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Decolonialità. Opposto di colonialità. Pratica attiva di vita e di comunità che mira a disfare le persistenze del dominio coloniale, le relazioni di potere, il razzismo culturale, le discriminazioni.
Decolonialità è l’opposizione a ogni imperialismo, così come i femminismi sono opposizioni al patriarcato. Poiché i corpi delle donne sono stati, e purtroppo ancora possono essere, territori di conquista, il pensiero decoloniale e i femminismi si incontrano proprio nell’azione di scardinare le strutture di potere e le gerarchie culturali che limitano e impediscono alla pluralità di storie e narrazioni di circolare liberamente.

Siamo molto felici di presentare la seconda edizione di Arene Decoloniali, dedicata ai femminismi nei contesti coloniali e postcoloniali.
Organizzate da Un Ponte Per al parco di Tor Marancia a Roma dal 7 al 13 settembre 2026, Arene Decoloniali conferma la vocazione a essere un luogo di incontro e di scambio di esperienze, con una visione fortemente connotata dall'impegno civile e culturale, offrendo momenti di riflessione sul tempo presente, spazi di resistenza, e laboratori per sperimentare nuove possibilità di stare al mondo.
Ci aspetta una settimana ricca di eventi e appuntamenti per condividere esperienze, riflessioni e saperi e dove incontrare soggettività differenti, che si diramano dai margini (come ci ha insegnato bell hooks), e che portano immagini, suoni e cultura dal "Sud Globale", all’insegna della lotta contro ogni ingiustizia e oppressione.
Sarà possibile partecipare liberamente a incontri, laboratori, chiacchierate e assistere alla proiezione di 20 film, che ci offriranno narrazioni che viaggiano nel tempo (dalle lotte di liberazione degli anni Sessanta all’oggi), e nello spazio (nel deserto con il popolo Saharawi, in Etiopia, in Vietnam, in Angola e in Palestina, fino all’America Latina).
Arene Decoloniali sarà anche in questa seconda edizione uno spazio aperto di ascolto e riflessione, dove attivare comunità unite nella visione di un mondo più giusto e armonioso.
Daniela Ricci, Micaela Veronesi
Direzione Artistica

Mentre il caldo estivo a Gaza si fa sempre più intenso, il mare è diventato uno dei pochi luoghi dove le persone possono sfuggire all'afa soffocante all'interno delle tende. Qualche giorno fa, io e i miei amici dei campi per sfollati ci siamo dati appuntamento al tramonto per una partita di pallavolo. Abbiamo montato una vecchia rete sulla sabbia e messo insieme qualche soldo per comprare un pallone nuovo, solo per regalarci due ore che sembrassero un po' più vicine alla vita che conoscevamo prima del genocidio.
Alcuni erano già arrivati, mentre altri si trovavano ancora nei campi. Sono andato a prenderli, pensando che sarei stato via solo pochi minuti.
Ahmed è stato il primo che sono andato a cercare. Vive con la sua famiglia in un campo non lontano dalla spiaggia e non vedeva l'ora di giocare con noi.
Quando sono arrivato alla sua tenda l'ho chiamato, ma a rispondermi è stata sua madre dall'interno.
“È andato alla takiya (la cucina comunitaria)”.
Non ne sono stato sorpreso. Ahmed e la sua famiglia dipendono dai pasti distribuiti dalla takiya, e non possono permettersi di perdere la distribuzione del cibo.
Ho seguito la strada fino alla cucina comunitaria, dove ho trovato una fila di uomini e bambini. Ognuno aspettava in silenzio il proprio turno per ricevere un pasto.
Ho trovato Ahmed a metà della fila. Mi ha sorriso appena mi ha visto.
“Ti stiamo aspettando tutti”, gli ho detto.
Ha riso, ha sollevato leggermente la pentola che teneva in mano e ha risposto:
“Prima devo assicurarmi che oggi riusciamo ad avere il pranzo”.
Mi sono messo ad aspettare accanto a lui.
Il caldo era opprimente, anche se il tramonto si avvicinava. Non c'era alcuna ombra a proteggere le persone dal sole e la fila avanzava molto lentamente, un piccolo passo alla volta, mentre tutti cercavano di arrivare in fondo prima che il cibo finisse.
Pochi minuti dopo è iniziata la distribuzione. Quando è arrivato il turno di Ahmed e di poche persone dopo di lui, qualcuno ha annunciato che i pasti caldi erano terminati.
Chi era rimasto in fondo alla fila si è voltato ed è tornato verso le tende.
Ahmed li ha osservati e ha detto a bassa voce: “Ogni giorno c'è qualcuno che torna a casa senza niente”.
Non è una scena insolita. Anche mesi dopo il cosiddetto cessate il fuoco, migliaia di famiglie in tutta Gaza continuano a dipendere dalle cucine comunitarie per il loro pasto quotidiano. Ma queste cucine possono distribuire solo ciò che hanno a disposizione. Quando le consegne di cibo subiscono ritardi o le scorte si esauriscono, molte famiglie non hanno altra scelta che tornare alle proprie tende a mani vuote.
Insieme ci siamo diretti verso il campo vicino.
Sulla strada per la spiaggia ci siamo imbattuti in un'altra fila. Questa volta non c'erano persone in attesa del cibo, ma con le loro taniche. Osservavano la strada aspettando l'arrivo dell'autocisterna dell'acqua.

Tra loro c'era Youssef.
Ci ha visti prima ancora che lo raggiungessimo e ci ha salutati con un cenno della mano.
“Stiamo andando al mare”, gli ha gridato Ahmed. “Vieni con noi”.
Youssef ha sorriso con aria dispiaciuta. “Datemi solo cinque minuti per riempire le taniche”.
Pochi minuti dopo abbiamo sentito il rombo di un camion. Nel giro di un attimo, persone provenienti da ogni direzione sono corse verso l'autocisterna afferrando le proprie taniche. Sembrava che l'intero campo stesse aspettando quel suono.
Abbiamo aspettato Youssef.
Quando le taniche sono state riempite, lo abbiamo aiutato a riportarle alla sua tenda. Le ha appoggiate accanto all'ingresso e si è fermato un momento per riprendere fiato.
Mentre beveva un bicchiere d'acqua, ha detto: “Se oggi mi perdevo l'autocisterna, saremmo potuti restare senza acqua per diversi giorni”.
A Gaza le famiglie non sanno mai quando arriverà il prossimo camion dell'acqua. Appena la gente sente il rumore del motore, o si sparge la voce che sta arrivando, lascia tutto quello che sta facendo e corre.
Ancora oggi migliaia di famiglie dipendono da queste autocisterne, perché gran parte delle infrastrutture idriche di Gaza è stata danneggiata e l'acqua potabile sicura resta scarsa. Per molte persone, procurarsi l'acqua è ancora una parte essenziale della vita quotidiana.
Youssef ha finito di bere, ha richiuso il telo della tenda dietro di sé e ci ha guardati.
“Forza”, ha detto. “Chi manca adesso?”.
Restavano solo Khalil e Mohammad. Sono cugini e vivono nello stesso campo. Ci siamo avviati per andarli a prendere, chiacchierando lungo il tragitto, quando un'esplosione israeliana ha improvvisamente interrotto la nostra conversazione.
Ci siamo fermati tutti.
Pochi istanti dopo la gente ha iniziato a voltarsi verso la colonna di fumo che si alzava, mentre altri si sono messi a correre in quella direzione. La notizia si è diffusa rapidamente: un altro attacco israeliano nelle vicinanze, con morti e feriti.
Siamo rimasti lì per qualche minuto, cercando di capire cosa fosse accaduto.
Poi Ahmed ha guardato il fumo e ha detto: “Se avessimo preso l'altra strada, avremmo potuto esserci noi là sotto”.
Nessuno ha risposto.
Abbiamo ripreso a camminare in silenzio.
Eravamo usciti per andare a prendere due amici per una partita di pallavolo; eppure quel breve tragitto è bastato a ricordarci che il genocidio non ha mai lasciato Gaza. Il cosiddetto cessate il fuoco non ha posto fine né ai bombardamenti né alla paura di essere uccisi in qualsiasi momento. Mentre le persone cercano di aggrapparsi a ciò che resta della loro vita quotidiana, il genocidio continua, ricordando che ciò che Gaza sta vivendo non è la pace, ma una guerra che ha semplicemente assunto forme diverse.
Abbiamo trovato Khalil che si stava preparando ad accompagnare suo padre a farsi cambiare le bende. Suo padre è una delle tantissime persone ferite che hanno bisogno di cure mediche specialistiche. Ma, come migliaia di altri pazienti in tutta Gaza, non ha potuto lasciare la Striscia per ricevere cure e medicinali, e l'assistenza di cui ha bisogno non è disponibile con continuità.
Gli abbiamo chiesto di venire con noi, ma ci ha risposto:
“Andate pure voi. Vi raggiungo appena avrò finito con mio padre”.
Lo abbiamo lasciato con lui e siamo andati da Mohammad, che insegna in uno spazio educativo temporaneo allestito nel suo campo, dove presta servizio come volontario. Lo abbiamo trovato nella sua tenda, trasformata in un’aula per bambinə.
Ogni mattina i materassi vengono piegati e riposti, viene steso un tappeto a terra e lə bambinə iniziano ad arrivare unə dopo l'altrə, portando quaderni consumati e penne sopravvissute a mesi di guerra e di sfollamento. Si siedono insieme in un piccolo cerchio mentre Mohammad e un gruppo di volontari cercano di offrire loro due ore che assomiglino, almeno un po', alla vita che conoscevano prima del genocidio.
Quando la lezione è finita, Mohammad è uscito sorridendo e raccogliendo alcuni quaderni.
“Forza, professore!”, gli abbiamo gridato. “Ci stai mettendo troppo”.
Ha riso.
“Datemi solo il tempo di chiudere la tenda e vengo”.
Da quando le scuole sono state distrutte dall'occupazione israeliana o trasformate in rifugi, spazi educativi temporanei come questo sono diventati l'unica alternativa per migliaia di bambinə in tutta Gaza. Mentre il sistema educativo affronta un collasso senza precedenti, volontari come Mohammad e sua sorella Dalia cercano di mantenere vivo il legame dellə bambinə con l'istruzione, anche solo per poche ore al giorno.

