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L’istituzione dei Corpi Civili di Pace ha rappresentato una novità assoluta nel panorama europeo e mondiale. Previsti dalla legge di stabilità italiana del dicembre 2013 grazie ad un emendamento presentato da Giulio Marcon (SeL) e al lavoro portato avanti da reti, Ong e associazioni nell’ambito della più vasta campagna “Un’altra Difesa è possibile!” per l’istituzione di una Difesa civile, non armata e nonviolenta in Italia, solo nel dicembre del 2015 ha visto approvare il decreto dal Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale.
Associazioni, enti ed Ong hanno potuto così iniziare a scrivere i progetti che prevedono ogni anno l’impiego di 58 giovani volontariə per 13 progetti in “aree di conflitto, a rischio di conflitto o di post-conflitto”, 24 in 4 progetti nell’ambito “emergenza ambientale all’estero” e altri 24 in 3 progetti per l’ambito “emergenza ambientale in Italia”. In totale, 20 progetti e 106 volontariə, opportunamente formati in Italia per operare in questi contesti.
I progetti presentati da Un Ponte Per prevendono la presenza di 4 volontariə in Libano e 4 in Giordania per un anno, da settembre 2017 per operare con le comunità rifugiate siriana e palestinese e quelle ospitanti, e a partire dal 2023 anche di 4 volontariə in Romania, per sostenere la comunità rifugiata ucraina.
La partecipazione ai Corpi Civili di Pace è possibile attraverso l'applicazione a un bando che viene annualmente pubblicato dal Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale.
Al via un nuovo piano emergenziale sostenuto da fondi europei e da donatorə privatə, grazie al quale insieme al nostro partner locale, la Mezzaluna Rossa Curda, garantiremo assistenza sanitaria salvavita a civili feritə di guerra in fuga da Raqqa e alla popolazione nel nord est della Siria.
La prima fase, avviata nel luglio 2017 immediatamente dopo l'inizio della battaglia per la liberazione di Raqqa, ha assicurato a migliaia di civili feritə e intrappolatə nella roccaforte di Daesh (Stato Islamico) l’accesso alle cure salvavita per 10 mesi, attraverso il sostegno diretto al sistema sanitario del nord-est del paese.
Questo, infatti, l’obiettivo del programma di assistenza sanitaria salvavita, intervento grazie al quale è stato possibile acquistare 15 ambulanze, sostenere in modo diretto squadre specializzate di medicə ed operatorə sanitarə locali, creare 2 Punti di stabilizzazione dei feriti (Trauma Stabilization Points – TSP) alle porte di Raqqa, prima di trasferirli presso gli ospedali più vicini, aumentando così le loro possibilità di sopravvivenza, 2 Centri di primo soccorso di emergenza tra Raqqa e il campo profughi di Areesha.
Per tutta la durata della battaglia, infatti, le persone intrappolate a Raqqa non avrebbero avuto la possibilità di accedere a nessuna struttura sanitaria, in quanto i pochi presidi esistenti erano troppo lontani rispetto al fronte dove si sono svolti i combattimenti.
L'intervento di Un Ponte Per e della Mezzaluna Rossa Curda ha consentito di spingersi sulla linea del fronte attraverso l’invio di ambulanze e team specializzati, per recuperare le persone ferite più gravi e trasporarle nei più vicini Trauma Stabilization Points.
Grazie a questa azione, è stato possibile allungare i tempi della cosiddetta “Golden hour”, il lasso di tempo entro il quale un paziente gravemente ferito ha maggiori possibilità di sopravvivenza se trattato con prontezza e stabilizzato, per poi spostarlo in strutture ospedaliere nel nord del paese.
Un'azione che è stata riprogrammata mese dopo mese per adattarla al meglio al contesto estremamente mutevole e rispondere al meglio alle necessità della popolazione civile.
