Lo Stato aumenta la spesa in armi. E tu? Fai crescere la pace con il tuo 5x1000: CF 96232290583
Comunicato stampa
GUERRA IRAQ. UN PONTE PER: “DA 20 ANNI ATTENDIAMO I MANDATI DI CATTURA PER BUSH E BLAIR”
“Il 20 marzo del 2003 cominciava l’invasione illegale che ha costruito un mondo più insicuro ed ingiusto, sostituendo alla diplomazia e al diritto internazionale la forza delle armi. Fu una guerra non solo contro il popolo iracheno ma anche contro i popoli del mondo e l’opinione pubblica internazionale che si era mobilitata in ogni angolo del pianeta per fermare il massacro. Non aver ascoltato quella che il New York Times definì ‘la seconda potenza mondiale’, ovvero il movimento contro la guerra, è stato un atto di miopia e di arroganza che ci ha precipitato nel caos attuale, dividendo i popoli e alimentando i pozzi di odio contro l’Occidente”.
Lo affermano, in una dichiarazione congiunta, Alfio Nicotra e Angelica Romano, co-presidenti nazionali di Un Ponte Per, l’Ong e associazione pacifista italiana presente in Iraq dal 1991.
“In questi decenni - proseguono Nicotra e Romano - Un Ponte Per ha testimoniato le atrocità inferte dalla guerra al popolo iracheno, oltre ai crimini commessi dalla precedente dittatura. Siamo stati sotto le bombe con le vittime, abbiamo subito minacce e rapimenti dei nostri cooperanti, abbiamo denunciato i crimini di guerra con le bombe al fosforo bianco su Falluja, le esecuzioni sommarie, la distruzione di case ed edifici pubblici, gli arresti arbitrari e la vergogna delle torture nel carcere di Abu Graib. Non c’è niente di cui essere orgogliosi rispetto a quella guerra, mossa in base ad accuse - le fantomatiche armi di distruzione di massa - palesemente costruite a tavolino e completamente false. Per questo attendiamo da 20 anni che il Tribunale Internazionale dell’Aja metta sotto processo l’ex Presidente Usa George W.Bush e l’ex Primo ministro britannico Tony Blair che guidarono l’invasione di un Paese sovrano”.
“L’Iraq di oggi con la sua straordinaria società civile - continuano Nicotra e Romano - è cresciuto nonostante le scelte sbagliate imposte a suo tempo dal Governatore Usa Paul Bremer, basate sulla divisione dell’Iraq su base etnica e religiosa, imponendo dall’alto una Costituzione non rappresentativa dei valori democratici, dell’eguaglianza delle persone e dei diritti umani e civili”.
“Le parole d’ordine del movimento di ragazze e ragazzi iracheni - ricordano i due co-presidenti di Un Ponte Per - che dal 2019 al 2022 hanno tenuto le piazze del Paese manifestando contro corruzione, milizie private e di partito, divisioni settarie e società patriarcale, chiedendo l’allontanamento delle truppe Usa e iraniane dal territorio iracheno, devono essere sostenute dalla comunità internazionale al fine di ripristinare anche la sovranità nazionale di questo Paese”.
“Occorre che le ingenti risorse consumate nelle missioni militari anche dell’Italia – concludono Nicotra e Romano – siano usate invece per la ricostruzione civile dell’Iraq e il rafforzamento della sua unità e democrazia”.
Comunicato stampa
Siria. UPP e Soka Gakkai a fianco di donne e minori contro la violenza
Conclusa la II fase del progetto “La nostra casa protetta” in Nord Est Siria, rivolto a donne e minori sopravvissuti alla violenza a Raqqa. Grazie al sostegno dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai è stato possibile assistere 4.449 persone.
Raqqa, 13 marzo 2023 – Si è concluso il progetto “Darna al Aman” ( “La nostra casa protetta”), pensato per contrastare la violenza di genere, assicurare continuità nei servizi salvavita e garantire protezione ai minori, avviato nell’estate del 2022 e reso possibile dal sostegno dei fondi Otto per mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai (IBISG). L’intervento, realizzato dalla Ong italiana Un Ponte Per (UPP) e dal suo partener locale DOZ, ha permesso di raggiungere 4.449 donne e minori a Raqqa, in Siria, ex capitale dello Stato Islamico nel paese.
Le attività del progetto si sono svolte in 3 Spazi Sicuri destinati a donne, minori e adolescenti aperti da Un Ponte Per e DOZ che erano a rischio di imminente chiusura a causa della minore disponibilità di fondi per interventi di protezione nell’area.
Qui donne, minori e adolescenti hanno accesso sicuro e discreto a servizi di protezione e vengono accolti quotidianamente da staff specializzato nel supporto psico-sociale, nella gestione dei casi di violenza di genere e nella protezione dei minori da abuso e sfruttamento. Attraverso corsi di formazione, incontri di sensibilizzazione, laboratori e attività ricreative, adolescenti, minori e donne della comunità di Raqqa, incluse quelle sopravvissute o a rischio di violenza, hanno la possibilità di incontrarsi ed essere supportate in totale sicurezza. Per raggiungere gli Spazi è stato inoltre assicurato un servizio di trasporto sicuro, destinato ai soggetti maggiormente a rischio e più vulnerabili anche dal punto di vista economico.
