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Nell'ambito del nostro lavoro per l'accoglienza di migranti e rifugiati, nel 2016 abbiamo deciso di sostenere in Italia il progetto S.T.A.M.P., uno sportello mobile rivolto a migranti, richiedenti asilo, rifugiatə e transitanti nell’area urbana di Roma. Il progetto mette a disposizione in maniera gratuita alcuni servizi e strumenti utili a sostenere il transito di chi vuole proseguire il viaggio o a migliorare le condizioni di accoglienza e le possibilità di autonomia di chi ha deciso di restare in Italia, o vi è stato costretto.
S.T.A.M.P. prevede tre aree di intervento: offre orientamento linguistico e informazioni di base (su trasporti, uffici, documenti), assistenza legale e orientamento sanitario. Mette inoltre a disposizione un’area di connessione wi-fi gratuita e computer dotati di cuffie e microfoni per chiamate Skype.
Il progetto è stato ideato dalla rete “Resistenze Meticce”, già attiva a Roma da anni nell’assistenza dal basso di migranti e rifugiatə, e segue come il "Solidarity Van" il principio dell'accompagnamento delle persone che necessitano assistenza.
Nel corso del 2017, inoltre, gli attivisti e le attiviste di S.T.A.M.P. hanno svolto un importante lavoro di monitoraggio e documentazione delle violenze e delle violazioni dei diritti a danno dei migranti nell'HotSpot di Taranto e lungo la frontiera di Ventimiglia.
Promuovere il dialogo tra società civile, autorità locali e istituzioni in Iraq e Italia. Offrire servizi sociali e spazi di condivisione a giovani irachenə, soprattutto quelli appartenenti alle minoranze cristiane, ezide, kakai, shabak, turcomanne. Costruire insieme Centri giovanili, in cui le peculiarità delle loro comunità siano considerate una ricchezza per la società irachena, un tempo mosaico di civiltà, culture, religioni.
Sono questi gli obiettivi del progetto Youth Spring Across Ethnicities: a new social alliance to empower youth of minorities in North Iraq and KRG, avviato nel 2014, sostenuto da Unione Europea, CEI, Tavola Valdese – Ufficio Otto per Mille e Provincia Autonoma di Bolzano, e portato avanti in partenariato con ARCI Toscana.
Quando il progetto è stato ideato Daesh non aveva ancora occupato Mosul, ne’ portato distruzione nella Piana di Ninive. L’idea era di contribuire a rafforzare le politiche di uguaglianza di genere e di integrazione tra i giovani, e avrebbe dovuto svolgersi in 5 località: Mosul, Bashiqa, Qaraqosh, Sinjar e Khabat. Luoghi di confine tra il Kurdistan iracheno e il nord dell’Iraq, contese tra i rispetti governi, oggetto di continue tensioni. Aree che, nell’estate del 2014, sono finite al centro del vortice di violenza causato da Daesh.
Per questa ragione, il progetto è stato ripensato e spostato.
Le comunità coinvolte sono rimaste le stesse, ma sono state costrette a fuggire e trovare nuove case, altrove. Ci siamo spostati con loro, e oggi “Youth Spring” ha portato all’apertura di 4 Centri giovanili ad Erbil, Dohuk, Sulaimania e Zummar.
Tantissime le attività in programma e quelle già realizzate: dai training di teatro alla street art (con il progetto “Niente Paura“), fino ai corsi di fumetto con Claudio Calia, i Centri giovanili sono diventati un punto di riferimento per i ragazzi, ed un luogo di riappropriazione degli spazi, agiti ed utilizzati secondo le loro esigenze. L’ideazione, la programmazione e la realizzazione del progetto infatti è curata da ragazzə, in costante collaborazione con le istituzioni locali.
A queste attività si affiancano poi i momenti di formazione, grazie alla collaborazione con social workers e operatorə locali. Tra i temi i diritti umani, il peacebuilding (storia, teoria e pratica dell’approccio nonviolento alla risoluzione dei conflitti), l’educazione alla pace, l’utilizzo dell’arte come strumento di promozione della pace. E ancora, promozione dell’attivismo: azione nonviolenta, utilizzo di media e social network, libertà di pensiero, di parola e di associazione. Infine, sono previsti numerosi scambi giovanili e culturali con l’Italia.