Parallelamente, agli operatori sanitari impegnati in prima linea sono stati garantiti training sulle tecniche di primo soccorso psicologico (PFA), sulla gestione di vittime civili in luoghi di conflitto, sulle modalità di decontaminazione in caso di attacchi chimici e sui comportamenti da tenere in zone minate.
La prima fase, conclusasi a marzo, ha consentito di offrire assistenza sanitaria ad oltre 103mila persone. Con la seconda fase, da aprile a dicembre 2018, l'intervento è stato esteso anche ai Governatorati di Hasakeh e Deir er Zor, con l'obiettivo di fornire cure salavavita a 110mila persone.
Attraverso il rafforzamento dei Centri di primo soccorso (Emergency Primary Care Centres - EPCCs) e del sistema di unità sanitarie mobili, per raggiungere le aree più isolate, che saliranno a 21 automezzi. Prosegue, inoltre, il percorso formativo per perfezionare le competenze di operatorə sanitarə locali e dello staff di progetto su procedure salvavita e cura dei traumi, protocolli di assistenza sanitaria primaria, monitoraggio e amministrazione. Mentre un'attenzione particolare verrà rivolta alle metodologie di individuazione e protezione delle vittime vittime di abusi, violenze e discriminazioni, per sviluppare servizi dedicati.
La terza fase, che si è estesa lungo tutto il 2019, ha previso il rafforzamento di tutti gli interventi precedenti e l'estensione dei servizi sanitari garantiti anche fuori dalle cliniche, per raggiungere le fasce più vulnerabili della popolazione e aumentare le capacità di resilienza. Ha visto inoltre un maggiore coinvolgimento delle comunità locali nella pianificazione e nella fornitura di servizi, e l'impiego quindi Operatori sanitari comunitari (Community Health Workers - CHWs).
Un progetto emergenziale che rientra nel più vasto intervento che dal 2015 Un Ponte Per porta avanti nel nord est della Siria, attraverso il sostegno diretto al lavoro della Mezzaluna Rossa Curda, dei suoi Centri sanitari e con la formazione del personale medico-sanitario specializzato.
Al via un programma annuale per garantire sostegno psico-sociale a 10.800 bambinə irachenə. Un anno di lavoro in 25 scuole a Mosul e nelle aree appena liberate. Mentre si concludono le operazioni militari per la liberazione della città di Mosul, roccaforte di Daesh (Stato Islamico) in Iraq, parte il nostro intervento per garantire sostegno psico-sociale a bambinə irachenə che hanno subito le conseguenze della guerra negli ultimi tre anni.
“Ahlein” (Benvenuto) il nome del programma che, grazie al sostegno di Unicef, ci vedrà impegnati per i prossimi 12 mesi in 25 scuole irachene nelle aree liberate di Mosul est, Tel Kaif e Bashiqa, così come nei campi profughi in cui hanno trovato rifugio migliaia di famiglie irachene sfollate. Raggiungere oltre 10.800 minori di età compresa tra i 5 e i 17 anni l’obiettivo, attraverso un programma con cui verrà garantito loro sostegno psico-sociale per mitigare i traumi subìti, attraverso attività ludico-ricreative, gruppi di resilienza ed interventi mirati, che puntano anche alla formazione di oltre 200 insegnanti.
Obiettivo del progetto nel lungo periodo è infatti quello di rendere il personale scolastico in grado di portare avanti anche in futuro le principali attività di sostegno psico-sociale necessarie ai minori in zone di conflitto, e di individuare eventuali casi che necessitino di specifica assistenza. Nello specifico, il programma si concentrerà in 10 scuole primarie e secondarie nella città di Mosul (area est), ed in altre 15 strutture scolastiche nei villaggi liberati dei distretti di Tel Kaif e Bashiqa, dove operavamo già prima dell’emergenza del 2014 attraverso la ristrutturazione e messa in sicurezza di edifici scolastici. A questi si aggiungeranno gli interventi di sostegno nei campi e nelle aree che hanno accolto le famiglie sfollate dalla zona di Mosul, ed in particolare Bajed Kandala, Shariya, Shekhan, Mam Rashan, Essian e Nargazlia.