In un contesto come Raqqa, provata da anni di conflitto, i livelli di violenza all’interno degli stessi nuclei familiari sono ancora molto alti. I servizi di protezione, di contro, sono pochi, così come è rara per il personale la possibilità di ricevere adeguata formazione.
Nel corso del progetto, avviato nell’estate del 2022, il personale locale che opera all’interno degli Spazi Sicuri è stato per questo costantemente formato; sono stati realizzati inoltre alcuni programmi radiofonici, trasmessi dall’emittente locale “Bissan FM”, per diffondere messaggi di sensibilizzazione per contrastare la violenza di genere e contro i minori, e sono state svolte alcune attività comunitarie in occasione della Giornata Mondiale del Bambino, della Campagna internazionale “16 giorni di attivismo contro la violenza sulle donne” e della Giornata Mondiale per i Diritti Umani.
Nel 2023, grazie al prezioso contributo dei fondi Otto per mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, UPP e DOZ riusciranno a mantenere aperti i 3 Spazi Sicuri, e a garantire continuità alle attività di sostegno, ampliandole e rendendo le donne accolte sempre più partecipi.
Le organizzazioni per i diritti umani mettono in guardia dal deterioramento della situazione di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Libia e dalla preoccupante riduzione dello spazio civico
Noi, attivisti/e e membri di organizzazioni della società civile che lavorano sulle violazioni dei diritti umani in corso contro persone migranti, richiedenti asilo e rifugiati/e in Libia, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per il clima generale di impunità e mancanza di responsabilità nel Paese. Questa instabile situazione è ulteriormente ostacolata dalla riduzione dello spazio civico, soprattutto alla luce della criminalizzazione degli attivisti e della repressione in atto sulle organizzazioni della società civile.
Centri di detenzione
Negli ultimi 6 anni, da quando è stato firmato il Memorandum d'intesa Italia-Libia, quasi 185.000 persone sono state intercettate in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica e riportate nei centri di detenzione in Libia. In questi centri, che sono nelle mani di milizie violente, sono ad alto rischio di essere sottoposti a maltrattamenti, lavori forzati, stupri, torture e traffico di esseri umani. Una recente ricerca condotta dall'Università di Tilburg ha concluso che almeno 200.000 rifugiati (per lo più provenienti dall'Eritrea) sono stati ridotti in schiavitù e trafficati in Libia nel periodo 2017-2021.
Il rapporto dell'OHCHR Unsafe and Undignified: The forced expulsion of migrants from Libya, così come il rapporto del giugno 2022 della Independent Fact-Finding Mission on Libya, hanno trovato prove di crimini di guerra e crimini contro l'umanità nel caso specifico dei centri di detenzione per migranti.
Dal 2021, alcune delle strutture di detenzione "ufficiali" sono gestite dalla Stabilisation Support Authority (SSA) che, secondo Amnesty International, è una "milizia finanziata dallo Stato che opera impunemente" e che intercetta anche i migranti in mare.
Nel suo ultimo rapporto del 30 gennaio 2023, la Missione d'inchiesta delle Nazioni Unite sulla Libia ha affermato che "la detenzione arbitraria in Libia è diventata pervasiva come strumento di repressione e controllo politico" e che "le autorità libiche devono compiere passi decisivi per fornire giustizia e riparazione al vasto numero di vittime che soffrono a causa di violazioni di lunga data dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale".
Politiche di esternalizzazione, ritardi e respingimenti
L'UE e i suoi Stati membri continuano a sviluppare ulteriormente le politiche di esternalizzazione e a cercare di contenere la migrazione con tutti i mezzi possibili. Lo fanno equipaggiando e sostenendo la cosiddetta "Guardia costiera libica", che ha intercettato e riportato in Libia 24.684 persone nel 2022 e quasi 3.046 nel 2023. Le prove dimostrano come alcune di queste intercettazioni siano facilitate da Frontex attraverso aerei e droni.
L'Organizzazione internazionale per le migrazioni riferisce che nell'intero anno 2022, 525 persone sono morte e 848 sono scomparse sulla rotta del Mediterraneo centrale. È probabile che questi numeri siano molto più alti a causa della totale assenza di informazioni sui numerosi naufragi che avvengono lungo questa rotta. Come riportato da Alarm Phone, sono frequenti anche i respingimenti da parte di navi mercantili.
