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Comunicato stampa
Roma, 10 Aprile 2025 - Diciotto mesi di lavoro e 23.334 persone raggiunte: si è conclusa la prima fase del progetto “Masahat Aamina” (Spazi Sicuri), realizzato dalla Ong italiana Un Ponte Per in Giordania grazie al sostegno dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS).
Avviato nel 2024, l’intervento ha avuto come obiettivo il sostegno diretto a donne, ragazze e minori a rischio o sopravvissute a violenza di genere e sfruttamento, con particolare attenzione alle persone con disabilità e a chi se ne prende cura, sia nella comunità rifugiata che in quella ospitante tra Amman, Irbid e Zarqa. Attraverso la creazione di spazi protetti per l’inclusione sociale e la protezione, e grazie al lavoro dei partner locali “Athar”, “Our Step”, “Jordan Paralympic Commettee”, “SIGI” e “Sayidat Al- Duleil”, è stato possibile raggiungere 3.919 persone con servizi integrati di gestione dei casi di violenza, abuso, negligenza e sfruttamento; il rafforzamento dei servizi sociali di base esistenti – tra cui supporto psico-sociale, salute mentale, campagne di sensibilizzazione, assistenza legale gratuita – anche attraverso la creazione di spazi sicuri in cui donne, ragazze e minori potessero essere accolte e protette.
Nel corso dell’intervento è stato potenziato il sistema dei servizi di protezione e sostegno attraverso la creazione di una hotline dedicata, la presa in carico dei casi più gravi e l’organizzazione di numerose campagne di sensibilizzazione. È stato garantito supporto psico-sociale a 464 persone, e sono stati organizzati i “Social Cafè” per donne e ragazze: momenti di confronto e dialogo finalizzati al rafforzamento individuale e collettivo, che hanno visto la partecipazione di oltre 200 persone. È stata inoltre garantita assistenza legale gratuita a 50 donne e ragazze, e 241 persone con disabilità sono state raggiunte da sessioni di riabilitazione a domicilio e distribuzione di dispositivi ausiliari. Cinquanta casi urgenti sono stati infine sostenuti con supporto finanziario.
Il lavoro di Un Ponte Per proseguirà fino a novembre 2025 con la seconda fase dell’intervento “Masahat Aamina”, grazie al prezioso sostegno di AICS e alla collaborazione con i partner locali, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente l’intervento, migliorare l’accesso ai servizi di protezione, e rendere sostenibile il lavoro rafforzando le capacità dei partner locali.
La Ong italiana, attiva nel nord est della Siria da 10 anni, denuncia i tagli decisi dall’amministrazione Trump e l’impatto sull’assistenza umanitaria: “Stiamo chiudendo da un giorno all’altro presidi sanitari essenziali”
28 febbraio 2025 – “Con la conferma dei tagli decisi da Trump diventa impossibile per le Ong internazionali continuare ad assistere milioni di siriane/i in stato di necessità”: è la denuncia che arriva da Un Ponte Per (UPP), organizzazione non governativa italiana attiva nel nord est della Siria da 10 anni, in seguito alla decisione dell’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump di interrompere i finanziamenti a USAID, agenzia umanitaria che supportava numerosi interventi in molte aree del mondo, tra cui la Siria.
A causa della sospensione dei progetti di cooperazione di USAID annunciata il 20 gennaio, che la sera del 25 febbraio si è tradotta in chiusura del 90% dei progetti dell’ente, oltre 4,5 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria salva-vita rischiano di restare senza sostegno, e questo solo nel nord est della Siria. E’ essenziale che ogni persona solidale valuti la possibilità di donare per arginare questo dramma.
La decisione statunitense comporterà per le Ong che operano sul territorio l’interruzione totale del 54% dei programmi di protezione dai casi di violenza di genere e sfruttamento del lavoro minorile, del 61% dei servizi che consentono l’accesso alla salute primaria e secondaria; del 56% dei programmi che oggi consentono accesso ad acqua pulita e condizioni igieniche di base, e del 53% dei programmi di sicurezza alimentare.
Tra le organizzazioni operative sul territorio e colpite dai tagli c’è anche Un Ponte Per, che attraverso le parole della Direttrice generale, Martina Pignatti Morano, spiega: “La sospensione dei fondi USAID, annunciata a fine gennaio 2025, sta aggravando una profonda crisi umanitaria già in corso in Siria, lasciando milioni di persone senza accesso ai servizi essenziali. In un paese devastato da 13 anni di conflitti, questa decisione sta costringendo le organizzazioni umanitarie internazionali e locali a ridurre, se non a interrompere del tutto, operazioni vitali, colpendo in particolare le fasce più vulnerabili delle comunità: donne, bambini e bambine, e le persone sfollate che dipendono interamente dagli aiuti internazionali”.
Si tratta di una crisi senza precedenti che coinvolge l’intero paese, ma che diventa particolarmente critica nell’area del nord est: qui oltre 100 strutture sanitarie nei governatorati di Deir ez-Zor, Hassakeh, Raqqa e Aleppo, rischiano la chiusura totale tra marzo e aprile 2025, privando migliaia di persone di cure primarie mediche. Nei campi per persone sfollate, l’interruzione dei servizi sanitari e dei programmi di vaccinazione sta esponendo bambini e bambine a malattie mortali come morbillo e colera, con il rischio di un allarmante aumento della mortalità infantile. Le organizzazioni locali, pilastri della risposta umanitaria, senza il sostegno internazionale stanno esaurendo le risorse per garantire assistenza. Senza un intervento immediato, l’intero sistema sanitario siriano rischia il collasso.