Quello del sostegno psico-sociale attraverso gruppi di resilienza e attività di gioco-terapia è un campo d’intervento che portiamo avanti ormai da tempo nei campi che hanno accolto le persone sfollate nelle aree di Erbil e Dohuk in seguito all’avanzata di Daesh nel paese, nel 2014. Siamo riusciti a sviluppare importanti collaborazioni con i Dipartimenti di Salute mentale del governo locale, che hanno portato alla costruzione di pratiche comuni e all’adozione di metodologie elaborate insieme, che hanno permesso in questi anni di accompagnare e sostenere migliaia di bambinə irachenə e le loro famiglie.
Con questo nuovo progetto dedicato a Mosul e alle aree liberate saranno oltre 16.890 le persone che verranno raggiunte, in una fase delicata per il paese, ed in cui è fondamentale intervenire. Per mitigare gli effetti che le persone più giovani hanno subìto in questi anni, perché crescendo non sviluppino traumi. Ed iniziare insieme a guardare al futuro del paese, partendo dalla resilienza delle nuove generazioni.
Al via un nuovo intervento in Giordania, sostenuto da Ocha e dedicato alla tutela della salute e all’accesso ai diritti per le persone con disabilità: si chiama “Adreen” e proseguirà per i prossimi 8 mesi.
Il lavoro si concentrerà soprattutto nelle aree rurali del paese ed in particolare a Ramtha, area di confine con la Siria, che ospita un alto numero di persone con gravi ferite di guerra. Il progetto è rivolto in modo particolare alle persone più marginalizzate, che hanno difficoltà ad accedere ai servizi sanitari essenziali: oltre alle loro limitazioni motorie o alla mancanza di strutture adeguate, lo stigma sociale e la discriminazione verso le disabilità e le condizioni mediche croniche giocano un ruolo centrale nell’isolamento della comunità che vogliamo raggiungere.
Per migliorare le condizioni di salute, come sempre, ma anche per contribuire all’inclusione sociale di chi spesso resta tagliato fuori a causa di quelle che sono considerate limitazioni. Per questa azione, lavoreremo insieme al centro giordano Al Hussein Society Jordan for Training and Inclusion, una realtà all’avanguardia per il trattamento di disabilità fisiche, sensoriali e psicosociali, da tempo impegnata nel garantire servizi alle comunità più marginalizzate promuovendo l’autonomia e l’integrazione delle persone con disabilità.
Alla base del progetto la messa in funzione di cliniche mobili, a bordo delle quali saranno a disposizione unə fisioterapista, unə psicologə ed unə terapista occupazionale per visite approfondite, con l’obiettivo di identificare i bisogni di pazienti con disabilità fisiche e psicomotorie, e di altri membri del nucleo familiare che necessitino di assistenza medica specializzata. Sarà anche lanciata una campagna radiofonica per informare la popolazione sull’intervento, sui servizi messi a disposizione, e sulle modalità di accesso alle unità cliniche mobili, puntando a sensibilizzare la comunità sulle disabilità e sull’importanza dell’integrazione.
Dopo le visite, medicə ed espertə consiglieranno alle persone assistite le cure e gli interventi migliori presso le strutture mediche statali, verso i quali le accompagneremo, anche finanziariamente. Organizzeremo poi sessioni di riabilitazione in base a specifiche necessità individuali, anche a casa per chi non ha la possibilità di raggiungere gli ospedali. Feriti di guerra e persone affette da patologie degenerative gravi saranno le priorità del nostro intervento, che insieme al centro Al Hussein punta a realizzare gli ausili alla mobilità necessari ad assistere pazienti ma non ancora reperibili in Giordania.