Anche la situazione alle frontiere terrestri è estremamente preoccupante: secondo le statistiche ufficiali riportate dall'OHCHR, "nel 2019 e 2020, almeno 7.500 migranti sono stati espulsi dalle frontiere terrestri esterne della Libia", la maggior parte dei quali egiziani, sudanesi e ciadiani. Più di recente, sono aumentati i rimpatri forzati verso Niger, Sudan e Ciad. Inoltre, le partenze in barca di egiziani da est della Libia sono in aumento: nel 2022, gli egiziani sono stati la seconda nazionalità di migranti arrivati in Italia (dopo i tunisini), mentre nel 2021, più di 26.500 egiziani sono stati fermati al confine libico. Molto preoccupante è anche la situazione dei richiedenti asilo e dei rifugiati all'interno della Libia, registrati presso l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e vittime di detenzioni e deportazioni arbitrarie, così come la mancanza di un quadro legislativo per la protezione dei lavoratori migranti nel Paese. Centinaia di migranti vengono espulsi dalle forze libiche per essere affamati o rapiti da bande che poi chiedono un riscatto. Nel gennaio 2023, 600 migranti detenuti nella struttura di Al Kufra controllata dal Dipartimento per la lotta all'immigrazione illegale (DCIM) sono stati espulsi dalle Forze armate arabe libiche (LAAF). Questo numero comprendeva richiedenti asilo sudanesi registrati presso l'UNHCR. Si ritiene che molti siano morti nel deserto e che la maggior parte sia dispersa.
Allo stesso tempo, l'Unione europea si è impegnata a "rafforzare ulteriormente la capacità della Libia di prevenire le partenze irregolari", come dichiarato nel Piano d'azione per il Mediterraneo centrale, e a erogare 45 milioni di euro alla Libia e alla Tunisia per rafforzare la gestione delle frontiere, anche sostenendo i Centri di coordinamento del soccorso marittimo (MRCC) e l'"accademia di formazione per le guardie di frontiera in Libia". L'UE si è inoltre impegnata a "esplorare i modi per migliorare il processo di sbarco dei migranti in Libia", come indicato nel dossier d'azione MOCADEM in 12 punti sulla Libia.
La Libia non è un luogo sicuro per lo sbarco dei migranti e, nonostante i numerosi riconoscimenti del fatto da parte degli organismi delle Nazioni Unite e del Consiglio d'Europa e le numerose denunce degli accordi, l'UE rimane in silenzio. Il 6 febbraio 2023, l'Italia ha consegnato alla Guardia costiera libica la prima delle cinque motovedette promesse (nell'ambito del bilancio dell'EUTF), alla presenza del Commissario europeo per il vicinato e l'allargamento Várhelyi.
È chiaro che il modo in cui l'UE e alcuni Stati membri dell'UE collaborano con le autorità libiche nel campo della migrazione ostacola ulteriormente il processo di stabilizzazione in Libia. Inoltre, favorisce un ciclo di violenza legato all'intercettazione e alla detenzione che rafforza le milizie locali e i trafficanti di esseri umani che lucrano sulle vite di migranti, richiedenti asilo e rifugiati.
Le organizzazioni sottoscritte chiedono che:
L'UE e i suoi Stati membri si impegnino per
- Garantire che qualsiasi accordo o cooperazione tra la Libia e l'UE e i suoi Stati membri sia coerente con il diritto internazionale e dell'UE.
- Assicurare la trasparenza e la divulgazione dei meccanismi di monitoraggio e follow-up adottati dall'UE per garantire la sicurezza dei migranti in mare, nei punti di sbarco e nei centri di detenzione.
- Incoraggiare e fare pressione sulle autorità libiche affinché aprano indagini serie sulle violazioni dei diritti umani e attuino le raccomandazioni ricevute dalla Missione di accertamento delle Nazioni Unite.
- Smettere di fornire sostegno materiale e finanziario per aumentare la capacità della Libia di intercettare le persone in mare e/o alle frontiere terrestri, poiché ciò deteriora i diritti dei migranti e dei rifugiati, aumenta i respingimenti in mare e la violenza contro di loro.
- Garantire la trasparenza e la responsabilità dell'uso del bilancio dell'UE e degli Stati membri per i progetti di gestione delle frontiere in Libia.
- Concentrare la politica estera degli Stati membri e dell'UE sul sostegno al processo di pace e stabilità in Libia e ridurre l'eccessiva attenzione alla gestione delle frontiere.
- Sottolineare che la Libia non può essere considerata un luogo di sicurezza per lo sbarco dei migranti salvati in mare e mettere in atto un'operazione di ricerca e salvataggio (SAR) dell'UE nel Mediterraneo centrale, nonché rispettare il loro dovere di ricerca e salvataggio.
- Rafforzare percorsi sicuri e legali per la migrazione verso l'UE.
- Fare pressione sulle autorità libiche affinché rispettino pienamente le garanzie del diritto alla libertà di associazione, in particolare per:
- porre fine all'ampia e sistematica campagna di indagini e arresti arbitrari di blogger, membri di organizzazioni locali della società civile (OSC) e personale libico di ONG internazionali;
- consentire alle OSC libiche di interagire liberamente con le agenzie dell'ONU e le ONG internazionali senza previa autorizzazione di sicurezza; cessare ogni forma di rappresaglia contro i membri della società civile libica che comunicano con la comunità internazionale sulla situazione dei diritti umani nel Paese;
- consentire alle OSC libiche di visitare le strutture di detenzione per i migranti senza la preventiva approvazione degli organi di sicurezza;
- congelare qualsiasi decisione di sospendere o sciogliere le OSC libiche senza una previa sentenza giudiziaria; tali sentenze devono essere emesse nel pieno rispetto dei diritti di un equo processo.
