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Pisa. Arrivata al carcere “Don Bosco” la prima donazione di libri in arabo dalla Tunisia
Consegnato questa mattina il primo carico di testi in lingua araba destinati ai detenuti del carcere toscano, e donati dall’associazione “Lina Ben Mhenni”. L’iniziativa è stata realizzata dalla Ong Un Ponte Per in collaborazione con realtà associative e istituzionali toscane.

 

Pisa, 27 ottobre 2022 – E’ stato consegnato questa mattina presso la Casa Circondariale “Don Bosco” di Pisa il primo carico di libri in lingua araba arrivato dalla Tunisia. I testi sono stati raccolti e donati dall’Associazione tunisina “Lina Ben Mhenni”, nata in memoria dell’attivista e giornalista tunisina prematuramente scomparsa, protagonista della “Rivoluzione dei Gelsomini” del 2011, che nel suo paese aveva raccolto moltissimi libri con l’obiettivo di donarli alle persone detenute.

I libri sono stati consegnati alla biblioteca del carcere di Pisa dalla Ong italiana “Un Ponte Per”, che in Tunisia collabora con la Lina Ben Mhenni nell’ambito del progetto “Kutub Hurra” (Libri a porti aperti), e dall’associazione di volontariato toscana “Controluce”, insieme ad altre realtà associative e istituzionali toscane.

Grazie a questa donazione, le persone arabofone detenute nel carcere “Don Bosco” potranno finalmente fruire di testi scritti nella loro lingua madre. La motivazione di questo intervento è – nello spirito dell’articolo 27 della Costituzione – quello di fornire strumenti culturali utili alla funzione riabilitativa della pena anche a quelle persone detenute che non hanno facile accesso ai libri in lingua italiana.

Secondo i dati raccolti nel XVIII Rapporto dell’associazione “Antigone”, nelle carceri italiane i detenuti arabofoni rappresentano la comunità linguistica più ampia dopo quella italofona. Ciononostante, spesso i detenuti hanno accesso solo al Corano come lettura nella propria lingua madre. Portare altri libri in arabo significa creare attività culturali, formazioni e scambi, nell’ottica di una maggiore inclusività nei programmi di trattamento.

Il progetto “Kutub Hurra” (https://www.unponteper.it/it/projects/kutub-hurra/) aveva visto un primo carico di libri in arabo arrivare a Livorno nel maggio 2022, destinati alla biblioteca del carcere “Le Sughere”, grazie ad una convenzione firmata tra la direzione del carcere, Un Ponte Per, associazioni locali e il Garante delle persone private della libertà del Comune di Livorno. L’iniziativa di Pisa rappresenta quindi la seconda tappa di un percorso che Un Ponte Per auspica di estendere anche ad altre carceri italiane. La speranza è di riuscire a creare attività culturali e di mediazione attraverso l’uso di questi testi.

 

Cinque anni. Questo il periodo di operatività del Memorandum Italia-Libia, l’accordo con cui i Paesi sulle due sponde del Mediterraneo si impegnano ufficialmente in “processi di cooperazione, contrasto all'immigrazione illegale e rafforzamento della sicurezza delle frontiere”. Quanto previsto contrasta tuttavia con la realtà. Le ricadute sulla vita di uomini, donne, bambine e bambini migranti sono infatti tra le conseguenze più drammatiche di un patto che è evidentemente illegittimo. Dal 2017 all’11 ottobre 2022 quasi centomila* bambini, donne e uomini sono stati intercettati in mare dai guardia coste libici, e riportate in un Paese che non può essere considerato sicuro. Essere una persona migrante in Libia significa infatti essere costantemente a rischio: di essere arrestato, detenuto, abusato, picchiato, sfruttato. Significa vedersi spogliati di ogni diritto e non ricevere alcuna tutela.

Il Memorandum non si limita a prospettare cooperazione e progettualità generiche. L’accordo prevede infatti il sostegno alla cosiddetta Guardia Costiera libica, attraverso fondi, mezzi e addestramento: continuare a supportarla significa non solo contribuire direttamente e materialmente al respingimento di uomini, donne e bambini ma anche sostenere i centri di detenzione - ufficialmente definiti di accoglienza - dove le persone vengono sottoposte a trattamenti inumani e degradanti, vengono abusate e uccise.