Inoltre, grazie all’intervento di esperti in terapia occupazionale, interverremo sulle barriere architettoniche da eliminare e su eventuali luoghi delle abitazioni delle persone raggiunte da modificare in base alle loro esigenze motorie. Tentando di costruirgli intorno un ambiente sicuro e confortevole. E continuando a costruire Ponti e ad abbattere muri. Soprattutto quando si tratta di barriere architettoniche o mentali che non garantiscono pari diritti a tuttə.
Fornire supporto psico-sociale, attività per le comunità, promuovere coesione sociale, conoscenza e dialogo tra la popolazione rifugiata siriana, sfollata irachena e la comunità ospitante nell’area di Arbat (Sulaymaniyah), in Iraq, attraverso la creazione di un Centro comunitario.
E’ questo l’obiettivo di un nuovo progetto che ci vedrà impegnati per i prossimi 12 mesi, in collaborazione con i nostri partner locali del Democracy and Human Rights Development Centre (DHRD) e del Civil Development Centre (CDO), grazie al sostegno di UNDP. Tante le attività che verranno organizzate all’interno dell’Arbat Community Center, con particolare attenzione ai gruppi più vulnerabili, come donne e bambinə sirianə, irachenə e curdə. Tra queste, training di contrasto e sensibilizzazione sulla violenza di genere, sostegno psico-sociale e psichiatrico alle vittime, supporto legale se necessario.
Inoltre, nel Centro verranno organizzate attività di doposcuola destinate ad oltre 500 bambinə e ragazzə, che comprenderanno corsi di lingua curda, informatica, attività di educazione non formale (teatro, circo sociale, corsi di musica e sport). Corsi di lingua curda, informatica, teatro, danza, musica e sport saranno dedicati anche a 300 donne. Verranno inoltre riabilitati gli spazi necessari all’apertura di una biblioteca.
In una seconda fase del progetto inoltre verranno organizzati workshop e campagne di sensibilizzazione sull’importanza del dialogo e la mediazione pacifica rivolti a membri della società civile, ONG e comitati locali, con un focus particolare rivolto a donne e giovani. Su base bisettimanale verranno organizzati dialoghi collettivi su particolari questioni che riguardano le comunità, per evitare future divisioni e fratture.
Obiettivo finale dell’intervento sarà poi quello di identificare un gruppo di volontarə, formato da ragazzə delle 3 comunità, che prenderanno parte alle attività di supporto del Centro collaborando all’istituzione di nuovi comitati, ideando campagne informative ed eventi sociali per le comunità.
Promuovere una governance democratica e la coesione sociale in Iraq migliorando la collaborazione tra gli attori sociali e rafforzando la partecipazione di giovani all’interno delle organizzazioni della Società Civile nel campo del peacebuilding. E’ questo l’obiettivo di “Mesopotamian Youth”, un nuovo programma triennale sostenuto dall’Unione Europea, avviato nel marzo 2017 in Iraq.
Tra i temi al centro del lavoro i diritti umani, la tutela del patrimonio ambientale e culturale iracheno, l’inclusione di giovani e donne nei processi politici e la costruzione di Centri aggregativi che favoriscano la coesione sociale. Donne, giovani, attivistə per i diritti umani, organizzazioni della società civile, comunità sfollate irachene, autorità locali: saranno questi i protagonisti di un lavoro articolato, che si concentrerà su 5 assi di lavoro principali, coordinati dagli attivisti dell’Iraqi Social Forum e del neonato Kurdistan Social Forum, che si propongono di lavorare in stretta connessione lungo i prossimi 3 anni.
Attraverso workshop, gruppi di studio, campagne e lavoro di advocacy, l’impegno di attivistə e giovani che coinvolgeranno verterà su 5 punti:
1 – Giustizia sociale e occupazione
La cornice legale dei paesi occidentali e di alcuni paesi arabi verrà studiata per capire come influire sullo sviluppo di politiche del lavoro, per la protezione sociale ed economica, con l’obiettivo di attuare il nuovo Codice del Lavoro iracheno. Parallelamente, i disegni di legge sulla libertà di associazione discussi in Parlamento saranno monitorati, e verranno proposti emendamenti laddove necessario. Saranno poi studiate possibili procedure per garantire protezione a difensorə dei diritti umani.