Elenco dei firmatari:
[:en]
Human rights organisations warn of the deteriorating situation of migrants, asylum seekers and refugees in Libya and the worrying shrinking civic space
We, activists and members of civil society organisations working on ongoing human rights violations against migrants, asylum seekers and refugees in Libya, express our deep concern regarding the general climate of impunity and lack of accountability in the country. This volatile situation is further hampered by the shrinking of civic space, especially in light of through the criminalisation of activists and the crackdown on civil society organisations.
Detention centres
In the last 6 years, since the Italy-Libya Memorandum of Understanding was signed, almost 185,000 people have been intercepted at sea by the so-called Libyan Coast Guard and brought back to detention centres in Libya. In these centres, which are at the hands of violent militias, they are at high risk of being subjected to mistreatments, forced labour, rape, torture and trafficking. A recent research carried out by Tilburg University concluded that at least 200,000 refugees (mostly from Eritrea) have been enslaved and trafficked in Libya between 2017-2021.
The OHCHR Report Unsafe and Undignified: The forced expulsion of migrants from Libya, as well as the June 2022 report from the Independent Fact-Finding Mission on Libya, found evidence of war crimes and crimes against humanity in the specific case of migrants’ detention centres.
Since 2021, some of the “official” detention facilities are being run by the Stabilisation Support Authority (SSA), which, according to Amnesty International, is a “a state-funded militia that operates with impunity” and who also intercepts migrants at sea.
In its latest report dated 30 January 2023, the UN Fact-Finding Mission on Libya said that "arbitrary detention in Libya has become pervasive as a tool of political repression and control”, and that “Libyan authorities must take decisive steps to provide justice and redress to the vast number of victims suffering from long-standing violations of human rights and international humanitarian law”.
Externalisation policies, pullbacks and pushbacks
The EU and its Member States continue to further develop externalisation policies and try to contain migration by all possible means. They do so by equipping and supporting the so-called “Libyan Coast Guard”, who intercepted and returned 24,684 people to Libya in 2022, and almost 3,046 so far in 2023. Evidence shows how some of these interceptions are facilitated by Frontex through aircrafts and drones.
The International Organisation for Migration reports that in the whole year 2022, 525 people died and 848 went missing in the Central Mediterranean route. These numbers are likely to be much higher due to the complete absence of information regarding many shipwrecks taking place along this route. As reported by Alarm Phone, pushbacks by merchant vessels are also common.
The situation at land borders is also extremely worrying: according to official statistics reported by OHCHR, “in 2019 and 2020, at least 7,500 migrants have been expelled from Libya’s external land borders”, most of them Egyptians, Sudanese and Chadians. More recently, forced returns have increased to Niger, Sudan and Chad. Also, boat departures of Egyptians from the East of Libya are on the rise: in 2022, Egyptians were the second nationality of migrants arriving in Italy (after Tunisians), while in 2021, more than 26,500 Egyptians were stopped at the Libyan border. The situation of asylum seekers and refugees inside Libya who are registered with the UN Refugee Agency, UNHCR, and are also victims of arbitrary detention and deportation, is very concerning as well, as is the lack of a legislative framework for the protection of migrant workers in the country. Hundreds of migrants are expelled by Libyan forces to get starved or kidnapped by ransom gangs. In January 2023, 600 migrants detained in Al Kufra facility controlled by the Department for Combating Illegal Immigration (DCIM) were expelled by the Libyan Arab Armed Forces (LAAF). This number included Sudanese asylum seekers registered at the UNHCR. Many are believed to have died in the desert and most went missing.
At the same time, the European Union is committed to further “strengthen capacity of Libya to prevent irregular departures”, as stated in the Action Plan on the Central Mediterranean, and to disburse EUR 45 million to Libya and Tunisia to strengthen border management, including supporting Maritime Rescue Coordination Centres (MRCC) and the “training academy for border guards in Libya”. The EU is also committed to “explore ways to improve process to disembark migrants in Libya”, as stated in the 12-point MOCADEM Action file on Libya.
Libya is not a safe place for disembarkation for migrants, and despite the numerous acknowledgements of this fact by UN bodies and the Council of Europe, and the many denunciations of agreements, the EU remains silent. On 6 February 2023, Italy handed over the first of the five announced patrol vessels to the Libyan Coast Guard (under EUTF budget), in the presence of European Neighbourhood and Enlargement Commissioner Várhelyi.
It is clear that the way the EU and some EU Member States collaborate with Libyan authorities in the field of migration is further hindering the stabilisation process in Libya. It also fosters a cycle of violence linked to interception and detention which strengthens local militias and human traffickers who are making money out of the lives of migrants, asylum seekers and refugees.
We, the undersigned organisations, ask that:
The EU and its Member States:
• Ensure that any agreements or cooperation between Libya and the EU and its Member States are consistent with international and EU Law.
