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Hassan Herzallah è un traduttore, scrittore e storyteller di Gaza. Collabora con diverse testate internazionali. Per la campagna “Acqua per Gaza”, ha scelto di condividere con Un Ponte Per la sua testimonianza diretta documentando la sua vita sotto assedio e sfollamento. Frequenta il terzo anno di studi in traduzione inglese presso l’Università Islamica di Gaza e prosegue la sua formazione online dopo che l’ateneo è stato bombardato.
“Quindi sei un rifugiato, non sei di qui”.
All'inizio ho pensato che stesse scherzando, ma quella frase ha continuato a risuonarmi nella mente per tutto il tragitto verso la tenda.
Negli ultimi giorni del semestre ci era stato assegnato un compito universitario: tradurre un testo in inglese sulle persone rifugiate nel mondo. Sembrava un incarico di routine, uno dei tanti obblighi accademici tra una lezione online e l'altra, e all'inizio non gli ho dato molta importanza.
Ho aperto il file sul telefono e iniziato a leggere. Parlava di persone costrette a lasciare le proprie case, della perdita della stabilità e della ricerca di sicurezza in luoghi sconosciuti. Ho cominciato a cercare le parole arabe più adatte, espressioni che trasmettessero il significato nel modo più preciso possibile.
La mia concentrazione è stata interrotta: fuori, ho sentito il rumore delle autobotti dell’acqua che arrivavano. Sono uscito di corsa con le taniche vuote e mi sono diretto verso il camion. Da quando siamo stati sfollati, questa è diventata una scena quotidiana nel campo.
Prima della guerra, l'acqua significava semplicemente aprire un rubinetto. Ora significa aspettare un'autobotte che potrebbe arrivare oppure no.
Mi sono messo in fila con decine di altre persone che stringevano le stesse taniche. Bambini, donne e uomini. Dopo una lunga attesa e diversi tentativi per riempirle, sono tornato alla tenda con abbastanza acqua per un solo giorno.
Poi, sono tornato al testo. Ma non sono riuscito a rimanere concentrato a lungo.
Mia madre è entrata nella tenda, dicendomi che si stava parlando della possibile chiusura dei valichi a causa della nuova escalation tra Israele e Iran. Questo di solito significa aumento dei prezzi, carenza di beni essenziali e restrizioni ancora più severe agli spostamenti imposte dall'occupazione israeliana. Questi aggiornamenti sono ormai diventati parte della vita quotidiana, non semplici notizie di passaggio.

Ho messo nuovamente da parte il telefono, e sono uscito in cerca di cibo.
Il cibo non è più percepito come un pasto, ma come una condizione fondamentale per sopravvivere a Gaza. Nei periodi di carestia, un sacco di farina può rappresentare una vittoria e diventare il sottile confine tra una giornata che si riesce a sopportare e una che non si riesce ad affrontare. Il cibo non è più quello che era prima della guerra; è diventato una lotta continua per procurarsi il minimo indispensabile per andare avanti.
Ho preso il primo mezzo di trasporto disponibile: un carro trainato da un asino. Durante il tragitto, il conducente si è voltato verso di me e mi ha chiesto:
“Da dove vieni? Mi sembra di averti già visto”
“Da Rafah”, ho risposto.
E’ rimasto in silenzio per un momento.
“Quindi sei un rifugiato... non sei di qui”, ha detto.
All'inizio ho pensato che intendesse semplicemente sottolineare che provenivo da un'altra zona, ma stava usando la parola “rifugiato” invece di “sfollato” non a caso. Ho riflettuto sul modo in cui i termini vengono utilizzati nella lingua quotidiana nello stesso posto.
Non ho risposto subito. Quella frase, però, mi ha accompagnato per tutto il viaggio.
Qualche ora dopo sono tornato al mio testo. Questa volta mi sono soffermato su una sola parola: rifugiato. Mi sono subito ricordato ciò che il conducente del carretto mi aveva detto poco prima.
Ho letto quella parola ancora e ancora. Come traduttore e scrittore, l'avevo incontrata innumerevoli volte in testi accademici e articoli. Ma in quel momento ha smesso di essere un semplice termine da tradurre. E’ diventata una domanda.
Che cosa significa davvero essere una persona rifugiata? E’soltanto chi attraversa un confine e lascia il proprio paese? Oppure lo sfollamento può assumere un'altra forma, anche senza aver mai lasciato la propria casa? Ho messo da parte la domanda e sono andato avanti con la mia giornata.
Ho notato che la batteria del telefono stava per scaricarsi, così sono andato a un punto di ricarica. Senza elettricità, i cellulari ormai sono diventati molto più che semplici mezzi di comunicazione. Io lo uso per studiare, seguire le notizie, rimanere in contatto con il mondo esterno. Perfino ricaricarlo richiede attese lunghissime.