2 – Protezione degli sfollati interni e delle minoranze
Verranno studiate ed identificate le principali sfide che le organizzazioni locali hanno di fronte per migliorare le condizioni di vita delle persone sfollate interne nei governatorati del Kurdistan in cui sono maggiormente presenti. Saranno promosse strategie di advocacy con diversi attori istituzionali per promuovere l’integrazione sociale delle comunità sfollate, trovare risposte adeguate ai traumi che hanno subito a causa del conflitto, e per facilitarne il ritorno nelle aree liberate. Parallelamente il loro patrimonio culturale verrà valorizzato attraverso eventi pubblici e pubblicazioni.
3 – Promozione della tolleranza e della democrazia nei media
Contro l’incitamento all’odio, al settarismo e alla violenza, verranno lanciate specifiche campagne di sensibilizzazione rivolte soprattutto al settore dei media. I social network verranno monitorati, e verranno svolte azioni per costruire una rete di canali televisivi e giornalistə sensibili, con il fine di promuovere un giornalismo di Pace, che si faccia portatore di messaggi di tolleranza e coesione sociale.
4 – Diritti dell’acqua e protezione dei fiumi della Mesopotamia
Ai giovani delle comunità che vivono lungo il corso dei fiumi Tigri ed Eufrate verranno dedicate specifiche campagne di sensibilizzazione sull’importanza della tutela e del rispetto dell’ambiente. Verrà realizzata una newsletter mensile sui temi dell’acqua, del riciclo e dell’inquinamento. Attivistə studieranno la normativa vigente in materia ambientale, e produrranno un report per sottolineare eventuali debolezze legislative, proponendo soluzioni. Le organizzazioni della società civile, in collaborazione con le autorità locali, realizzeranno workshop per rafforzare il dibattito pubblica sulla tutela ambientale.
5 – Partecipazione delle donne alla società civile e ai processi di policy making
Attivistə tenteranno di identificare i maggiori ostacoli che impediscono alle donne di ricoprire ruoli di leadership all’interno delle organizzazioni della società civile e dei partiti politici, proponendo strategie volte a superarli. Verranno elaborate e promosse campagne di sensibilizzazione sui social media che diffondano esempi di donne leader nella storia nazionale irachena ed internazionale. Durante le elezioni politiche, si terranno campagne per la promozione del voto libero e autonomo. Mentre si studieranno strategie per la protezione delle Women Human Rights Defenders (WHRDs), il lavoro di advocacy di attivistə si concentrerà su governo e autorità locali perché sia attuato il Piano Nazionale sulla Risoluzione Onu 1325, che incoraggia la partecipazione delle donne ai processi politici e di peacebuilding.
Ulteriore obiettivo, da raggiungere entro il primo anno di lavoro del progetto, è l’apertura di un Centro Culturale a Nassiriya, in Iraq. Qui si svolgeranno tutte le attività di coordinamento di attivistə, oltre all’organizzazione di campi giovanili annuali, di un Festival culturale annuale dedicato al patrimonio artistico delle minoranze irachene, e a numerosi workshop e attività in cui coinvolgere sia le organizzazioni della società civile che le autorità locali, sensibilizzandole sul rispetto dei diritti umani, ambientali e culturali, con un focus particolare sui siti iracheni patrimonio UNESCO, come le Paludi Mesopotamiche.
Infine, il programma si pone l’obiettivo di costruire nell’arco di due anni diversi Comitati per la Coesione sociale in quattro Governatorati del paese. Coordinati dalla società civile con la collaborazione delle autorità locali e dei leader tribali e religiosi, i Comitati svolgeranno un lavoro di coesione sociale, mediazione di eventuali tensioni inter-comunitarie, e porteranno avanti gli obiettivi che attivistə individueranno durante il loro lavoro nei workshop e nel Centro Culturale di Nassiria. L’obiettivo dunque è creare realtà interconnesse tra loro, e sostenere il loro lavoro e il loro impegno sui temi che giovani e società civile hanno individuato come centrali per la costruzione di un Iraq libero dalla violenza e dall’estremismo.
