni umanitarie lanciano l'allarme per consentire l' ingresso di aiuti salvavita.

Mentre l’assedio imposto dal governo israeliano affama la popolazione di Gaza, anche operatori e operatrici umanitarie si ritrovano ora nelle stesse file per il cibo, rischiando di essere colpite nel tentativo di nutrire le proprie famiglie. Con le scorte ormai completamente esaurite, le organizzazioni umanitarie stanno assistendo l3 propri3 collegh3 e partner locali morire davanti ai loro occhi.

Esattamente due mesi dopo l’inizio delle attività della Gaza Humanitarian Foundation, un’iniziativa controllata dal governo israeliano, 115 organizzazioni lanciano l’allarme, esortando i governi ad agire: aprire tutti i valichi terrestri; ripristinare il pieno flusso di cibo, acqua potabile, forniture mediche, articoli per riparazioni e carburante attraverso un sistema guidato dall’ONU; porre fine all’assedio e concordare un cessate il fuoco immediato.

«Ogni mattina, la stessa domanda riecheggia a Gaza: mangerò oggi?» riporta un rappresentante di un’agenzia.

I massacri presso i punti di distribuzione del cibo a Gaza avvengono quasi quotidianamente. Al 13 luglio, le Nazioni Unite hanno confermato che 875 persone palestinesi sono state uccise mentre cercavano cibo, 201 lungo le rotte di aiuto e i restanti presso i punti di distribuzione. Migliaia di altre sono rimaste ferite. Nel frattempo, le forze israeliane hanno sfollato con la forza quasi due milioni di palestinesi esausti, con l’ultimo ordine di sfollamento di massa emesso il 20 luglio, confinando i palestinesi in meno del 12% di Gaza.
Il WFP avverte che le condizioni attuali rendono impossibili le operazioni. Affamare i civili è un crimine di guerra.

Appena fuori da Gaza, nei magazzini – e persino all’interno di Gaza stessa – tonnellate di cibo, acqua potabile, forniture mediche, articoli per ripari e carburante restano intatte, con le organizzazioni umanitarie bloccate nell’accesso o nella distribuzione. Le restrizioni, i ritardi e la frammentazione imposti dal Governo di Israele nell’ambito del suo assedio totale hanno creato caos, fame e morte. Un operatore umanitario che fornisce supporto psicosociale ha parlato dell’impatto devastante su bambini/e: «I bambini e le bambine dicono ai loro genitori che vogliono andare in paradiso, perché almeno in paradiso c’è il cibo.»

I medici riportano tassi record di malnutrizione acuta, soprattutto tra minori e persone anziane. Malattie come la diarrea acquosa acuta si stanno diffondendo, i mercati sono vuoti, i rifiuti si accumulano e gli adulti crollano per strada per la fame e la disidratazione. Le distribuzioni a Gaza ammontano in media a soli 28 camion al giorno, ben lontani dal numero necessario per oltre due milioni di persone, molte delle quali non ricevono assistenza da settimane.

Il sistema umanitario guidato dall’ONU non ha fallito: gli è stato impedito di funzionare.

Le agenzie umanitarie hanno la capacità e le forniture per rispondere su larga scala. Ma, con l’accesso negato, siamo bloccat3 e non possiamo raggiungere chi ha bisogno, inclusi i nostri stessi team esausti e affamati. Il 10 luglio, l’UE e Israele hanno annunciato misure per aumentare gli aiuti. Ma queste promesse suonano vuote quando non vi è alcun cambiamento reale sul campo. Ogni giorno senza un flusso sostenuto significa più persone che muoiono per malattie curabili. Bambine e bambini muoiono di fame mentre aspettano promesse che non arrivano mai.

Le persone palestinesi sono intrappolate in un ciclo di speranza e disperazione, in attesa di assistenza e cessate il fuoco, solo per svegliarsi in condizioni sempre peggiori. Non si tratta solo di tormento fisico, ma anche psicologico. La sopravvivenza viene mostrata come un miraggio. Il sistema umanitario non può funzionare con promesse vuote.

I governi devono smettere di aspettare il permesso per agire. Non possiamo continuare a sperare che gli accordi attuali funzionino. È il momento di agire con decisione: chiedere un cessate il fuoco immediato e permanente; rimuovere tutte le restrizioni burocratiche e amministrative; aprire tutti i valichi terrestri; garantire l’accesso a tutti in tutta Gaza; respingere i modelli di distribuzione controllati dai militari; ripristinare una risposta umanitaria basata guidata dall’ONU, e continuare a finanziare organizzazioni umanitarie imparziali. Gli Stati devono adottare misure concrete per porre fine all’assedio, come interrompere il trasferimento di armi e munizioni.

Accordi frammentari e gesti simbolici, come i lanci aerei di aiuti o accordi simbolici, fungono da cortina di fumo per l’inazione. Non possono sostituire gli obblighi legali e morali degli Stati di proteggere i civili palestinesi e garantire un accesso significativo agli aiuti su larga scala. Gli Stati possono – e devono – salvare vite umane, prima che non ci sia più nessuno da salvare.

Appello sottoscritto da Un Ponte Per e altre 114 organizzazioni . SOSTIENI IL NOSTRO INTERVENTO A GAZA.

Chi siamo
Cosa facciamo
Partecipa
Sostieni
Notizie
Iscriviti
Iscriviti alla nostra newsletter per restare aggiornato sui nostri progetti.
Iscriviti
© 2025 Copyright UN PONTE PER