Un lavoro che proseguirà per i prossimi anni, con l’obiettivo di rendere i Centri dei luoghi di conoscenza e di scambio in cui promuovere una cultura di tolleranza ed integrazione tra i diversi gruppi linguistici e religiosi iracheni.
Nell’autunno del 2014 Un Ponte Per ha avviato assieme all’UNHCR un programma di assistenza, orientamento e comunicazione rivolto alle persone sfollate irachene ed rifugiate siriane nelle aree di Dohuk ed Erbil.
Persone spesso smarrite, sole, senza punti di riferimento, cui abbiamo fornito gli strumenti di orientamento in questa difficile situazione di sfollamento. Attraverso un programma di mass communication, abbiamo portato avanti campagne di informazione e sensibilizzazione, che hanno spaziato dalla registrazione delle nascite alla prevenzione degli incendi nei campi; dall’uso razionale delle risorse idriche alla prevenzione sanitaria; dalla sensibilizzazione contro le violenze di genere alle informazioni necessarie sui servizi umanitari presenti nei campi cui sfollatə e rifugiatə hanno diritto, e possono avere accesso. Per costruire una comunicazione efficiente che risponda ai reali bisogni delle persone in situazioni di crisi è necessaria la cooperazione di tutti.
Per questo abbiamo dedicato una parte del nostro lavoro nella costruzione di relazioni positive tra le tante organizzazioni umanitarie che operano nell'emergenza, le comunità locali, le autorità e il governo regionale. Le nostre campagne puntano ad intercettare e responsabilizzare per persone più attive delle comunità, in modo tale che siano loro stesse a gestire in maniera autonoma le maggiori problematiche che si riscontrano in queste situazioni, sempre con il nostro sostegno attivo.
Realizziamo tutto questo attraverso la produzione di materiali grafici semplici ed immediati, costruendo workshops e focus groups, utilizzando media tradizionali e i social network.
Con l'offensiva per la liberazione di Mosul nell'ottobre 2016, infine, un team di operatori del progetto è stato impegnato nell'orientare delle persone sfollate che dall'area arrivano nel campo di Debaga, offrendo informazioni sui servizi a cui hanno diritto, promuovendo campagne per la loro sicurezza, monitorando bisogni e necessità delle persone.
Nel 2015 sono state circa 350.000 le persone che, in fuga dalla Turchia, sono sbarcate sulla piccola isola di Lesbo, in Grecia.
Qui, nella totale assenza di strutture e meccanismi di accoglienza formale, è andato creandosi un grande esperimento di volontariato e attivismo dal basso: un mese dopo l’altro centinaia di persone da tutto il mondo sono arrivate a Lesbo per auto-organizzare l’accoglienza e sostenere le persone migranti in fuga, provenienti da Iraq, Siria, Afghanistan e Pakistan.
Il 2 gennaio 2016 una prima delegazione di 9 attivistə di Un Ponte Per è partita alla volta di Lesbo, dove ha dato il suo contributo nell’accoglienza.
Siamo tornati pochi mesi dopo con la presenza stabile di un nostro operatore, che è rimasto a Lesbo per 3 mesi organizzando 4 staffette di volontari che si sono alternati per lavorare sulle coste e nei magazzini di smistamento degli aiuti.
Fino a quando, il 20 marzo 2016, è stato siglato l’accordo tra UE e Turchia, cambiando lo scenario: i campi informali costruiti dai volontari sono stati sgomberati, sono iniziate le deportazioni forzate di migranti verso la Turchia, e gli sbarchi a Lesbo si sono fermati.
Per questo motivo ci siamo interrogati su come proseguire il nostro lavoro. Abbiamo trascorso un mese ad Atene per seguire i migranti che hanno a lungo alloggiato al Pireo.
Molte persone erano lì in attesa di un’ulteriore tappa ed abbiamo scelto di “accompagnarlə” con il “Solidarity Van”.
La Giordania rappresenta uno dei paesi più colpiti dalle conseguenze dell’esodo di rifugiatə sirianə. Per far fronte a questa continua emergenza, nel dicembre 2013 insieme alla Jordanian Women’s Union (JWU) abbiamo lanciato con il sostegno dell’UNFPA il progetto "Hemayati!", un programma della durata di 12 mesi per assistere le donne rifugiate siriane.