Tutto ciò si inserisce in un quadro politico particolarmente instabile, in cui le violenze contro la popolazione crescono di anno in anno, così come gli sfollati, e dove innumerevoli testimonianze e rapporti di organismi internazionali confermano la commistione delle autorità libiche con le milizie, e il loro coinvolgimento nel sistema di detenzione arbitraria, sfruttamento, abuso e tortura sistemica di migranti e richiedenti asilo. In questo scenario è sempre più difficile tracciare i fondi e i mezzi inviati grazie al Memorandum, cosa che aumenta il rischio che gli stessi vengano utilizzati nel conflitto interno. E’ inoltre pressoché impossibile fornire una protezione significativa alle persone vulnerabili. Le opzioni sicure e legali per lasciare il Paese sono limitate sia nell’accesso sia nei numeri, tanto che sono molte le persone che decidono di intraprendere un viaggio di ritorno via terra - in particolare lavoratori stagionali provenienti dai paesi vicini - correndo rischi simili a quelli già affrontati per raggiungere la Libia. Molti altri invece provano ad attraversare il Mediterraneo pagando somme messe da parte con lavori svolti spesso in condizioni disumane, e affrontando viaggi pericolosi, in cui la probabilità di annegare è alta quanto quella di essere intercettati e respinti dai guardia coste libici.

Nonostante tutto questo, l'Italia e l’Unione Europea continuano a impiegare in Libia sempre più risorse pubbliche e a considerare la Libia un Paese con cui poter stringere accordi, all’interno di un complesso sistema basato sulle politiche di esternalizzazione delle frontiere, che delega ai Paesi di origine e transito la gestione dei flussi migratori, con il sostegno economico e la collaborazione dell’Unione Europea e degli Stati membri. Dal 2017 i guardia coste libici hanno ricevuto oltre 100 milioni in formazione e equipaggiamenti (57,2 milioni dal Fondo fiduciario per l’Africa e 45 milioni solo attraverso la missione militare italiana dedicata). Soldi pubblici e risorse destinate alla cooperazione e allo sviluppo, impiegate invece per il rafforzamento delle frontiere, senza alcuna salvaguardia dei diritti umani, né alcun meccanismo di monitoraggio e revisione richiesto dalle norme finanziarie dell’UE.

Il Memorandum Italia – Libia non sta ponendo un argine alle violazioni dei diritti delle persone migranti, al contrario crea proprio le condizioni per il loro proseguimento, agevolando indirettamente pratiche di sfruttamento e di tortura perpetrate in maniera sistematica e tali da costituire crimini contro l’umanità, così come definito dalla Missione d'inchiesta indipendente delle Nazioni Unite. Nonostante il Memorandum preveda all’art. 2 il “sostegno alle organizzazioni internazionali presenti e che operano in Libia a perseguire gli sforzi mirati anche al rientro dei migranti nei paesi di origine, compreso il rientro volontario”, l’effettiva capacità di queste ultime di tutelare le persone migranti e richiedenti asilo in tale situazione è estremamente limitata e dipendente dalle scelte delle autorità libiche.

Ciò dimostra, insieme alla situazione di insicurezza e instabilità del paese nordafricano e alle innumerevoli testimonianze degli abusi da parte di cittadini stranieri in Libia, la completa e totale irriformabilità del sistema Memorandum ed in generale di blocco delle partenze dalla Libia. Sussiste infatti, come dimostrato, un’impossibilità strutturale di apportare qualsiasi forma di miglioramento delle condizioni di vita delle persone migranti in Libia, a cui si aggiunge un inadeguato accesso dei richiedenti asilo e rifugiati alla protezione internazionale.

Per tutte queste ragioni le persone migranti presenti in Libia e quelle che, in considerazione dei traumi vissuti, possono essere definite superstiti chiedono che sia loro riconosciuta dignità umana oltre che un pieno protagonismo politico e, insieme a tutti coloro i quali si richiamano alla cultura giuridica europea, sollecitano l’Italia e l’Europa a riconoscere le proprie responsabilità e a non rinnovare gli accordi con la Libia.

A Buon Diritto, ACAT Italia, ACLI, ActionAid, Agenzia Habeshia, Alarm Phone, Amne- sty International Italia, AOI, ARCI, ASGI, Baobab Experience, Centro Astalli, CGIL, CIES, CINI, Civicozero onlus, CNCA, Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos, Comunità Papa Giovanni XXIII, CoNNGI, FCEI, Focus Casa dei Diritti Sociali, Fonda- zione Migrantes, Emergency, EuroMed Rights, Europasilo, Intersos, Magistratura De- mocratica, Mani Rosse Antirazziste, Medici del Mondo Italia, Mediterranea, Medici Senza Frontiere, Movimento Italiani Senza Cittadinanza, Open Arms, Oxfam Italia, Re- fugees Welcome Italia, ResQ – People Saving People, Save the Children, Sea Watch, Senza Confine, SIMM, UIL, UNIRE, Un Ponte per

*1 Circa 99630 persone, nostra elaborazione di dati UNHCR/OCHA (https://reliefweb.int/)

Comunicato Stampa

Ucraina, Un Ponte Per: “Scendere in piazza subito, insieme a chiunque si schieri contro la follia della guerra”

L’associazione italiana, di ritorno da una carovana per la pace in Ucraina, chiede che non ci si limiti ad una manifestazione di pacifisti ma di avviare un processo di popolo che coinvolga l’intera società. Dopo le carovane in Ucraina è il momento di farle anche in Italia. “Chiediamo al mondo della cultura e dello sport di unirsi a noi e diventare parte dell’equipaggio della speranza”.