Come sottolinea Pignatti Morano: “E’ sconcertante constatare che un governo possa decidere da un giorno all’altro di porre fine a 10mila programmi che finanziano aiuti essenziali in tutto il mondo, colpendo le popolazioni più vulnerabili. Un Ponte Per aveva accettato fondi americani per la Siria su richiesta dei suoi partner locali, perchè già le Nazioni Unite avevano abbandonato le Ong che operavano nell’area del nord est dal gennaio 2020. Chi da quell'anno ha rifiutato di registrarsi a Damasco, per non scendere a patti con il regime dittatoriale di Bashar al-Assad, ha perso i fondi Onu, trovandosi costretto a fronteggiare gravi carenze umanitarie nel nord est”.
Un Ponte Per opera nel nord est della Siria da 10 anni, sostenendo la popolazione nel difficile percorso di ricostruzione di un sistema sanitario pubblico e di risposta ai bisogni umanitari della popolazione. In tanti anni l’organizzazione ha attraversato numerose emergenze, attacchi alle strutture sanitarie e alle infrastrutture, così come calamità naturali. Fino ad oggi, gli interventi di UPP per la salute primaria, la protezione e l’accesso ad acqua pulita e a servizi igienico-sanitari hanno supportato 1 milione 640mila persone. Tra queste, oltre 100mila residenti nei campi – tra cui quello di Al Hol – e 700mila che facevano affidamento sull’Ospedale Nazionale di Hassakeh, capace di fornire ogni mese cure gratuite a 1.300 pazienti, di cui 300 madri con i propri figli. Solo qui nella giornata di ieri sono state licenziate oltre 450 persone.
Un Ponte Per sta facendo il possibile per mantenere operativi i servizi essenziali dell'Ospedale di Hassakeh e delle cliniche ma tutto questo rischia di dover essere sospeso a giorni: senza nuovi finanziamenti, entro il 30 aprile buona parte dei servizi verranno completamente interrotti per mancanza di fondi.
“Con la chiusura dei progetti delle Ong che operavano nell’area la regione più povera della Siria ha assoluto bisogno della solidarietà dei donatori privati e degli altri governi”, conclude Pignatti Morano. “Ogni donazione adesso può fare la differenza”.
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Per maggiori informazioni, interviste e contatti:
Ufficio stampa di Un Ponte Per
stampa@unponteper.it
Roma, 4 novembre 2024 - La Flai Cgil ha scelto di dare un sostegno concreto a Un Ponte Per nell’ambito della campagna di raccolta fondi ‘Acqua per Gaza’, con cui vengono distribuiti acqua potabile, cibo e kit igienici alle famiglie palestinesi colpite dall’offensiva israeliana, grazie alla preziosa collaborazione dell’organizzazione locale Union of Agricultural Work Comittees (UAWC).
L’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo palestinese è una Ong attiva da oltre 30 anni in Palestina, impegnata nel sostegno a contadini, lavoratori agricoli e pescatori palestinesi, per la protezione delle terre e per la distribuzione di semi.
Domani, 5 novembre 2024, Flai e Un Ponte Per firmeranno un accordo che consentirà di destinare a Gaza i fondi raccolti dal sindacato grazie ai versamenti dei lavoratori e delle lavoratrici della Flai nazionale negli scioperi generali dell’ultimo biennio.
“Siamo orgogliosi di poter essere a fianco del martoriato popolo palestinese – spiega il segretario generale della Flai Cgil, Giovanni Mininni - Più di quarantamila morti in un anno sono una realtà intollerabile. Vogliamo promuovere attivamente in tutti gli ambiti dell’organizzazione lo spirito di militanza e solidarietà necessari a costruire una mobilitazione permanente contro la guerra, per la messa in pratica di una giusta transizione che rimetta al centro il lavoro, la sostenibilità economica, ambientale e sociale, la democrazia, la libertà e la Pace”.
"In un momento di crisi umanitaria regionale senza precedenti, ogni aiuto può fare la differenza, così come stringere legami solidali tra lavoratrici e lavoratori europei e palestinesi per la protezione della terra - dichiarano la presidente Giulia Torrini e la direttrice Martina Pignatti di Un Ponte Per - Tanto più che il sostegno di Flai non sarà limitato solo alla risposta umanitaria all’emergenza, ma si pone l’obiettivo di promuovere iniziative di sostegno economico e tecnico a piccoli agricoltori e pescatori, spesso organizzati in cooperative, per permettere loro di riprendere le attività quanto prima una volta che la crisi umanitaria sarà terminata. Nel denunciare i crimini di guerra e le gravi violazioni del diritto internazionale commesse dall’esercito israeliano, ci impegniamo congiuntamente per dare un orizzonte di speranza a chi in Palestina rifiuta di abbandonare la propria terra e di arrendersi alla disperazione".
Un Ponte Per ringrazia la Flai per aver potuto costruire insieme un altro pezzo della solidarietà necessaria alla popolazione palestinese, in particolare nella Striscia di Gaza, perché possa avere un accesso dignitoso ad acqua e cibo, e proteggere ciò che resta dei propri terreni agricoli.