Quando finalmente ci sono riuscito, sono tornato al mio testo. Ho cercato di concentrarmi risuonavano i rumori della vita nel campo: il continuo via vai delle persone, le conversazioni e le voci dei bambini, separati da noi soltanto da un telo di stoffa.
E’ stato in quel momento che ho iniziato a collegare il testo alla mia stessa giornata: l'acqua, la ricerca del cibo, l'attesa per ricaricare il telefono, il continuo spostarsi tra luoghi temporanei. Non stavo più traducendo un testo sui rifugiati; stavo vivendo la realtà che descriveva.
Prima della guerra mi svegliavo per andare alle lezioni universitarie. Oggi mi sveglio pensando all'acqua.
Prima della guerra portavo con me il computer portatile e il materiale di studio. Oggi il mio computer è stato distrutto e porto taniche d'acqua.
Prima della guerra pianificavo esami, progetti e il futuro. Oggi pianifico come procurarmi ciò che serve per superare una singola giornata.
Ho capito che lo sfollamento non riguarda soltanto la perdita di una casa. Riguarda anche la perdita delle persone, delle abitudini, dei punti di riferimento e dei volti familiari che un tempo davano significato a un luogo.
Nel campo, pochi volti mi sono familiari. Le persone arrivano da diverse parti di Gaza, ciascuna portando con sé i ricordi dei luoghi da cui proviene; eppure nessuno di noi appartiene davvero al luogo in cui vive adesso.
Non esiste più una vecchia strada in cui tornare o un quartiere i cui punti di riferimento io conosca istintivamente. I luoghi adesso vengono identificati da riferimenti temporanei: il nome di un campo, il numero di una tenda o persino il colore del telo che la ricopre.
Non mi definisco più soltanto attraverso la città da cui provengo, ma anche attraverso il campo in cui vivo e la tenda, che è diventata il mio indirizzo attuale.
Con il tempo ho capito che il senso di sfollamento va molto oltre la perdita di un luogo fisico. Riguarda la perdita della capacità di riconoscere il mondo che mi circonda. Il compito di traduzione, insieme alle realtà di quella giornata, mi è sembrato un viaggio attraverso i ricordi degli anni di genocidio e sfollamento continui. Mi ha costretto a ripensare al significato dell'essere rifugiato.
Mi sono trovato a vivere in un luogo che mi appare estraneo, pur non avendo mai lasciato la mia città. Qui lo sfollamento non riguarda soltanto la perdita di una casa; riguarda anche la perdita di quel senso di appartenenza che un tempo rendeva il mondo riconoscibile.
Quel giorno ho capito che essere un rifugiato non richiede necessariamente l'attraversamento di una frontiera. A volte inizia quando scompaiono i volti che davano significato a un luogo.
La mia casa si trova ancora a pochi chilometri di distanza. Conosco a memoria la strada che porta fin lì. Eppure, a causa delle continue restrizioni militari israeliane e degli ordini di sfollamento, resta irraggiungibile.
Oggi, oltre 117,8 milioni di persone nel mondo sono rifugiate o forzatamente sfollate, il numero più alto mai registrato. Ma lo sfollamento è più di una statistica. È l'esperienza di perdere una casa, ricostruire la propria vita nell'incertezza e imparare a orientarsi in un mondo che non appare più familiare.
A Gaza, almeno 1,9 milioni di persone, circa il 90% della popolazione, sono state sfollate con la forza, molte di loro più volte. Le famiglie sono fuggite dai bombardamenti e dagli ordini di evacuazione, ritrovandosi in tende, edifici danneggiati e rifugi improvvisati che assomigliano ben poco alle vite che conducevano un tempo.
Forse, alla fine, ciò che qui chiamiamo sogni sono spesso semplicemente diritti che altrove le persone danno per scontati.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza
Una relazione di amicizia, solidarietà e femminismo: è quella che lega le fumettiste Pat Carra e Safaa Odah, tra l’Italia e Gaza. Dal loro incontro, nato nel 2024 mentre Safaa continuava a disegnare e testimoniare dalla tenda in cui vive da sfollata nella Striscia, è nato un percorso artistico e umano condiviso che oggi prende forma nel libro Safaa e la tenda. Diario di una fumettista da Gaza (Fandango, 2026) e nella mostra itinerante Al di là del mare. Palestina Italia.
La mostra, che debutta a Lecce l'11 giugno per poi approdare a Roma e Modena, raccoglie tavole, fumetti e opere realizzate dalle due autrici, comprese alcune creazioni a quattro mani che sfidano la distanza imposta da confini, assedi e guerre. Un progetto che racconta il presente della Palestina attraverso l'arte, l'umorismo come forma di resistenza e uno sguardo profondamente femminista. Sostenuta anche da Un Ponte Per, in collaborazione con Chanda Candiani, Fandango e Erbacce, Al di là del mare nasce dall'esperienza editoriale del libro e dalla volontà di trasformare una relazione costruita tra Milano e Gaza in uno spazio condiviso di incontro, memoria e immaginazione.
Abbiamo intervistato insieme Pat Carra e Safaa Odah per parlare di fumetto, amicizia, resistenza e del potere delle immagini di attraversare il mare anche nei tempi più difficili.
Come vi siete conosciute, e come è nata la vostra relazione?
Pat Carra - Ho incontrato Safaa nel 2024 sui social. Mi sono innamorata dei suoi fumetti, questa è l’origine di tutto. Le ho chiesto di collaborare a Erbacce, la rivista umoristica e femminista di cui faccio parte, e le abbiamo dedicato la rubrica Una tenda in Palestina. Tra noi si è sviluppata una corrispondenza sempre più coinvolgente. A me la sorte ha assegnato la sfida di creare le condizioni concrete di un progetto comune, prima il suo libro e in seguito la nostra mostra. Anche in “Safaa e la tenda. Diario di una fumettista da Gaza” è presente una seconda protagonista: la nostra relazione. Siamo due fumettiste e condividiamo uno sguardo femminista, Safaa ha 30 anni meno di me, è energica e coraggiosa, ha una fede che la rende forte. In un momento per me doloroso, mi è stata molto vicina. Era un paradosso ricevere sostegno da Gaza, dove è in corso un genocidio e manca tutto. Ci è venuto da ridere.
Safaa Odah - Ci siamo conosciute in tempi non ordinari. Erano momenti estremamente difficili e vivevo in condizioni psicologiche molto fragili. Come sapete, stavamo attraversando un genocidio. In quel periodo, per me il disegno era un mezzo per resistere e restare salda. Ci siamo conosciute sui social e ho capito subito che Pat non è solo un’artista, ma una persona. Ho conosciuto molti colleghi e artisti, ma lei è stata l’unica a restare, e aveva qualcosa di diverso. Con il tempo, la nostra relazione ha superato i confini della collaborazione. Ho trovato in questo incontro uno spazio in cui potevo essere sincera. Attraverso di lei ho conosciuto un mondo di amicizie meravigliose, tra cui la poeta Chandra Livia Candiani. Pat ha avuto un ruolo molto importante nel far pubblicare i miei disegni sulla rivista Erbacce e attraverso di lei è nato anche il libro con Fandango. Ci siamo incontrate nel pensiero prima ancora che nel disegno, e nel sentimento prima ancora che nelle parole.

Che ruolo ha il disegno nel rappresentare il mondo che vi circonda?
PC - Da sempre il fumetto e l’umorismo sono stati per me una forma di resistenza. Quando disegno vignette sulla violenza maschile o sulla guerra, seguo una linea che ha origini nella mia infanzia. Come Safaa sono un’autodidatta del disegno, lei ha studiato psicologia, io filosofia, eppure siamo arrivate a scegliere questo linguaggio, che è semplice ma non semplicistico. È un’arte che riconduce le cose a una misura umana, svelando la verità al di là delle finzioni come il bambino che dice “il re è nudo”. Trasformare la rabbia, l’odio, l’angoscia in un momento liberatorio è l’essenza del mestiere. Nel 2004 ho creato “Cassandra che ride”, una personaggia che racconta le guerre occidentali post 11 settembre. Safaa testimonia il genocidio post 7 ottobre spogliando l'oppressore della sua presunta onnipotenza: i soldati israeliani sono insopportabili, nelle sue vignette, come lo sono i topi che ritrae davanti ai sacchi di farina.
SO - Per me il disegno non è solo un mezzo di espressione, ma un modo per comprendere ciò che accade intorno a me. Molto spesso le parole non sono sufficienti. Disegno per documentare ciò che vivo e ciò che vedo, non solo eventi, ma anche emozioni e dettagli quotidiani che altri potrebbero non notare. A volte sento di essere una testimone e che è mio dovere trasmettere questa realtà così com’è, con sincerità, anche se è molto doloroso. Inoltre, il disegno è uno spazio attraverso cui posso affrontare questa realtà, non fuggirne. È il mio mezzo per restare salda e per trasformare questo dolore. Non è solo arte: è una responsabilità. Raccontare ciò che accade dal mio punto di vista e lasciare un impatto reale su chi guarda.
Cosa sono stati questi anni di genocidio, visti da Gaza e dall’Italia?
PC - Sfilo nelle piazze, partecipo a incontri, seguo le notizie ma la mia vera guida sulla Palestina è Safaa. Abbiamo una lingua madre in comune, quel tipo di fumetto: socio-politico, femminista, che nel tratto è umoristico anche quando è tragico. L’Italia è un paese venduto agli Stati Uniti e Israele, Milano è una città gemellata a Tel Aviv. Safaa è l’unica fumettista che continua a disegnare da Gaza. Il mio impegno dall’Italia è stato coltivare la nostra amicizia, riconoscere il suo protagonismo, rilanciare la sua voce e fare coro con lei. Safaa è una grande fumettista, il suo lavoro è destinato a diventare un classico, e sentire la sua fiducia è un onore La sua lotta è la mia: sopravviviamo in un capitalismo che non si può definire con parole umane.
SO – Sono stati due anni difficili, e non sono finiti. La guerra non si è mai fermata, viviamo nella paura costantedella perdita. Questo comporta un logorio emotivo molto intenso. A Gaza non esiste più separazione tra vita e morte: sono intrecciate. Ormai per noi vivere è semplicemente cercare di sopravvivere. In questi anni Pat mi ha sempre mandato foto e immagini di manifestazioni di solidarietà che arrivavano dall’Italia, con una partecipazione davvero straordinaria. Questo per me è stato molto importante: mi ha fatto sentire che il nostro popolo non è solo, che ci sono tante persone a sostenerci. Ho sempre saputo che l’Italia è solidale alla Palestina, ma durante la guerra questo è stato ancora più evidente. Attraverso i social ho potuto vedere quanta solidarietà c’era, e il sostegno è stato davvero eccezionale.
Cosa significa per voi vedere oggi un libro e una mostra nati dalla vostra relazione? Come è nata questa idea?
PC - Dal desiderio di mettere al centro la nostra relazione, due donne fumettiste da due paesi diversi. Mentre curavo il libro di Safaa, non c'erano le condizioni materiali per lavorare insieme. Era necessario creare un filo narrativo, fare scelte e rischiare. Lei mi scriveva “vai avanti”. Volevo avvicinarmi il più possibile, per farcela ad andare avanti. Un giorno del 2025 non avevo più parole per fare coraggio a Safaa. Ho scelto un suo fumetto e mi sono disegnata accanto lei: questo disegno a quattro mani è diventato l’immagine guida della mostra. Ne sono seguiti altri che sono il cuore di “Al di là del mare”: ci incontriamo nel fumetto, letteralmente. La poeta Chandra Candiani, che è presente insieme a noi con il testo “Indomabile fiducia”, lo racconta in questo passaggio:
“E c’è l’amorevole ponte tra Safaa e Pat, il loro incontro da una sponda all’altra del mare risuonando. Sono nati alcuni fumetti a quattro mani, come sonate notturne e dialoghi al buio tra bambine spaventate che si rassicurano così dentro il male del mondo, senza uscirne, con i loro strumenti di salvezza fragilissimi e incorruttibili. Con il loro testimoniare. Con il loro fare insieme”.
SO - Vedere il mio libro e la mia mostra nascere da questa relazione mi provoca sensazioni contrastanti. Da una parte la gioia immensa, non mi sarei mai aspettata di raggiungere questo risultato. Sono grata e felice per tutto questo. Ma avrei tanto desiderato essere lì con voi. Ogni disegno per noi ha una storia, ogni dettaglio è legato a un momento, e sembra la dimostrazione che qualcosa può continuare a esistere e crescere nonostante tutto.
Tappe della mostra "Al di là del mare" (in aggiornamento)