In un anno di lavoro nelle 4 cliniche della JWU di Amman, Zarqa, Mafrat e Ibrid, abbiamo offerto servizi multisettoriali alle donne, dando priorità alla salute riproduttiva ma offrendo anche sostegno psicosociale e prevenzione della violenza di genere grazie all’assistenza legale gratuita fornita da un team di avvocati.
Ginecologi, ostetriche, infermiere, psicologi, avvocati e operatori sociali hanno lavorato insieme nelle cliniche, dove si sono svolti anche incontri di informazione su salute riproduttiva, pianificazione familiare, matrimoni precoci, diritti delle donne. Qui sono stati anche distribuiti medicinali e kit per la salute igienico-sanitaria.
In una seconda fase, infine, si sono svolti corsi di alfabetizzazione, informatica e artigianato, in modo da creare un percorso di accoglienza non limitato all’erogazione di servizi, ma in grado di impegnare le donne in attività lavorative e offrirgli un minimo di opportunità.
In 12 mesi di lavoro abbiamo effettuato oltre 5.000 visite, e coinvolto circa 3.000 persone negli incontri di sensibilizzazione sulla salute riproduttiva e contro la violenza di genere.
E’ arrivato il 4 dicembre 2015 alla frontiera turco-irachena di Ibrahim Khali/Zako un nuovo carico umanitario di attrezzature sanitarie, medicinali, tende invernali e coperte destinate alla popolazione del Rojava, l’area a maggioranza curda della Siria resiste all’avanzata di Daesh (Stato Islamico) nella regione.
La spedizione, disposta dalla Cooperazione Italiana del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), è partita dal deposito delle Nazioni Unite (UNHRD) di Brindisi diretta a Dohuk, nella Regione autonoma del Kurdistan iracheno (KRG), dove è stata presa in consegna per la distribuzione.
Il carico, del valore complessivo di 80.000 euro, è composto da attrezzature sanitarie, farmaci, 70 tende invernali e 450 coperte, che andranno a soddisfare le necessità di oltre 20.000 persone.
I medicinali sono destinati agli ospedali del Rojava, in particolare quello della città di Qamishlo, e ai 15 Centri sanitari della Mezzaluna Rossa Curda che sosteniamo, per arrivare fino a Kobane, la città simbolo della resistenza contro Daesh.
Tende invernali e coperte saranno invece distribuite nei due campi profughi di Newroz e Roj, che hanno accolto migliaia di sfollatə ezidə fuggitə dal Sinjar, ancora oggi costrettə a vivere in condizioni precarie.
Si tratta della terza spedizione destinata alla popolazione del Rojava, dopo quelle già effettuate a maggio 2015 grazie alla collaborazione tra MAECI, Ufficio Otto per mille della Tavola Valdese e Un Ponte Per.
Considerando la difficoltà di accesso al territorio siriano, l’arrivo di questi aiuti è estremamente importante per l’inverno. Le tende e le coperte in particolare saranno di estremo aiuto per le centinaia di migliaia di sfollati che vivono all’interno del territorio siriano.
Nell’ottobre del 2015, grazie al sostegno di UNDP, abbiamo lanciato un nuovo piano di intervento in Iraq dedicato al peacebuilding. Il progetto – “Nineveh Paths to Social Cohesion, Coexistance and Peace” è rivolto alle comunità che da millenni abitavano il territorio della Piana di Ninive prima della conquista dell’area ad opera di Daesh, nel corso della sua avanzata verso Mosul nell’estate del 2014.
Il vasto altopiano di Ninive è stato da sempre caratterizzato dall’eterogeneità delle sue comunità
cristiana, ezida, turcomanna, assira, caldea e shabak che sono stanziate in questa zona da millenni con la popolazione musulmana, e tuttə sono statə costrettə a fuggire a causa della violenza del conflitto.
A queste comunità e alle persone sfollate si rivolge il piano di intervento, con l’obiettivo di costruire insieme un futuro di pace, coesistenza e coesione sociale in vista di un eventuale ritorno a Ninive, quando sarà liberata dalla presenza di Daesh.