Mohammad ha chiuso il telo della tenda dietro di sé e si è unito a noi.
Per la prima volta quel pomeriggio eravamo finalmente quasi tutti insieme e ci siamo diretti verso il mare.
Quando siamo arrivati in spiaggia, il sole stava iniziando a tramontare. Abbiamo cominciato a giocare. Ridevamo quando qualcuno sbagliava una ricezione facile, e discutevamo per qualche punto contestato, proprio come facevamo anni prima.
Per un breve istante ci è sembrato che la vita avesse ritrovato qualcosa della sua forma di un tempo.
Durante una pausa ci siamo seduti sulla sabbia per riprendere fiato. Uno dei miei amici stava controllando il telefono. Poi ha alzato lo sguardo e ha detto piano: “Vi rendete conto che oggi sono mille giorni da quando è iniziato il genocidio?”.
Siamo rimasti in silenzio. Non ha risposto nessuno.
Pochi istanti dopo qualcuno si è alzato, ha rimandato il pallone oltre la rete e la partita è ricominciata. Ma quella sera, tornando verso la mia tenda, non riuscivo a smettere di pensare a quello che aveva detto il mio amico.
Quel giorno ero uscito semplicemente per radunare i miei amici per una partita di pallavolo. Invece il percorso mi aveva portato attraverso una fila per il cibo, per raggiungere un'autocisterna dell'acqua, un attacco aereo israeliano nelle vicinanze, un padre in attesa di cure mediche e una tenda trasformata in aula scolastica.
È stato allora che ho capito che quel cammino non riguardava più il ritrovarsi con gli amici. Era diventato il ritratto di ciò che significa vivere a Gaza dopo più di 1.000 giorni di genocidio e 9 mesi di cosiddetto cessate il fuoco: una vita misurata non da ciò che è tornato, ma da ciò che le persone riescono a strappare ogni giorno alle sue rovine.

Hassan Herzallah – Corrispondente da Gaza
A Genova c'eravamo. Nel 2001, nelle strade del movimento che contestava un modello di mondo fondato su guerra, disuguaglianze e sfruttamento. E ci siamo ancora oggi, perché quella storia non appartiene al passato. L'articolo che segue, scritto nel 2021 dal nostro ex presidente e membro di CN Alfio Nicotra, sembra parlare al presente. Anzi, a cinque anni di distanza, le contraddizioni che racconta appaiono ancora più urgenti: la repressione del dissenso, la criminalizzazione dei movimenti sociali, il capitalismo come motore di guerre e disuguaglianze, la necessità di costruire solidarietà e movimenti internazionali. Chi ha vissuto Genova 2001 porta con sé una memoria che non si cancella. Nelle parole di Alfio riaffiorano con una precisione quasi dolorosa i dettagli di quei giorni: il rumore degli elicotteri, il bruciore dei lacrimogeni, Piazza Alimonda, la Diaz. Ricordi che, come per migliaia di persone presenti allora, non hanno mai smesso di interrogare il presente. Per noi di Un Ponte Per, Genova non è soltanto una pagina di storia. È parte della nostra storia collettiva e del nostro modo di stare nel mondo: accanto ai movimenti, contro la guerra e il colonialismo, contro ogni deriva autoritaria, contro un modello economico che "divora umanità e natura", al fianco delle persone in Iraq, Palestina, Libano e ovunque i diritti vengano negati. Rileggere oggi queste parole significa capire che Genova non è alle nostre spalle. È ancora davanti a noi.