Dal 12 al 17 maggio 2026 si è svolto il primo viaggio di istruzione a Ustica, sulle tracce del colonialismo italiano.
Abbiamo accompagnato sull'isola trentacinque studenti e studentesse dell'Istituto Archimede di Napoli, proponendo un percorso di studio e conoscenza volto a ripercorrere eventi del nostro passato che, per troppo tempo, sono rimasti celati.
Per riportare alla luce verità scomode che, per generazioni, sono state negate o escluse dai programmi scolastici.
Ed è proprio da qui, da questa assenza da colmare, che è iniziato il percorso dei ragazzi e delle ragazze insieme a Vito Ailara, presidente del Centro Studi e Documentazione Isola di Ustica.

Don Vito ha subito spiegato quanto sia difficile e doloroso, ma indispensabile, fare i conti con il nostro passato, invitando i giovani a interrogarsi su una storia collettiva ingombrante.
Così, gli studenti e le studentesse hanno iniziato a scoprire che a Ustica, tra le sue rocce scure e le acque cristalline, si conservano le tracce di un capitolo poco conosciuto della nostra storia, quando l'isola divenne luogo di confino.
Prima per libici, eritrei e altre persone provenienti dalle colonie o dalle aree d'influenza italiana; successivamente per gli oppositori politici del regime fascista.
Particolarmente toccante il racconto di Don Vito sull'arrivo, nel 1911, delle prime persone libiche deportate. Uomini, donne e bambinə vennero rastrellatə per strada e nelle case; interi villaggi furono svuotati e le loro popolazioni trasferite con la forza nei campi di internamento.
Alcunə morirono durante il viaggio e vennero trattatə come merci: una volta sbarcati le persone sopravvissute, i corpi furono gettati in mare dietro la punta del molo dell'isola.
Vite spezzate e rese anonime.

Tra novembre 1911 e maggio 1912 furono 127 le vittime dell'epidemia di colera scoppiata a bordo della nave che trasportò i deportati dalla Libia a Ustica.
Dietro il cimitero di Ustica si trova un altro cimitero, creato allora per dare una degna sepoltura a queste vittime, spesso senza nome.
È il "cimitero degli arabi".
Le sepolture furono rese difficili dalla presenza della roccia e, come ha raccontato Don Vito, quel luogo finì per diventare una grande fossa comune.
Quando gli studenti e le studentesse hanno visitato il cimitero, è stato toccante ascoltare le loro parole.
Libertà, giustizia, sacrificio, memoria.
Uno studente ci ha scritto:
«... è difficile pensare che Ustica non sia stata sempre questa: bella, solare, intensa. Un tempo fu luogo di torture, prigionia e morte. Io sono qui per dare una nuova memoria alla sua storia, per tramandare ciò che è stato e che mai dovrà ripetersi».
Un altro studente ha invece colto l'essenza della parola libertà:
«... la libertà di cui godiamo oggi non è scontata. Se possiamo beneficiarne è perché in passato c'è stato chi ha lottato e resistito per ottenerla e consegnarcela. Adesso sta a noi difenderla...».
Alla fine, la forza di questa prima esperienza sta tutta nelle semplici ma granitiche parole di questi due studenti, alle quali si aggiungono le tante riflessioni condivise dalle loro compagne e dai loro compagni.



È stato l'inizio di un percorso che ci auguriamo possa coinvolgere sempre più istituti scolastici italiani, con l'obiettivo di far riemergere ciò che troppo a lungo è stato nascosto.
Per restituire voce e dignità alle vittime del colonialismo italiano. Non solo come esercizio di riconoscimento del nostro passato coloniale, ma soprattutto come indispensabile strumento di conoscenza per comprendere meglio il presente e attraversare il futuro con generazioni più consapevoli, capaci di costruire relazioni autentiche e sostenibili con i Paesi del Sud globale, fondate sul rispetto, sulla giustizia e sulla comprensione reciproca

Luca Gabrielli - Membro del Comitato Nazionale di Un Ponte Per
Quando ero più giovane, pensavo che la Nakba appartenesse alle generazioni più anziane. Mi sembrava qualcosa di lontano, legato a fotografie in bianco e nero o ai nomi dei villaggi che la gente ripeteva ogni volta che arrivava maggio.
Ne sentivo parlare nelle conversazioni familiari, nelle storie che iniziavano sempre con una vecchia casa o con una strada che non esisteva più. Come molte persone della mia generazione, pensavo che la Nakba fosse un evento accaduto 78 anni fa e terminato lì, anche se i suoi effetti erano rimasti.
Ma in una notte di maggio del 2026, dopo aver compiuto 22 anni e dopo che il mio stesso tetto era diventato di stoffa, ho iniziato a riflettere di nuovo sul significato di quella parola.
Che cosa significa davvero la Nakba per le persone palestinesi di oggi? È ancora soltanto una memoria storica, oppure è qualcosa che continuiamo a vivere in forme diverse senza nemmeno chiamarla con il suo nome?
Per questo ho deciso di parlare con diverse persone, ognuna con un rapporto diverso con il significato della Nakba. Volevo capire come una sola parola potesse racchiudere tutti questi significati e come i palestinesi, ovunque si trovino, possano ancora riconoscersi in essa, in un modo o nell’altro.
Ho iniziato da mia nonna.