Roma, Berlino, Bologna, Siviglia e Gand: sono le città coinvolte dal nostro nuovo progetto di integrazione attraverso la musica, sulle strade del suono. Il progetto “The sound routes”, partito a fine 2016, si fonda sulla volontà di prendere parola sulla situazione europea attorno alla cosiddetta “crisi dei rifugiati” a partire dall’analisi dei sentimenti contrastanti che hanno generato da una parte un diffuso sentimento di insicurezza e intolleranza, dall’altra un movimento di solidarietà attiva.
Crediamo nella libertà di movimento, così come nel fatto che migranti, rifugiatə, richiedenti asilo siano prima che vittime persone che hanno diritti, spesso negati. E che arrivino in Europa con un ricco e variegato bagaglio di competenze.
Tra loro molti sono artistə o musicistə. Lə abbiamo conosciuti e ne vorremmo conoscere altrə, provando a favorire non solo la loro integrazione, ma anche e soprattutto un confronto con gli appassionati di musica e cultura nei nostri territori, costruendo relazioni paritarie e incentrate sull’ascolto.
E’ nata così l’idea di creare un partenariato con realtà affini alla nostra, e che speriamo renda possibile una reale interazione di attori sociali, siano essi artisti europei, un pubblico attento alle novità musicali e alle sperimentazioni, migranti e rifugiatə residenti in Europa da tempo o appena arrivati, e le organizzazioni della società civile che lavorano nel campo musicale e dell’accoglienza.
Il progetto si svolgerà tra Roma con Un Ponte Per, a Bologna con la Scuola di musica popolare “Ivan Illich, Bologna in musica”, a Siviglia con l’associazione Marmaduke, a Berlino con Werkstatt del Kulturen e a Gand, in Belgio, con Vzw De Vergunning.
Tre le attività previste:
– House Concerts: una forma sperimentale, ma già conosciuta in Italia, di organizzazione di concerti acustici di musicistə di diverso livello – in questo caso migranti e rifugiatə – in abitazioni private. Un sistema che valorizza un uso alternativo dello spazio quotidiano e il potenziale dell’informalità nell’integrazione.
– Jam session: pensate come ulteriori momenti di scambio sul terreno musicale e di interazione tra artistə migranti e locali, ma in luoghi più formali e aperti ad un pubblico più classico.
– Coproduzione musicale: la creazione di un gruppo musicale ad hoc che prevede due eventi di lancio. A Bologna, nell’ambito del Bologna Jazz festival, e a Berlino.
A questo si affiancherà inoltre la creazione di una piattaforma web che funzionerà sia da sito del progetto che da spazio di promozione delle produzioni musicali di artistə locali e migranti coinvoltə.
Verrà poi realizzato un documentario che racconterà questo percorso , con l’obiettivo di registrare lo scambio culturale ed emozionale che avviene attraverso la musica, incentrato sulle storie di chi è arrivato in Europa.
Infine, una guida spiegherà le modalità di svolgimento e organizzazione degli house concert, la valutazione dei risultati e la possibilità di annoverare questa inedita forma di scambio culturale e di valorizzazione e condivisione delle differenze, come best practice.
Come testimonia la campagna Save the Tigris lanciata 5 anni fa, il ruolo della società civile è fondamentale per determinare processi di rilevanza storica, e le alleanze regionali tra irachenə, sirianə, turchə e curdə non solo sono possibili, ma si rilevano strategicamente utili.
In questi anni la capacità di advocacy di attivist ə irachenə è cresciuta e la popolazione stessa dimostra molto interesse a ricevere un sostegno per organizzare campagne sui diritti e per la costruzione della pace.