Milano, 10 ottobre 2022L’Assemblea nazionale di Un Ponte Per valuta positivamente ogni proposta di mobilitazione per la pace da qualunque parte essa provenga.

La guerra nell’era atomica (quella della mutua distruzione assicurata) è uscita definitivamente dalla sfera della razionalità se mai vi è appartenuta. Essa non è più la continuazione della politica con altri mezzi, bensì la premessa e la causa della fine della specie umana e della stessa biosfera. E l’umanità intera, per salvare se stessa, dovrebbe unirsi in un consapevole patto di «solidarietà di specie». Ma per fare questo bisogna alfabetizzare le coscienze oggi anestetizzate dall’indifferenza o sconfortate dall’impermeabilità del potere alle ragioni delle società civili. Questa alfabetizzazione parte dai territori, dai luoghi di studio e di lavoro, deve immergersi nella società.

Per questo se da un lato salutiamo con favore le diverse proposte di una manifestazione nazionale per la pace dall’altro è fondamentale che la sua costruzione non segua riti ormai consunti ma consenta una mobilitazione che si traduca in un impegno costante e in una piattaforma programmatica che ribalti l’attuale pensiero unico bellico. Non abbiamo bisogno di una manifestazione di pacifisti già convinti del ripudio della guerra e delle armi, ma di una manifestazione di popolo che smuova l’insieme della società, che rappresenti una rottura culturale e politica con l’attuale linea scelta da larghissima parte delle istituzioni europee e nazionali di affidare all’opzione militare la soluzione del conflitto in Ucraina.

A sette mesi dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, contrariamente a quello affermato a reti unificate, la scelta delle armi oltre ad aver silenziato ogni possibilità di negoziato non solo lo sta allontanando, ma sta irrigidendo le parti e non ci si fa più remora di minacciare il ricorso all’arma nucleare. Questa continua escalation è vicina al punto di non ritorno: occorre subito il cessate il fuoco e l’avvio di una Conferenza Internazionale su un sistema di sicurezza comune per tutti i popoli del nostro continente, nessuno escluso.

La situazione è talmente grave e deteriorata che illudersi d’imporre in queste condizioni un accordo sul modello di quello a suo tempo imposto a Dayton alla Bosnia Erzegovina, con la spartizione etnica dei territori e la separazione dei popoli, rischia di essere velleitario. Occorre una nuova Helsinki che escluda nuove cortine di ferro e nuove guerre fredde e ricostruisca forme di garanzia reciproche non più basate sui muscoli degli eserciti e delle armi. Occorre rendere conveniente la pace e occorre che nessun popolo si senta più minacciato.

Alle reti di cui UPP è parte, a tutte le forze disponibili a mobilitarsi per fermare la guerra, alle forze sindacali e associative, diciamo che è giunto il momento di mettere da parte le differenze e le gelosie organizzative e mettersi a disposizione di un percorso partecipato ed includente.

Vorremmo estendere anche all’Italia l’esperienza delle carovane della pace della rete “STOP THE WAR NOW”. Perché non svolgere da nord a sud del Paese, da est ad ovest e viceversa nelle prossime settimane una o più carovane della pace in Italia con un itinerario che veda tappe nel maggior numero di paesi e piazze in modo che, andando verso la manifestazione nazionale (della quale occorrerà da subito individuarne una data), il vento della pace si gonfi e lasci nei luoghi attraversati comitati, luoghi unitari, in cui ogni giorno proseguire l’impegno per la pace? Chiediamo a scienziati/e, artisti/e, sindaci/che, uomini e donne dello sport e dello spettacolo, di essere parte di questo equipaggio di pace e di speranza. Ognuno deve fare qualcosa, camminare insieme nella diversità è possibile e necessario. Il tempo per farlo è adesso.

 

Per informazioni e interviste:

Ufficio Stampa Un Ponte Per

stampa@unponteper.it

351 6198419

Apparecchiature e spazi sono stati consegnati dalla ong Un Ponte Per (Upp) alla gestione del Comitato locale per la salute

ROMA, 28 settembre 2022 – Ottanta posti letto per bambine e bambini completamente equipaggiati su due piani e un reparto di radiologia: apparecchiature e spazi a disposizione dei pazienti dell’ospedale pediatrico Al Hilal di Raqqa, nel nord-est a maggioranza curda della Siria, appena consegnati dalla ong Un Ponte Per (Upp) alla gestione del Comitato locale per la salute. La struttura era stata completamente distrutta da miliziani del gruppo Stato islamico.