Mia nonna non ha vissuto direttamente la prima Nakba. È nata alcuni anni dopo il 1948, ma è cresciuta circondata dai suoi racconti. Mi parlava spesso delle vecchie case e delle grandi chiavi che alcune famiglie conservavano per anni, come se il ritorno fosse ancora possibile da un momento all’altro. Raccontava anche di come sua madre avesse nascosto oro, vestiti e altri beni sottoterra prima di fuggire, convinta che la famiglia sarebbe tornata dopo pochi giorni.
Quando ho chiesto a mia nonna se considerasse la Nakba qualcosa di risalente al passato o ancora presente, non ha esitato a lungo.
Era seduta nella sua tenda ad al-Mawasi, a Khan Younis, quasi due anni dopo essere stata sfollata dalla sua casa a Rafah, circondata da campi profughi che descrivono più una lotta per la sopravvivenza che una vera vita, con infrastrutture quasi inesistenti e con i bombardamenti che continuavano nonostante quello che viene definito un cessate il fuoco.
Ha parlato solo per pochi secondi, ma in un modo che sembrava contenere non solo la sua sofferenza, ma quella di un’intera generazione di palestinesi.
“La Nakba continua ancora,” mi ha detto. “Quello che ci è successo nel 2023 è stato peggiore della Nakba del 1948.”
Poi ha aggiunto: “Abbiamo sempre sentito rraccontare dello sfollamento dai nostri genitori. Ora lo stiamo vedendo con i nostri stessi occhi”.
E questa esperienza è tutt’altro che isolata. Secondo le Nazioni Unite, circa il 90% della popolazione di Gaza è stata sfollata dall’inizio del genocidio, e molte persone lo sono state più volte.
In quel momento ho capito che, per mia nonna, la Nakba non era semplicemente una vecchia storia. Era un dolore trasmesso da una generazione all’altra fino ad arrivare a noi, in una forma ancora più dura.
Ma la Nakba non è vissuta allo stesso modo da ogni palestinese.
Ho poi parlato con un mio parente che vive nella Cisgiordania occupata, chiedendogli cosa significhi oggi per lui la Nakba. Mi ha detto che lì non si manifesta attraverso tende o sfollamenti come a Gaza, ma come una vita in cui tutto può cambiare o crollare in qualsiasi momento.
Ha detto che i checkpoint, le incursioni militari e la paura quotidiana creano una sensazione permanente di instabilità, come se la vita stessa fosse diventata temporanea.
“A volte senti di vivere nella tua stessa patria senza sentirti davvero libero o al sicuro,” mi ha detto.
Per lui, la Nakba non riguarda soltanto la perdita della casa. Riguarda anche il vivere senza la possibilità di sentirsi normali, stabili o certi del futuro. E parlando di Gaza, ha detto che i palestinesi stanno vivendo la stessa Nakba in forme diverse. Alcuni la vivono attraverso i bombardamenti e lo sfollamento, altri attraverso una paura costante e vite sospese.
In tutta la Cisgiordania occupata, le incursioni dell’occupazione israeliana, le restrizioni alla libertà di movimento, gli arresti e gli sfollamenti forzati continuano in forme che tante persone considerano un’estensione continua della Nakba.
Abu Hashem, uno dei miei più cari amici fin dall’infanzia, gli attribuisce ancora un altro significato.
Quando ha lasciato Gaza per proseguire gli studi all’estero, pensava che sarebbe rimasto fuori soltanto per qualche mese prima di tornare dalla sua famiglia e alla sua vita normale. Ma oggi osserva il genocidio da lontano, seguendo le notizie degli sfollamenti e dei bombardamenti attraverso il telefono, vivendo costantemente l’impotenza di non poter raggiungere la sua famiglia né di avere notizie adeguate.
“Per me, la Nakba significa essere uno studente che vive lontano da casa, dalla propria famiglia, dalle persone che ama e da una vita che pensavo un giorno di poter ritrovare”, mi ha detto.
"Pensavo che la Nakba significasse essere costretti a lasciare la propria casa. Poi ho capito che può significare anche non poterci tornare quando la tua famiglia ha più bisogno di te”.
Per lui, la Nakba è diventata un lungo esilio, una sensazione costante di essere lontano dal luogo in cui dovresti stare, mentre tutto lì prosegue senza che tu possa fare nulla.
Poi ho pensato a me stesso.
Il giorno in cui sono stato costretto a lasciare casa mia, credevo che sarebbe stato soltanto per poco. Come molte altre persone, me ne sono andato pensando che sarei tornato a breve. Abbiamo lasciato indietro molte cose perché non immaginavamo che l’assenza sarebbe durata così a lungo. Ma col tempo ho iniziato a capire qualcosa che non avevo mai compreso prima.
Ho capito che le persone palestinesi non hanno bisogno di leggere libri di Storia per sapere cosa significhi la Nakba.
A volte basta perdere la propria casa una sola volta.
Oppure aspettare per ore a un checkpoint.
Oppure guardare la propria famiglia essere sfollata attraverso lo schermo di un telefono mentre ci si trova lontano.
Questo basta per capire che la Nakba non è mai stata soltanto un ricordo.
Dopo 78 anni, la Nakba non ha più un unico significato per i palestinesi. A Gaza può significare tende, sfollamento e perdita della casa. In Cisgiordania può significare una vita sospesa, scandita dalla paura e dai checkpoint. Fuori dalla Palestina può significare un lungo esilio e il dolore di non poter raggiungere la propria famiglia quando ha più bisogno di te.
Ma nonostante queste differenze, una cosa resta condivisa in tutte queste storie: la sensazione costante che la vita palestinese possa essere sradicata o trasformata in qualsiasi momento.
Per questo oggi la Nakba sembra meno legata al passato e più al presente che continuiamo a vivere. Non è soltanto un evento accaduto nel 1948, ma una realtà continua che cambia da una persona all’altra e da una città all’altra, pur restando legata alla stessa radice: l’occupazione israeliana in corso e la perdita permanente di sicurezza, stabilità e normalità che comporta.
E forse è proprio per questo che i palestinesi non hanno un’unica definizione della Nakba. Perché ogni palestinese, ovunque si trovi, porta con sé la propria versione.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza
La guerra in questa regione non è più una notizia dell’ultima ora trasmessa sugli schermi: è diventata un ritmo quotidiano sottile che abita nei nostri dettagli, rimodella la nostra coscienza e distorce la nostra memoria collettiva.
Come iracheno, non vedo la guerra soltanto come un evento politico o militare, ma come una presenza pesante che da decenni ci pesa sul petto, lasciando la sua impronta nel linguaggio, nei volti dei/lle bambini/e, nel tono della voce delle madri, nel tremore delle porte quando la paura le chiude.
Oggi, mentre osservavo una scena di panico durante i bombardamenti sulle scuole a Mosul, non stavo semplicemente vedendo dei/lle bambini/e correre presi/e dal panico: stavo assistendo alla storia che si ripeteva con una sconcertante audacia. Le loro grida non erano nuove: le abbiamo già sentite nelle nostre scuole, nei nostri vicoli, nei nostri rifugi.
C’era qualcosa di dolorosamente familiare in quel caos, in quel rumore che somigliava al suono dell’anima quando viene colta di sorpresa dal pericolo. Ho visto persone fuggire dai loro luoghi non perché siano codarde, ma perché sono esauste di essere messe alla prova nel coraggio ogni singolo giorno.
Per noi, la guerra non è solo distruzione materiale: è un lento smantellamento del senso di sicurezza. Vivere senza fidarsi della calma, essere più turbati dal silenzio che dal rumore, interpretare ogni suono improvviso come l’inizio di un disastro: questo è il volto nascosto della guerra. Paura persistente, ansia e tensione non arrivano come ospiti di passaggio, si stabiliscono dentro di noi come parte della nostra struttura psicologica.
Ancora più pericoloso è il modo in cui le emozioni delle persone vengono rimodellate, manipolate e spinte verso il settarismo e l’odio. La guerra non annienta solo corpi, ma pianta semi di divisione nelle menti e addestra i cuori al sospetto. All’improvviso, l’altro diventa una minaccia, l’appartenenza diventa un’arma, l’identità si trasforma in una trincea.
Ciò che fa più male - forse ciò che spaventa di più – è ascoltare i/le bambini/e. Le loro conversazioni non riguardano più il gioco, i sogni o il futuro, ma gli aerei, i bombardamenti e la morte. Comprano armi di plastica, imitano scene di guerra e ricreano ciò che vedono con i loro piccoli occhi.
Quanto siamo caduti/e in basso? Come siamo arrivati/e a insegnare ai nostri figli gli strumenti della guerra invece del linguaggio della pace?
Non si tratta purtroppo di un fenomeno passeggero, ma di un profondo cambiamento delle coscienze. Quando un/a bambino/a cresce credendo che la guerra sia normale, non perdiamo soltanto la sua infanzia: perdiamo la possibilità di costruire futuro. Un/a bambino/a che impara la guerra crescerà portandola dentro di sé, anche se fuori dovesse finire.
Per quanto mi riguarda, la guerra non è un’idea: è una storia personale. Ho perso uno zio in guerra; un altro zio è stato prigioniero, e mio padre porta sul corpo cicatrici indelebili. Sono nato durante la guerra del 1990, come se fossi entrato in questo mondo attraverso una porta di fumo. Sono cresciuto un po’ solo per ritrovarmi nella guerra del 2003. Allora ero uno studente, ed è lì che ho iniziato a scrivere. Forse come mezzo di sopravvivenza, forse come tentativo di comprendere ciò che non può essere compreso.
Poi è arrivata la guerra civile a Mosul, e io sono stato tra coloro che hanno assaggiato l’amarezza della violenza e del terrorismo. Per me non erano notizie che scorrevano in tv, ma giorni vissuti tra paura e attesa. In seguito siamo entrati in un’altra guerra contro lo Stato Islamico, e la morte è diventata una possibilità quotidiana, la vita un progetto rimandato. Oggi viviamo un nuovo conflitto, come se questa terra fosse destinata a non riposare mai.
Nessuna di queste guerre è passata senza lasciare un segno. Quando finiscono non ci limitiamo a ricordarle: le viviamo anche nelle loro assenze.
Qui emerge la domanda che mi tormenta: quando vivremo anni consecutivi di pace? La pace è diventata un lusso? Come può una parola così bella essere così impotente di fronte alla macchina della guerra? Forse perché è più facile che costruire, pensare, sognare. Eppure, ci costa tutto.
Come iracheno, non cerco grandi risposte o slogan. Desidero solo un momento di calma che non venga interpretato come una pausa tra due guerre. Sogno un’infanzia che non sia misurata dal numero di esplosioni a cui si è sopravvissuti/e. Immagino un paese che scriva la sua storia non con il sangue, ma con le parole.
Le grandi potenze che si spartiscono sfere di influenza non vedono in noi altro che mappe e interessi, conducendo le loro guerre fredde sui nostri corpi in fiamme. Quanto alle Nazioni Unite, fin dalla loro fondazione sono apparse impotenti o complici, limitandosi a contare i morti invece di proteggerli. Questo silenzio internazionale non è neutralità: è un’altra forma di violenza.
Tra calcoli politici e interessi di potere, è l’essere umano a pagare il prezzo da solo, come se la sua vita valesse meno di un accordo.