In tale contesto Un Ponte Per ha sviluppato una strategia regionale che corre su più binari paralleli: fornire sostegno umanitario a persone rifugiate e sfollate e contemporaneamente cercare di consegnare queste attività alla gestione della società civile locale, protagonista nella costruzione di nuove pratiche nel piccolo che possano poi essere replicate.
Su questa premessa nasce il programma triennale “Sentieri di coesistenza in Mesopotamia”, con il sostegno della Fondation Assistance Internationale (FAI), che si sviluppa su tre assi: sfidare le divisioni che Daesh ha esasperato tra le comunità attraverso campagne di coesione sociale; coinvolgere la popolazione nella protezione del patrimonio culturale e ambientale della Mesopotamia; costruzione della pace e di trasformazione non violenta dei conflitti.
L’obiettivo è quello di superare i fondamentalismi indotti da Daesh costruendo un percorso di fiducia tra le comunità coinvolte e sviluppando il loro senso di appartenenza ad un comune patrimonio culturale e ambientale, favorendo la gestione partecipata del territorio e sostenendo pratiche e patti di coesistenza.
A questo scopo verranno realizzate azioni e campagne per la coesione sociale, la coesistenza e la pace in 8 città irachene, 1 siriana e 1 turca lungo il corso del Tigri e dell’Eufrate e verranno siglati i Patti Sociali per la Coesistenza.
Per favorire lo scambio di buone pratiche e il superamento delle fratture causate da guerra e fondamentalismo verrà attivato dalla società civile in ciascuna di queste città un coordinamento cittadino “We love (city name)”, seguito da un forum “We love Iraq” a livello nazionale iracheno e un forum “We love Mesopotamia” a livello regionale.
E’ inoltre prevista la formazione triennale di oltre 1.000 operatorə sociali, di cui almeno un terzo giovani sotto i 30 anni e almeno un terzo donne, attraverso programmi formativi che verteranno su metodologie, strumenti di lavoro per la coesione sociale e incontri regionali volti allo scambio di buone pratiche e mutua conoscenza.
Tramite la campagna Saves the Tigris verrà rafforzata un’identità e senso di appartenenza comune al patrimonio culturale e ambientale della Mesopotamia tra iracheni, siriani e turchi, implementando azioni dirette per la salvaguardia dell’ecosistema del Tigri.
Verrà inoltre realizzato un Forum Regionale sul diritto all’Acqua in Iraq che coinvolgerà almeno 500 partecipanti dalla regione, e verranno attivati almeno 3 gruppi di lavoro in Iraq e 1 in Turchia, al fine di garantire la protezione e l’accessibilità dei patrimoni dell’umanità UNESCO situati nelle relative aree, riformulando a tal proposito i piani di gestione dei siti per permettere la partecipazione della popolazione alle gestione e protezione degli stessi.
Saranno realizzati Interventi Civili di Pace con l’obiettivo di favorire la coesistenza tra comunità locali e profughi siriani in Libano e Giordania, e tra comunità locali e sfollati interni in Iraq, con una forte propensione a facilitare il ritorno di tutte le comunità di sfollati nelle città di provenienza dopo la liberazione da Daesh.
Per intervenire a sostegno delle associazioni locali verranno formati e inviati, attraverso missioni di 1 anno, i Corpi Civili di Pace internazionali a Beirut e Amman, mentre verranno inviati per periodi più brevi volontarə internazionali in Iraq, e saranno formati in almeno 4 città del governatorato di Ninive i Gruppi di Pace Locali (Local Peace Teams), al fine di rafforzare la società civile locale e contribuire al superamento dei pregiudizi promuovendo la convivenza.
Questo progetto di peacebuilding si propone di coinvolgere almeno 300 operatorə e 10.000 attivistə della società civile in 10 città di Iraq, Siria e Turchia; circa 3.000 persone raggiunte direttamente da azioni della campagna Save the Tigris; almeno 50.000 persone firmatarie delle carte di intenti “We Love (…)” e almeno 30.000 persone raggiunte da campagne di sensibilizzazione promosse da corpi e gruppi civili di pace .