• Esure transparency and disclosure of the monitoring and follow-up mechanisms adopted by EU to ensure the safety and security of migrants at sea, at disembarkation points and detention centers.
• Encourage and pressure Libyan authorities to open serious investigations into human rights violations and to implement the UN Fact Finding Mission’s recommendations
• Stop providing material and financial support to increase Libya's capacity to intercept people at sea and/or land borders as it deteriorates the rights of migrants and refugees, increases pushbacks at sea and violence against them.
• Guarantee the transparency and accountability regarding the use of EU and Member States’ budget for border management projects in Libya.
• Focus Member States’ and the EU’s foreign policy on supporting the peace and stability process in Libya, and reduce the excessive focus on border management.
• Stress that Libya cannot be considered a Place of Safety for the disembarkation of migrants rescued at sea and put in place an EU Search and Rescue (SAR) operation in the Central Mediterranean; as well as to respect their duty of Search and Rescue.
• Reinforce safe and legal pathways for migration to the EU.
• Press Libyan authorities to fully respect the guarantees of the right to freedom of association, notably to:
List of signatories:
Comunicato stampa
Silvia Abbà
IL MIO POSTO È OVUNQUE
Voci di donne per un altro Iraq
Roma, 7 marzo 2023 – Uscirà il prossimo 10 marzo “Il mio posto è ovunque. Voci di donne per un altro Iraq” di Silvia Abbà, primo volume di “Manifesta”, collana diretta da Renata Pepicelli per Astarte Edizioni, realizzato in collaborazione con l'Ong Un Ponte Per.
Il volume di Silvia Abbà parte da un interrogativo: esiste il femminismo in Iraq? Dall’indipendenza del 1932 alle proteste dell’ottobre 2019, le storie delle donne irachene parlano del coraggio di far sentire la propria voce, della loro determinazione a essere ciò che desiderano. Al di fuori degli interessi dei regimi e degli attori internazionali, le donne irachene dimostrano quale sia il loro posto: ovunque esse vogliano.
La collana “Manifesta” di Astarte Edizioni propone una prospettiva femminista e decoloniale delle voci, lotte, soggettività e istanze di genere, spesso sconosciute o fraintese, che attraversano le società del Mediterraneo, del Nord Africa e dell’Asia sud-occidentale. Nel comitato scientifico della collana figurano Valentina Marcella, Ersilia Francesca e Rassa Ghaffari.
Il volume è realizzato in collaborazione con Un Ponte Per, organizzazione non-governativa che si occupa di prevenzione dei conflitti armati e violenti, in particolare in Medio Oriente, attraverso campagne di informazione, scambi culturali, progetti di cooperazione, programmi di peacebuilding e costruzione di reti per la giustizia sociale.
L’autrice, Silvia Abbà, ha conseguito la laurea magistrale in Scienze per la pace: cooperazione internazionale e trasformazione dei conflitti nel 2022 presso l’Università di Pisa. Dal 2020 è coinvolta nelle attività dell’organizzazione non-governativa Un Ponte Per.
La prima presentazione del libro si terrà a Pisa il 15 marzo alle ore 17 presso la Gipsoteca di arte antica, ed è organizzata in collaborazione con Un Ponte Per e con il patrocinio dei corsi di laurea in Scienze per la Pace, il Centro interdisciplinare Scienze per la Pace (CISP) e il Comitato Unico di Garanzia dell’Università di Pisa.
Alla presentazione interverranno l’autrice, Renata Pepicelli, direttrice della collana, e Lodovico Mariani di Un Ponte Per.
Link al libro: https://astarteedizioni.it/product/iraq/
Sito: www.astarteedizioni.it
Comunicato stampa
Terremoto in Turchia e Siria: UPP lancia raccolta fondi in sostegno alla popolazione
L’Ong italiana, da anni operativa in nord est Siria, lancia una raccolta fondi per sostenere oltre 10.000 famiglie in stato di bisogno e denuncia: il terremoto colpisce aree che ancora soffrono le conseguenze degli attacchi turchi
Roma, 6 febbraio 2023 – E’ drammatico il bilancio, che si aggrava di ora in ora, del terribile terremoto che ha colpito Turchia e Siria con epicentro a Gaziantep: decine le città colpite, centinaia gli edifici in macerie, mentre il bilancio delle vittime arriva a 1.500 persone, tristemente destinato a salire.
Ad essere duramente colpito è stato anche il nord est della Siria, dove l’Ong italiana Un Ponte Per (UPP) opera da anni a fianco dei suoi partner locali, tra cui la Mezzaluna Rossa Curda (KRC).
Nell’area settentrionale del paese ad avere avuto la sorte peggiore è stata la città di Jindires, nel distretto di Afrin.
“Tre quarti della città sono andati distrutti: si tratta di zone già duramente colpite dall’attacco turco del 2019, per questo gli edifici non hanno retto l’impatto del terremoto”, spiega lo staff locale di UPP, che aggiunge: “Si stanno ancora cercando persone sotto le macerie nella speranza di trovarle vive”.