Giulia Torrini - Presidente di Un Ponte Per
Articolo di Alfio Nicotra, scritto nel luglio 2021.
Tutte le volte che devo parlare o scrivere di Genova 2001 temo sempre di scivolare nella nostalgia. È stata un’esperienza talmente forte che il confronto con l’oggi la rende impietosa. Manca tutto di quel periodo: la vivacità culturale, l’idea che stavamo mettendo in campo una forza popolare e internazionale e di essere tra lə protagonistə di quello che chiamammo “il movimento dei movimenti”. Mi manca il partito che fu capace di mettersi alla pari delle altre realtà associative e di movimento, ponte e cerniera tra anime e sensibilità diverse, tanto da scegliere la contaminazione come modus operandi.
Genova stessa è cambiata anche nella pelle. Quando organizzammo il controvertice tutti e tre i livelli istituzionali locali, comune, Provincia e Regione erano controllati dal centrosinistra, oggi tutto è capovolto e la destra governa anche la città che fu dellə ragazzə econ le magliette a strisce.
"Nostalgia canaglia" diceva un ritornello di una canzoncina degli anni ’80, va tenuta fuori dal nostro ragionamento e semmai capovolgerla.
Quando un gruppo di giovanissimə ci ha proposto un progetto, “Genova Venti Zerouno, il mondo che verrà” con l’obiettivo di connettere diverse generazioni, trasmettere memoria ma anche l’attualità dei contenuti per i quali battersi, noi di Un Ponte Per abbiamo detto subito di si. Una piccola cosa si dirà, ma a chi come me, ha vissuto ogni minuto della lunghissima gestazione di Genova, rappresenta un grande segno.
In mille cose, nonostante questi tempi di arretramento, vedo che il seme di quella lotta non è andato perduto e che, qua e là, nel mondo e nella società continua a germogliare. Genova è davanti a noi.
IL CALEIDOSCOPIO DEL GENOVA SOCIAL FORUM
Se vogliamo vedere Genova veramente, anche vent’anni dopo, dobbiamo farlo attraverso la lente di un caleidoscopio: tanti frammenti di colori che nel loro mutare sono capaci di esaltarsi a vicenda. Multiforme e mutevole, polimorfo e variopinto, il Genoa Social Forum fu un capolavoro della politica di movimento. Seicentocinquanta sigle sulla carta, senza contare le reti europee. Uno spettro talmente vasto da rendere facile ogni previsione avversa: basterà poco, ci dicevano i detrattori, per mandarlo in frantumi. Invece il GSF sorprese tutti.
Mesi di duro lavoro per curare le relazioni, avvicinare i linguaggi, rendere conveniente e utile camminare insieme. Ci siamo volutə bene nel costruirlo giorno dopo giorno, passando da Praga, Nizza, Napoli, Porto Alegre. Riunioni su riunioni, la rete si allargava. Arrivammo ai giorni del G8 con questo spirito. Iniziammo con i seminari ed incontri stracolmi, con la gioia festosa del corteo per le persone migranti e la musica di Manu Chao che tenne un concerto strapieno nel lungomare di Genova. La cittadinanza genovese fu straordinaria, e non parlo solo del tessuto associativo che a quel tempo era ricchissimo ed attivo ma di chi disobbediva, dentro a quelle gabbie di acciaio in cui avevano chiuso la città, anche alle disposizioni di polizia sul decoro, come quella di non stendere i panni alle finestre nei giorni del summit per non disturbare la visione degli otto grandi. Una mutanda come bandiera appesa ai fili delle case. Moltissime mutande irriverenti.
LA SORPRESA DI GENOVA
Il mondo politico non si aspettava Genova. Non quella forza, quel movimento, quella vastità del fronte sociale e politico. Pensavano di gestirlo con le caramelle delle Ong addomesticate e mettendo nel conto qualche scaramuccia tra tute bianche e polizia. Eppure, tradivano la loro paura. Una città blindata all'inverosimile messa letteralmente in gabbia. Che l'aria fosse cambiata lo si era visto già a Seattle e Praga ma non pensavano con quella dimensione.
Anche a sinistra si faceva fatica a capirlo. Ricordo ancora il colloquio con il responsabile organizzazione del mio partito. Milziade Caprili, un bravissimo compagno di scuola Pci: “Alfio, quanta gente pensi che verrà a Genova?”, “Non lo so” - risposi – ma sicuramente tanta”, “Qualche migliaio – mi rispose lui – non si è mai vista in piena estate una manifestazione con più di cinquemila persone”. Invece il 21 luglio sul lungomare di Genova c'erano oltre 200mila, scese in piazza nonostante un giovane assassinato il giorno prima ed una repressione brutale e spietata.
USCIRE DAL GUSCIO
A Genova il movimento dei movimenti osò volare in alto, uscire dal guscio della nicchia, diventare popolare e più che altro contagioso. Si muoveva contro un G8 organizzato dal centrosinistra ma poi tenuto, con le stesse modalità pensate dal governo precedente, dal centrodestra. Per questo il movimento andava stroncato: il mondo intero doveva vedere che non era possibile rialzare la testa. Il pensiero unico del mercato non ammetteva di essere messo in discussione alla radice. Se non si può comprare un movimento o non lo si può cooptare per sterilizzarlo nel salotto buono, quel movimento deve essere fermato. Ci provarono, ma a pensarci bene, non ci sono riusciti del tutto.
VOI G8, NOI 6 MILIARDI
Ricordo quando inventammo quello slogan che da solo era un manifesto politico: fu in una delle tante riunioni preparatorie del Genoa Social Forum che si svolgevano nella sede del WWF in una stradina stretta proprio sotto piazza De Ferraris. Dovevamo pur trovare una parola d'ordine che sottolineasse l'illegittimità di un’istituzione che si formava per censo. Il G8 era la celebrazione nella globalizzazione di un potere medioevale: erano gli otto più ricchi del pianeta che si arrogavano il diritto di decidere sull'intera umanità. Molti nel Gsf insistevano sulla parola d'ordine di Porto Alegre “un altro mondo è possibile”. Giusto e allusivo della nostra volontà di cambiare il pianeta ma, da sola non aveva l'effetto denuncia di una istituzione a-democratica.
Scrissi il “voi G8 noi 6 miliardi” su un foglietto e lo proposi alla riunione. Accoglienza fredda, ero convinto che la proposta fosse stata bocciata.
Due settimane dopo, con mia immensa sorpresa e soddisfazione la trovai come slogan del movimento al quale aveva lavorato anche un gruppo di grafici. Era perfetto: gli otto omini rossi circondati da una folla di omini neri. Un disegno quasi infantile ma di grande efficacia. A pensarci bene anticipammo di 10 anni lo slogan di Occupy Wall Street : “siamo il 99%”.
PIAZZA ALIMONDA
Ci sono volute settimane, forse mesi, prima che ricominciassi a dormire normalmente. Tutte le volte che chiudevo gli occhi non controllavo più né l'olfatto né l'udito. Quel maledetto ronzio dell'elicottero sopra la testa mi perseguitava, e tutte le volte che lo sentivo il mio naso bruciava. Bruciava di lacrimogeni al Cs, il gas proibito dalle convenzioni internazionali ma che i signori del G8 avevano deciso di farci respirare per due giorni di seguito. Ricordo il momento in cui la testuggine dei disobbedienti si fermò alla fine di via Tolemaide. Ero con il deputato del Prc Ramon Mantovani e vidi il plotone dei carabinieri fare capolino all'angolo. Gli dissi che conoscevo il comandante e che sarebbe stato opportuno parlargli e spiegare che quello era un corteo autorizzato e che non c’entrava niente con il delirio di auto bruciate e negozi spaccati.
Ecco ora ci incamminiamo verso i carabinieri, davanti abbiamo loro, dietro, ad un centinaio di metri a far capolino da via Tolemaide la testuggine. Siamo nella terra di nessuno io e Ramon. Ci sparano contro, lacrimogeni ad altezza d'uomo. Istintivamente mi abbasso e il candelotto si infrange su un grande cartello pubblicitario posto al ridosso del sottopassaggio a livello. Delirio: l'aria è diventata irrespirabile. Gli occhi non vogliono rimanere nell'orbita, si ribellano a quelle punture urticanti che ti trasformano il bulbo bianco in uno spicchio di arancia. A proposito di agrumi: ci salvano i limoni imbevuti nell'acqua che una ragazza del Carlini ci porge con prontezza. Li tiene in dei secchi sopra un carrello della spesa. L'aggressione al corteo è cominciata e noi siamo arretrati.
Squilla il telefonino, mi chiedono dove sono. Guardo in alto e dico: “una piazza, credo piazza Alimonda”. Un nome che non mi diceva niente ma che avrebbe segnato una generazione.
NON È UN FILM
Mi sembra di essere in un film. Sono sull'auto di Ramon, gli siedo al fianco. Dietro con noi ci sono Peppe De Cristoforo e Nicola Fratoianni dei Giovani Comunisti. Siamo partiti dallo stadio Carlini in cui era ripiegato parte del corteo respinto dalle forze dell’ordine. Da lì proviamo a raggiungere Piazzale Kennedy dove è convocata una assemblea per decidere il dar farsi dopo la repressione e questa notizia che gira sui telefonini è ripresa dalle radio e tv. C'è un ragazzo morto. Anzi forse sono due, c'è anche una ragazza. Nessuno di noi ha voglia di parlare mentre Ramon fa la gincana tra auto bruciate, cassonetti divelti e fumo, tanto fumo.
Mi ripeto: “Siamo in un film”. Invece no è Genova ferita, inginocchiata quella che stiamo attraversando. Sembra un campo di battaglia dopo che i guerrieri si sono ritirati. La zona rossa è lontanissima, l'aggressione che abbiamo subito è assolutamente immotivata. I dati che ho raccolto dicono che la repressione è stata uguale in tutte le piazze dell'accerchiamento. Brutale e gratuita.
DISDIRE O TENERE IL CORTE DEL 21?
Piazzale Kennedy è strapieno di persone. Mentre si svolge l'assemblea cerchiamo di riordinare le idee. Mettere insieme i dati reali da quelli che sembrano una leggenda popolare. In particolare, il Genoa Legal Forum ha un gran da fare per capire l'entità e il numero delle persone fermate e ferite. Si raccolgono le prime prove documentali per smentire le versioni di regime che già circolano. Abbiamo un problema politico: il giorno dopo abbiamo il corteo internazionale e tutta Italia ci chiede se è confermato.
Svolgiamo un conciliabolo tra i portavoce seduti sugli scogli. Vedo che c'è Ermete Realacci che dice che dobbiamo disdire la manifestazione e chiedere ai treni e ai pullman di tornare indietro “Per senso di responsabilità” aggiunge. Sto per rispondergli male. Mi anticipa Maurizio Gubbiotti, che rappresenta Legambiente nel consiglio dei portavoce del Gsf. “Non disdiciamo niente – afferma – domani si manifesta. Non possiamo dargliela vinta”. Chapeau a Maurizio. Era il segno plastico che nonostante l'indubbia drammatica difficoltà, il Gsf era compatto.
DUE COLPI DI PISTOLA: UNA ESECUZIONE
In serata mi contatta un tipo. Ha un filmato da farmi vedere girato in piazza Alimonda. Mi vedo con lui insieme a Giorgio Malentacchi, un parlamentare del Prc. Sono gli istanti dell’uccisione del ragazzo. Da una jeep dei carabinieri partono due colpi (si sentono distintamente) e dopo il defender sale sul suo corpo disteso a terra. Un urlo squarcia il filmato: “Oddio, nooooo, porca tr**a! Me**de! No, no!”. Altro che sasso che gli avrebbe fracassato la testa. Il filmato dimostrava che era stata una esecuzione. Due colpi di pistola uno a pochi istanti dall’altro. Sono, siamo, tuttə smarritə. Non abbiamo il tempo di prendere fiato. Le notizie che arrivano parlano di persone ferite portatedall’ospedale, di persone di cui si sono perse le tracce dopo che erano state portate via dalla polizia. Dove sono adesso? Dove le hanno rinchiuse? Stanotte non chiuderemo occhio.
L'INSOPPORTABILITÀ DI UN MONDO SENZA GIUSTIZIA
Cosa unisce le suore di Boccadasse ai Cobas, ai disobbedienti a Globalace Resistance? L'idea che non ci si può rassegnare ad un mondo ingiusto. Quegli 8 signori che si trovano al Palazzo Ducale hanno la responsabilità di aver redatto una colossale Schindler list di quasi un miliardo di persone per le quali non c'è futuro né come produttorə né come consumatorə. Per i grandi della terra non dovrebbero semplicemente esistere. Se guardiamo la geografia dell'Aids in Africa scopriamo che ricalca esattamente la mappa della spoliazione di ricchezze operata dalle multinazionali, dai piani di aggiustamento strutturale emessi dalla tolda di comando della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale.
Nel 2000 esistono qualche centinaio di super-ricchi, tra i quali il nostro Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi. Detengono nelle loro mani private ricchezze pari all'intero PIL delcontinente africano. Li possiamo mettere in fila questi signori, al massimo fanno cento metri. Credo che sia questa insopportabilità dell'ingiustizia globale che spinge soggetti tanto diversi ad unirsi a Genova.
Perché un mondo nuovo non nasce se rimaniamo a casa, se la politica non torna nella sua funzione più nobile: al servizio del cambiamento.
Per anni ci hanno insegnato che il capitalismo è la fine della storia, che non c'è niente di più perfetto che il libero mercato. Ma il libero mercato è una bestia che divora umanità e natura. Per questo siamo a Genova, perché c'è bisogno di un nuovo assalto al cielo. E non ci fermeranno, neanche con i manganelli.
DA DOVE VENIVA TUTTA QUELLA GENTE?
Una domanda che mi era stata fatta anni dopo da un ricercatore inglese che studiava “il popolo di Genova” mi chiedeva “da dove veniva tutta quella gente? Quale percorso lə aveva portatə a Genova?”. Penso che ognunə di loro potrebbe raccontare la sua di storia, le ragioni per cui quel giorno di estate si ritrovava lì tra tutto quel tumulto e moltitudine. La mia storia è più strutturata. Ha radici nei blocchi contro i missili a Comiso e nell’impegno contro i mercanti di morte, passando alla solidarietà con le comunità zapatiste, frequentando i movimenti cristiani di base e i centri sociali. Comiso e Genova furono anche le due volte in cui ho assaggiato il manganello. La prima sulla schiena la seconda nello stomaco. Ma non fu nei giorni del G8. Era stato alcuni anni prima mentre contestavamo la Mostra navale bellica che si svolgeva nella fiera adesso trasformata in quartier generale delle forze dell’ordine. Non fu un fatto cruento. Cercavo di scavalcare le ringhiere per entrare in quella fiera di mercanti di morte e un poliziotto mi fermò con il manganello piantato sullo stomaco. Ci guardammo negli occhi. Mollò la pressione e mi lasciò andare.
Nella Genova del 2001 trovavo invece una violenza fuori controllo da parte delle forze dell’ordine. Già nella mattinata del 20 luglio venni immortalato in una foto a piazzale Brignole che discutevo animatamente con Vincenzo Canterini, comandante del primo reparto mobile che gestiva la piazza. Gli domandavo le ragioni di una così gratuita violenza (ed eravamo solo all’inizio, nelle prime ore della mattina) contro manifestazioni autorizzate. Mi disse, in soldoni, che noi eravamo i buoni ma che c’erano nascosti tra di noi anche i cattivi. Intanto, per tenersi in forma, picchiavano i buoni.