Roma, 29 ottobre 2024 - Un Ponte Per esprime sconcerto, preoccupazione ed allarme per l’approvazione da parte della Knesset - il Parlamento israeliano - di due proposte di legge che mettono al bando l’UNRWA, Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei profughi palestinesi, e ne decretano la chiusura della sede di Gerusalemme.
Queste leggi amplificheranno ancora di più la catastrofe umanitaria in corso a Gaza, catastrofe che progressivamente si sta estendendo a tutti i territori occupati della Cisgiordania. Si tratta di una vera e propria demolizione del Diritto internazionale al quale anche Israele si deve attenere, e di un attentato alle già drammatiche condizioni vita della popolazione palestinese che si vedrebbe così privata dei servizi fondamentali - compreso il diritto all’istruzione di 700mila ragazzi e ragazze - da parte di un’Agenzia che l’intera Comunità internazionale ha voluto a sostegno dei rifugiati palestinesi.
Non ci sfugge come la messa a bando dell’UNRWA s’inserisca dentro il progetto di delegittimazione dell’ONU operato in modo sistematico dal Governo israeliano con la decisione di dichiarare il Segretario generale Gutierrez “persona non gradita”, o quella di disconoscere le sentenze e le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia e del Tribunale Penale Internazionale, fino a quella di aprire il fuoco, più volte e deliberatamente, contro le strutture e il personale dei Caschi blu della missione UNIFIL in Libano.
La popolazione di Gaza sta morendo sotto le bombe ma anche per fame, sete e malattie curabili per privazione di medicinali basici. A Gaza come in tutti i territori palestinesi occupati sta arrivando l’inverno, e larghissima parte della popolazione non ha possibilità di un rifugio sicuro e di ristoro.
Rivolgiamo un appello pressante al Governo italiano e a quelli dell’Unione Europea affinché agiscano sulle autorità israeliane per chiedere la revoca del bando dell’UNRWA anche attraverso l’adozione di sanzioni efficaci e la sospensione, applicando l’art.2 del trattato, dell’Accordo di Associazione UE-Israele.
Invitiamo l’opinione pubblica a continuare a sostenere la popolazione palestinese e libanese anche attraverso le nostre due campagne di solidarietà: “Acqua per Gaza” e “Emergenza Libano”.Chiediamo al movimento per la pace e la solidarietà internazionale di proseguire e rafforzare la mobilitazione contro la guerra e il genocidio e per il cessate il fuoco immediato.
Una norma che viola i diritti umani fondamentali utilizzando strumenti repressivi. Insieme alla rete In Difesa Di, Un Ponte Per è al fianco di chi difende i diritti umani ed ambientali nel mondo, esprimendo la propria contrarietà al DDL 1660
Una società sana deve poter esprimersi anche attraverso forme di dissenso e di pacifica protesta e in particolare di chi, come gli ambientaliste ed ambientalisti, lotta per la giustizia climatica e quindi sociale nel mondo
Il disegno di legge 1660, approvato il 18 settembre alla Camera dei Deputati, si colloca nel solco del panpenalismo repressivo che connota da molti anni la risposta delle istituzioni alla protesta, al dissenso e al disagio.
Questa tendenza ha caratterizzato i governi e le maggioranze parlamentari che si sono succedute almeno a far data dal 2001, con la ricorrente adozione di “pacchetti sicurezza” che hanno introdotto nuovi reati e aggravanti – o nuovi sistemi sanzionatori parapenali, come il DASPO – e aumento delle pene per quelli già previsti (nel marzo 2001 era Presidente del Consiglio Giuliano Amato e Ministro dell’Interno Enzo Bianco, ma altri “pacchetti” sono ricordati per i nomi dei Ministri dell’epoca, da Maroni a Veltroni, da Minniti a Salvini).
Il DDL 1660 si caratterizza, però, per un notevole “salto di qualità” nella stretta repressiva e nella costruzione di quello che potremmo definire un vero e proprio “diritto penale (e non solo) del nemico”, ed anche nel ridisegnare alcuni istituti mutandone profondamente la natura.
Così vi sono norme che innalzano le pene per il reato di occupazione introducendo anche nuove ipotesi di reato (sarà punito penalmente anche il non lasciare l’immobile locato dopo una procedura di sfratto), che consentono l’incarcerazione anche delle donne in gravidanza e delle donne con neonato (in disposizioni che è stata significativamente battezzata “norma anti donne rom”), che introducono il reato di “detenzione di materiale con finalità di terrorismo” (per cui sarà reato il semplice possesso di materiale, al di là del concreto pericolo che il soggetto intenda porre in essere attività terrorista, così anticipando la soglia di punibilità sino al limite della sfera esclusivamente privata della persona), che introducono nuove ipotesi di Daspo disposto dal questore o di cd. “Daspo giudiziario” (imponendo per chi sia condannato per alcuni reati il divieto di accedere a determinati luoghi e subordinando la concessione della sospensione condizionale della pena al rispetto di tale divieto), che sanciscono l’obbligo per i cittadini stranieri di esibire il permesso di soggiorno per poter attivare una utenza mobile (norma finalizzata ad impedire alle persone migranti irregolari di poter avere un telefono cellulare, facendo loro intorno “terra bruciata”), che aumentano le possibilità di revoca della cittadinanza italiana acquisita dal cittadino straniero, che aumentano le pene per il reato di accattonaggio.