Il passaggio di consegne è avvenuto nell’ambito del programma di interventi in campo sanitario denominato Darna (“La nostra casa”), realizzato grazie al sostegno della Cooperazione Italiana e implementato a partire del 2018 da Upp insieme con un suo storico partner locale, la Mezzaluna rossa curda (Krc).

Le azioni realizzate con “Darna” hanno permesso in una prima fase di creare dalle macerie un reparto materno-infantile e in seguito di allestire tre “spazi sicuri” all’esterno dell’ospedale, dedicati a donne, adolescenti e minori sopravvissuti o a rischio di violenza di genere.

A giugno 2021 si è avviata un’ulteriore fase del progetto, che ha concentrato il lavoro sulla riabilitazione e la costruzione di un reparto pediatrico, pur continuando a garantire continuità nelle cure materne e ostetriche. Il contesto di questo stadio dell’iniziativa è la diffusione del Covid-19, causa di un aumento dei livelli di povertà e disoccupazione, di disagio psico-sociale, violenza domestica e di gravi rischi per la crescita dei minori. A pesare anche le conseguenze di medio e lungo periodo del conflitto civile divampato in Siria dal 2011, che ha portato 13 milioni e 400mila persone a necessitare di aiuti umanitari.

I lavori, portati avanti da Upp e dalla Mezzaluna rossa curda, si sono conclusi questo mese come previsto.

L’ospedale, attrezzato e specializzato nell’intervento pediatrico, passa quindi sotto la gestione e responsabilità del Comitato locale per la salute.

Oltre ai posti letto e al reparto di radiologia, a disposizione della popolazione ci saranno 30 incubatrici, una nursery con dieci culle, laboratori di analisi pediatrici, due ambulatori medici pediatrici e un servizio di ambulanze e pronto soccorso.

(Agenzia di stampa DIRE)

Comunicato stampa

Ucraina: al via la delegazione “Stop the War Now” guidata da
Un Ponte Per e dal Movimento Nonviolento

 

Da 26 settembre al 3 ottobre una delegazione italiana di organizzazioni della società civile sarà in Ucraina nell’ambito delle attività svolte dalla rete “Stop the War Now”. Tra gli obiettivi della missione il sostegno alle realtà nonviolente ucraine impegnate nella costruzione della pace.

 

Roma, 23 settembre 2022 – Partirà il prossimo 26 settembre e resterà in Ucraina sino al 3 ottobre la delegazione della società civile italiana guidata dalla Ong Un Ponte Per e dal Movimento Nonviolento nell’ambito delle iniziative della rete “Stop the War Now”, nata per costruire dal basso un’alternativa alla guerra in corso e per contribuire alla immediata cessazione dell’invasione russa dell’Ucraina e all’avvio di negoziati tra le parti per dirimere con la diplomazia le attuali controversie.

Dopo due delegazioni e alcune missioni esplorative realizzate nei mesi passati, le organizzazioni della carovana “Stop The War Now” torneranno in Ucraina per svolgere una serie di incontri con la società civile impegnata nel supporto umanitario alle vittime del conflitto, nella costruzione della pace, nel sostegno all’obiezione di coscienza e nelle azioni di resistenza nonviolenta.

Faranno parte della delegazione attiviste/i e rappresentanti delle organizzazioni italiane: ARCI, ARCS, Anche Noi Cittadinanza Attiva, Casa della Donna - Pisa, COSPE, Coop. Mag4 Piemonteed, Gruppo Abele, EQUA, Libera, Pax Christi, JEF Europa, Movimento Nonviolento e Un Ponte Per.

Tra gli obiettivi della missione quello di gettare le basi per stringere accordi di partenariato tra gli oltre 175 enti italiani che fanno parte della rete “Stop the War Now” e organizzazioni della società civile ucraine, tra cui i sindacati ed università locali; la possibilità di stringere accordi per scambi giovanili tra le università italiane e quelle ucraine, e il rilancio a livello internazionale della campagna di sostegno agli obiettori di coscienza ucraini attualmente sotto processo o inchiesta da parte della Procura Generale ucraina, accusati di alto tradimento. Analoga campagna di sostegno agli obiettori di coscienza è portata avanti anche sul versante della Russia, tanto più alla luce di una sempre crescente mobilitazione alle armi dei giovani russi decisa da Putin.

La delegazione ha l’obiettivo di gettare ponti e costituire reti tra tutti quei soggetti, laici e religiosi, che si pongono il problema della convivenza tra diversi, del rispetto del pluralismo linguistico e culturale, del sostegno anche psicologico alle vittime della violenza e della guerra.

La delegazione sarà anche l’occasione per lanciare una campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi per sostenere le spese legali e processuali degli attivisti ucraini sotto inchiesta, e sostenere il loro prezioso lavoro di costruzione della pace (maggiori informazioni a questo link: www.unponteper.it/ucraina-stop-the-war-now/).