SULLE SCALE DELLA DIAZ
Sono lì che salgo quelle scale, quella maledetta sera del 21 luglio. Con me il compagno Fiorino Iantorno di Attac e Fausto Pellegrini giornalista di Rainews24. Stiamo entrando alla Diaz. Siamo i primi. Le belve se ne sono andate da poco, portando via il loro bottino umano umiliato, offeso e pestato a sangue. Già, sangue: è dovunque. È ancora caldo, sembra quasi di sentirle addosso quelle violenze, quelle torture. Raccolgo un beauty case, muovo un sacco a pelo intriso di sangue. “Questo è un mattatoio mi dico”. Non so se urlare o piangere. Penso che dobbiamo riprendere tutto, immortalare nel video questa inusitata violenza. Siamo statə fuori per ore a fronteggiare i cordoni della polizia mentre qui dentro i teppisti in divisa compivano questo scempio.
Si sentono impuniti, sono come i picchiatori fascisti di cui mi parlava mio zio partigiano. Penso che sia tutta una trappola per farci saltare i nervi. Sono convinti che alla violenza risponderemo con la violenza.
Invece in tutta Italia le piazze si riempiono di manifestazioni rabbiose ma pacifiche e composte. Che non ci siano dubbi su chi è responsabile di questa cosa abominevole e sulle responsabilità di chi ha dato il via libera a questa porcheria. La Diaz rimarrà sempre una ferita sanguinante fino a quando mandanti e picchiatori non saranno rimossi dai loro incarichi.
COSA È RIMASTO DI GENOVA
Il pianeta è a un bivio: il capitalismo nel suo fallimento può trascinare con sé la natura e l’intera umanità. La pandemia è solo uno dei sintomi di un mondo che cade a pezzi. Il pensiero unico del mercato dato per eterno, invece si incrina, mostra il fiato corto. Le nostre ragioni di allora sono quelle che muovono oggi lə giovani di "Friday for Future" o le donne di “Non una di meno”.
Per chi come noi di Un Ponte Per frequenta l'Asia Occidentale, è facile vedere la similitudine nellə ragazzə che per mesi interi mantengono la piazza e chiedono un cambio politico e giustizia sociale in Iraq, Giordania, Libano e tanti altri Paesi. In Italia e in Europa ci siamo rimessə insieme con il manifesto della “Società della cura”: volti di allora e volti nuovi. La richiesta di sospendere i diritti di proprietà sui vaccini (i brevetti) e sottrarre a Big Pharma la possibilità di disporre, per il profitto, della vita di miliardi di persone, sembra uscita da una delle tavole rotonde che tenemmo nel capoluogo ligure. C’è un filo che tiene insieme queste storie e le sue buone ragioni.
Come il referendum sull'acqua, figlio legittimo dei giorni di Genova, dove per la prima volta si parlò in modo diffuso e nuovo di beni comuni. Non c’è solo la casta della politica - sempre di più evocata per scaricare su di essa la rabbia popolare - ci sono soprattutto le caste dei banchieri e degli speculatori finanziari, dei guardiani di Maastricht e dei padroni. Le manovre finanziarie servono a salvare i loro loschi affari, mentre comprimono fino a cancellarli tutti i diritti sociali.
Per questo Genova è davanti a noi e non accettiamo colpi di spugna sul passato. Come la vergognosa sentenza che assolve De Gennaro che da capo della polizia “ignorava” cosa stessero facendo i suoi uomini alla Diaz. Finché avremo fiato, grideremo in ogni dove che i responsabili politici ed i mandanti morali delle torture sui manifestanti e dell’omicidio di Carlo Giuliani devono essere allontanati dai loro incarichi. Finché rimarranno nelle loro funzioni è l’intera democrazia italiana ad essere messa sotto scacco. Perché chi garantisce l’impunità per i fatti del 2001 vuole usare lo spettro di Genova per criminalizzare e colpire le lotte di oggi e quelle di domani.
L’arroganza del potere è anche la dimostrazione della sua debolezza. Non sono riusciti a fermarlo, il movimento di Genova. Ha cambiato pelle, scelto percorsi diversi, ma ha seminato dignità e lotte in ogni angolo della vita civile. È ora che riprenda anche la sua vocazione internazionale, il suo abbattere le frontiere e unire i popoli. Perché davanti alla loro crisi l’umanità ha diritto ad una speranza.

Alfio Nicotra - Membro del Comitato Nazionale di Un Ponte Per
L'articolo di Alfio Nicotra è parte di un insieme di contributi pubblicati in un libro di testimonianze sui fatti di Genova 2001, edito da Punto Rosso.
Quando fondammo, nel 1991, Un Ponte Per (allora si chiamava Un Ponte per Baghdad) inserimmo nel primo statuto una clausola insolita: dopo dieci anni l’associazione avrebbe dovuto sciogliersi, salvo una decisione esplicita dei soci di proseguirne l’attività. Non era un vezzo, ma una scelta politica. Ritenevamo che un’organizzazione di solidarietà non dovesse esistere per perpetuare sé stessa. Doveva essere uno strumento, non un fine. Se le ragioni che ne avevano giustificato la nascita fossero venute meno, sarebbe stato giusto chiuderla. Ogni dieci anni quell’appuntamento ci costringeva a interrogarci sul senso della nostra esistenza. Per ragioni pratiche e legali quella previsione è stata poi eliminata dallo statuto, ma quello spirito non è mai scomparso.
Oggi, a trentacinque anni dalla nascita di Un Ponte Per, quella domanda ritorna. Non perché siano diminuiti conflitti e disuguaglianze, ma perché il mondo è profondamente cambiato. Quando iniziammo a lavorare in Iraq e poi negli altri Paesi dell’Asia Sud-Occidentale, la società civile indipendente era spesso fragile o inesistente. Oggi, nonostante guerre e autoritarismi, esistono reti, associazioni, movimenti, organizzazioni femministe, sindacati e gruppi giovanili dotati di competenze, capacità progettuali e visione politica pienamente autonome.
La domanda diventa allora inevitabile: ha ancora senso che una ong europea continui a decidere al loro posto? Sarebbe considerato singolare se una ong libanese aprisse e gestisse un centro antiviolenza a Tor Bella Monaca. Perché dovrebbe essere normale che una ong italiana lo faccia a Beirut?
L’Assemblea nazionale di Un Ponte Per, riunita a Salerno il 27 e 28 giugno, ha risposto di no. Ha approvato all’unanimità una delibera che avvia un percorso di progressivo trasferimento del potere decisionale agli uffici locali, con l’obiettivo di costruirne nel tempo una piena autonomia politica, organizzativa ed economica. Un processo necessariamente graduale, costruito insieme alle realtà coinvolte e senza mettere a rischio né le attività in corso né il lavoro del personale locale.
La parola chiave è potere. Per anni il dibattito sulla localizzazione della cooperazione si è concentrato sul trasferimento di risorse e competenze. Noi pensiamo che la questione decisiva sia un’altra: chi definisce le priorità? Chi decide come utilizzare le risorse? Chi governa le organizzazioni?
La convinzione maturata in questi anni è semplice. Le organizzazioni locali non hanno più bisogno di essere guidate da ong europee. Hanno bisogno di alleanze, di relazioni internazionali, di scambi tra pari e di sostegno politico.
Questo significa ripensare anche il ruolo di Un Ponte Per: sempre meno organizzazione che gestisce direttamente servizi nel "Sud globale" e sempre più ponte tra società civili, capace di costruire connessioni, promuovere campagne comuni e favorire relazioni di alleanza per il cambiamento, più che partnership finalizzate all’esecuzione di progetti.
Questa scelta organizzativa nasce anche da una riflessione più ampia. L’assemblea ha infatti riconosciuto che l’attuale sistema della cooperazione e degli aiuti allo sviluppo, nel suo complesso è un dispositivo che perpetua rapporti di dipendenza e controllo neocoloniale e rischia di sostituirsi al necessario dibattito sulle riparazioni e sulle disuguaglianze che derivano dal sistema economico e dalla storia coloniale.
Non si tratta di negare il valore del lavoro di migliaia di operatorə della cooperazione, compresi lə nostrə operatorə. Significa interrogarsi sulle strutture di potere entro cui anche le migliori intenzioni finiscono per operare. Ed implica l´imperativo di coinvolgersi nelle lotte per cambiare le relazioni internazionali di dominio e di interrogarsi sulla possibilità di utilizzare gli aiuti per percorsi di decolonizzazione invece che di controllo.
Cambieremo anche il linguaggio. Non più “donatori” e “beneficiarə”, ma finanziatori e riceventi. Le risorse destinate alla cooperazione non sono atti di generosità: sono una restituzione, ancora insufficiente, di ricchezze e opportunità sottratte attraverso secoli di colonialismo.
Non sappiamo ancora dove ci porterà questo percorso. Sappiamo però che vale la pena provarci. E vogliamo discuterne con chi, nel Nord e nel Sud del mondo, sta ponendosi le stesse domande, a partire dal seminario “Decolonizzare la cooperazione” che organizzeremo a Cotonou in Benin nell’ambito del prossimo Forum Sociale Mondiale.

Fabio Alberti - Presidente onorario di Un Ponte Per
Articolo pubblicato su Vita.it
A Gaza sopravvivere è diventato ogni giorno più difficile. La fame viene usata da Israele come arma di guerra. L'acqua è un bene sempre più raro. Le terre agricole, da cui per generazioni migliaia di famiglie hanno tratto cibo e reddito, sono state sistematicamente distrutte. In questo contesto, la nostra campagna “Acqua per Gaza”, che va avanti da febbraio 2024, continua a sostenere le famiglie palestinesi.
Oggi, Israele occupa oltre il 60% della Striscia di Gaza, compresa gran parte delle sue terre più fertili. Un disegno che ricorda sempre più da vicino quanto avviene da decenni nella Valle del Giordano, in West Bank: sottrarre la terra alle comunità palestinesi per renderne impossibile la permanenza. E mentre nuovi insediamenti coloniali a Gaza sono, ancora una volta, all'orizzonte, continuare a seminare significa affermare che un futuro è ancora possibile.
Grazie al sostegno di migliaia di persone che hanno scelto di stare al fianco di Gaza, nel 2026 Un Ponte Per, insieme all'Unione dei Comitati Agricoli di Gaza (UAWC), ha realizzato interventi concreti per rafforzare la sicurezza alimentare, l'accesso all'acqua e alla terra, la dignità delle famiglie palestinesi.
La nostra campagna “Acqua per Gaza” va avanti da febbraio 2024. Ogni contributo ricevuto si è trasformato in un gesto di resistenza quotidiana, nonostante le bombe, nonostante la vita nelle tende.