A queste norme se ne aggiungono alcune che intendono reprimere duramente le proteste e ridurre gli spazi di possibile espressione di dissenso, colpendo anche (e in alcuni casi specificamente) i movimenti ambientalisti, e altre che tendono a demolire anni di conquiste democratiche (nelle istituzioni totali e nei rapporti tra autorità e cittadini), tentando di fatto di far “tornare indietro le lancette della storia” di ottant’anni.
A quest’ultimo proposito non si può non far riferimento al “nuovo” reato di rivolta carceraria e nei CPR (ma anche negli hot spot e nei centri di accoglienza per persone migranti, quindi non solo in luoghi di detenzione e di privazione della libertà ), con il quale si vuole punire (con pene che vanno, a seconda delle ipotesi, da un minimo di uno a un massimo di venti anni) non solo le rivolte (non meglio definite) violente, ma anche gli atti di resistenza anche passiva all’esecuzione degli ordini impartiti che impediscano il compimento degli atti di ufficio o servizio: si disegna un “nuovo” modello di detenuto (ma non solo, anche di migrante accolto in un centro) del tutto spersonalizzato, privato anche del diritto di utilizzare metodi non violenti e pacifici di contestazione e dal quale si pretende obbedienza “cieca e assoluta” agli ordini.
La persona detenuta e la persona migrante (trattenuta o accolta) devono essere dei docili oggetti di controllo, pena la perpetuazione della loro condizione di persone private della libertà personale (il reato di rivolta carceraria verrebbe anche ricompreso tra i cd reati ostativi alle misure alternative al carcere). Questa “prima volta” nella repressione della resistenza passiva rischia di divenire un precedente che permetterà, in futuro, di punire ogni forma di disobbedienza a qualunque ordine ed in qualunque ambito (così come il Daspo, nato negli stadi per reprimere gli ultras, è stato poi esteso agli ambiti urbani ed è oggi uno strumento di repressione amministrativa – la cui violazione peraltro fa cadere l’interessato nel sistema penale – buono per tutte le forme di disagio e/o di dissenso).
Un altro palese esempio di questa involuzione è la volontà (non nascosta) di ridisegnare i rapporti tra le forze di “pubblica sicurezza” e le persone che sono loro sottoposte, allontanandosi da quella che la Corte Costituzionale ha definito una “diversa disciplina dei rapporti tra cittadino e autorità rispettivamente negli ordinamenti liberal-democratici e nei regimi totalitari” che aveva caratterizzato la produzione normativa repubblicana post fascista (la Corte aveva usato quella definizione a proposito della discriminante della reazione agli atti arbitrari del pubblico ufficiale, per cui non è punibile il cittadino che reagisca, anche con violenza, ad un atto illegittimo ed arbitrario del pubblico ufficiale).
Nel senso di consolidare una supremazia anche formale degli apparati di pubblica sicurezza rispetto al popolo vanno: l’introduzione di una circostanza aggravante per i reati di violenza e resistenza a pubblico ufficiale quando i fatti sono commessi ai danni di un agente o ufficiale di pubblica sicurezza (così potrà essere punita molto più gravemente la resistenza a un agente di polizia che non quella a un impiegato comunale, a un medico di ospedale, anche a un giudice); la previsione di un aumento di pena per il reato di lesioni se cagionate a un agente di pubblica sicurezza (anche in questo caso, quindi, si sancisce la “supremazia” della vittima-agente su ogni altra vittima); la previsione che gli agenti di pubblica sicurezza possano portare senza licenza armi anche fuori dal servizio; la copertura delle spese per un legale di fiducia (sino a 10.000 euro per ogni grado di giudizio) per gli agenti di pubblica sicurezza (nonché vigili del fuoco e militari) indagati o imputati per fatti inerenti il servizio (salva, invero, possibile rivalsa se infine condannati a titolo doloso; non ci sarebbe rivalsa, ad esempio, in caso di omicidio colposo di un arrestato). Le forze di pubblica sicurezza, dunque, sono collocate normativamente (potrebbe dirsi ideologicamente) in una posizione di supremazia su tutta la popolazione e di preminenza anche all’interno dell’apparato dello Stato.
Il Disegno di legge contiene, poi, una lunga serie di disposizioni specificamente destinate a reprimere il dissenso, spesso palesemente disegnate su uno “specifico” soggetto ritenuto, evidentemente, da reprimere in modo particolare: una vera e propria costruzione di un diritto sanzionatorio speciale d’autore (in cui la gravità del reato, e talvolta la stessa sussistenza di un reato, dipendono non tanto dal “fatto” che è stato commesso quanto dal “tipo d’autore” che lo ha commesso).
Già con il decreto cd ecovandali, peraltro, questa legislatura ci aveva abituato alla costruzione di reati sugli attivisti ambientalisti e sulle loro modalità di protesta (si pensi alla circostanza aggravante prevista per il reato di imbrattamento se commesso su “teche, custodie e altre strutture adibite all’esposizione, protezione e conservazione di beni culturali esposti in musei, pinacoteche, gallerie e altri luoghi espositivi dello Stato, delle regioni, degli altri enti pubblici territoriali, nonché di ogni altro ente e istituto pubblico”; è evidente che si è voluto specificamente colpire determinate proteste e determinati attivisti).