Il primo passo in vista del ritorno infatti è lavorare perché siano evitate vendette incrociate, formazione di milizie spontanee su base confessionale, episodi di violenza e discriminazione che aggravino lo stato di tensione già esistente. Senza un profondo lavoro di ricomposizione sociale l’Iraq continuerà ad essere dilaniato da conflitti interni e violenze settarie.
Per questo, insieme alle comunità della Piana di Ninive e alle organizzazioni della società civile irachena, abbiamo ideato “Nineveh Paths”, un programma che ha coinvolto 5 comunità religiose, 4 sindaci, il Consiglio provinciale e il Governatore dell’area e 15 associazioni locali (con il sostegno ad altrettanti micro-progetti), oltre ad un vasto numero di leader religiosi, di comunità, attivisti, giovani e donne. L’obiettivo è stato il rafforzamento della società civile e delle leadership comunitarie sui temi del dialogo, della riconciliazione, della mediazione, della coesistenza e della costruzione della pace.
Da ottobre 2015 a febbraio 2016 la risposta dei partner locali ha superato gli obiettivi del progetto, che proseguirà anche nel 2017. Ecco alcuni dei risultati conseguiti nella prima fase di lavoro, in partenariato con il Peace Action, Training and Research Institute of Romania (PATRIR):
Creazione del Consiglio per la Pace
Il Consiglio Provinciale di Ninive ha ospitato diversi incontri con leader tribali, religiosi e delle comunità di minoranza tutti provenienti dall’area, e con donne, giovani, artisti e organizzazioni della società civile, che hanno avuto come risultato la creazione del Consiglio per la Pace di Ninive (Nineveh Peace Council).
Riprese per un documentario
Sono iniziate le riprese del documentario "Eroi di Ninive”, che seguirà il lavoro delle comunità e delle realtà coinvolte nel progetto. I primi girati hanno seguito i training organizzati con donne e giovani, mentre in seguito ampio spazio sarà dedicato alle testimonianze dirette e alle storie personali di attivistə coinvolti nelle iniziative di peacebuilding nell’area.
Creazione dei Comitati Locali per la Pace
I sindaci di Wana, Rabi’a, Zumar e Sinuni, coinvolti nel programma, hanno portato avanti ed ampliato il loro impegno per promuovere riconciliazione, pace e coesistenza, ospitando incontri con i leader religiosi e delle comunità, e stabilendo la creazione di Comitati Locali per la Pace per ogni area. I sindaci e le autorità locali hanno inoltre coinvolto giovani, donne e leader delle loro comunità nei training su dialogo, costruzione della pace e coinvolgimento delle donne come attori-chiave per la risoluzione dei conflitti.
L’Alleanza per la Pace delle Donne di Ninive
Le attiviste, le donne delle comunità e le leader delle organizzazioni della società civile e delle autorità locali e provinciali hanno creato l’Alleanza delle Donne per la Pace di Ninive. L’Alleanza riunisce donne delle comunità tribali, religiose e delle comunità di minoranza per lavorare insieme nella promozione della coesistenza, della pace e della riconciliazione e per l’empowerment delle donne, incoraggiandole a partecipare al processo di peacebuilding.
Cura del trauma con le donne ezide di Sharya e dialogo intra-comunitario
Cinquantaquattro donne ezide vittime di violenza sono state coinvolte in un training per il superamento dei traumi da conflitto nel campo per sfollati di Sharya. Le organizzazioni locali “Al-Tahrir” e “RID” hanno invece avviato un ciclo di incontri a Wana, Rabi’a, Zumar e Sinuni sul tema della coesistenza e sui processi di costruzione del dialogo tra comunità.
Giornalismo di Pace
L’associazione locale “Peace and Freedom Organization of Kurdistan” ha organizzato corsi di formazione con 18 giovani giornalisti sull’uso dei social media e sul Giornalismo di Pace. Gli operatori da questo momento saranno in grado di veicolare messaggi di riconciliazione, pace e coesistenza attraverso i media sociali e tradizionali.
Apertura del Centro giovanile per la Pace di Zumar
Giovani attivistə di Zumar hanno inaugurato lo Youth Peace Centre, riunendo ragazzə di diverse comunità per iniziare a liberare dalle macerie e ricostruire le aree colpite dalla guerra, focalizzandosi sull’empowerment giovanile e sul loro coinvolgimento nelle attività di peacebuilding. Le autorità locali hanno espresso il desiderio che simili centri siano aperti anche in altre città per prevenire fenomeni di radicalizzazione e violenza confessionale, incoraggiandolə a giocare un ruolo attivo nella ricostruzione, nella riconciliazione e nel dialogo.