Jameel Al-Jameel - Communication Coordinator di Un Ponte Per in Iraq
Prima che le persone si sveglino in altre parti del mondo, a Gaza è già iniziata la ricerca dell’acqua.
Taniche di plastica vuote si allineano in file irregolari, alcune crepate, altre appena in grado di reggere, mentre le voci si alzano con l’arrivo di un camion cisterna. Urla, richiami, passi frettolosi su un terreno accidentato, piedi nudi che cercano di battere il tempo.
Poi, il suono di un clacson.
Mio fratello Mohammed eD io corriamo fuori, a malapena dopo esserci lavati il viso. Non c’è tempo per pensare, solo per arrivare alla fila. Tutto ciò che vogliamo è riempire qualche tanica. A volte non c’è nemmeno il tempo di indossare le scarpe. Arrivare con pochi minuti di ritardo può significare passare un’intera giornata senza acqua.
Oggi, a Gaza, le persone non stanno semplicemente cercando l'acqua. Le stanno correndo dietro.
Prima del genocidio non pensavamo. Con l’elettricità, bastava un semplice interruttore per attivare le pompe, e l’acqua saliva fino ai serbatoi sui tetti senza alcuno sforzo. Bastava aprire un rubinetto.
Ma con l’inizio della guerra, tutto è cambiato. Ricordo i primi giorni dopo il taglio completo dell’elettricità. Mio padre, mio fratello ed io trasportavamo taniche dal piano inferiore fino al tetto di casa, cercando di riempire i serbatoi a mano, mentre il ronzio costante dei droni riempiva il cielo sopra di noi e le esplosioni riecheggiavano nelle vicinanze.

In quei momenti, anche procurarsi da bere non era più un gesto di routine. Era diventata una corsa contro il tempo e la paura.
Il tempo è passato, ma la crisi idrica a Gaza non si è attenuata, nemmeno dopo quello che viene definito “cessate il fuoco”. Il problema non è solo la scarsità, ma anche la qualità dell’acqua, che spesso non è sicura.
Molte persone faticano ad accedervi regolarmente, e anche quando ci riescono, le quantità sono ben al di sotto del fabbisogno giornaliero di base. Questo è dovuto in gran parte alla distruzione delle infrastrutture idriche da parte dell’occupazione israeliana, che ha trasformato l’accesso all’acqua in una sfida quotidiana.
Questa crisi non è iniziata oggi. Da anni, oltre il 90% dell’acqua di Gaza è imbevibile. Ma il genocidio e la distruzione delle infrastrutture da parte di Israele hanno spinto il sistema sull’orlo del collasso.
Da quando l’acqua municipale ha smesso di arrivare, tutto è cambiato. Ciò che prima scorreva nei tubi è scomparso, e siamo diventati completamente dipendenti dai camion cisterne. Abbiamo iniziato a riempire taniche gialle, una dopo l’altra, aspettando consegne che potevano arrivare oppure no.
L’acqua non ci arrivava più: dovevamo inseguirla.
Hamoda ha 21 anni, vive ad al-Mawasi, a Khan Younis, e sperimenta questa realtà ogni giorno. Prima della guerra, procurarsi l’acqua era semplice. “Avevamo l’elettricità, avevamo la fornitura municipale. Facevamo funzionare il generatore e pompavamo acqua facilmente”, racconta.
Anche quando eravamo ancora nelle nostre case, durante la guerra, riuscivamo a comprarla. Poi è arrivato lo sfollamento, e con esso una nuova realtà.
I camion dell’acqua, ammesso che arrivino, lo fanno ogni tre giorni. E sulla qualità di ciò che trasportano non c’è alcuna garanzia.
“A volte è potabile, a volte no, ma non abbiamo scelta”, mi racconta Hamoda.
Il problema va oltre il sapore o la salinità. Riguarda la salute. Mi racconta che sua madre, incinta, si è ammalata dopo aver bevuto ed è dovuta andare in ospedale. “I medici le hanno detto di non berla”, racconta. “Ma qual è l’alternativa?”
L’alternativa è comprarla, se puoi permettertelo.
Ma in un’economia al collasso, questo non è possibile per la maggior parte delle famiglie. I prezzi sono aumentati vertiginosamente. Ciò che prima costava pochi spiccioli ora è triplicato. Con poco denaro in circolazione, anche comprare acqua diventa complicato.
“La maggior parte dei nostri parenti non può permettersela”, mi dice.
Quindi, la domanda non è più se l’acqua sia disponibile, ma chi possa permettersela. Procurarsela è diventato un fardello, che spesso ricade su chi è meno in grado di sostenerlo.
Per molti giorni non sono potuto andare a prendere l’acqua. E’ mio fratello minore, Mohammed, di 13 anni, ad assumersi questa responsabilità quando sono via. Abbiamo due sorelle, quindi il peso ricade su di lui.
Sta per ore in file affollate, cercando di assicurarsi un posto prima che l’acqua finisca. Non esiste un vero sistema, solo una corsa aperta. Chi arriva prima, riempie.
Quando finalmente ci riesce, la quantità non è mai sufficiente per un’intera giornata. “Quello che riesco a portare non basta”, mi dice. Dopo aver perso mio zio, anche le sue figlie dipendono da noi. Cerco di riempire taniche anche per loro ogni volta che posso, perché per loro l’accesso è ancora più difficile in condizioni così affollate, che costringono i bambini ad assumersi responsabilità ben oltre la loro età, in un ambiente che offre poca sicurezza e dignità.