L’impatto di questa azione sperimentale di costruzione della pace verrà valutato e i risultati saranno promossi tramite campagne internazionali di advocacy finalizzate a permettere la replicazione su larga scala.
“Ibtisam” è partito il 1 dicembre 2016 e proseguirà per i prossimi 10 mesi, nel corso dei quali ristruttureremo due scuole nei distretti di Irbid e Amman. Dopo l’intervento e la loro messa a norma, le scuole saranno in grado di accogliere quasi 3.000 bambinə sirianə e giordanə.
Parallelamente, 20 fra assistenti sociali e operatorə sanitarə, insieme a 106 insegnanti, parteciperanno ad un percorso di formazione sui temi della tutela dell’infanzia, della protezione, della cura del trauma.
Garantire continuità nel percorso scolastico di chi è dovuto fuggire dalla guerra, e sostegno psico-sociale per superare insieme i traumi lasciati dal conflitto: questi gli obiettivi del progetto, in linea con il lavoro che svolgiamo ogni giorno anche in Iraq e in Siria come parte del Programma di protezione dei minori in zone di conflitto.
In seguito all'offensiva lanciata a ottobre 2016 per la liberazione di Mosul, in Iraq, migliaia di persone hanno attraversato il confine entrando in Siria, cercando riparo nel campo di profughi di Al Hol, costruito nel nord del paese. 90.000 persone secondo le stime UNHCR.
Un’emergenza nell’emergenza, che si è protrae da diversi mesi, davanti alla quale ci siamo attivatə in collaborazione con la Mezzaluna Rossa Curda (KRC), con cui operiamo ormai da tempo nel nord est della Siria.
Garantire a sfollatə in fuga immediata assistenza sanitaria: questo l’obiettivo del programma lanciato a fine 2016, grazie al sostegno di UNHCR, e ancora in corso, con il contributo del Ministero degli Affari Esteri francesce (Action Humanitaire France).
Con questo intervento stiamo intervenendo quotidianamente al confine tra Iraq e Siria, presso il check point Rajm Slebi, con un’ambulanza che presta assistenza alle famiglie irachene in arrivo, in fuga da Mosul, e alle persone sfollate siriane provienienti dall'area di Deir er Zor, trasportandoli nei vicini ospedali o nel campo di Al Hol, che dista 30 chilometri.
Una situazione di massima emergenza quella al confine, dove la mancanza di strutture rende incredibilmente difficile intervenire: per questo il lavoro dello staff di KRC con cui collaboriamo è particolarmente faticoso ma assolutamente necessario.
Parallelamente, stiamo potenziando i servizi sanitari e di primo soccorso già esistenti nell’area, con particolare riguardo alle donne, a chi ha subito traumi e alle persone disabili. Insieme alla KRC abbiamo selezionato e formato il personale medico-sanitario che andrà ad operare sia al confine che nel centro di salute primaria del campo di Al Hol. Un totale di 63 persone, tra cui medicə, pediatrə, ginecologə, ostetriche, paramedicə, operatorə psico-sociali, autistə di ambulanze. Grazie al loro supporto possiamo garantire assistenza sanitaria e sostegno logistico alle squadre mobili di prima accoglienza già operative lungo il confine. All’interno del campo di Al Hol è inoltre garantita assistenza medica quotidiana, 24 ore su 24, per un totale di oltre 400 visite giornaliere; sostegno psico-sociale con particolare attenzione alle donne, distribuzioni di medicinali per i pazienti in stato di bisogno, trasporto in ambulanza presso il vicino ospedale di Hassakeh laddove necessario.
Sono inoltre attivi servizi speciali per le persone disabili e per chi ha subito traumi, grazie alla formazione specifica del personale coinvolto, pronto ad intervenire in maniera mirata anche nei casi di violenza di genere.