Per fronteggiare questa nuova crisi che colpisce un’area già provata da anni di conflitti e dalle recenti operazioni belliche turche, Un Ponte Per ha deciso di lanciare una raccolta fondi d’emergenza: gli aiuti andranno a sostenere il lavoro della Mezzaluna Rossa Curda (KRC) e di Action for Humanity/Syria Relief (AFH), che stima siano già oltre 10.000 le famiglie in stato di bisogno a causa del terremoto.
“Servono tende per chi ha perso le proprie case, coperte, cibo, kit igienici per donne e bambini”, spiega lo staff di KRC. “E medicine: ci aspettiamo un peggioramento delle condizioni di salute e numerosi traumi”.
Il terremoto di oggi va infatti a colpire un’area che già versa in stato di grave emergenza, con un sistema sanitario ancora fortemente precario, e dove UPP da anni si sta adoperando insieme ai suoi partner locali per i necessari lavori di ricostruzione di cliniche e ospedali distrutti dalla guerra.
Le distribuzioni di aiuti umanitari e medicinali, in questa situazione, si rendono urgenti e fondamentali. Una volta raccolti i materiali necessari, KRC si occuperà di effettuare le distribuzioni ad Aleppo e nel campo di Shebha, mentre AFH a Sarmada, Harem e Atarbi (nei governatorati di Idlib e Aleppo), tutte zone gravemente colpite dalla catastrofe.
Le scosse di terremoto – la prima di magnitudo 7,8 nel cuore della notte, la seconda di magnitudo 7,5 questa mattina – rappresentano la più grave emergenza di questo tipo che la regione abbia conosciuto.
Per contribuire alla raccolta fondi: https://www.unponteper.it/it/emergenza-terremoto-siria/
Per maggiori informazioni e interviste
Ufficio stampa Un Ponte Per
stampa@unponteper.it
+39 3996641600
Comunicato stampa
Sanremo. Un Ponte Per, lettera aperta ad Amadeus: invita al festival gli obiettori di coscienza russi ed ucraini
L’organizzazione pacifista italiana scrive una lettera aperta al conduttore della 73esima edizione di Sanremo, per chiedere che oltre al Presidente ucraino Zelensky sia dato spazio durante il Festival alla testimonianza degli obiettori di coscienza russi e ucraini.
Roma, 31 gennaio 2023 – “Invitate al Festival di Sanremo gli obiettori di coscienza russi e ucraini”: è quanto scrivono Alfio Nicotra e Angelica Romano, co-Presidenti dell’organizzazione italiana Un Ponte Per, in una lettera aperta indirizzata ad Amadeus, conduttore del Festival di Sanremo.
“Abbiamo appreso con favore - scrivono i due Co-presidenti di Un Ponte Per, Alfio Nicotra e Angelica Romano - che nelle giornate del Festival di Sanremo si darà spazio alla terribile guerra in corso scatenata dall’invasione da parte della Federazione Russa del territorio ucraino e che sta mietendo, da quasi un anno, decine di migliaia di vittime”.
“Non è questa la sede - precisano Nicotra e Romano - per entrare nel merito dell’opportunità o meno di dare spazio, in una manifestazione televisiva seguita in tutto il mondo, al Presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky. Ci limitiamo a constatare che Zelensky gode già di una copertura mediatica senza precedenti. Al contrario ci sembra che la testimonianza, espressa a rischio della vita e della propria libertà, di migliaia di obiettori di coscienza ucraini e russi, sia stata completamente ignorata dalla TV pubblica e dal sistema mass mediatico italiano ed europeo”.
"Dopo aver attraversato più volte il territorio martoriato dell’Ucraina con aiuti umanitari e carovane pacifiste, Un Ponte Per ha lanciato una campagna a sostegno dei Costruttori di Pace, delle organizzazioni degli obiettori e dei movimenti pacifisti di entrambi i paesi, per coprire le spese legali dei processi", proseguono i due co-Presidenti, sottolineando quindi l’importanza di dare spazio a voci come quelle dell’obiettore russo Alexander Belik, o degli ucraini Vitaliy Vasyliovych Alekseienko e Andrii Kucher, che “nel delirio dell’isteria nazionalista scelgono di anteporre alla logica barbara delle armi il ripudio della guerra”.
“Si tratta di ragazzi giovanissimi che rischiano la vita e la libertà, condannati da tribunali speciali per il proprio coraggio” scrivo ancora Nicotra e Romano, che chiedono al conduttore del Festival di invitare gli obiettori russi e ucraini o comunque di dare loro voce e visibilità.
“Caro Amadeus - concludono - hai scelto come co-conduttore delle tue serate una persona come Gianni Morandi che ebbe il coraggio di cantare una canzone contro la guerra in Vietnam: “C’era un ragazzo che come me”. Quel ragazzo, quei ragazzi, ci sono anche oggi. Sono gli obiettori di coscienza russi e ucraini. Invitateli al Festival, dategli voce”.
Comunicato Stampa
Mentre il pianeta è sconvolto dalla crisi climatica e ambientale, dal crescere delle disuguaglianze e delle discriminazioni che ne conseguono, non sorprende che le nuove generazioni – su cui grava più di ogni altre il peso del disastro incombente – protestino oggi in forme sempre più eclatanti.