Tra le disposizioni specificamente dirette alla repressione del dissenso (e degli attivisti ambientali in primis) spicca la circostanza aggravante (e dunque la previsione che la pena sia aumentata, con un massimo che può raggiungere i 20 anni) per i reati di resistenza e violenza a pubblico ufficiale (ma anche ad altri reati, come le minacce) nel caso in cui il fatto “è commesso al fine di impedire la realizzazione di un’opera pubblica o di un’infrastruttura strategica”. Qui è chiarissima la volontà di colpire più duramente i movimenti che si battono contro le grandi opere (come il movimento No Tav, il movimento No Tap, il movimento No Ponte, per citarne solo alcuni).
Ancora, un aggravio di pena viene introdotto per i danneggiamenti commessi in occasione di manifestazioni (ipotesi che era già stata introdotta nel 2019) se commessi con violenza o minaccia (anche qui evidente è che questa norma è finalizzata a reprimere il dissenso ed il conflitto, essendo sufficiente che il danneggiamento sia accompagnato da una semplice condotta minacciosa).
Così come una circostanza aggravante (con conseguente aggravio di pena) è previsto per il reato di imbrattamento se commesso su beni adibiti all’esercizio di funzioni pubbliche con la finalità di ledere l’onore, il prestigio o il decoro dell’istituzione (vengono alla mente alcune proteste simboliche, come il collocamento di mucchi di letame presso sedi istituzionali).
Le disposizioni del DDL 1660 attualmente in discussione, dunque, paiono voler disegnare un nuovo assetto nei rapporti tra il potere esecutivo (la cui espressione ultima sono proprio le forze di pubblica sicurezza) e la popolazione, e colpire ogni forma di dissenso, riducendo il cittadino (vogliamo utilizzare questo termine in senso tecnico, non come cittadino italiano ma come persona che è sottoposta a quel potere sovrano) ad un docile oggetto di controllo, in una società che si vorrebbe plebiscitaria. Chi si ribella (oggi in particolar modo nelle carceri o nei CPR, ma con un modello che potrà essere esteso a chiunque), chi anche solo protesta (magari rivendicando il diritto ad un ambiente salubre e in ultima analisi ad un futuro) è un soggetto estraneo al modello di società che deve essere punito.
E’ un modello di società estremamente pericoloso ed estraneo ai principi costituzionali; ecco perché la rete In Difesa Di, che dal 2016 raccoglie ed organizza enti ed associazioni impegnate in Italia e nel mondo per la difesa delle persone difensore dei diritti umani ed ambientali, ritiene che se il disegno di legge sarà definitivamente approvato, molte delle sue norme saranno poi, probabilmente, dichiarate incostituzionali; ma avranno nel frattempo fatto germogliare nella società le male piante politiche e culturali che le nutrono (oltre ad aver colpito le persone che ne saranno nel frattempo state vittime).
Comunicato congiunto della rete In Difesa Di
con Ultima Generazione, Extinction Rebellion, Legal
Team Italia, Osservatorio Repressione, Giuristi Democratici
Comunicato stampa
Cinema. Un Ponte Per ha liberato “Il Leone del Deserto”
Dopo oltre 40 anni dalla sua uscita, Un Ponte Per porta per la prima volta nelle sale cinematografiche italiane “IL LEONE DEL DESERTO” (1981, regia di Mustafa Akkad, con Anthony Quinn, Irene Papas e Oliver Reed, 173’, v.o. sub ita) per ricordare le responsabilità del colonialismo italiano in Libia.

Roma, 4 settembre 2024 – “Il Leone del Deserto”, film sulla resistenza contro l’occupazione italiana della Libia, potrà essere proiettato per la prima volta sugli schermi cinematografici italiani grazie all’iniziativa della Ong Un Ponte Per (UPP).
A 44 anni dalla sua uscita, Un Ponte Per ha ottenuto il nulla osta ministeriale per la proiezione pubblica di questo importante film storico, basato sulla vita del condottiero senussita Omar al-Mukhtar, alla guida della lotta contro l’occupazione coloniale italiana. La pellicola non è mai stata proiettata nelle sale cinematografiche italiane, perché ritenuta dal governo “lesiva dell’onore dell’esercito”, che all’epoca ne bloccò la distribuzione. L’allora Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, arrivò ad accusare il film di “vilipendio alle Forze Armate” e nel 1987 la Digos ne impedì la proiezione a Trento durante un meeting pacifista sequestrando la pellicola.
Nonostante l’evidente interesse per il pubblico italiano, “Il Leone del Deserto” non è mai stato distribuito nel nostro paese, né è mai stato trasmesso dal servizio pubblico. Si ricorda un’unica trasmissione televisiva su Sky nel 2009. Una censura, ha scritto il maggiore storico del colonialismo italiano, Angelo del Boca, che “si inserisce in una più vasta e subdola campagna di mistificazione e disinformazione, che tende a conservare della nostra recente storia coloniale una visione romantica, mitica, radiosa. Cioè falsa”.
Fino ad oggi, in mancanza di un distributore e del visto per la proiezione, nessun cinema o TV ne poteva programmare la visione, cosa che sarà da questo momento possibile grazie all’iniziativa di UPP che ha richiesto e ottenuto il visto.
Il “Leone del Deserto” del regista siro-statunitense Mustapha Akkad, morto nel 2005 in un attentato di al-Qaida ad Amman, è stato prodotto negli Stati Uniti con attori di primo piano come Anthony Quinn, Oliver Reed, Rod Steiger e Irene Papas, e ricostruisce la resistenza delle tribù libiche contro l’occupazione coloniale italiana, documentandone la repressione.