Il campo di Ashti ad Ainkawa – quartiere cristiano di Erbil, Kurdistan iracheno - accoglie oltre 5mila persone sfollate interne irachene, per la maggior parte della comunità cristiana ed ezida, fuggite dall’area della Piana di Ninive e di Mosul in seguito all’avanzata di Daesh nell’estate del 2014.
Di questi, quasi 1.500 sono bambinə: le generazioni future di un paese diviso, che da decenni conosce solo guerra. Ragazzə cacciatə dal luogo dove sono natə, costretti a sopravvivere nei caravan donati da associazioni e agenzie internazionali, o peggio ancora nei tendoni dove le temperature raggiungono i 60 gradi e dove d’estate si può anche morire di caldo.
Nel campo la più grande esigenza era quella di avere una scuola, per evitare che i bambini e le bambine dovessero percorrere chilometri d’estate e d’inverno per raggiungere quella più vicina. Con queste comunità lavoravamo già da anni nell’ambito del nostro programma “Yalla Nila’ab” (Andiamo a giocare), finanziato dalla Cooperazione Italiana, che si era dovuto interrompere a causa dell’attacco di Daesh alla piana di Ninive. Prevedeva la ristrutturazione di 4 scuole per bambinə delle minoranze, tutte nella zona di Mosul, l’area attualmente in mano al Califfato. A lungo abbiamo sperato di poter rientrare nei villaggi occupati, ma l’attesa è diventata troppo lunga.
Abbiamo allora scelto di riadattare il progetto alla nuova situazione, avviando i lavori per una scuola “mobile” nel campo di Ashti, composta da caravan che potranno essere smontati e trasportati quando le comunità potranno fare ritorno nelle aree liberate.
La scuola, in grado di accogliere 700 bambinə in età compresa tra i 6 e i 12 anni, è stata inaugurata il 30 settembre 2015. I lavori per la sua realizzazione, avviati ad agosto, sono andati avanti per tutta l’estate. Grazie al lavoro e all’entusiasmo delle tante persone impegnate in questo progetto, abbiamo potuto mantenere l’impegno che avevamo preso: terminare la scuola in tempo per l’inizio del nuovo anno scolastico.
Tra il 2015 e il 2016 nella scuola si sono svolti incontri di formazione, training per gli insegnanti, attività ludico-ricreative extra-scolastiche per bambinə. E’ stata terminata anche la costruzione di un campo da gioco coperto all’esterno, ed è stata allestita con banchi, sedie, lavagne ed un’aula computer grazie alla solidarietà di tante donazioni. E’ stata inoltre al centro del primo intervento di street art nel Kurdistan iracheno, grazie al progetto “Niente Paura” che ha portato alla realizzazione di diversi murales creati per decorare la scuola.
“Ibtisam” (Sorriso), è un progetto di supporto psico-sociale per bambinə, portato avanti in 5 istituti scolastici del Kurdistan iracheno (KRG) grazie al sostegno di Caritas Svizzera.
L’idea nasce nel corso dell’emergenza umanitaria irachena del 2003, quando l’esplodere della violenza a Baghdad provoca la prima grande ondata di persone sfollate costrette a fuggire dalla città e trovare rifugio nella regione del Kurdistan iracheno e nel nord dell’Iraq. L’obiettivo, all’epoca, era quello di fornire piani di studio in arabo per studentə sfollatə, in una regione dove i curriculum erano esclusivamente in curdo, e fornire spazi sicuri ed attività ricreative per bambinə attraverso la riabilitazione di 5 scuole nelle aree della Piana di Ninive e nel Governatorato di Erbil.
Una prima fase dell'intervento era stata pensata nel 2012. Quello stesso anno, in seguito allo scoppiare dell’emergenza umanitaria in Siria, le scuole hanno accolto anche minori rifugiatə che fuggivano dal loro paese e trovavano rifugio in Iraq. Poi, nell’estate del 2014, l’avanzata di Daesh in Iraq ha creato una nuova ondata di violenza: alcune delle aree in cui operavamo sono state occupate, il numero di persone sfollate è drammaticamente aumentato.