La risposta a queste proteste, sottolinea un gruppo di associazioni e Ong italiane* che fanno parte della rete “In difesa di”, si basa sull’applicazione di misure sempre più spesso intimidatorie e repressive.
Dopo i fogli di via e le multe, comminati ad attivisti e attiviste, adesso si è arrivati anche alla sorveglianza speciale di un attivista di Ultima Generazione, Simone Ficicchia: proposta dalla Questura di Pavia, verrà discussa in Tribunale domani, martedì 10 gennaio.
Tale misura, disciplinata dal cosiddetto “codice antimafia” (Decreto Legislativo n.159 del 2011) contro chi rappresenta una minaccia per l’incolumità pubblica, è completamente ingiustificata ed è espressione della crescente criminalizzazione nei confronti dell’attivismo ambientale.
Le associazioni e Ong rifiutano l’idea che criminalizzazione, repressione e intimidazione siano le risposte giuste a un’ansia che monta. Chi continua a proporre in Italia come altrove soluzioni fasulle, come ad esempio nuove infrastrutture per importare e consumare sempre più combustibili fossili, ha tutto l’interesse a non affrontare davvero problemi sempre più urgenti e a zittire coloro che sollecitano soluzioni urgenti ed efficaci.
* Amnesty International Italia, A Sud, COSPE, Greenpeace, Giuristi democratici, Terranuova, Un Ponte Per, Yaku.
Comunicato Stampa
“Tavole di Pace”: momenti conviviali per sostenere gli obiettori di coscienza ucraini
Al via l’iniziativa organizzata dalla Ong Un Ponte Per per sostenere l’opposizione alla guerra in Ucraina: in tutta Italia sarà possibile organizzare pasti solidali per vivere un momento di convivialità e contribuire alla costruzione della pace.
Roma, 20 dicembre 2022 – Cene, pranzi, aperitivi, momenti conviviali organizzati da chiunque voglia contribuire alla costruzione della pace in Ucraina: è l’iniziativa “Tavole di Pace” lanciata dalla Ong Un Ponte Per, attiva da oltre 30 anni nella prevenzione dei conflitti, impegnata quest’anno nel sostegno agli obiettori di coscienza in Ucraina, Russia e Bielorussia.
“Tavole di Pace” è una serie di iniziative di sensibilizzazione e raccolta fondi che sarà possibile realizzare in tutta Italia da volontari/e, singoli/e e associazioni per sostenere la campagna di Un Ponte Per “Ucraina. Proteggi gli obiettori, sostieni i costruttori di pace”, lanciata in occasione del Natale.
Aderendo all’iniziativa si potrà così costruire un momento di convivialità e buon cibo, conoscendo meglio le attività di Un Ponte Per, e sostenere attraverso la raccolta fondi chi sta mettendo a rischio la propria vita per difendere la pace in Ucraina.
Organizzare una “Tavola di Pace” e diventare un Costruttore di Pace è semplicissimo: basta scrivere una mail a tavoledipace@unponteper.it o compilare il form a questo link: https://tavoledipace.unponteper.it/.
Un Ponte Per fornirà tutte le informazioni necessarie, aiuto concreto nell’organizzazione, e racconterà l’evento sui proprio canali social per sostenere e promuovere la partecipazione.
Un Ponte Per ha partecipato a numerose iniziative solidali verso la popolazione Ucraina, e ha organizzato insieme al Movimento Nonviolento l’ultima Carovana per la pace “Stop the War Now” a settembre 2022. Per maggiori informazioni sul lavoro dell’organizzazione in Ucraina: www.unponteper.it
Comunicato Stampa
In Italia il leader degli obiettori russi Alexander Belik
Movimento Nonviolento e Un Ponte Per ospitano in queste ore l’obiettore di coscienza Alexander Belik, coordinatore del Movimento degli obiettori di coscienza russi. Un appuntamento per conoscere la voce dell’altra Russia, quella che rifiuta di imbracciare le armi.
Roma, 15 dicembre 2022 - A 50 anni esatti dall’approvazione della legge Marcora, che introdusse il diritto all'obiezione di coscienza in Italia, si è tenuta ieri la conferenza stampa di Alexander Belik, coordinatore del Movimento degli obiettori di coscienza russi. Un movimento nato in Russia nel 2014. L’appuntamento è stato organizzato dalle associazioni pacifiste Movimento Nonviolento e Un Ponte Per, impegnate in questi mesi nel sostegno agli obiettori russi, ucraini e bielorussi. Presenti Mao Valpiana e Daniele Taurino del Movimento Nonviolento e Alfio Nicotra, co-presidente di Un Ponte Per.
Durante la conferenza Alexander Belik ha raccontato la sua esperienza in sostegno dei tanti giovani russi che si oppongono all’invasione dell’Ucraina e rifiutano di imbracciare le armi. Partendo dai numeri: «circa 20.000 persone sono state arrestate in Russia per attivismo contro la guerra. Alcune finiscono nei campi costrittivi per obiettori, in condizioni disumane, altre rimangono nascoste per paura di arresti e persecuzioni. Nel tempo i “campi di prigionia” - secondo l'attivista, presenti nei territori ucraini occupati, ndr - sono aumentati, nonostante siano illegali secondo il diritto russo e quello internazionale».