Il 16 settembre 2024, in occasione della Giornata libica in memoria delle vittime della colonizzazione, Un Ponte Per organizza la proiezione del film in 10 città: Roma, Torino, Napoli, Milano, Arezzo, Monza, Bologna, Modena, Firenze e Catania.
Con questa iniziativa UPP intende contribuire a sollevare il velo calato sulla storia coloniale italiana, e sostenere la proposta per l’istituzione di una Giornata nazionale della Memoria delle vittime del colonialismo.
Ogni proiezione sarà preceduta da una breve introduzione storica. L’intero programma di eventi è realizzato con l’adesione di Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – ANPI Nazionale, Rete Yekatit 12-19 febbraio e WILPF Italia.
Programma e dettagli degli eventi del 16/09 (salvo Napoli, previsto il 20/09) in ogni città:
Comunicato Stampa
Siria. Un Ponte Per fornisce assistenza alla popolazione grazie al supporto dell'Unione Europea
Grazie al supporto dell'Unione Europea, Un Ponte Per ha garantito assistenza sanitaria essenziale gratuita a più di 95.000 persone vulnerabili che vivono nei campi per sfollati
Siria, 16 luglio 2024 – Il progetto “Assistenza sanitaria salvavita per la popolazione colpita dalla guerra nel nord-est della Siria” implementato dall'ONG italiana Un Ponte Per (UPP) e dal suo partner locale, la Mezzaluna Rossa Curda (KRC), si è appena concluso. Il progetto ha fornito assistenza sanitaria di base e di emergenza alle popolazioni che hanno subìto gli effetti devastanti della guerra, come le persone sfollate e rifugiate che vivono nei maggiori campi del nord-est della Siria.
Il progetto, lanciato ad aprile 2023, è stato reso possibile grazie al supporto dell'Unione Europea che sostiene Un Ponte Per in Siria dal 2017, garantendo la continuità dei servizi sanitari essenziali e salvavita e l'assistenza specializzata per donne, neonati e bambini.
L'intervento ha raggiunto oltre 95.000 persone fornendo supporto completo ai Centri di salute primaria e alle ambulanze che coprono l'intero territorio del nord-est della Siria. Di questi, l’80% sono donne e bambini. Nel drammatico contesto siriano, dove il conflitto colpisce la popolazione da ormai 13 anni, il sistema sanitario è stato gravemente compromesso a causa della distruzione delle strutture sanitarie e della carenza di personale specializzato, dispositivi medici e medicinali. Tutto ciò è stato fortemente aggravato da una drammatica crisi economica che ha portato il 97% della popolazione siriana a vivere al di sotto della soglia di povertà.
Il progetto ha garantito supporto continuo a 5 Centri di salute primaria nei campi di Al Hol, Areesha, Abu Khashab, Serekanye e Mahmoudli; 11 ambulanze, e un Centro di Gestione e Coordinamento delle Emergenze per gestire i trasferimenti in ambulanza in caso di emergenze o epidemie (come il colera). Grazie al forte coordinamento con gli attori locali, durante il progetto UPP ha trasferito il Centro di Salute di Mahmoudli alla gestione delle autorità locali, che continueranno a mantenerlo funzionale.
Tutti i servizi sono gratuiti e universalmente accessibili, grazie al lavoro continuo del personale di UPP e dei partner per garantire un accesso equo e non discriminatorio all'assistenza sanitaria. In un anno, le strutture supportate da UPP e dal suo partner hanno fornito oltre 145.000 visite mediche, assistito alla nascita sicura di un totale di 639 bambini con il loro personale specializzato (in un contesto dove il parto in casa è ancora diffuso, contribuendo ad aumentare la mortalità materna/infantile), e fornito servizi di trasporto di emergenza in ambulanza per più di 8.000 pazienti in condizioni di pericolo di vita.
Inoltre, oltre 73.000 persone hanno ricevuto informazioni essenziali per migliorare il loro stato di salute e prevenire malattie trasmissibili altamente letali, soprattutto tra i bambini, nonché informazioni cruciali e percorsi di riferimento sui servizi di protezione disponibili per le persone più vulnerabili, grazie alla presenza costante di operatori sanitari comunitari e responsabili della prevenzione della protezione che operano all'interno delle strutture e delle comunità.
Comunicato stampa
CORTE PENALE INTERNAZIONALE – UN PONTE PER: “ESSERI UMANI TUTTI UGUALI, GIUSTI I MANDATI DI ARRESTO PER RESPONSABILI CRIMINI”
Roma, 21 maggio 2024 - “Gli esseri umani sono tutti uguali siano essi israeliani o palestinesi. Se su di loro prima, durante e dopo il 7 ottobre sono stati commessi orrendi crimini di guerra, la Corte Internazionale Penale ha l’obbligo d’intervenire e di chiedere il mandato di cattura dei responsabili senza guardare in faccia nessuno”. Lo affermano, in una dichiarazione, Angelica Romano e Alfio Nicotra, co-presidenti della Ong Un Ponte Per (UPP).
“L’unica equiparazione che va fatta è sulle vittime civili indipendentemente dal loro genere, nazionalità o fede religiosa - proseguono Nicotra e Romano - e troviamo strumentali le dichiarazioni di alcuni paesi, che tra l’altro non aderiscono alla CPI, che accostano Israele ad Hamas considerando la prima legittimata rispetto a l’altra a violare i diritti umani più elementari. Nessuno può essere sopra la legge e il diritto internazionale, tanto meno un paese che si autoproclama democratico”.