Denso il programma degli incontri, che prevedono tra le altre cose una tappa a Chernivtsi, città nella quale l’università ha accolto centinaia di persone sfollate e si trova in estremo bisogno di aiuti umanitari, e numerosi scambi con esponenti di associazioni, tra cui Il Movimento Pacifista Ucraino, e sindacati nella città di Kiev. La delegazione italiana porterà nel paese anche un carico di aiuti umanitari destinati alla popolazione.

Per informazioni, contatti e interviste

Ufficio Stampa Un Ponte Per
stampa@unponteper.it
339 6641600

Ufficio stampa Movimento Nonviolento
redazione@nonviolenti.org
328 3736667

***

Un Ponte Per è un’organizzazione non governativa per la solidarietà internazionale, impegnata da oltre 30 anni in Medio Oriente e in Italia nella costruzione della pace. https://www.30anni.unponteper.it/

Il Movimento Nonviolento è l’associazione fondata da Aldo Capitini nel 1962 per la promozione della nonviolenza organizzata. Il MN è sezione di EBCO-BEOC e della War Resisters’ International. www.azionenonviolenta.it

#STOPTHEWARNOW è una rete di oltre 175 enti italiani impegnati per la costruzione della pace e per la solidarietà internazionale attraverso azioni nonviolente di pace e umanitarie, nata per lanciare un messaggio di solidarietà e di opposizione al conflitto in Ucraina. https://www.stopthewarnow.eu

Comunicato Stampa

Il nuovo report che indaga sulle vittime civili dei bombardamenti transfrontalieri turchi nel Kurdistan Iracheno

Il 19 luglio 2022 è stato registrato un grave attacco nel villaggio di Parakhe, nei pressi di Zakho (nella provincia curda di Duhok); l’attacco ha provocato 9 morti e 24 feriti. Da sette anni a questa parte la Turchia si è resa responsabile di attacchi di questo tipo, che mirano direttamente ai civili: ad oggi hanno causato un totale di almeno 98 vittime civili, oltre a costringere migliaia di persone a sfollare.

Una ricerca condotta dalla coalizione internazionale della società civile End Cross Border Bombing Campaign (ECBBC) espone in dettaglio e per la prima volta l’impatto civile di un’aggressione spesso dimenticata.

Dal 2015, le forze armate della Turchia hanno lanciato più di 4000 azioni militari sul territorio iracheno (sommando gli attacchi aerei, terrestri e d’artiglieria); di questi, secondo il report, 1600 sono stati registrati solo nel corso del 2021.

Il report dimostra che queste operazioni non hanno solo alimentato le condizioni di insicurezza e instabilità nell’area, ma hanno anche e soprattutto impattato in maniera sproporzionata le vite dei civili che la abitano.

Alcune delle osservazioni di maggior rilievo ed interesse contenute nel report:

“Ogni storia pubblicata nel report è importante, e non possiamo aspettare oltre per raccogliere e documentare altre storie come queste. Anzi, come esseri umani dobbiamo collettivamente lavorare per la pace del popolo iracheno. Uniti possiamo agire perché le tragedie della Storia non si ripetano”, ha dichiarato Mohammed Salah di Community Peacemakers Teams, organizzazione membro di ECBBC.

“La disastrosa invasione dell’Iraq a guida statunitense è stata discussa ampiamente, ma sotto diversi aspetti questa è l’invasione dimenticata dell’Iraq”, ha aggiunto.

>> SCARICA IL REPORT IN INGLESE>>

Per maggiori informazioni, scrivete a: endcrossborderbombing@gmail.com

Un mosaico diversificato

Un ricco mosaico di comunità popola la regione del Kurdistan iracheno ed il governatorato di Niniveh; la maggior parte di queste vive in villaggi montani, dove si dedicano ad attività agro-pastorali. Per molti, gli attacchi aerei costituiscono un rischio tangibile e fin troppo frequente al proprio sostentamento e alla propria vita. Un numero imprecisato ma consistente di famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie case come conseguenza della devastazione causata dai bombardamenti, o temendo per le proprie vite, e a spostarsi nelle città vicine o nei campi per sfollati interni, dove non sono presenti servizi di base o infrastrutture.

Da più di trent’anni, con il pretesto di combattere i militanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), le forze aeree turche conducono operazioni militari transfrontaliere all’interno dei confini dell’Iraq. Ad oggi Ankara ha affrontato ben poche conseguenze per queste aggressioni. Secondo fonti locali, nel corso degli ultimi anni sono state costruite più di 60 basi militari turche sul territorio iracheno - dalle quali spesso queste operazioni sono state lanciate.

Dal 2015 l’esercito turco ha lanciato diverse campagne militari, addentrandosi sempre più in profondità nel territorio iracheno. L’operazione più recente, denominata Claw Lock, è stata avviata all’inizio del 2022, e ad oggi ha visto le forze armate turche stabilirsi a soli 40 chilometri da alcune delle più importanti città del Kurdistan iracheno, inclusa Erbil - la capitale de-facto della regione semiautonoma.