RESTITUIRE VITA ALLA TERRA
La distruzione sistematica dell'agricoltura è una delle conseguenze più devastanti dell'offensiva israeliana. Oltre l'80% delle terre coltivabili e delle infrastrutture agricole della Striscia è stato danneggiato o reso inutilizzabile, privando migliaia di famiglie della possibilità di produrre cibo e autosostentarsi.
Per questo, raccogliendo le richieste dei nostri partner palestinesi, abbiamo scelto di intervenire proprio lì: sulla terra.
Insieme ai Comitati Agricoli di Gaza abbiamo riabilitato 50 dunum (50.000 metri quadrati) di terreni agricoli nella zona di Al-Mughraqa, attraverso lavori di livellamento e preparazione del suolo che hanno permesso a 25 famiglie di tornare a coltivare.
Su questi terreni sono stati messi a dimora 1.050 ulivi, simbolo della Palestina ma anche investimento per il futuro: alberi che, negli anni, torneranno a produrre olio – l'oro della Palestina – e sicurezza alimentare.
Accanto agli ulivi è stata avviata anche la coltivazione del grano, una scelta nata dall'urgenza di garantire cibo nell'immediato alle famiglie che affrontano livelli estremi di insicurezza alimentare.
La riabilitazione dei campi ha inoltre permesso di attivare un programma di Cash for Work che ha garantito oltre 300 giornate di lavoro retribuite a lavoratori e lavoratrici disoccupati della comunità, sostenendo il reddito delle loro famiglie in un contesto in cui ogni fonte di sostentamento è stata progressivamente cancellata.





SCEGLIERE COSA COMPRARE SIGNIFICA DIFENDERE LA DIGNITÀ
L'emergenza umanitaria ci ha imposto spesso distribuzioni dirette di beni essenziali. Quando a Gaza non entrava neanche un grammo di farina, distribuivamo cipolle e cetrioli: era tutto ciò che le famiglie contadine riuscivano ancora a produrre. Ricordiamo ancora la gioia delle persone quando, dopo mesi e mesi, siamo riuscite a distribuire le uova.
Ma quando è tornato possibile, restituire alle persone la libertà di scegliere è diventato la cosa più importante.
Per questo abbiamo distribuito voucher a più di 200 famiglie sfollate (1473 persone raggiunte), utilizzabili presso negozi locali convenzionati.
Un intervento che ha permesso alle famiglie di acquistare ciò che volevano realmente – cibo, beni per l'infanzia, prodotti per l'igiene o altri articoli essenziali – senza dover adattare i propri bisogni a ciò che veniva loro donato.
In un contesto in cui ogni cosa viene sottratta, poter tornare a decidere rappresenta molto più di un semplice aiuto materiale: significa difendere la dignità e l'autodeterminazione delle famiglie palestinesi. Allo stesso tempo, l'utilizzo dei voucher ha sostenuto le piccole attività commerciali ancora operative, contribuendo a mantenere viva un'economia locale di sussistenza ormai allo stremo.




CONSERVARE OGNI GOCCIA D'ACQUA
A Gaza l'acqua continua a essere una delle emergenze più gravi. Non a caso, dal 2024, le distribuzioni di acqua sono state l'intervento che abbiamo sostenuto con maggiore continuità.
A giugno, per aiutare le famiglie a raccogliere e conservare quella disponibile, abbiamo distribuito 200 serbatoi familiari con rubinetto: uno strumento semplice ma fondamentale per aumentare la capacità di stoccaggio dell'acqua e ridurre la vulnerabilità quotidiana di centinaia di persone.
"Quando è arrivato questo serbatoio, sono stata felicissima.
Ora ho sempre acqua a disposizione, per me e la mia bambina di cinque mesi", racconta Marwa, una giovane madre di Gaza.
Come migliaia di altre donne, Marwa non aveva uno strumento per raccogliere e conservare l'acqua distribuita ogni giorno. Così l'acqua diventava il primo pensiero al mattino e l'ultimo prima di dormire.
In un luogo dove l'accesso all'acqua viene sistematicamente negato o interrotto, un serbatoio può fare la differenza tra avere una piccola riserva da gestire in autonomia o restare senza nulla.



TUTTO QUESTO È STATO POSSIBILE GRAZIE A VOI
Realizzare questi interventi non è stato semplice. Le restrizioni imposte all'ingresso degli aiuti, la distruzione delle infrastrutture, la carenza di carburante, gli sfollamenti continui e i bombardamenti hanno reso ogni attività estremamente complessa.
Eppure i nostri partner hanno continuato a lavorare insieme alle comunità locali, adattando gli interventi alle condizioni sul campo e mettendo sempre al centro la sicurezza e la dignità delle persone. Sono loro, persone comuni palestinesi, gli eroi e le eroine di questa storia.
E’ per questo che, oltre agli interventi di emergenza che abbiamo portato avanti abbiamo recentemente avviato un nuovo fronte di solidarietà con “Roots of Resilience”. Un progetto attraverso il quale, insieme alla Ghassan Kanafani Development Foundation (GKDF) di Gaza, cerchiamo di garantire protezione, educazione e benessere psicosociale a bambinə e adolescenti.
Dietro ogni ulivo piantato, ogni campo recuperato, ogni voucher distribuito e ogni serbatoio consegnato ci sono le scelte di chi ha deciso di non voltarsi dall'altra parte.
In un tempo in cui la fame, la sete e la distruzione vengono usate come strumenti di guerra e di sradicamento forzato, sostenere Gaza significa difendere il diritto delle persone a restare sulla propria terra, a coltivarla, a nutrirsene, a prendersi cura delle proprie famiglie e a immaginare un futuro libero dall'occupazione.
Grazie per aver reso tutto questo possibile. Continuiamo, insieme, a stare dalla parte di Gaza.
Hassan Herzallah è un traduttore, scrittore e storyteller di Gaza. Collabora con diverse testate internazionali. Per la campagna “Acqua per Gaza”, ha scelto di condividere con Un Ponte Per la sua testimonianza diretta documentando la sua vita sotto assedio e sfollamento. Frequenta il terzo anno di studi in traduzione inglese presso l’Università Islamica di Gaza e prosegue la sua formazione online dopo che l’ateneo è stato bombardato.
“Quindi sei un rifugiato, non sei di qui”.
All'inizio ho pensato che stesse scherzando, ma quella frase ha continuato a risuonarmi nella mente per tutto il tragitto verso la tenda.
Negli ultimi giorni del semestre ci era stato assegnato un compito universitario: tradurre un testo in inglese sulle persone rifugiate nel mondo. Sembrava un incarico di routine, uno dei tanti obblighi accademici tra una lezione online e l'altra, e all'inizio non gli ho dato molta importanza.
Ho aperto il file sul telefono e iniziato a leggere. Parlava di persone costrette a lasciare le proprie case, della perdita della stabilità e della ricerca di sicurezza in luoghi sconosciuti. Ho cominciato a cercare le parole arabe più adatte, espressioni che trasmettessero il significato nel modo più preciso possibile.
La mia concentrazione è stata interrotta: fuori, ho sentito il rumore delle autobotti dell’acqua che arrivavano. Sono uscito di corsa con le taniche vuote e mi sono diretto verso il camion. Da quando siamo stati sfollati, questa è diventata una scena quotidiana nel campo.
Prima della guerra, l'acqua significava semplicemente aprire un rubinetto. Ora significa aspettare un'autobotte che potrebbe arrivare oppure no.
Mi sono messo in fila con decine di altre persone che stringevano le stesse taniche. Bambini, donne e uomini. Dopo una lunga attesa e diversi tentativi per riempirle, sono tornato alla tenda con abbastanza acqua per un solo giorno.
Poi, sono tornato al testo. Ma non sono riuscito a rimanere concentrato a lungo.
Mia madre è entrata nella tenda, dicendomi che si stava parlando della possibile chiusura dei valichi a causa della nuova escalation tra Israele e Iran. Questo di solito significa aumento dei prezzi, carenza di beni essenziali e restrizioni ancora più severe agli spostamenti imposte dall'occupazione israeliana. Questi aggiornamenti sono ormai diventati parte della vita quotidiana, non semplici notizie di passaggio.

Ho messo nuovamente da parte il telefono, e sono uscito in cerca di cibo.
Il cibo non è più percepito come un pasto, ma come una condizione fondamentale per sopravvivere a Gaza. Nei periodi di carestia, un sacco di farina può rappresentare una vittoria e diventare il sottile confine tra una giornata che si riesce a sopportare e una che non si riesce ad affrontare. Il cibo non è più quello che era prima della guerra; è diventato una lotta continua per procurarsi il minimo indispensabile per andare avanti.
Ho preso il primo mezzo di trasporto disponibile: un carro trainato da un asino. Durante il tragitto, il conducente si è voltato verso di me e mi ha chiesto:
“Da dove vieni? Mi sembra di averti già visto”
“Da Rafah”, ho risposto.
E’ rimasto in silenzio per un momento.
“Quindi sei un rifugiato... non sei di qui”, ha detto.
All'inizio ho pensato che intendesse semplicemente sottolineare che provenivo da un'altra zona, ma stava usando la parola “rifugiato” invece di “sfollato” non a caso. Ho riflettuto sul modo in cui i termini vengono utilizzati nella lingua quotidiana nello stesso posto.
Non ho risposto subito. Quella frase, però, mi ha accompagnato per tutto il viaggio.
Qualche ora dopo sono tornato al mio testo. Questa volta mi sono soffermato su una sola parola: rifugiato. Mi sono subito ricordato ciò che il conducente del carretto mi aveva detto poco prima.
Ho letto quella parola ancora e ancora. Come traduttore e scrittore, l'avevo incontrata innumerevoli volte in testi accademici e articoli. Ma in quel momento ha smesso di essere un semplice termine da tradurre. E’ diventata una domanda.
Che cosa significa davvero essere una persona rifugiata? E’soltanto chi attraversa un confine e lascia il proprio paese? Oppure lo sfollamento può assumere un'altra forma, anche senza aver mai lasciato la propria casa? Ho messo da parte la domanda e sono andato avanti con la mia giornata.
Ho notato che la batteria del telefono stava per scaricarsi, così sono andato a un punto di ricarica. Senza elettricità, i cellulari ormai sono diventati molto più che semplici mezzi di comunicazione. Io lo uso per studiare, seguire le notizie, rimanere in contatto con il mondo esterno. Perfino ricaricarlo richiede attese lunghissime.