“Leggiamo cose indicibili sul piano storico - scrivono ancora Romano e Nicotra - come chi considera la proposta del Procuratore dell’Aia un tentativo di mettere sullo stesso piano Truman e Hitler. Fingono di non sapere che lo Statuto di Roma è nata per proteggere tutti i popoli, proprio perché gli orrori del secondo conflitto mondiale non possano più ripetersi nel nome della superiorità di un popolo su un altro”.
“Non avremmo mai permesso al governo di Londra di ridurre in cenere i quartieri cattolici di Belfast perché lì agivano i presunti ‘terroristi dell’Ira’ - precisano i co-presidenti di UPP -; così non possiamo permettere, con il pretesto della lotta al terrorismo, la distruzione di Gaza, l’assassinio di oltre 35 mila civili, l’uso della fame e della sete come strumento di guerra e vendetta collettiva”.
“E’ necessario che l’Europa rompa con l’ideologia colonialista e con ogni suprematismo bianco che porta a considerare le vittime palestinesi non come essere umani meritevoli di pari dignità, ma come vittime necessarie o collaterali. Difendiamo per questo - concludono Nicotra e Romano - l’operato del Procuratore Penale dell’Aja, e chiediamo che il governo italiano e quelli europei diano il pieno sostegno a tutela dell’indipendenza della CPI e si impegnino a rispettarne i pronunciamenti”.
Il progetto Darna Al Aman con l'Otto per mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai e l'ong Doz ha portato servizi e consapevolezza
ROMA – Non solo è stato raggiunto, ma anche superato il numero delle beneficiarie di Darna Al-Aman, “la nostra casa protetta”, progetto che Un Ponte Per ha appena concluso per donne e ragazze a rischio o sopravvissute alla violenza di genere a Raqqa. Questa città nel nord-est della Siria subisce le conseguenze della guerra che coinvolge il Paese dal 2011, tra cui essere stata capitale del gruppo Stato Islamico tra il 2014 e il 2017. Così, per offrire servizi di tutela e prevenzione, dal 2021 Un Ponte Per ha creato degli “spazi sicuri” per donne e ragazze, ma anche adolescenti, bambine e bambini, grazie ai fondi dell’Otto per mille dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, e in collaborazione con l’ong locale Doz. Se in un primo momento erano state individuate 1.035 beneficiarie, il progetto ha permesso di raggiungerne in totale 1.115, ossia il 108% del target, tra cui 989 donne e 149 ragazze dai 12 ai 17 anni.
Ambra Malandrin, referente del progetto di Un Ponte Per in Siria spiega: “Sappiamo che solo il 7% delle donne vittime di violenze riesce ad ottenere il supporto necessario. Gli Spazi sicuri sono stati ideati sia per rispondere a una mancanza di servizi vitali per le donne sopravvissute a violenze di genere o abusi, sia per creare consapevolezza sul fenomeno, in un contesto in cui la violenza è ancora presente e molto radicata, in casa e fuori”. Gli spazi sicuri hanno fornito servizi anche ai bambini e ai caregiver, compreso il sostegno specializzato per minori che subiscono violenze, negligenza, abusi e sfruttamento. Le strutture sono due: uno spazio per bambini di età inferiore ai 6 anni nel quartiere di Raqqa chiamato “Intifada”, e uno per i bambini e gli adolescenti nel Community Centre. Anche qui l’intervento ha coinvolto più beneficiari del previsto: dai 1.208 bambini, bambine e caregiver previsti, sono stati effettivamente raggiunti 1.749 individui (il 145% del target), di cui 877 bambini e adolescenti, 818 bambine e 54 caregiver, di cui 49 donne e 5 uomini. Quanto ai servizi specifici, 238 individui hanno beneficiato della gestione diretta dei casi di violenza o abuso, tra cui 117 donne, 65 bambine e 56 bambini.
Raqqa risulta in larga parte ancora una città ferita dai combattimenti, con palazzi sventrati e strade distrutte dai bombardamenti, e questo aggrava i pericoli per i residenti, favorendo aggressioni e episodi di criminalità. L’insicurezza acuisce l’isolamento, che è tra i primi fattori di rischio per donne e minorenni: se confinate in casa, restano più esposte a violenze da parte di familiari o vicini. Ecco perché Un Ponte Per ha disposto un servizio di trasporto per accedere agli spazi sicuri: complessivamente sono state 2.771 le corse fornite, di cui hanno usufruito 1.645 bambini e adolescenti, e 1.126 donne e bambine adolescenti.
Oltre a mettere a disposizione servizi specifici per il gruppo target, Un Ponte Per ha pensato di allargare la platea, per creare consapevolezza e prevenzione sul fenomeno della violenza di genere e domestica a partire da servizi informati, che hanno coinvolto a Raqqa ben 15.536 persone, (il 263% del target inizialmente individuato), di ogni genere, età e condizione sociale. Questo lavoro è stato realizzato in presenza, attraverso sessioni di sensibilizzazione e di gruppo animate dallo staff del progetto, ma soprattutto con campagne radiofoniche – il 94% del totale – dato l’ampio raggio di questa metodologia, che ha permesso alle persone sia di ascoltare il broadcast che recuperare informazioni e messaggi sulle piattaforme online della stazione radio. Infine, sono stati previsti corsi di formazione sulle tematiche specifiche del progetto per 35 membri dello staff locale di Doz. Il gruppo, composto da 21 donne e 14 uomini, ha usufruito della supervisione e della formazione da parte sia di Doz che di Un Ponte Per.