Il report di ECBBC espone in dettaglio gli incidenti e fornisce i numeri di morti e feriti civili, ma ha anche il merito di analizzare le circostanze di ciascun incidente e presentare l’identità di 155 delle vittime.

I dati sono stati raccolti principalmente attraverso interviste con sopravvissuti agli attacchi, con le loro famiglie e membri delle comunità di riferimento, con rappresentanti del governo locale, e attraverso analisi precise; le informazioni ottenute sono state consolidate attraverso la ricerca incrociata di informazioni sui social media e media ampiamente accessibili.

I database su incidenti e vittime, prodotti insieme al report, rappresentano un archivio prezioso ed unico dei danni ai civili causati dall’incursione dell’esercito turco entro i confini dell’Iraq, e rivela la portata e gravità dei crimini prodotti da tali operazioni.

Vi è un divario enorme tra l’entità delle operazioni turche e i loro danni alla popolazione civile, che va ben oltre morti e feriti, e la documentazione delle stesse. L’impatto delle operazioni della Turchia sui civili è ancora scarsamente documentato. La popolazione civile non dispone di canali per denunciare i danni subiti e ricevere il supporto necessario. È nostra convinzione che questo report contribuirà a colmare questo preoccupante divario.

La Campagna si rivolge alla società civile internazionale e alle organizzazioni perché aiutino a sollecitare le parti coinvolte nel conflitto a trovare una soluzione pacifica alla situazione attuale, nell’interesse della popolazione civile, costretta a pagare il prezzo più alto per le politiche belligeranti adottate dagli attori statali coinvolti.

End Cross Border Bombing è una campagna nata due anni fa, ed è una coalizione di attori locali ed internazionali che si propongono di condurre advocacy e sensibilizzare sui bombardamenti in Iraq. La coalizione è composta da: Iraqi Civil Society Solidarity Initiative, Community Peacemaker Teams, Iraq Body Count, CODEPINK, NOVACT, Un Ponte Per, Solidarity with Kurdistan/Solkurd.

>> SCARICA IL REPORT IN INGLESE>>

Per maggiori informazioni potete contattare:

Comunicato Stampa

Attacco israeliano contro organizzazioni della società civile palestinese:
il governo intervenga tempestivamente

Le Organizzazioni, Reti e Piattaforma firmatarie di questo appello, sollecitate dalle organizzazioni italiane operanti in Palestina, esprimono condanna e grande preoccupazione per il gravissimo atto di violenza avvenuto la mattina del 18 agosto, che ha visto l’esercito israeliano fare irruzione negli uffici delle sei ONG palestinesi (Al-Haq, Bisan Center for Research and Development, Defence for Children International-Palestine, the Union of Agricultural Work Committees e la Union of Palestinian Women’s Committees) designate dal Ministero della Difesa israeliano quali organizzazioni terroristiche il 19 ottobre 2021 e, successivamente, dal Comandante Militare il 3 novembre 2021.

I militari hanno sequestrato computer e materiale e sigillato le porte dei sei uffici, tutti situati a Ramallah, affiggendovi un ordine di chiusura permanente, firmato dal Comandante dell’Esercito Israeliano in Cisgiordania. Il provvedimento afferma che negli uffici di queste organizzazioni vengono svolte attività illegali.

In questi mesi, nessuna prova è stata fornita dal Governo israeliano a sostegno della designazione delle sei ONG quali organizzazioni terroristiche, nonostante le ripetute richieste espresse sia dalle ONG stesse che da numerosi Governi e istituzioni internazionali.

Anche il Governo italiano, insieme ad altri otto governi di Paesi membri della Unione Europea, ha pubblicamente dichiarato che, in assenza di prove concrete, la solida collaborazione con sei organizzazioni che da decenni sono impegnate ad altissimo livello per la difesa e la promozione dei diritti umani nel Territorio Palestinese Occupato sarebbe continuata.

Riteniamo che gli avvenimenti di questa mattina siano un affronto da parte del Governo di Israele e una reazione inaccettabile alle legittime prese di posizione dei nove governi europei, che peraltro sono del tutto simili a quelle adottate dagli stessi Stati e dall’Unione Europea in passato in situazioni analoghe di mancato rispetto degli standard internazionali di protezione dei diritti umani.

L’attacco a chi difende e promuove il rispetto dei diritti umani delegittima l’utilizzo dei mezzi pacifici e legali per la risoluzione del conflitto, di fatto rafforzando le posizioni più estremiste in un momento di preoccupante escalation di violenza, che lascia la popolazione civile su entrambi i fronti ulteriormente vulnerabile.