Quando finalmente ci sono riuscito, sono tornato al mio testo. Ho cercato di concentrarmi risuonavano i rumori della vita nel campo: il continuo via vai delle persone, le conversazioni e le voci dei bambini, separati da noi soltanto da un telo di stoffa.
E’ stato in quel momento che ho iniziato a collegare il testo alla mia stessa giornata: l'acqua, la ricerca del cibo, l'attesa per ricaricare il telefono, il continuo spostarsi tra luoghi temporanei. Non stavo più traducendo un testo sui rifugiati; stavo vivendo la realtà che descriveva.
Prima della guerra mi svegliavo per andare alle lezioni universitarie. Oggi mi sveglio pensando all'acqua.
Prima della guerra portavo con me il computer portatile e il materiale di studio. Oggi il mio computer è stato distrutto e porto taniche d'acqua.
Prima della guerra pianificavo esami, progetti e il futuro. Oggi pianifico come procurarmi ciò che serve per superare una singola giornata.
Ho capito che lo sfollamento non riguarda soltanto la perdita di una casa. Riguarda anche la perdita delle persone, delle abitudini, dei punti di riferimento e dei volti familiari che un tempo davano significato a un luogo.
Nel campo, pochi volti mi sono familiari. Le persone arrivano da diverse parti di Gaza, ciascuna portando con sé i ricordi dei luoghi da cui proviene; eppure nessuno di noi appartiene davvero al luogo in cui vive adesso.
Non esiste più una vecchia strada in cui tornare o un quartiere i cui punti di riferimento io conosca istintivamente. I luoghi adesso vengono identificati da riferimenti temporanei: il nome di un campo, il numero di una tenda o persino il colore del telo che la ricopre.
Non mi definisco più soltanto attraverso la città da cui provengo, ma anche attraverso il campo in cui vivo e la tenda, che è diventata il mio indirizzo attuale.
Con il tempo ho capito che il senso di sfollamento va molto oltre la perdita di un luogo fisico. Riguarda la perdita della capacità di riconoscere il mondo che mi circonda. Il compito di traduzione, insieme alle realtà di quella giornata, mi è sembrato un viaggio attraverso i ricordi degli anni di genocidio e sfollamento continui. Mi ha costretto a ripensare al significato dell'essere rifugiato.
Mi sono trovato a vivere in un luogo che mi appare estraneo, pur non avendo mai lasciato la mia città. Qui lo sfollamento non riguarda soltanto la perdita di una casa; riguarda anche la perdita di quel senso di appartenenza che un tempo rendeva il mondo riconoscibile.
Quel giorno ho capito che essere un rifugiato non richiede necessariamente l'attraversamento di una frontiera. A volte inizia quando scompaiono i volti che davano significato a un luogo.
La mia casa si trova ancora a pochi chilometri di distanza. Conosco a memoria la strada che porta fin lì. Eppure, a causa delle continue restrizioni militari israeliane e degli ordini di sfollamento, resta irraggiungibile.
Oggi, oltre 117,8 milioni di persone nel mondo sono rifugiate o forzatamente sfollate, il numero più alto mai registrato. Ma lo sfollamento è più di una statistica. È l'esperienza di perdere una casa, ricostruire la propria vita nell'incertezza e imparare a orientarsi in un mondo che non appare più familiare.
A Gaza, almeno 1,9 milioni di persone, circa il 90% della popolazione, sono state sfollate con la forza, molte di loro più volte. Le famiglie sono fuggite dai bombardamenti e dagli ordini di evacuazione, ritrovandosi in tende, edifici danneggiati e rifugi improvvisati che assomigliano ben poco alle vite che conducevano un tempo.
Forse, alla fine, ciò che qui chiamiamo sogni sono spesso semplicemente diritti che altrove le persone danno per scontati.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza
Una relazione di amicizia, solidarietà e femminismo: è quella che lega le fumettiste Pat Carra e Safaa Odah, tra l’Italia e Gaza. Dal loro incontro, nato nel 2024 mentre Safaa continuava a disegnare e testimoniare dalla tenda in cui vive da sfollata nella Striscia, è nato un percorso artistico e umano condiviso che oggi prende forma nel libro Safaa e la tenda. Diario di una fumettista da Gaza (Fandango, 2026) e nella mostra itinerante Al di là del mare. Palestina Italia.
La mostra, che debutta a Lecce l'11 giugno per poi approdare a Roma e Modena, raccoglie tavole, fumetti e opere realizzate dalle due autrici, comprese alcune creazioni a quattro mani che sfidano la distanza imposta da confini, assedi e guerre. Un progetto che racconta il presente della Palestina attraverso l'arte, l'umorismo come forma di resistenza e uno sguardo profondamente femminista. Sostenuta anche da Un Ponte Per, in collaborazione con Chanda Candiani, Fandango e Erbacce, Al di là del mare nasce dall'esperienza editoriale del libro e dalla volontà di trasformare una relazione costruita tra Milano e Gaza in uno spazio condiviso di incontro, memoria e immaginazione.
Abbiamo intervistato insieme Pat Carra e Safaa Odah per parlare di fumetto, amicizia, resistenza e del potere delle immagini di attraversare il mare anche nei tempi più difficili.
Come vi siete conosciute, e come è nata la vostra relazione?
Pat Carra - Ho incontrato Safaa nel 2024 sui social. Mi sono innamorata dei suoi fumetti, questa è l’origine di tutto. Le ho chiesto di collaborare a Erbacce, la rivista umoristica e femminista di cui faccio parte, e le abbiamo dedicato la rubrica Una tenda in Palestina. Tra noi si è sviluppata una corrispondenza sempre più coinvolgente. A me la sorte ha assegnato la sfida di creare le condizioni concrete di un progetto comune, prima il suo libro e in seguito la nostra mostra. Anche in “Safaa e la tenda. Diario di una fumettista da Gaza” è presente una seconda protagonista: la nostra relazione. Siamo due fumettiste e condividiamo uno sguardo femminista, Safaa ha 30 anni meno di me, è energica e coraggiosa, ha una fede che la rende forte. In un momento per me doloroso, mi è stata molto vicina. Era un paradosso ricevere sostegno da Gaza, dove è in corso un genocidio e manca tutto. Ci è venuto da ridere.
Safaa Odah - Ci siamo conosciute in tempi non ordinari. Erano momenti estremamente difficili e vivevo in condizioni psicologiche molto fragili. Come sapete, stavamo attraversando un genocidio. In quel periodo, per me il disegno era un mezzo per resistere e restare salda. Ci siamo conosciute sui social e ho capito subito che Pat non è solo un’artista, ma una persona. Ho conosciuto molti colleghi e artisti, ma lei è stata l’unica a restare, e aveva qualcosa di diverso. Con il tempo, la nostra relazione ha superato i confini della collaborazione. Ho trovato in questo incontro uno spazio in cui potevo essere sincera. Attraverso di lei ho conosciuto un mondo di amicizie meravigliose, tra cui la poeta Chandra Livia Candiani. Pat ha avuto un ruolo molto importante nel far pubblicare i miei disegni sulla rivista Erbacce e attraverso di lei è nato anche il libro con Fandango. Ci siamo incontrate nel pensiero prima ancora che nel disegno, e nel sentimento prima ancora che nelle parole.