Per questo nel corso dei mesi il nostro intervento è cambiato. I fondi per le attività sono stati impieganti per distribuzioni di prima emergenza, poi in kit scolastici, infine ci siamo spostati insieme alle comunità in fuga, seguendole nel loro lungo cammino verso la ricerca di un luogo sicuro in cui vivere.
Oggi “Ibtisam” è giunto alla sua seconda fase, e proseguirà sino alla fine del 2017. Le scuole coinvolte da 5 sono diventate 13, per un totale di 4.600 bambinə accoltə grazie all’impegno di insegnanti, operatorə sociali, psicologə e psichiatrə che hanno preso parte ai nostri training di formazione, alle sedute di gioco-terapia, ai gruppi di resilienza e ad altre attività fondamentali ai bambini per superare i traumi della guerra. Scuole, quelle di “Ibtisam”, che sono diventate anche esempi di integrazione tra bambinə provenienti da contesti diversi, ma accomunati dall’aver dovuto vivere situazioni terribili.
Un intervento pensato per ricreare nelle scuole e dentro le classi quel clima di serenità e normalità che viene meno in situazioni di emergenza e condizioni di sfollamento, per permettere di proseguire il percorso scolastico, ma anche di immaginare un futuro libero dalla paura. Il lavoro dello scorso anno ha dato risultati entusiasmanti: oltre a tantə bambinə che ne hanno tratto giovamento, il Dipartimento di Salute Mentale di Erbil ha scelto di usarlo come modello per la modernizzazione delle sue strutture, nel tentativo di integrare il settore dell’educazione e quello della salute mentale. In linea con il nostro agire, che considera l’emergenza anche un’opportunità di miglioramento delle condizioni pre-esistenti. Per costruire un futuro in cui non ci sia più bisogno di interventi umanitari, e ciò di buono che si è costruito insieme possa rimanere, diventando un patrimonio collettivo.
Il 29 maggio 2015 è giunta alla frontiera siro-irachena la seconda spedizione umanitaria di attrezzature sanitarie e farmaci di base destinati alla popolazione del Rojava.
La spedizione del carico di medicinali, disposta dalla Cooperazione Italiana del Ministero degli Affari Esteri, è partita dal deposito delle Nazioni Unite di Brindisi diretta a Dohuk, nella Regione autonoma del Kurdistan iracheno, dove è stata presa in consegna dai nostri operatori per la successiva distribuzione.
Il Rojava confina a nord con la Turchia, che tiene chiuse le sue frontiere, e a sud rappresenta un lunghissimo fronte contro le milizie di Daesh. Abbiamo rotto questo assedio attraverso il Kurdistan iracheno, che ha un piccolo punto di confine con il Rojava. Il carico, del valore complessivo di 90.000 euro, era composto da attrezzature sanitarie, farmaci di base e altri materiali necessari ad assicurare prima assistenza a 20mila pazienti traumatizzatə.
Si tratta del primo, importante, gesto ufficiale di sostegno all’area a maggioranza curda della Siria da parte delle istituzioni italiane. Dopo la battaglia di Kobane si stava da tempo cercando un modo per sostenere il Rojava e la sua popolazione, che sta realizzando un modello unico per l’area di laicità, auto-governo e convivenza tra comunità curde, yazide, cristiane, arabe.
Abbiamo ricevuto il carico italiano nel Kurdistan iracheno e abbiamo curato tutte le fasi del trasporto verso la Siria e l’area del Rojava, dove gli aiuti sono stati distribuiti grazie alla Mezzaluna Rossa curda.
Questa spedizione segue di pochi giorni quella già realizzata tra il 2 e il 3 maggio 2015, quando un primo carico di aiuti umanitari destinato alla popolazione del Rojava era stato consegnato da Un Ponte Per grazie allo straordinario contributo dell’Ufficio Otto per mille della Tavola Valdese. Anche il quel caso il carico era composto da medicinali introvabili nell’area, specifici per le cure dei malati di tumore e destinati a circa 6mila persone nel Rojava, che sono stati distribuiti negli ospedali di Derik/Al Malikiah e Qamishlo.