Nel riaffermare con forza il sostegno a fianco delle sei ONG palestinesi e la estrema preoccupazione per l’incolumità di colleghi e colleghe che vi lavorano, le organizzazioni firmatarie di questo comunicato chiedono un intervento immediato del Governo italiano, che preveda:


AOI – CINI – Link2007 - Piattaforma delle ONG Italiane in Mediterraneo e Medio Oriente - Amnesty International Italia – Assopace Palestina – Rete italiana Pace e Disarmo

Comunicato Stampa

Europe for Peace: “Fermare le armi in Ucraina e dare spazio al negoziato con una conferenza internazionale di Pace”.

Lanciata una mobilitazione nazionale diffusa per sabato 23 luglio.

Continua limpegno delle organizzazioni della società civile italiana per chiedere il cessate il fuoco e linizio di un percorso di pacificazione in Ucraina. Dopo le manifestazioni, le carovane di pace, le iniziative di solidarietà e gli appelli alla politica delle ultime settimane viene ora promossa una nuova mobilitazione, diffusa su tutto il territorio nazionale, per il prossimo sabato 23 luglio.

Linvito ad organizzare iniziative di varia natura è esteso a tutte le associazioni, sindacati, gruppi che già sono attivi da mesi, per far convergere gli sforzi in una giornata nazionale che possa rilanciare una forte di richiesta di cessate il fuoco affinché si giunga ad una conferenza internazionale di Pace.

L'appello è promosso da Europe for Peace l'iniziativa congiunta avviata già dallo scorso marzo con le mobilitazioni contro l'aggressione russa in Ucraina e che raccoglie l'adesione di un ampio arco di reti, campagne, associazioni, sindacati. Dunque è questa coalizione a lanciare l'iniziativa del 23 luglio con numerose prime adesioni già ricevute (vedi allegato) a partire dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, dalla Campagne Sbilanciamoci! e della coalizione “Stop the War Now”.

Nel testo diffuso oggi si legge come “linvasione dellUcraina da parte della Russia ha riportato la guerra nel cuore dellEuropa ed ha già fatto decine di migliaia di vittime e si avvia a diventare un conflitto di lunga durata” portando conseguenze nefaste “anche per laccesso al cibo e allenergia di centinaia di milioni di persone, per il clima del pianeta, per leconomia europea e globale”. Ribadendo la vicinanza alle popolazioni colpite dalla guerra si ricorda poi come occorra cercare “una soluzione negoziale, ma non si vedono sinora iniziative politiche né da parte degli Stati, né da parte delle istituzioni internazionali e multilaterali” sottolineando come invece sia necessario “che il nostro paese, lEuropa, le Nazioni Unite operino attivamente per favorire il negoziato e avviino un percorso per una conferenza internazionale di pace che, basandosi sul concetto di sicurezza condivisa, metta al sicuro la pace anche per il futuro”.

Il documento ripropone poi il punto fondamentale ribadito dal movimento pacifista italiano fin dall’inizio del conflitto: “Le armi non portano la pace, ma solo nuove sofferenze per la popolazione. Non c’è nessuna guerra da vincere: noi invece vogliamo vincere la pace” e per tale motivo viene proposta (a 150 giorni dall’inizio della guerra) la giornata nazionale di mobilitazione per la pace del 23 luglio con iniziative in tutta Italia, con uno slogan chiaro: "TACCIANO LE ARMI, NEGOZIATO SUBITO!”

Le iniziative che verranno definite e programmate nei prossimo saranno comunicate e rilanciate da tutte le organizzazioni promotrici di questo appello.

Comunicato Stampa

Il 2 giugno a Coltano contro la nuova base militare

Un Ponte Per aderisce alla manifestazione del 2 giugno a Coltano (Pisa) e invita i cittadini e le cittadine a
partecipare numerosi


Pisa, 30 maggio 2022

Il 2 giugno è la festa della Repubblica che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e come offesa alla libertà degli altri popoli. Per troppi anni si è cercato di mutare il senso di questa festa trasformandola, con le parate militari, in qualcosa di profondamente diverso.

Il 2 giugno deve tornare ad essere una festa di popolo in cui si ricorda l’affermazione della Repubblica al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, quando la maggioranza degli italiani e delle italiane la preferirono alla Monarchia dei Savoia, che aveva regalato all’Italia la carneficina di due guerre mondiali, diverse guerre coloniali, l’impiego dei gas contro i civili in Etiopia e le infami leggi razziali in Italia.

“Svuotare gli arsenali e riempire i granai”: l’affermazione del Presidente partigiano Sandro Pertini è oggi attuale come non mai. L’invasione russa dell’Ucraina si aggiunge alla più che trentennale “guerra mondiale a pezzi” che ha insanguinato tanti paesi del pianeta e ha fatto raddoppiare la spesa militare globale negli ultimi 20 anni. Più si spende per armi ed armamenti più il mondo diventa insicuro e ingiusto. Più si aumenta il budget militare più si semina morte e distruzione per l’umanità. Occorre cambiare strada.