Che ruolo ha il disegno nel rappresentare il mondo che vi circonda?
PC - Da sempre il fumetto e l’umorismo sono stati per me una forma di resistenza. Quando disegno vignette sulla violenza maschile o sulla guerra, seguo una linea che ha origini nella mia infanzia. Come Safaa sono un’autodidatta del disegno, lei ha studiato psicologia, io filosofia, eppure siamo arrivate a scegliere questo linguaggio, che è semplice ma non semplicistico. È un’arte che riconduce le cose a una misura umana, svelando la verità al di là delle finzioni come il bambino che dice “il re è nudo”. Trasformare la rabbia, l’odio, l’angoscia in un momento liberatorio è l’essenza del mestiere. Nel 2004 ho creato “Cassandra che ride”, una personaggia che racconta le guerre occidentali post 11 settembre. Safaa testimonia il genocidio post 7 ottobre spogliando l'oppressore della sua presunta onnipotenza: i soldati israeliani sono insopportabili, nelle sue vignette, come lo sono i topi che ritrae davanti ai sacchi di farina.
SO - Per me il disegno non è solo un mezzo di espressione, ma un modo per comprendere ciò che accade intorno a me. Molto spesso le parole non sono sufficienti. Disegno per documentare ciò che vivo e ciò che vedo, non solo eventi, ma anche emozioni e dettagli quotidiani che altri potrebbero non notare. A volte sento di essere una testimone e che è mio dovere trasmettere questa realtà così com’è, con sincerità, anche se è molto doloroso. Inoltre, il disegno è uno spazio attraverso cui posso affrontare questa realtà, non fuggirne. È il mio mezzo per restare salda e per trasformare questo dolore. Non è solo arte: è una responsabilità. Raccontare ciò che accade dal mio punto di vista e lasciare un impatto reale su chi guarda.
Cosa sono stati questi anni di genocidio, visti da Gaza e dall’Italia?
PC - Sfilo nelle piazze, partecipo a incontri, seguo le notizie ma la mia vera guida sulla Palestina è Safaa. Abbiamo una lingua madre in comune, quel tipo di fumetto: socio-politico, femminista, che nel tratto è umoristico anche quando è tragico. L’Italia è un paese venduto agli Stati Uniti e Israele, Milano è una città gemellata a Tel Aviv. Safaa è l’unica fumettista che continua a disegnare da Gaza. Il mio impegno dall’Italia è stato coltivare la nostra amicizia, riconoscere il suo protagonismo, rilanciare la sua voce e fare coro con lei. Safaa è una grande fumettista, il suo lavoro è destinato a diventare un classico, e sentire la sua fiducia è un onore La sua lotta è la mia: sopravviviamo in un capitalismo che non si può definire con parole umane.
SO – Sono stati due anni difficili, e non sono finiti. La guerra non si è mai fermata, viviamo nella paura costantedella perdita. Questo comporta un logorio emotivo molto intenso. A Gaza non esiste più separazione tra vita e morte: sono intrecciate. Ormai per noi vivere è semplicemente cercare di sopravvivere. In questi anni Pat mi ha sempre mandato foto e immagini di manifestazioni di solidarietà che arrivavano dall’Italia, con una partecipazione davvero straordinaria. Questo per me è stato molto importante: mi ha fatto sentire che il nostro popolo non è solo, che ci sono tante persone a sostenerci. Ho sempre saputo che l’Italia è solidale alla Palestina, ma durante la guerra questo è stato ancora più evidente. Attraverso i social ho potuto vedere quanta solidarietà c’era, e il sostegno è stato davvero eccezionale.
Cosa significa per voi vedere oggi un libro e una mostra nati dalla vostra relazione? Come è nata questa idea?
PC - Dal desiderio di mettere al centro la nostra relazione, due donne fumettiste da due paesi diversi. Mentre curavo il libro di Safaa, non c'erano le condizioni materiali per lavorare insieme. Era necessario creare un filo narrativo, fare scelte e rischiare. Lei mi scriveva “vai avanti”. Volevo avvicinarmi il più possibile, per farcela ad andare avanti. Un giorno del 2025 non avevo più parole per fare coraggio a Safaa. Ho scelto un suo fumetto e mi sono disegnata accanto lei: questo disegno a quattro mani è diventato l’immagine guida della mostra. Ne sono seguiti altri che sono il cuore di “Al di là del mare”: ci incontriamo nel fumetto, letteralmente. La poeta Chandra Candiani, che è presente insieme a noi con il testo “Indomabile fiducia”, lo racconta in questo passaggio:
“E c’è l’amorevole ponte tra Safaa e Pat, il loro incontro da una sponda all’altra del mare risuonando. Sono nati alcuni fumetti a quattro mani, come sonate notturne e dialoghi al buio tra bambine spaventate che si rassicurano così dentro il male del mondo, senza uscirne, con i loro strumenti di salvezza fragilissimi e incorruttibili. Con il loro testimoniare. Con il loro fare insieme”.
SO - Vedere il mio libro e la mia mostra nascere da questa relazione mi provoca sensazioni contrastanti. Da una parte la gioia immensa, non mi sarei mai aspettata di raggiungere questo risultato. Sono grata e felice per tutto questo. Ma avrei tanto desiderato essere lì con voi. Ogni disegno per noi ha una storia, ogni dettaglio è legato a un momento, e sembra la dimostrazione che qualcosa può continuare a esistere e crescere nonostante tutto.
Tappe della mostra "Al di là del mare" (in aggiornamento)

Dal 12 al 17 maggio 2026 si è svolto il primo viaggio di istruzione a Ustica, sulle tracce del colonialismo italiano.
Abbiamo accompagnato sull'isola trentacinque studenti e studentesse dell'Istituto Archimede di Napoli, proponendo un percorso di studio e conoscenza volto a ripercorrere eventi del nostro passato che, per troppo tempo, sono rimasti celati.
Per riportare alla luce verità scomode che, per generazioni, sono state negate o escluse dai programmi scolastici.
Ed è proprio da qui, da questa assenza da colmare, che è iniziato il percorso dei ragazzi e delle ragazze insieme a Vito Ailara, presidente del Centro Studi e Documentazione Isola di Ustica.

Don Vito ha subito spiegato quanto sia difficile e doloroso, ma indispensabile, fare i conti con il nostro passato, invitando i giovani a interrogarsi su una storia collettiva ingombrante.
Così, gli studenti e le studentesse hanno iniziato a scoprire che a Ustica, tra le sue rocce scure e le acque cristalline, si conservano le tracce di un capitolo poco conosciuto della nostra storia, quando l'isola divenne luogo di confino.
Prima per libici, eritrei e altre persone provenienti dalle colonie o dalle aree d'influenza italiana; successivamente per gli oppositori politici del regime fascista.
Particolarmente toccante il racconto di Don Vito sull'arrivo, nel 1911, delle prime persone libiche deportate. Uomini, donne e bambinə vennero rastrellatə per strada e nelle case; interi villaggi furono svuotati e le loro popolazioni trasferite con la forza nei campi di internamento.
Alcunə morirono durante il viaggio e vennero trattatə come merci: una volta sbarcati le persone sopravvissute, i corpi furono gettati in mare dietro la punta del molo dell'isola.
Vite spezzate e rese anonime.

Tra novembre 1911 e maggio 1912 furono 127 le vittime dell'epidemia di colera scoppiata a bordo della nave che trasportò i deportati dalla Libia a Ustica.
Dietro il cimitero di Ustica si trova un altro cimitero, creato allora per dare una degna sepoltura a queste vittime, spesso senza nome.
È il "cimitero degli arabi".
Le sepolture furono rese difficili dalla presenza della roccia e, come ha raccontato Don Vito, quel luogo finì per diventare una grande fossa comune.
Quando gli studenti e le studentesse hanno visitato il cimitero, è stato toccante ascoltare le loro parole.
Libertà, giustizia, sacrificio, memoria.
Uno studente ci ha scritto:
«... è difficile pensare che Ustica non sia stata sempre questa: bella, solare, intensa. Un tempo fu luogo di torture, prigionia e morte. Io sono qui per dare una nuova memoria alla sua storia, per tramandare ciò che è stato e che mai dovrà ripetersi».
Un altro studente ha invece colto l'essenza della parola libertà:
«... la libertà di cui godiamo oggi non è scontata. Se possiamo beneficiarne è perché in passato c'è stato chi ha lottato e resistito per ottenerla e consegnarcela. Adesso sta a noi difenderla...».
Alla fine, la forza di questa prima esperienza sta tutta nelle semplici ma granitiche parole di questi due studenti, alle quali si aggiungono le tante riflessioni condivise dalle loro compagne e dai loro compagni.



È stato l'inizio di un percorso che ci auguriamo possa coinvolgere sempre più istituti scolastici italiani, con l'obiettivo di far riemergere ciò che troppo a lungo è stato nascosto.
Per restituire voce e dignità alle vittime del colonialismo italiano. Non solo come esercizio di riconoscimento del nostro passato coloniale, ma soprattutto come indispensabile strumento di conoscenza per comprendere meglio il presente e attraversare il futuro con generazioni più consapevoli, capaci di costruire relazioni autentiche e sostenibili con i Paesi del Sud globale, fondate sul rispetto, sulla giustizia e sulla comprensione reciproca

Luca Gabrielli - Membro del Comitato Nazionale di Un Ponte Per
Quando ero più giovane, pensavo che la Nakba appartenesse alle generazioni più anziane. Mi sembrava qualcosa di lontano, legato a fotografie in bianco e nero o ai nomi dei villaggi che la gente ripeteva ogni volta che arrivava maggio.
Ne sentivo parlare nelle conversazioni familiari, nelle storie che iniziavano sempre con una vecchia casa o con una strada che non esisteva più. Come molte persone della mia generazione, pensavo che la Nakba fosse un evento accaduto 78 anni fa e terminato lì, anche se i suoi effetti erano rimasti.
Ma in una notte di maggio del 2026, dopo aver compiuto 22 anni e dopo che il mio stesso tetto era diventato di stoffa, ho iniziato a riflettere di nuovo sul significato di quella parola.
Che cosa significa davvero la Nakba per le persone palestinesi di oggi? È ancora soltanto una memoria storica, oppure è qualcosa che continuiamo a vivere in forme diverse senza nemmeno chiamarla con il suo nome?
Per questo ho deciso di parlare con diverse persone, ognuna con un rapporto diverso con il significato della Nakba. Volevo capire come una sola parola potesse racchiudere tutti questi significati e come i palestinesi, ovunque si trovino, possano ancora riconoscersi in essa, in un modo o nell’altro.
Ho iniziato da mia nonna.