Alla luce di questi numeri a Raqqa il progetto Darna Al-Aman ha permesso di coinvolgere ben 18.673 persone, creando quei “nuovi legami sociali” che, come conclude Malandrin, “rappresentano l’arma migliore per spezzare l’isolamento e imprimere, nel tempo, un cambiamento nella società”. In un contesto come la Siria nordorientale, in cui i fondi per l’assistenza umanitaria sono sempre più a rischio, il sostegno dell’otto per mille dell’Istituto Buddista italiano Soka Gakkai è stato dunque cruciale per consentire a Un Ponte Per e DOZ di portare avanti il proprio lavoro di protezione.
Comunicato stampa
Ucraina. Al via un nuovo intervento di Un Ponte Per
Grazie al sostegno dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) la Ong italiana Un Ponte Per (UPP) avvia un nuovo intervento per rispondere alla crisi in Ucraina
Roma, 5 aprile 2024 - L’invasione russa dell’Ucraina avviata nel febbraio 2022 ha provocato una crisi umanitaria che rimane all’ordine del giorno. A febbraio 2024, i dati riportati da UNHCR stimano che quasi 6,5 milioni di persone abbiano lasciato il paese, e più di 3,5 milioni siano attualmente sfollati/e interni/e. Di queste, il 59% sono donne, e il 25% bambini.
Le gravi violazioni contro i civili, comprese quelle contro i minori, hanno sottoposto milioni di persone a una crescente esposizione a traumi e problematiche connesse alla salute mentale e hanno avuto un impatto negativo sul benessere psicofisico e sull'istruzione dei giovani. Proprio quei giovani che sono in prima linea nella risposta alla guerra e al suo impatto umanitario. Molti si sono uniti ad organizzazioni civili, centri di coordinamento umanitario, lavorando online per promuovere il sostegno alle persone nei territori temporaneamente occupati o per contrastare fake news e propaganda.
Con queste premesse l’Ong italiana Un Ponte Per ha avviato un nuovo intervento per rispondere alla crisi in Ucraina. Il progetto, intitolato “Iniziativa congiunta tra Ucraina e Romania per la ripresa sociale, l'inclusione e la coesione delle comunità ucraine”, è finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), ed è guidato dalla Bukovinian Agency for Initiative and Development (BAID). In loco sarà portato avanti da Un Ponte Per insieme a Institute for Peace and Common Ground (IPCG) e Peace Action, Training and Research Institute of Romania (PATRIR), in Romania.
Obiettivo dell’intervento è promuovere l'inclusione sociale e il rafforzamento della coesione tra le comunità ucraine in Ucraina, nonché l'inclusione dei rifugiati ucraini in Romania, contribuendo così alla stabilità e all'armonia nella regione.
Saranno creati spazi di dialogo e sostegno psicosociale per lo sviluppo di comunità sostenibili e più sicure, favorendo l'accesso all'istruzione, ai servizi di salute mentale e alle informazioni salvavita sui rischi connessi a ordigni esplosivi. Inoltre, saranno favoriti processi di recupero e rafforzamento delle relazioni sociali nelle comunità o società colpite dal conflitto e dalla crisi. Un totale di 13.846 persone beneficerà direttamente dell’intervento. Tra questi 4.478 minori e 5.522 donne.
Le aree di intervento comprendono diverse regioni dell’Ucraina, tra cui gli Oblast di Chernihiv, Mykolayiv, Kherson, Dnipro e Kharkiv, insieme a Cluj-Napoca e le aree rurali circostanti in Romania. I principali beneficiari di questo progetto sono i residenti ucraini, gli sfollati interni e i rifugiati ucraini in Romania.
Oltre ad affrontare i bisogni immediati, il progetto mira a promuovere la resilienza e l’integrazione a lungo termine, favorendo un senso di comunità e comprensione reciproca oltre i confini. Attraverso sforzi di collaborazione, questa iniziativa mira a creare impatti positivi duraturi sul tessuto sociale di entrambi i paesi.
Forte della sua trentennale esperienza nel peacebuilding in luoghi di crisi come l’Iraq e il Nord Est della Siria, Un Ponte Per ha iniziato a collaborare da febbraio 2022 con altre organizzazioni specializzate in questo genere di intervento per dare visibilità alle azioni di pace e coesione sociale, resistenza nonviolenta, obiezioni di coscienza al servizio militare e resilienza al trauma della società civile ucraina.
Una delegazione di Un Ponte Per si è recata a Leopoli ad aprile e giugno 2022 per portare aiuti umanitari unendosi al convoglio pacifista “Stop the war now” e per incontrare la società civile locale.
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Questo progetto è parte dell'Iniziativa di emergenza per la popolazione colpita dal conflitto in Ucraina e nei Paesi limitrofi (AID 012832) guidata dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Con un finanziamento di 46,5 milioni di euro, l’obiettivo è fornire assistenza salvavita multisettoriale nelle aree direttamente colpite dal conflitto e nelle zone circostanti ad alta concentrazione di sfollati. In collaborazione con 27 Organizzazioni della Società Civile, il programma AICS replica e amplia i successi ottenuti con l'Iniziativa di primissima emergenza del 2022-2023 (AID 012600), che ha fornito assistenza ad oltre 20.000 persone attraverso 14 progetti con un focus nei settori dell'emergenza, della salute, dell'educazione e della protezione.