La situazione diventa ancora più grave quando la crisi idrica si intreccia con la malattia. Con cure limitate e risorse scarse, si trasforma in quella che può essere descritta solo come una crisi sanitaria silenziosa.
Durante il mio lavoro di volontariato nei campi per sfollati ad al-Mawasi, ho visto che non tutti affrontano la crisi dell’acqua allo stesso modo. Le persone con malattie croniche, soprattutto i pazienti renali, soffrono di più. Per loro, non si tratta solo di trovare acqua, ma di trovarne di pulita e sicura.
Non è quindi questione di attesa, perché l’acqua di cui hanno bisogno potrebbe non essere nemmeno disponibile.
Anche durante le festività, quando la gioia dovrebbe venire prima di qualsiasi pensiero, alcune famiglie sono state costrette a combattere una battaglia diversa: assicurarsi acqua che non danneggiasse i loro figli. Sono state costrette a comprarla ogni giorno, nonostante l’alto costo, perché non esisteva alternativa.
Oggi a Gaza, c’è chi non riesce a trovare acqua e chi la trova, ma non può berla. Ed è qui che risiede la contraddizione più dura. L’acqua, destinata a sostenere la vita, è diventata una fonte di malattia. La crisi non riguarda più solo l’accesso, ma il suo impatto sulla salute.
In alcune aree, ci sono piccole soluzioni che offrono un certo grado di stabilità.
Nei campi che ho visitato, barili d’acqua condivisi vengono riempiti ogni due giorni, riducendo la necessità di inseguire i camion e creando un certo senso di stabilità. Nei campi vicini sono stati costruiti semplici pozzi, permettendo alle persone di accedere all’acqua senza aspettare i camion, anche se la qualità non è sempre buona.

Ma questo non è possibile ovunque. In altre zone i camion arrivano raramente e l’accesso rimane imprevedibile. Una disuguaglianza che rivela una semplice verità: anche la sofferenza non è condivisa in modo equo.
Da ciò che ho visto e sentito, il problema non è solo l’acqua, ma il senso di stabilità e sicurezza che porta. Le persone non stanno solo cercando acqua, ma una giornata che sia prevedibile, che non dipenda dall’arrivo di un camion.
Le soluzioni restano limitate e fuori dalla portata di molte persone. E con l’aumento delle temperature la situazione non potrà che peggiorare.
Oggi, a Gaza, l’acqua non è più solo acqua. È una storia quotidiana che racchiude tutto il peso della crisi che stiamo vivendo.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza
Fino al 7 ottobre 2023 nella Striscia di Gaza, pur sotto assedio e tra tante difficoltà, grazie all’organizzazione della popolazione lə bambinə potevano ancora frequentare scuole e asili. Nonostante le condizioni di vita estreme a cui l’assedio israeliano aveva ridotto Gaza, esisteva ancora una quotidianità fatta di lezioni, relazioni e piccoli spazi di normalità in cui continuare a crescere e immaginare il futuro.
Il genocidio ha trasformato radicalmente la vita delle persone sopravvissute. Gli attacchi indiscriminati e genocidari israeliani hanno colpito in modo sistematico le strutture essenziali alla sopravvivenza della popolazione civile, distruggendo abitazioni, infrastrutture, ospedali. E tutte le scuole.
Gli spazi educativi sono stati resi inaccessibili, mentre migliaia di famiglie sono state costrette a rifugiarsi in campi sovraffollati, dove vivono in tende e accampamenti. Alla perdita delle case si è aggiunta quella del reddito: sempre più famiglie non riescono più a garantire cibo, vestiti e beni di prima necessità. E a tutto questo si è aggiunta poi la perdita del futuro: impedire il diritto allo studio alle giovani generazioni significa questo.

In questo contesto disastroso, lə bambinə sono statə privatə della loro infanzia e del diritto all’istruzione. La vita nei campi lə espone quotidianamente alla carenza di beni essenziali, a condizioni igieniche critiche, a stress emotivo e all’isolamento, e all’impossibilità di immaginare un domani.
E’ per questo che, oltre agli interventi di emergenza che abbiamo portato avanti con la campagna “Acqua per Gaza”, abbiamo recentemente avviato un nuovo fronte di solidarietà con “Roots of Resilience”. Un progetto attraverso il quale, insieme alla Ghassan Kanafani Development Foundation (GKDF) di Gaza, cerchiamo di garantire protezione, educazione e benessere psicosociale a bambinə e adolescenti.
GARANTIRE IL DIRITTO ALL'ISTRUZIONE A GAZA
Un obiettivo di questo nuovo ponte lanciato verso la Palestina è di garantire allə bambin l’accesso al diritto allo studio, per quanto possibile.
Insieme all'associazione Ghassan Kanafani, un’organizzazione comunitaria palestinese che lavora per garantire accesso all’educazione e sostegno psicosociale allə minori, e grazie alla generosità della nostra comunità di donatorə, sosteniamo la creazione di spazi temporanei per l’educazione della prima infanzia e programmi educativi di emergenza nelle aree di Khan Younis, Deir al-Balah, Nuseirat e Gaza City. Insieme organizziamo attività di supporto psicosociale e la distribuzione di materiali essenziali, come materiali scolastici e kit igienico-sanitari.
Oltre all’educazione, un altro obiettivo è sostenere il benessere psicologico dellə bambinə, profondamente colpitə dalla guerra, dallo sfollamento e dalle atrocità che hanno dovuto subire. Le attività educative sono quindi integrate con interventi di supporto psicosociale per elaborare lo stress, ritrovare spazi di espressione e ricostruire un senso di sicurezza. Allo stesso tempo, la distribuzione di kit igienici contribuisce a migliorare le condizioni di salute e a prevenire malattie, in contesti dove l’accesso all’acqua e ai servizi igienici è estremamente limitato.
Il lavoro è iniziato a Gennaio del 2026, in un contesto in cui tornare a creare spazi per l’infanzia è stato già un atto di resistenza.
L’associazione “Ghassan Kanafani” ha iniziato a dare vita alle prime attività educative e di supporto psicosociale coinvolgendo centinaia di bambinə tra i 4 e i 6 anni, che hanno partecipato a lezioni di lettura, scrittura e matematica, integrate da attività interattive basate sul gioco e dall’uso di strumenti educativi stimolanti.