Mia nonna non ha vissuto direttamente la prima Nakba. È nata alcuni anni dopo il 1948, ma è cresciuta circondata dai suoi racconti. Mi parlava spesso delle vecchie case e delle grandi chiavi che alcune famiglie conservavano per anni, come se il ritorno fosse ancora possibile da un momento all’altro. Raccontava anche di come sua madre avesse nascosto oro, vestiti e altri beni sottoterra prima di fuggire, convinta che la famiglia sarebbe tornata dopo pochi giorni.
Quando ho chiesto a mia nonna se considerasse la Nakba qualcosa di risalente al passato o ancora presente, non ha esitato a lungo.
Era seduta nella sua tenda ad al-Mawasi, a Khan Younis, quasi due anni dopo essere stata sfollata dalla sua casa a Rafah, circondata da campi profughi che descrivono più una lotta per la sopravvivenza che una vera vita, con infrastrutture quasi inesistenti e con i bombardamenti che continuavano nonostante quello che viene definito un cessate il fuoco.
Ha parlato solo per pochi secondi, ma in un modo che sembrava contenere non solo la sua sofferenza, ma quella di un’intera generazione di palestinesi.
“La Nakba continua ancora,” mi ha detto. “Quello che ci è successo nel 2023 è stato peggiore della Nakba del 1948.”
Poi ha aggiunto: “Abbiamo sempre sentito rraccontare dello sfollamento dai nostri genitori. Ora lo stiamo vedendo con i nostri stessi occhi”.
E questa esperienza è tutt’altro che isolata. Secondo le Nazioni Unite, circa il 90% della popolazione di Gaza è stata sfollata dall’inizio del genocidio, e molte persone lo sono state più volte.
In quel momento ho capito che, per mia nonna, la Nakba non era semplicemente una vecchia storia. Era un dolore trasmesso da una generazione all’altra fino ad arrivare a noi, in una forma ancora più dura.
Ma la Nakba non è vissuta allo stesso modo da ogni palestinese.
Ho poi parlato con un mio parente che vive nella Cisgiordania occupata, chiedendogli cosa significhi oggi per lui la Nakba. Mi ha detto che lì non si manifesta attraverso tende o sfollamenti come a Gaza, ma come una vita in cui tutto può cambiare o crollare in qualsiasi momento.
Ha detto che i checkpoint, le incursioni militari e la paura quotidiana creano una sensazione permanente di instabilità, come se la vita stessa fosse diventata temporanea.
“A volte senti di vivere nella tua stessa patria senza sentirti davvero libero o al sicuro,” mi ha detto.
Per lui, la Nakba non riguarda soltanto la perdita della casa. Riguarda anche il vivere senza la possibilità di sentirsi normali, stabili o certi del futuro. E parlando di Gaza, ha detto che i palestinesi stanno vivendo la stessa Nakba in forme diverse. Alcuni la vivono attraverso i bombardamenti e lo sfollamento, altri attraverso una paura costante e vite sospese.
In tutta la Cisgiordania occupata, le incursioni dell’occupazione israeliana, le restrizioni alla libertà di movimento, gli arresti e gli sfollamenti forzati continuano in forme che tante persone considerano un’estensione continua della Nakba.
Abu Hashem, uno dei miei più cari amici fin dall’infanzia, gli attribuisce ancora un altro significato.
Quando ha lasciato Gaza per proseguire gli studi all’estero, pensava che sarebbe rimasto fuori soltanto per qualche mese prima di tornare dalla sua famiglia e alla sua vita normale. Ma oggi osserva il genocidio da lontano, seguendo le notizie degli sfollamenti e dei bombardamenti attraverso il telefono, vivendo costantemente l’impotenza di non poter raggiungere la sua famiglia né di avere notizie adeguate.
“Per me, la Nakba significa essere uno studente che vive lontano da casa, dalla propria famiglia, dalle persone che ama e da una vita che pensavo un giorno di poter ritrovare”, mi ha detto.
"Pensavo che la Nakba significasse essere costretti a lasciare la propria casa. Poi ho capito che può significare anche non poterci tornare quando la tua famiglia ha più bisogno di te”.
Per lui, la Nakba è diventata un lungo esilio, una sensazione costante di essere lontano dal luogo in cui dovresti stare, mentre tutto lì prosegue senza che tu possa fare nulla.
Poi ho pensato a me stesso.
Il giorno in cui sono stato costretto a lasciare casa mia, credevo che sarebbe stato soltanto per poco. Come molte altre persone, me ne sono andato pensando che sarei tornato a breve. Abbiamo lasciato indietro molte cose perché non immaginavamo che l’assenza sarebbe durata così a lungo. Ma col tempo ho iniziato a capire qualcosa che non avevo mai compreso prima.
Ho capito che le persone palestinesi non hanno bisogno di leggere libri di Storia per sapere cosa significhi la Nakba.
A volte basta perdere la propria casa una sola volta.
Oppure aspettare per ore a un checkpoint.
Oppure guardare la propria famiglia essere sfollata attraverso lo schermo di un telefono mentre ci si trova lontano.
Questo basta per capire che la Nakba non è mai stata soltanto un ricordo.
Dopo 78 anni, la Nakba non ha più un unico significato per i palestinesi. A Gaza può significare tende, sfollamento e perdita della casa. In Cisgiordania può significare una vita sospesa, scandita dalla paura e dai checkpoint. Fuori dalla Palestina può significare un lungo esilio e il dolore di non poter raggiungere la propria famiglia quando ha più bisogno di te.
Ma nonostante queste differenze, una cosa resta condivisa in tutte queste storie: la sensazione costante che la vita palestinese possa essere sradicata o trasformata in qualsiasi momento.
Per questo oggi la Nakba sembra meno legata al passato e più al presente che continuiamo a vivere. Non è soltanto un evento accaduto nel 1948, ma una realtà continua che cambia da una persona all’altra e da una città all’altra, pur restando legata alla stessa radice: l’occupazione israeliana in corso e la perdita permanente di sicurezza, stabilità e normalità che comporta.
E forse è proprio per questo che i palestinesi non hanno un’unica definizione della Nakba. Perché ogni palestinese, ovunque si trovi, porta con sé la propria versione.

Hassan Herzallah - Corrispondente da Gaza
La guerra in questa regione non è più una notizia dell’ultima ora trasmessa sugli schermi: è diventata un ritmo quotidiano sottile che abita nei nostri dettagli, rimodella la nostra coscienza e distorce la nostra memoria collettiva.
Come iracheno, non vedo la guerra soltanto come un evento politico o militare, ma come una presenza pesante che da decenni ci pesa sul petto, lasciando la sua impronta nel linguaggio, nei volti dei/lle bambini/e, nel tono della voce delle madri, nel tremore delle porte quando la paura le chiude.
Oggi, mentre osservavo una scena di panico durante i bombardamenti sulle scuole a Mosul, non stavo semplicemente vedendo dei/lle bambini/e correre presi/e dal panico: stavo assistendo alla storia che si ripeteva con una sconcertante audacia. Le loro grida non erano nuove: le abbiamo già sentite nelle nostre scuole, nei nostri vicoli, nei nostri rifugi.
C’era qualcosa di dolorosamente familiare in quel caos, in quel rumore che somigliava al suono dell’anima quando viene colta di sorpresa dal pericolo. Ho visto persone fuggire dai loro luoghi non perché siano codarde, ma perché sono esauste di essere messe alla prova nel coraggio ogni singolo giorno.
Per noi, la guerra non è solo distruzione materiale: è un lento smantellamento del senso di sicurezza. Vivere senza fidarsi della calma, essere più turbati dal silenzio che dal rumore, interpretare ogni suono improvviso come l’inizio di un disastro: questo è il volto nascosto della guerra. Paura persistente, ansia e tensione non arrivano come ospiti di passaggio, si stabiliscono dentro di noi come parte della nostra struttura psicologica.
Ancora più pericoloso è il modo in cui le emozioni delle persone vengono rimodellate, manipolate e spinte verso il settarismo e l’odio. La guerra non annienta solo corpi, ma pianta semi di divisione nelle menti e addestra i cuori al sospetto. All’improvviso, l’altro diventa una minaccia, l’appartenenza diventa un’arma, l’identità si trasforma in una trincea.
Ciò che fa più male - forse ciò che spaventa di più – è ascoltare i/le bambini/e. Le loro conversazioni non riguardano più il gioco, i sogni o il futuro, ma gli aerei, i bombardamenti e la morte. Comprano armi di plastica, imitano scene di guerra e ricreano ciò che vedono con i loro piccoli occhi.
Quanto siamo caduti/e in basso? Come siamo arrivati/e a insegnare ai nostri figli gli strumenti della guerra invece del linguaggio della pace?
Non si tratta purtroppo di un fenomeno passeggero, ma di un profondo cambiamento delle coscienze. Quando un/a bambino/a cresce credendo che la guerra sia normale, non perdiamo soltanto la sua infanzia: perdiamo la possibilità di costruire futuro. Un/a bambino/a che impara la guerra crescerà portandola dentro di sé, anche se fuori dovesse finire.
Per quanto mi riguarda, la guerra non è un’idea: è una storia personale. Ho perso uno zio in guerra; un altro zio è stato prigioniero, e mio padre porta sul corpo cicatrici indelebili. Sono nato durante la guerra del 1990, come se fossi entrato in questo mondo attraverso una porta di fumo. Sono cresciuto un po’ solo per ritrovarmi nella guerra del 2003. Allora ero uno studente, ed è lì che ho iniziato a scrivere. Forse come mezzo di sopravvivenza, forse come tentativo di comprendere ciò che non può essere compreso.
Poi è arrivata la guerra civile a Mosul, e io sono stato tra coloro che hanno assaggiato l’amarezza della violenza e del terrorismo. Per me non erano notizie che scorrevano in tv, ma giorni vissuti tra paura e attesa. In seguito siamo entrati in un’altra guerra contro lo Stato Islamico, e la morte è diventata una possibilità quotidiana, la vita un progetto rimandato. Oggi viviamo un nuovo conflitto, come se questa terra fosse destinata a non riposare mai.
Nessuna di queste guerre è passata senza lasciare un segno. Quando finiscono non ci limitiamo a ricordarle: le viviamo anche nelle loro assenze.
Qui emerge la domanda che mi tormenta: quando vivremo anni consecutivi di pace? La pace è diventata un lusso? Come può una parola così bella essere così impotente di fronte alla macchina della guerra? Forse perché è più facile che costruire, pensare, sognare. Eppure, ci costa tutto.
Come iracheno, non cerco grandi risposte o slogan. Desidero solo un momento di calma che non venga interpretato come una pausa tra due guerre. Sogno un’infanzia che non sia misurata dal numero di esplosioni a cui si è sopravvissuti/e. Immagino un paese che scriva la sua storia non con il sangue, ma con le parole.
Le grandi potenze che si spartiscono sfere di influenza non vedono in noi altro che mappe e interessi, conducendo le loro guerre fredde sui nostri corpi in fiamme. Quanto alle Nazioni Unite, fin dalla loro fondazione sono apparse impotenti o complici, limitandosi a contare i morti invece di proteggerli. Questo silenzio internazionale non è neutralità: è un’altra forma di violenza.
Tra calcoli politici e interessi di potere, è l’essere umano a pagare il prezzo da solo, come se la sua vita valesse meno di un accordo.

Jameel Al-Jameel - Communication Coordinator di Un Ponte Per in Iraq