Non è sicuramente la strada da seguire quella scelta dal Governo italiano di costruire nella riserva naturale di San Rossore una nuova base militare tanto più sottraendo risorse al PNRR, soldi che dovevano servire per la riconversione ecologica della nostra economia e per il rilancio della sanità pubblica dopo la pandemia da Covid-19.

Questi i numeri dell’operazione: 190 milioni di soldi pubblici sottratti alle spese sociali; 73 ettari di territorio sottratti alla comunità; 440.000 metri cubi cementificati per costruire piste di atterraggio, villette a schiera per i militari del Reggimento Tuscania, piscine, palestre, e altre costruzioni.

Una nuova base che sorgerà in un territorio già insopportabilmente militarizzato, che sta diventando uno strategico hub della guerra, decisa segretamente nelle stanze del Palazzo sempre più lontane dalla richiesta di pace che viene dalla maggioranza del popolo italiano.

Occorre fermare la guerra in Ucraina e ovunque essa viene combattuta contro i popoli del mondo. Occorre investire nella pace ed avviare una vera stagione di disarmo. Meno patti militari e più ponti di solidarietà e di pace.

Facciamo sentire forte questa volontà popolare il 2 giugno a Coltano!

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Comunicato Stampa

Parte Kutub Hurra, un ponte di libri tra il Mediterraneo

Comincia il nuovo progetto “Kutub Hurra. Libri a Porti Aperti”, frutto della collaborazione tra l’ONG Un Ponte Per, il Garante dei Detenuti del Comune di Livorno ed associazioni toscane. Libri dalla Tunisia alle carceri italiane per creare spazi di dialogo e scambio culturale. Il via è a Livorno con l’obiettivo di estendere l’iniziativa a tutta la Toscana, una delle regioni con più popolazione carceraria straniera.

Livorno, 16 maggio 2022 –  Questa mattina si è svolto presso la Casa Circondariale “Le Sughere” di Livorno il primo passo del progetto “Kutub Hurra. Libri a Porti Aperti”. Una giornata in cui è stata firmata la convenzione tra il Direttore delle carceri di Livorno e dell’Isola di Gorgona, il Garante delle persone private della libertà del Comune di Livorno e l’associazione/ong Un Ponte Per.

Attraverso questa convenzione si avvia la prima importante parte del progetto, ovvero l’arrivo dalla Tunisia di libri in arabo nelle carceri toscane. I libri sono donati dall’associazione tunisina in memoria di Lina Ben Mhenni (Association Lina Ben Mhenni), l’attivista protagonista della Rivoluzione dei Gelsomini che in Tunisia aveva raccolto moltissimi libri con l’obiettivo di portarli nelle carceri del Paese.

La collaborazione tra l’Association Lina Ben Mhenni e Un Ponte Per ha ridato una seconda vita a questi libri con un viaggio attraverso il Mediterraneo, un mare ridotto oggi ad un non-luogo di morte. Il progetto si prefigge di ripensare lo spazio mediterraneo come un luogo di connessione, scambio culturale e cooperazione per la pace dei popoli.

Grazie a questa convenzione - merito della collaborazione tra Un Ponte Per, ARCI Livorno, CESDI e il Garante dei Detenuti - i libri entreranno in carcere e potranno essere finalmente fruiti dai detenuti arabofoni, in ossequio alla funzione riabilitativa della pena come disposto dall’art.27 della Costituzione italiana. Non c’è riabilitazione possibile senza cultura, formazione, condivisione. La privazione della libertà non può e non deve coincidere con la privazione della cultura.

I detenuti arabofoni in Italia rappresentano la comunità linguistica maggiore - dopo quella italofona - nelle nostre carceri (dati XVIII° Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione). Nonostante ciò, spesso i detenuti hanno accesso solo al testo del Corano come lettura nella propria lingua madre. Portare altri libri in arabo significa poter fare attività culturali, formazioni e scambi, dando il diritto anche a chi non parla l’italiano di avere opportunità di lettura diverse e creare un clima carcerario inclusivo.

Al progetto collaborano l’associazione Mangwana e l’associazione Controluce (che già svolge attività nel carcere di Pisa) grazie alla quale c’è speranza di estendere l’ingresso dei libri anche nel carcere pisano.

Questa mattina le associazioni partner del progetto, dopo la firma della convenzione, si sono incontrate presso la sede di ARCI Livorno per definire il programma specifico delle attività carcerarie che avverranno grazie ai libri arrivati.

Altri due partner di progetto fondamentali sono rappresentati dal Polo Universitario Penitenziario dell’Università di Firenze (grazie al quale i libri arriveranno nel carcere di Sollicciano a Firenze e La Dogaia a Prato), e dal patrocinio del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali della stessa università. Un patrocinio che permetterà agli studenti universitari di supportare la traduzione e la mediazione linguistico/culturale delle attività con i detenuti.

 

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