I primi risultati sono incoraggianti. I partner locali ci raccontano che lə bambinə frequentano regolarmente le attività, partecipano con curiosità e hanno iniziato a interagire di più tra loro in aula. Iniziano anche ad esprimere le proprie emozione attraverso il disegno, i giochi di gruppo e le attività ricreative, mostrando giorno dopo giorno un po’ di sicurezza in più.
Ancora una volta, non si tratta semplicemente di muoversi nell’emergenza e tentare come possibile di rispondere a bisogni urgenti, ma di difendere con ogni mezzo l’accesso ai diritti fondamentali.
Tutto questo è possibile grazie alla generosità della comunità di donatorə che ci sostiene e cammina con noi da sempre, permettendoci di intervenire con immediatezza e rispondere alle richieste dei nostri partner locali.
L’educazione e la protezione dell’infanzia restano una condizione indispensabile per la dignità e il futuro delle nuove generazioni. Soprattutto tra le macerie di un genocidio che non è finito, ha solo smesso di fare notizia.
Hassan Herzallah è un traduttore, scrittore e storyteller di Gaza. Collabora con diverse testate internazionali. Per la campagna “Acqua per Gaza”, ha scelto di condividere con Un Ponte Per la sua testimonianza diretta documentando la sua vita sotto assedio e sfollamento. Frequenta il terzo anno di studi in traduzione inglese presso l’Università Islamica di Gaza e prosegue la sua formazione online dopo che l’ateneo è stato bombardato.
Marzo non è stato un mese qualunque. Non c’è stata una sola emozione che io non abbia provato.
Le persone a Gaza vivono tra la durezza di condizioni difficili, la fragilità del cessate il fuoco e il blackout mediatico su ciò che sta accadendo qui. In ogni tenda c’è una storia. In ogni angolo c’è una sofferenza che molti ignorano.
All’inizio di aprile me ne stavo in piedi vicino al mare, cercando di riflettere su tutto ciò che avevo vissuto durante il mese appena trascorso. Marzo per noi, in Palestina, non è stato un mese qualsiasi, ma un periodo estremamente denso per l’intensità degli eventi che hanno reso evidente la realtà lasciata dal genocidio. Che, ancora oggi, non è finito.
Ho iniziato a ricordare i momenti in cui volevamo riunirci con i miei parenti a casa di mia nonna. Avevamo preparato tutto, ma in un attimo il tempo è cambiato improvvisamente e siamo stati costretti a restare nella nostra tenda per paura che potesse succedere qualcosa. Così la mia famiglia ha deciso che sarei andato da solo.
Il viaggio ha richiesto più tempo del previsto. Non riuscivo a trovare mezzi di trasporto, nemmeno un carro trainato dai cavalli, e sono arrivato dopo la chiamata alla preghiera. Durante il tragitto, mi sono ricordato che un tempo possedevamo un’auto, ma ora abbiamo perfino dimenticato che aspetto abbia. Anche la riunione familiare che facevamo a casa di mia nonna è diventata difficile da organizzare per le condizioni che ci impone la paura: paura per le nostre tende fragili sotto la pioggia e le tempeste; paura per la mancanza di quei mezzi di trasporto che un tempo avevamo.
In questo periodo ho compreso più profondamente l’impatto e le conseguenze di ciò che l’occupazione israeliana ci ha fatto. Dal momento in cui abbiamo invitato una vicina che conosciamo a unirsi a noi per l’iftar durante il Ramadan, ma lei ha rifiutato per via di quel che era successo ai suoi denti.
Poi i miei pensieri sono andati al momento in cui è arrivato l’Eid. Durante questa festa solitamente andavamo a visitare i parenti. Mio padre, essendo il più giovane tra i suoi fratelli, era il più legato a loro e amava quel momento. Non quest’anno. Sembrava che preferisse evitare, per ragioni che non comprendevo. Gli ho domandato la ragione, dato che sentiva la mancanza dei suoi fratelli e sorelle, rifugiati nei campi vicini, ma non mi ha risposto. Ho comunque insistito perché uscissimo insieme e, alla fine, lo abbiamo fatto.
Siamo andati a trovare una nostra parente, una zia a cui mio padre è molto legato, così come a suo marito. Aveva preparato dei dolci per noi ed è stato bello rivederla dopo tanto tempo. Ci siamo seduti e abbiamo iniziato a parlare della situazione a Gaza, e di quanto la vita nelle tende sia diventata infernale. Mentre conversavamo mi è venuto spontaneo chiederle di suo marito, dimenticando che è scomparso da quando la loro casa è stata bombardata. Non so come abbia potuto dimenticarlo in quel momento. Ho sentito come se qualcosa di pesante mi stringesse il petto. Mio padre ha subito cercato di cambiare argomento e abbiamo continuato a parlare della nostra vita passata, di quanto fosse semplice e bella.
Dopo qualche minuto, abbiamo lasciato la tenda di mia zia. Mi aspettavo che mio padre dicesse qualcosa, ma non lo ha fatto. Siamo andati da un’altra zia, più grande di mio padre di un anno. Era molto felice di vederci e del nostro tentativo di tenere in vita le tradizioni dell’Eid.
Ci ha detto che avrebbe tanto voluto venirci a trovare, ma che tra mancanza di contanti, di mezzi di trasporto e strade fangose e dissestate non le era stato possibile. La lotta quotidiana per procurarci acqua, caricare i telefoni, gestire necessità di base che prima erano scontate, ci impedisce persino di pensare di andare a trovare le nostre persone care.
Mia zia ha iniziato a ricordare la sua casa, a parlare di quanto fosse bella. L’aveva comprata solo pochi mesi prima che iniziasse il genocidio, e non ha nemmeno avuto il tempo di memorizzarne i dettagli prima che tutto cambiasse. E’ bastato un avviso dell’esercito israeliano, e ha dovuto lasciare Rafah ed entrare in una condizione di sfollamento, verso un futuro sconosciuto.
In quel momento parlava, ma i suoi occhi parlavano ancora di più. Erano pieni di dolore.
Poi è entrato il suo figlio più piccolo e ha detto: “Voglio giocare dentro casa”. Intendeva la tenda accanto a loro.
“A casa avevo preparato una stanza per lui, ma non l’ha mai vista”, ha spiegato mia zia. “Quando siamo stati sfollati ero ancora incinta. Amjad è nato qui, non ha mai visto una casa e non sa cosa significhi questa parola. L’unica casa che conosce è una tenda di stoffa”.
Abbiamo visitato altri parenti e siamo tornati alla nostra tenda. Mio padre, finalmente, ha parlato.
“Non volevo andare a trovare nessuno perché in ogni famiglia che incontriamo si nasconde un dolore diverso”.
I miei pensieri sono andati al 21 marzo, la Festa della Mamma in Palestina. Avevo programmato di scrivere un articolo a riguardo. Sono andato in uno dei campi per fare delle interviste. Ho chiesto a una donna che ho incontrato qualcosa su questa celebrazione. I suoi occhi si sono riempiti di lacrime mentre parlava di suo figlio scomparso. Non sapeva se fosse stato ucciso o imprigionato. Mi sono ritrovato a odiare la domanda che avevo fatto.
Poi ho parlato con un uomo che mi ha detto di aver perso tutta la sua famiglia e di essere il solo sopravvissuto. Sono tornato alla mia tenda e ho abbandonato l’idea di scrivere.
I miei pensieri, allora, sono andati al 30 marzo, in cui si celebra la Giornata della Terra in Palestina. Ma era anche il compleanno di mia madre. Volevo sorprenderla con un regalo. Non una borsa, né un profumo o né un anello, ma due chili di gas, così non avrebbe dovuto cucinare sul fuoco. Soprattutto adesso che i valichi restano chiusi a lungo, permettendo l’ingresso solo di forniture ridotte, e il gas da cucina diventa sempre più difficile da trovare.
Quando sono andato a comprarlo, il mio amico Al-Nahhal era con me. Continuavo a chiedergli:
“Pensi che mia madre sarà felice di questo regalo o riderà?”. Mi ripeteva che ne sarebbe stata molto felice.
“Tu cosa hai regalato a tua madre per il suo compleanno o per la Festa della Mamma?”, gli ho chiesto.
“Mia madre è stata uccisa durante il genocidio”, ha risposto sospirando.
Sono rimasto immobile. Per alcuni istanti non ho saputo reagire. Era come se le mie parole si fossero trasformate in catene che mi stringevano il collo. Sono tornato alla tenda. Mia madre era molto felice del suo insolito regalo. Dentro di me, invece, restava un macigno sul cuore.
Mentre me ne stavo in piedi vicino al mare, ho ricordato di nuovo le parole di mio padre. Incontrare persone a Gaza può riportare alla mente alcuni dei momenti belli di un tempo, ma rivela anche tutto ciò che è andato perduto. A volte, una sola parola o un piccolo dettaglio bastano ad aprire un fiume di ricordi.
Mio padre non ha parlato quel giorno, ma il suo silenzio è stata la cosa più pesante tra quelle che ho sentito.
Come si può celebrare la Giornata della Terra, se non rievoca più una storia che appartiene al passato, ma rappresenta il nostro presente? Se ci ricorda quanto siamo legati a una terra che non possiamo più raggiungere?
A Gaza, incontrare le persone non è più come prima.
Ci ricorda tutto ciò che abbiamo perso, molto più di ciò che resta.
Tutti questi piccoli dettagli, tutte queste storie, sono il riflesso di una realtà creata dall’occupazione israeliana, mentre il mondo resta in silenzio. Forse allora la domanda da fare non è più cosa stiamo vivendo, ma come stiamo ancora cercando di vivere.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza
Un Ponte Per, insieme ad organizzazioni della società civile impegnate nella difesa dei diritti umani e nella promozione della pace, porta in tribunale Leonardo S.p.A. e lo Stato italiano per fermare la vendita di armi verso Israele e lancia una raccolta fondi per sostenere l’azione legale.
Con la prima udienza, che si terrà il prossimo 27 marzo 2026 presso il Tribunale civile di Roma, entra nel vivo l’azione legale contro Leonardo S.p.A. e lo Stato italiano, che abbiamo promosso insieme a A Buon Diritto, ACLI, ARCI, AssoPacePalestina, ATTAC Italia, Pax Christi per fermare la vendita di armamenti verso Israele.
Si tratta di un passaggio cruciale in una battaglia che pone una domanda netta: è legittimo continuare a esportare armi verso un Paese coinvolto in operazioni militari che hanno causato decine di migliaia di vittime civili e sono oggetto di gravi contestazioni da parte della comunità internazionale?
Per noi, la risposta è chiara: no.
UNA CAUSA PER FERMARE L'EXPORT DI ARMI
Il 29 settembre 2025 abbiamo depositato una citazione presso il Tribunale civile di Roma per chiedere che vengano dichiarati nulli i contratti di fornitura di armamenti stipulati da Leonardo S.p.A. – società partecipata dallo Stato italiano – con lo Stato di Israele.
Riteniamo che tali contratti siano in contrasto con l’articolo 11 della Costituzione, la legge 185/1990 sul commercio di armamenti, il diritto internazionale.
Non è una presa di protesta simbolica. È un’azione giudiziaria che chiede alla magistratura di verificare responsabilità precise.