Negli ultimi mesi le fila del Movimento degli obiettori russi si sono decuplicate, raggiungendo circa 15 mila contatti online, «un risultato straordinario, e chissà quante persone restano in silenzio, nascoste, per paura di essere perseguitate», ha commentato Belik. «Il diritto di obiezione alla leva militare è stato riconosciuto in Russia nel 1993, ma è poco ammesso nella pratica ed esiste una forte pressione sociale che stigmatizza questo diritto».
Il Movimento di Alexander Belik svolge principalmente consulenze legali, psicologiche e informative a coloro che vogliono evitare la leva obbligatoria, «cerchiamo di sostenere coloro che non vogliono rispondere alla leva, perché è un loro diritto anche se spesso non ne sono a conoscenza». Secondo Belik, Putin continua a vessare le persone delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk anche con l’enorme mobilitazione militare «tutti gli uomini in età da lavoro in queste aree sono chiamati alle armi».
L’attivista russo ha concluso la conferenza con un appello: «Una delle cose che può fare la società civile europea per sostenere gli attivisti contro la guerra è firmare la petizione “Object War” per riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza in Russia, Ucraina e Bielorussia, garantendo asilo a chi fugge dalla leva obbligatoria».
E’ possibile firmare la petizione su www.unponteper.it e www.azionenonviolenta.it.
Comunicato stampa
Iraq. AICS e UPP ancora a fianco della popolazione di Mosul
Al via la IV fase del programma “Salamtak” (La tua salute), finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e implementato dall’Ong italiana Un Ponte Per (UPP) e dalla francese Solidarités International. L’intervento punta a garantire accesso a servizi sanitari e ospedalieri di qualità per le famiglie della Piana di Ninive.
Roma, 5 dicembre 2022 – È stata avviata oggi in Iraq la fase IV di “Salamtak” (La tua salute), programma pluriennale di salute mentale, riproduttiva e materno-infantile finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e implementato dalla Ong italiana Un Ponte Per (UPP) e dalla francese Solidarités International. Il programma, lanciato nel 2018, è nato per rispondere alle esigenze della popolazione irachena rientrata nella Piana di Ninive dopo la cacciata dell’Isis e in particolare nella città di Mosul, ex capitale irachena dell'auto-proclamato Califfato.
Novità di questa IV fase, le cui azioni interesseranno 3 ospedali pubblici, 2 centri di salute primaria e un centro per la salute, è l’introduzione di un focus aggiuntivo sulla corretta gestione dei rifiuti sanitari e la garanzia di accesso ad acqua sicura. L’obiettivo del progetto è migliorare le condizioni di vita delle comunità vulnerabili nel Governatorato di Ninive anche nell’ottica di prevenzione delle malattie trasmissibili e non. I servizi per garantire la salute sessuale, riproduttiva e materno-infantile si concentreranno nel Centro sanitario di Bashiqa e nei centri di salute primaria di Hermat (Mosul ovest) e Hammam Al Alil (Mosul sud) dove verrà attivata una nuova unità materno-infantile operativa 24 ore su 24, 7 giorni su 7, con la presenza di 4 medici e 4 ostetriche e un servizio di ambulanze sempre operativo per le emergenze ostetriche e neonatali.
I servizi di salute mentale e supporto psicologico saranno offerti nel Centro di Bashiqa e nel centro di salute primaria di Hermat, con l’assunzione di psicologhe che svolgeranno sessioni individuali e di gruppo con le persone del luogo. Nell’ospedale Al Hurok (Mosul ovest) invece saranno allestite due sale di emergenza (una per donne e una per uomini) dedicata alle ustioni, un’altra piaga che affligge la popolazione locale a causa dei numerosi ordigni e mine inesplose.
Al fine di contribuire alla prevenzione delle malattie trasmissibili, in particolare legate alla salute materna e infantile, sessuale e riproduttiva, Un Ponte Per e Solidarités International condurranno delle sessioni di sensibilizzazione nelle scuole delle comunità intorno alle strutture sanitarie interessate.
Le persone che beneficeranno dei servizi sanitari saranno oltre 8.000, mentre 83 membri del personale medico e paramedico saranno direttamente coinvolti in attività di formazione e sviluppo di capacità tecniche.
Infine, gli ospedali Batol e Al Jumhori, entrambi a Mosul ovest, vedranno una riabilitazione degli impianti idrici per ridurre i rischi legati allo smaltimento delle acque reflue, e sarà inaugurato un nuovo sistema di corretta gestione dei rifiuti chimici e sanitari.
“Salamtak IV” si inserisce in un più vasto quadro di interventi e servizi specialistici che UPP, grazie al prezioso sostegno di AICS, porta avanti in Iraq, ed in particolare nella Piana di Ninive e a Mosul, sin dall’inizio dell’emergenza umanitaria del 2014.