GAZA, IL DIRITTO INTERNAZIONALE E LA RESPONSABILITÀ ITALIANA
Dopo il 7 ottobre 2023, mentre la Striscia di Gaza veniva devastata dai bombardamenti e il conflitto si estendeva nella regione, diversi Paesi europei hanno introdotto restrizioni sull’export di armamenti verso Israele. L’Italia, al contrario, non ha sospeso le autorizzazioni, continuando di fatto a consentire le forniture.
Questa causa mette in discussione una scelta precisa: continuare a commerciare armi anche di fronte a violazioni gravi e documentate dei diritti umani. Noi chiediamo che questa scelta venga giudicata per quello che è.
UNA RACCOLTA FONDI PER SOSTENERE LA CAUSA
Accanto all’azione legale, abbiamo lanciato una campagna di raccolta fondi pubblica per sostenere i costi del procedimento: spese legali, consulenze tecniche e attività di comunicazione.
Affrontare in tribunale un grande gruppo industriale e lo Stato italiano rappresenta una sfida complessa, che richiede risorse adeguate.
È una battaglia impari, ma necessaria. È anche l’unico modo per trasformare l’indignazione in un atto concreto.
Da mesi assistiamo con rabbia e impotenza a ciò che accade a Gaza.
Oggi puoi fare qualcosa di concreto. Con questa azione legale puoi far sentire la tua voce e trasformare l’indignazione in azione.
Sostieni la campagna di raccolta fondi >>
Un Ponte Per sta rispondendo alla nuova escalation di violenza in Libano, dove centinaia di migliaia di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case dopo i bombardamenti israeliani del 2 marzo 2026 che hanno colpito la periferia meridionale di Beirut, il sud del Paese e la valle della Bekaa.
In poche ore intere comunità hanno lasciato le proprie case per cercare rifugio in scuole pubbliche e strutture collettive trasformate in centri di accoglienza temporanei. Molti di questi spazi non sono attrezzati per ospitare un numero così elevato di persone e le condizioni stanno rapidamente peggiorando.
"La popolazione maggiormente colpita dagli attacchi è quella del sud del Libano. Questa azione militare rappresenta l’ennesima operazione contro il Libano, e a pagarne le conseguenze è soprattutto la popolazione civile", ci dice il nostro Capo missione a Beirut, David Ruggini.
UN’ONDATA DI SFOLLAMENTI FORZATI
L’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione immediata di tutto il sud del Libano, costringendo migliaia di persone a spostarsi in poche ore. Tra le aree incluse nell’ordine di evacuazione figura anche il campo palestinese di Shatila, dove Un Ponte Per sostiene un Centro sportivo comunitario e decine di famiglie con il programma dei Sostegni a Distanza.
Un ordine di evacuazione di tale portata, oltre a rappresentare una grave violazione del diritto internazionale, lascia senza protezione le persone più vulnerabili – anziani, persone malate, con disabilità e famiglie senza mezzi per spostarsi – aggravando una crisi umanitaria già acuta.
Questa nuova escalation si inserisce in un contesto regionale estremamente instabile, segnato dalle crescenti tensioni tra Israele, Iran e Hezbollah, e rischia di allargare ulteriormente il conflitto.
Dal 2023, le operazioni militari israeliane in Libano hanno avuto conseguenze devastanti per la popolazione civile e per le infrastrutture del Paese che ha dovuto affrontare negli ultimi anni una serie di crisi, dall’esplosione del porto di Beirut del 2020, ai tagli dell’UNRWA, alla crisi economica con il conseguente collasso dei servizi essenziali per la popolazione.
IL NOSTRO INTERVENTO SUL CAMPO
Un Ponte Per è presente in Libano e sta lavorando con partner locali per sostenere le persone sfollate che hanno trovato rifugio nelle scuole e nei centri collettivi, dove i bisogni stanno crescendo rapidamente.
Le attività di emergenza prevedono la distribuzione di beni essenziali come kit igienici familiari, pannolini, acqua, cibo e materiali per dormire come materassi e coperte, per migliorare le condizioni di vita nei rifugi e sostenere le famiglie costrette alla fuga.

UN PONTE PER IN LIBANO
Un Ponte Per è presente in Libano dal 1997, quando ha iniziato a operare nei campi profughi palestinesi per garantire diritto allo studio e alla salute a bambinə palestinesi e rifugiatə dalla Siria. In seguito alle emergenze umanitarie che hanno attraversato il paese, UPP ha sostenuto le organizzazioni locali con cui collabora da anni nel rafforzamento della risposta e nella distribuzione di aiuti di prima necessità. A fianco di movimenti e realtà locali, UPP opera per sostenere il difficile processo di ricostruzione della coesione sociale in seguito alla guerra civile che ha insanguinato il paese per 15 anni, promuovendo la partecipazione di giovani e donne nei processi di costruzione della pace.